Federico Barakat ucciso dal padre e il ruolo dei servizi sociali

Il solo fatto che il padre di Federico Barakat si sia presentato all’incontro con suo figlio armato di pistola e coltello dimostra la premeditazione, e quindi la fondatezza delle ripetute denunce della madre di Federico. Il fatto che nessuno si sia accorto del fatto che l’uomo fosse armato dimostra inoltre che i pregiudizi offuscano la realta’ in modo inaccettabile.
Questa vicenda merita la massima attenzione.

DonnexDiritti di Luisa Betti Dakli

Federico Barakat Federico Barakat

da 27esimaora.corriere.it

di Luisa Betti

Federico Barakat è stato ucciso a otto anni dal padre nelle stanze dei Servizi sociali di San Donato Milanese durante un incontro protetto, colpito prima con una pistola e poi con 24 coltellate senza che nessuno fosse presente e in grado di proteggerlo malgrado fosse in affidamento ai servizi sociali e malgrado gli incontri fossero vigilati. Era il 25 febbraio del 2009 e Federico era in quelle stanze perché un provvedimento del tribunale dei minori aveva deciso che il piccolo dovesse incontrare il padre malgrado fosse stata la madre, Antonella Penati, a rivolgersi al tribunale dei minori per la richiesta di decadenza della podestà paterna dopo che il suo ex era ricomparso dal nulla con la pretesa di avere con sé il bambino anche con la minaccia. Ma “per la tutela dello sviluppo del minore e del suo bisogno di crescita” – come…

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Sotto i bombardamenti

Il quarto capitolo (“Bersagli strategici“) del saggio di Michela Ponzani, Guerra alle Donne (che sto trattando a puntate, qui la precedente: Resistere: un diritto e un dovere), è centrato su un altro aspetto dell’esperienza delle donne italiane durante la Seconda Guerra Mondiale, i bombardamenti a tappeto. Sono esperienze traumatiche, non solo per le ragioni ovvie della costante paura di essere colpite e per l’angosciante attesa nei rifugi antiaerei. Spiega Ponzani: “A restare ben impressa è però la consapevolezza di essere state protagoniste di un altro modo di condurre la guerra terroristica: secondo la teoria dello strategic bombing, il vero obiettivo delle incursioni a tappeto non sono le infrastrutture, le vie di collegamento o i luoghi di produzione; aeroporti, scali marittimi, fabbriche, ponti o caseggiati. Sono i milioni di donne e uomini, il cui spirito di resistenza e di sostegno ai governi nazionali può e deve essere fiaccato e annientato dal diffondersi della paura. […] Le centinaia di migliaia di morti che seguono agli attacchi aerei sono dunque soltanto dei semplici «effetti collaterali»: ciò che maggiormente si attende è che i «bombardamenti tattici» sui cosiddetti «obiettivi sensibili» come scuole, ospedali e chiese, producano conseguenze importanti sul morale della popolazione. La resa finale del «nemico» va in altri termini garantita trasformando i civili in «bersagli strategici»: è questa la cinica teoria che nel colpire gli inermi intravede il mezzo più utile per far sì che le società implodano e conducano alla capitolazione degli stati. Ma di questa strategia non si oserà parlare nel dopoguerra. Quello dei «mitragliamenti sulla povera gente» è e sarà un argomento tabù che persino molte partigiane eviteranno di affrontare per non mettere in crisi il mito degli Alleati liberatori”.

Molte delle donne che hanno poi scritto le loro testimonianze dei giorni angosciosi dei bombardamenti sono ancora bambine durante la guerra. Ponzani si sofferma su di loro, ricordando che “L’infanzia viene dunque sconvolta dall’incontro precoce con la morte e dagli effetti di una guerra che impone a sguardi ancora incantati l’orrore di un annientamento totale, messo in atto da un nemico impersonale e tecnologico, consapevolmente indifferente ai costi umani pagati dalla popolazione civile”. In effetti l’impatto della guerra su bambine e bambini è un tema che difficilmente trova spazio nelle narrazioni pubbliche.

L’autrice, attraverso le memorie delle donne, descrive come le persone trascorressero il tempo nei rifugi antiaerei, tentando di alleviare l’angoscia pregando e discutendo di ogni argomento, giocando a carte, tentando di captare notizie da Radio Londra, in attesa del segnale che annunciava la fine dei bombardamenti. “Le giornate trascorrono tra il peso della sopravvivenza e l’assenza di notizie dal fronte: quasi nessuno possiede la radio e l’unica fonte d’informazione è costituita dai manifesti fatti affiggere «ai muri delle case», utili del resto solo per «quelli che sapevano leggere»”, riassume Ponzani.

Ma l’esperienza dei bombardamenti ha numerosi risvolti: “Alla necessità di fare i conti con la distruzione del tessuto urbano, segue immancabilmente l’esperienza dello sfollamento predisposto dai piani di evacuazione delle città. Chi sopravvive abbandona quasi sempre il proprio paese d’origine per trasferirsi sui monti o nelle campagne limitrofe ai centri urbani distrutti.” Lasciare le proprie case, senza sapere se al proprio ritorno le si ritroverà, incamminarsi in penose marce portando “tutto quel che sì può, un po’ di biancheria, la tessera annonaria per i viveri, i pochi stracci conservati dalle incursioni aeree, qualche oggetto legato a cari ricordi famigliari e ovviamente anche il bestiame: muli, maiali, vacche o asine, rimasti l’unica fonte di sostentamento” è un’esperienza dolorosa, che equivale a poter raccogliere solo pochi frammenti della propria vita distrutta (“La distruzione delle case, la perdita di tutto ciò che si è posseduto fino ad allora, sono lo specchio della dissoluzione dell’anima”, nelle parole di Ponzani, senza nemmeno avere la certezza di trovare un rifugio sicuro: “d’altra parte”, sottolinea Ponzani, “i comandi delle aviazioni sanno che molta gente sfolla nelle campagne che circondano i centri urbani”. Lì, gli sfollati si sforzano di sopravvivere fra la carenza di cibo e acqua, il timore delle requisizioni dei tedeschi e il terrore dei bombardamenti.

Stipati nei rifugi, gli sfollati vivono “a diretto contatto col contagio di pericolose malattie come il tifo e la difterite, che si diffondono a macchia d’olio. L’unico giovamento lo danno del resto i medicinali impiegati per la profilassi antimalarica come l’Italchina, un medicinale altamente tossico, derivato dal chinino sintetico, che provoca gravi effetti collaterali come disturbi gastrointestinali ed eritemi alla pelle”, spiega Ponzani, aggiungendo “Le precarie condizioni igieniche, il freddo e la scarsa nutrizione fanno il resto, provocando vittime soprattutto tra i bambini, i soggetti più deboli […] Il diffondersi delle epidemie è aggravato dal fatto che la gran parte della popolazione è costretta a trasferirsi nei sotterranei e nei rifugi, quasi sempre in condizioni malsane e precarie“.

Senza contare lo stress psicologico: “La frequenza e la ripetizione delle incursioni fa sì che a un certo punto gli allarmi siano vissuti addirittura come una sfiancante e noiosa routine”. Per i più piccoli, invece, “Resta comunque viva la curiosità per quei fenomeni bellici che appaiono quasi come un’avventura, perché la guerra può anche essere fatta da momenti di incoscienza”.
“Vivere in queste condizioni non significa tuttavia percepire la guerra nei termini di una tragica fatalità. Pur non sollecitando una palese assunzione di responsabilità per aver sostenuto il regime fascista che ha portato il paese alla catastrofe, è certo però che l’uso terroristico dei bombardamenti riesce in qualche modo a ottenere l’obiettivo di «svegliare» la popolazione.”, osserva Ponzani, “La deliberata scelta di colpire i centri urbani, direttamente proporzionale alla convinzione che sia possibile sfruttare il panico tra la popolazione civile, è però una tecnica che non funziona del tutto, come bene mostrano le lettere passate al vaglio degli uffici di censura della Repubblica sociale: il tentativo di rovesciare il senso di rabbia della gente suscitando la volontà di resistere contro i tedeschi resta una pura illusione. I bombardamenti a tappeto non accendono una chiara opposizione al regime. […] Più che schierarsi apertamente a favore degli Alleati, gli italiani restano schiacciati da un cupo senso di rassegnazione e non sono per niente inclini a prendere parte attiva alla propria liberazione, a redimersi dal passato fascista”.

La storica descrive inoltre la “fortissima ostilità, un odio profondo nei confronti dei «liberatori»” che emerge dalle lettere censurate dalla RSI, e puntualizza che l’atteggiamento prevalente della popolazione civile è di “condanna generale della guerra e rifiuto di qualsiasi scelta politica che impegni a schierarsi apertamente, a mettersi in gioco in prima persona e a combattere”. “Nelle testimonianze delle donne sopravvissute ai fuochi incrociati delle bombe alleate e delle violenze naziste, è comunque possibile rintracciare anche quei codici culturali che porteranno le vittime a concepire la violenza di guerra come una tragica e bestiale fatalità, scagliatasi contro l’uomo in maniera ineluttabile e perciò accettata con rassegnazione”, conclude.

Resistere: un diritto e un dovere

Ecco un nuovo capitolo della serie di post dedicati al racconto delle esperienze delle donne italiane durante la Seconda Guerra Mondiale (la puntata precedente è qui: Partigiane (parte 2)), tratto dal saggio Guerra alle donne di Michela Ponzani. In questa parte parlerò del capitolo 3, intitolato “Il diritto di resistere”. 

Come abbiamo detto, la scelta della Resistenza armata viene compiuta soprattutto dalle giovani generazioni. Si tratta di una scelta che pone problemi etici e che i leader dell’antifascismo negli anni ’20, intellettuali e capi di partito, spesso non sono pronti a compiere, essendo il loro antifascismo maturato in un contesto diverso rispetto alla società degli anni ’40. Per le generazioni più giovani, spiega Ponzani, “Ciò che aiuta a superare l’ultima remora morale all’uso della violenza è proprio la convinzione che sia giunto il momento di superare le perplessità che la dirigenza dei partiti antifascisti ha espresso durante il Ventennio, che sia arrivata l’ora di andare oltre quel senso di sconfitta e quell’«angoscia al pensiero che il fascismo, arbitro ormai del destino e della formazione delle generazioni più giovani», ne abbia «irreparabilmente infiacchito lo spirito, traviato l’anima». […] Non è un caso che molte donne vengano aiutate a superare l’ultimo ostacolo che si frappone alla scelta d’imbracciare le armi proprio dalle compagne politicamente più attive, che hanno già una certa esperienza di lotta antifascista. […] Nasce da qui l’idea di accettare il costo e il prezzo che può avere su se stessi e sugli altri l’opzione della violenza; si tratta infatti non solo di superare la paura che si ha per sé, quella di essere catturati e torturati, ma anche quella di poter mettere a rischio gli altri. […] Ma la difficoltà di misurarsi con la violenza s’accompagna anche alla convinzione che sia giunto il momento d’opporsi in maniera definitiva, risoluta e forte agli effetti di una violenza ben più grande, che è quella della guerra. […]. È una scelta attraversata da dubbi, paure, ansie e tormenti, capace però di non rinunciare mai al dovere di rispondere con la violenza a chi quella violenza l’ha esercitata mille volte di più, esponendo i cittadini alla distruzione e allo sfacelo posti dal secondo conflitto mondiale.”

La lotta armata è quindi sentita come un diritto – il diritto di difendersi dalla violenza fascista – e come un dovere – il dovere etico di ribellarsi e di porre fine al fascismo. Scrive ancora Ponzani: “La Resistenza apporta di fatto un cambiamento definitivo alle modalità di condurre la guerra rispetto al passato, traendo legittimità dalla «giustezza» di una causa morale – la distruzione del fascismo – piuttosto che dal principio dell’autorità militare superiore e del monopolio statale della violenza […] Non sempre la guerra partigiana riesce a garantire un’efficienza militare, ed è questo il nodo ineludibile per interpretare il ruolo della Resistenza: dalla sua capacità di dare vita a formazioni combattenti e di sostenerle sul territorio, di interagire con le caratteristiche ambientali e sociali di quel territorio, deriva la condizione necessaria per l’affermazione del movimento partigiano tra contraddizioni e ritardi, tra pesanti sconfitte e repentini balzi in avanti. […] È la solitudine «l’aspetto forse più caratteristico della guerra partigiana» perché si è costantemente «circondati da un nemico infinitamente superiore di numero e di mezzi», che obbliga i partigiani a vivere isolati, sulle montagne come nelle città, e a fare i conti ogni giorno col timore di sbagliare, di non riuscire a reggere la tensione emotiva che il terrore può suscitare e quindi di divenire un pericolo per i propri compagni, di esporli al rischio, di essere la causa della mancata tenuta delle reti di copertura”.

La capacità della Resistenza di sopravvivere e agire efficacemente si fonda sul sostegno della popolazione e sul radicamento sul territorio, i quali sono spesso dovuti alle comuni origini sociali, oltre che territoriali, dei partigiani e delle popolazioni civili che li nascondono, aiutano, proteggono. Per questo i partigiani, nelle loro azioni di sabotaggio (per esempio quelle agli ammassi di grano, volte a impedire ai tedeschi di impadronirsene) fanno in modo di rendere inutilizzabili le risorse per il nemico, ma senza distruggerle, in modo da non danneggiare i civili. Racconta Ponzani: “Nell’estate del ’44 le formazioni partigiane intervengono ripetutamente a protezione dei lavoratori agricoli (braccianti e mondine) che rivendicano miglioramenti salariali e danno vita a una «battaglia del grano» per impedire ai tedeschi di razziare i beni alimentari […] Sono proprio i gruppi partigiani ad attaccare le squadre fasciste predisposte a difesa delle trebbiatrici, distruggendone molte per rendere impossibile l’accaparramento e favorendo la raccolta per soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione civile. E queste proteste sociali sono accompagnate da una fitta serie di azioni di sabotaggio, attacchi a presidi fascisti e pattuglie tedesche, uccisioni di militi e dirigenti del Partito fascista repubblicano, che producono nell’occupante nazista e nei gruppi armati saloini una sempre più diffusa sensazione di insicurezza e di ostilità delle popolazioni.”

Le azioni di sostegno alle popolazioni civili rafforzano l’alleanza fra partigiani e contadini, basata sulla solidarietà, e alimentano la partecipazione dei secondi alle brigate, e sono il fattore che fa la differenza, impedendo a questa alleanza di spezzarsi di fronte alle rappresaglie di fascisti e tedeschi contro la popolazione civile. Per la Resistenza il periodo più duro comincia alla fine dell’inverno 1943-1944, quando, di fronte al disfacimento delle strutture della RSI, i tedeschi intervengono direttamente nella repressione del movimento partigiano, dando vita alle «operazioni sistematiche» comandate dal feldmaresciallo Albert Kesselring. Si tratta di una svolta drammatica: “Con la successione del soldato tedesco al milite fascista, della guerra ai civili alla guerra civile, nell’estate del 1944 si realizza un salto di qualità nella violenza ai danni delle popolazioni […] all’interno di una sistematicità nella politica del massacro e nella traduzione della pratica del terrore e della «terra bruciata» in una forma specifica di controguerriglia legittimata da un peculiare processo di costruzione del nemico”, spiega Ponzani. Tale processo di costruzione del nemico era centrato sull’idea che chiunque, fra i civili, fosse un potenziale nemico.

Il mondo contadino si trova così a sperimentare l’oppressione dell’occupazione tedesca. Sempre nelle parole di Ponzani: “Non è un caso che i due mondi, quello contadino e quello partigiano, siano destinati a incontrarsi proprio nel momento in cui il bisogno di sottrarre i figli al lavoro coatto o al reclutamento forzato, la necessità di salvaguardare i prodotti del proprio lavoro e le risorse per il sostentamento della famiglia si intrecciano con il sostegno garantito dai primi gruppi armati”. Tuttavia quest’alleanza fra partigiani e contadini sarà spesso minata dalle crescenti necessità di sostentamento delle formazioni combattenti nascoste sulle montagne e dalle rappresaglie di nazisti e fascisti, e talvolta “A saldare il rapporto fra partigiani e contadini sono proprio le donne che provengono dalla campagna, arruolate nelle formazioni partigiane non solo per la loro affidabilità ma anche perché conoscono meglio il territorio e i suoi abitanti, e perché molto spesso sono madri o mogli degli stessi partigiani saliti su in montagna”. Fra le difficoltà – Ponzani parla di “contrasti, incomprensioni, diffidenze, cautela e sfiducia reciproca” -, l’alleanza in molti casi riesce a sopravvivere, talvolta grazie alla collaborazione del clero, la cui autorità è l’unica riconosciuta dalla popolazione rurale, che svolge un ruolo di mediazione negli scambi di prigionieri e di collaborazione non violenta con i partigiani, per esempio nascondendo i ricercati o dando sepoltura ai caduti.

In alcuni contesti, rileva la storica dall’esame delle lettere scritte da persone non impegnate nella Resistenza, si nota “l’incapacità del movimento partigiano di incidere profondamente su quello stato di passività generale, e su quei codici culturali di rigetto dell’impegno politico cui il regime fascista sembra aver condannato la società italiana“. In altri, l’intensificarsi delle rappresaglie nazifasciste incrina in modo irreparabile il rapporto tra partigiani e contadini. In altri ancora, i contadini assistono con rabbia e sgomento ai partigiani che scendono a patti con le milizie fasciste (è la dolorosa storia di Lea P, che dopo essere riuscita a sfuggire con la sua bambina dall’incendio della sua casa e a trovare riparo sulle montagne, vede i partigiani che aveva sostenuto condividere il cibo con dei repubblichini, gli stessi che hanno ucciso e torturato la sua compagna Norma e consegnato suo fratello Lido ai tedeschi). Infine, si hanno casi in cui “la popolazione civile non reagisce e rimane inerme; in uno stato di sconforto che generalizza e banalizza tutta la complessità delle ragioni di quella guerra, che le formazioni partigiane stanno combattendo anche per le genti“.
Queste situazioni mostrano che la nozione di «Resistenza di massa» è una semplificazione che non corrisponde alla realtà: “il presunto impatto della Resistenza sulla società italiana in termini di consenso e di rappresentazione identitaria nazionale è stato sopravvalutato nel dopoguerra ed [è] pure infondata l’idea che l’impegno politico antifascista […] abbia rappresentato uno snodo decisivo della crisi del ’43-’45, indistintamente al Nord come al Sud, in grado di esercitare un’egemonia valoriale anche nell’immediato dopoguerra”, spiega Ponzani.

“La guerriglia clandestina di resistenza non può che essere giudicata come l’ennesima imposizione alla mobilitazione politica, nient’affatto condivisa da una società che sente il bisogno di rinchiudersi nell’indifferenza del proprio particulare dopo vent’anni di pedagogia fascista e di militarizzazione forzata […] Non può che spiegarsi così quell’atteggiamento antisolidaristico che si ha nei confronti dei «ribelli»; un comportamento per la maggior parte dovuto all’incomprensione per le loro azioni e certamente generato soltanto da un disordine interiore, in un momento in cui tutto ciò che si vorrebbe è soltanto l’attesa per la fine del conflitto”.

Riprendendo l’analisi di Nuto Revelli (Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina, 1977), Ponzani conclude: “Il problema dell’atteggiamento di contadini e montanari verso la Resistenza è il nodo centrale del rapporto tra consenso della popolazione civile alla guerra partigiana e lotta armata antifascista, dietro il quale si nasconde la presunta o reale accettazione dei valori di rinnovamento e di modernizzazione che la politica antifascista aveva sperato come avvio del processo di democratizzazione del paese. Un nodo che nelle fasi calde del conflitto venne perlomeno risolto rivendicando il diritto di resistere comunque, a prescindere dalle conseguenze del fare la guerra di guerriglia e al di là del consenso attivo e partecipato dei civili”.

Il senso dell’8 marzo, fra banalizzazione e slut-shaming

Ok, oggi è l’otto marzo, la Giornata Internazionale della Donna. Se voi lettori e lettrici volete fare qualcosa di significativo per questa giornata, leggete un articolo sul femminismo. Uno qualunque, va bene anche Wikipedia. Documentatevi sul movimento femminista, sulla sua storia e sulle battaglie che sta combattendo oggi. Oggi non voglio essere io a fare divulgazione, almeno per oggi vi chiedo che siate voi ad aumentare la vostra consapevolezza. E magari riportate qui nei commenti quello che avete trovato, e discutiamone. Fermiamoci a riflettere su cosa vi pare giusto e cosa vi pare sbagliato, su ciò che non capite, su ciò che capite e vi trova in disaccordo, sulle vostre idee e proposte.

Facciamo qualcosa che vada oltre le mimose, le pubblicità e gli auguri.

Detto questo, una delle cose che per me è una grande fonte di tristezza è che l’otto marzo non abbia lo stesso status della Giornata della Memoria, o di quella del Ricordo, ma sia considerato più o meno una sorta di incrocio fra San Valentino e la Festa della Mamma. Una giornata in cui la mimosa ha il valore di una pacca sulla spalla. E di questa banalizzazione sono responsabili anche le donne. Le donne dovrebbero essere le prime ad avere consapevolezza di cosa significhi questo giorno, e invece spesso contribuiscono a svilirlo, per esempio usandolo come scusa per andare a vedere gli spogliarelli maschili.
Come se l’oggettivazione del corpo maschile fosse una forma di rivincita o di empowerment. Perché se si vuole vivere un’esperienza del genere, andare a vedere una lap dance, tanto vale non nascondersi dietro un dito. E’ senz’altro più empowering, in effetti, essere sincere con sé stesse e ammettere che si è eccitate e divertite, o semplicemente curiose, all’idea di vedere giovani uomini attraenti che si spogliano, piuttosto che farlo perché “è la nostra festa, ragazze!”. Questa è una mia opinione, ovviamente. E non ci trovo nulla di male nel vedere spettacoli di lap dance, indipendentemente dal genere dei/delle performer. (Anche se dopo aver visto il film Magic Mike mi sono fatta l’idea che gli spogliarellisti non facciano per me, in effetti).

Esempio di umorismo sessista per l'otto marzo
Esempio di umorismo sessista per l’otto marzo

Ma c’è un’altra considerazione che si rende necessario fare: anche se, secondo me, andare a vedere gli spettacoli di lap dance non c’entra nulla con il significato storico dell’otto marzo, ciò non è una buona ragione per condannare in modo sessista le donne che lo fanno. Perché in nessun modo lo slut-shaming è accettabile, e questo genere di “umorismo” è denso di significati impliciti che lo rendono decisamente sessista. In primo luogo, si etichettano come “zoccole” le donne che vanno a vedere spogliarelli maschili, come se fosse un comportamento degradante e negativo di per sé; in secondo luogo, si rimarca una contrapposizione fra le donne che celebrano l’otto marzo in modo “giusto” e quelle che invece lo sviliscono comportandosi, appunto, “da zoccole”. Il che è ben diverso dal sostenere che l’otto marzo andrebbe ricordato come si fa con la Giornata della Memoria, perché in questi meme (so che il termine è improprio, ma non si tratta di vignette, quindi passatemelo) si attaccano le donne con il sempiterno stigma della puttana, come se la banalizzazione dell’otto marzo fosse solo “colpa” loro e non di tutto un contesto sociale in cui o si dicono due paroline contro la violenza sulle donne – ma senza arrivare al livello di analisi del fenomeno, figuriamoci, il massimo della profondità è “la violenza sulle donne è brutta e cattiva, donne denunciatela” – oppure ci si limita a “festeggiare le donne” con sconti nei negozi di abbigliamento e cosmetici, o con un giorno di connessione mobile gratis.

Slut-shaming 2

Questo genere di umorismo è semplicemente insensato, nient’altro che un pretesto per ribadire il solito slut-shaming trito e ritrito. Qui l’uso dello stigma della puttana è ancora più esplicito, e il comportamento degradante sono invece le “storia da una notte”, la promiscuità sessuale. Il lessico evidenzia fortemente quando il comportamento sia considerato negativo e perfino disgustoso: dal descrivere il sesso come “farsi martellare le ovaie” (che fra l’altro come descrizione di un rapporto sessuale è alquanto ridicola considerato dove stanno anatomicamente le ovaie), al sottolineare che i partner sono “sconosciuti”, fino all’uso dell’accrescitivo “zoccolona”. Spero converremo tutti che avere rapporti sessuali senza impegno è un modo altrettanto legittimo di vivere la propria sessualità di quanto lo è avere rapporti sessuali all’interno di una relazione, o all’interno di un’amicizia con benefici, o di non averne affatto.

Slut-shaming 3

In quest’altra immagine, si traccia nettamente una distinzione fra “donna” e “zoccola”. In realtà tale distinzione, oltre ad essere un costrutto della mentalità maschilista, è evidentemente insensata. A seconda di quanto è arretrato il modo di pensare di chi appiccica l’etichetta di “zoccola”, si può esserlo per le seguenti “colpe”: indossare la minigonna; indossare i leggings (particolarmente quelli con fantasia a galassie); indossare vestiti scollati; avere un rapporto di amicizia con benefici; essere bisessuali; avere rapporti sessuali senza impegno; andare in discoteca; sfoggiare il proprio corpo su Facebook; indossare gli shorts; farsi i selfie sexy, ecc. E la radice di questa dicotomia è sempre una: solo le donne, non le zoccole, meritano rispetto. In altre parole, se calpesti la linea di demarcazione (dovunque essa stia) non meriti più rispetto.

Perciò per l’otto marzo mi sento di fare una richiesta: smettetela con lo slut-shaming. Punto.

PS: non voglio nemmeno sentire parlare degli ingressi/drink gratuiti alle donne nei locali per l’otto marzo. Questo è sessista nei confronti degli uomini e oltretutto è un altro esempio della banalizzazione di questa giornata, il contentino alle donne.

Partigiane (parte 2)

Questo post rappresenta la continuazione di Partigiane (parte 1) (non l’avreste mai detto, eh?), che è a sua volta parte di una serie dedicata al libro Guerra alle donne di Michela Ponzani. Il post precedente si era concluso parlando della difficile vita dei partigiani e delle partigiane operanti nei GAP, quindi attivi nella guerriglia urbana. Da qui riprendiamo con la testimonianza di Maria Teresa Regard, gappista catturata e incarcerata dai fascisti e in seguito rilasciata: «Ricordo una gran luna e la mia meraviglia d’essere così sola e libera sotto il cielo dopo i giorni passati stipata insieme con altre otto donne in una cella buia con la finestra murata. A questo punto iniziò per me un altro dramma: i compagni non si fidavano più di me per due motivi: potevo aver tradito, oppure potevano avermi messo fuori per pedinarmi e rintracciare altri compagni». Quella della gappista è una scelta radicale. Ricorda Carla Capponi, medaglia d’oro al valor militare: «Non mi era permesso mantenere contatti con la famiglia e chissà per quanto tempo sarei dovuta restare lontana dai miei senza poter dare loro notizie».

Ma è una scelta che le donne fanno. Spiega Ponzani: “Le donne che decidono di combattere sanno, dunque, di dover rinunciare al ruolo di vittima in cui i conflitti armati hanno da secoli relegato il genere femminile; e si ribellano al destino di «prede di guerra» degli eserciti occupanti. Quelle che resistono sono consapevoli di essere non solo «soggetti di azione», ma anche «agenti di cambiamento», e quindi di dover lottare anche contro il tradizionalismo militare che mal sopporta la presenza femminile nelle formazioni partigiane“, ma non solo: “Le relazioni sociali tra donne e uomini al fronte sono segnate da momenti di forte contrasto, di diffidenza se non di aperto risentimento. I militari che hanno assaporato le sconfitte delle campagne di guerra fasciste, e che hanno vissuto periodi di prigionia in mano nemica, sono completamente disabituati alla presenza femminile nelle forze armate e per di più si aspettano di essere accolti da amorevoli «crocerossine». A differenza di quanto accade in altri eserciti, come quello inglese che si dota di un apposito Auxiliary Territorial Service o quello americano con la Women Auxiliary Corps, la «mentalità [dei] maschi italiani» è piuttosto arretrata. Per gli alti comandi dello Stato maggiore dell’esercito «prendere delle ragazze e sbatterle in mezzo ai soldati era un problema e anche un rischio», come ricorderà il maggiore del Caf (Corpo di Assistenza Femminile, ndr) Filomena d’Amico”.

Prosegue ancora Ponzani: “Con questo universo culturale le partigiane imparano presto a fare i conti, perché l’antico stereotipo per cui la donna, naturalmente non adatta alla guerra a causa del suo spirito docile e delicato, può costituire un elemento di disturbo fra le truppe impegnate in combattimento, è condiviso anche dai compagni di brigata“. Nonostante lo stereotipo, però, le donne riescono a farsi valere e, grazie alla loro consapevolezza che le induce a “non accettare per nessuna ragione un mondo fatto di nuove, anche se più sommesse, forme di sottomissione” e soprattutto grazie alle loro azioni – tagliare i fili di comunicazione dopo le azioni militari dei partigiani, trasportare i partigiani la cui identità era stata rivelata ai fascisti e ai tedeschi in luoghi sicuri, trasportare armi, bombe e stampa clandestina, fornire i servizi di collegamento fra i vari nuclei, organizzare gli scioperi nelle fabbriche – che richiedono coraggio e anche furbizia. “L’orgoglio dei gesti di ribellione, che arriva a esaltare anche lo sprezzo del pericolo per sé, come costo necessario per l’affermazione della dignità personale, è dettato anche dalla consapevolezza di una sfida alle tradizioni che vorrebbero la donna subalterna”. E le partigiane lo fanno presente ai propri compagni di brigata: nel nuovo ordine che sorgerà dalle ceneri del fascismo, loro vogliono avere un ruolo paritario.

L’esperienza delle donne non si riduce tuttavia all’impegno diretto nelle formazioni partigiane: molte altre donne, dopo la caduta di Mussolini, nell’estate del ’43, “hanno iniziato a vestire i renitenti alla leva, gli sbandati e i rifugiati in montagna «scappati perché avevano paura dei tedeschi». Sono questi «ragazzi» a ricevere i primi soccorsi da parte delle donne «molto semplici, [che] hanno i figli in situazioni simili» e che scelgono in maniera spontanea di recarsi nel bosco, «con dei pentoloni, a portare la minestra»”, racconta Ponzani, che descrive questo “«maternage di massa», una maternità che fuoriesce dal privato per estendersi alla società intera, quando le donne accettano di farsi carico dei destini e della vita degli altri, sfamando, nascondendo, proteggendo le innumerevoli vite messe a rischio dalla guerra. […] L’aiuto che si presta, tuttavia, non comporta di per sé la rinuncia a rivendicare il proprio riscatto e a sottomettersi al senso d’abnegazione verso i compagni di lotta. L’assistenza ai «poveri figli di mamma», ai «soldati che fuggono, distanti da casa, disperati e braccati», ai quali non si negano «abiti borghesi» e un aiuto per «trovare un rifugio», è pur sempre compiuta nella consapevolezza di far parte di un movimento collettivo che esplica la sua azione col fine di garantire una società diversa e più emancipata rispetto a quella conosciuta durante il fascismo“.

Prima abbiamo menzionato alcuni dei compiti delle donne del movimento partigiano, ma, ricorda Ponzani, ce n’erano anche altri, meno direttamente legati alla logistica della guerriglia ma altrettanto importanti: “All’organizzazione di dimostrazioni per reclamare i generi alimentari, all’occupazione dei depositi di ammassi di grano, si aggiungono presto altre forme di lotta, in vari contesti: la partecipazione attiva alla guerra contro tedeschi e fascisti si allarga dal mondo rurale alle fabbriche, dove la produzione viene paralizzata da azioni di sabotaggio e dove i Gdd (Gruppi di Difesa della Donna, ndr) organizzano scioperi”.

Tornando alle testimonianze delle partigiane, per alcune la consapevolezza – politica e non – delle ingiustizie nasce lavorando in fabbrica, per altre invece dall’esempio dei genitori: è il caso di Carla Capponi, che ricorda di aver trovato in casa un opuscolo intitolato Delitto Matteotti nella stanza di suo padre e di averlo divulgato nella sua classe: finita nei guai con il preside, racconta che credeva si trattasse di un romanzo, e che da quel momento suo padre iniziò a confidarle ciò che pensava realmente del fascismo, oppure ancora di Dilva Daoli, la cui madre, disprezzata dalle altre donne perché preferiva leggere durante il giorno e fare i lavori di casa durante la notte, diventa per lei il primo esempio di ribellione al ruolo tradizionale di donna succube e ubbidiente, e di Zelinda Resca, che ricorda lo spirito di sacrificio della madre. E per citare le parole conclusive di Ponzani: “La lotta partigiana segna dunque un punto di non ritorno verso la volontà di riscattarsi dal passato patriarcale e dalla famiglia monogamica fondata sulla potestà del padre […] Se le madri sono incapaci di una scelta politica consapevole a causa della mancanza d’istruzione o di coraggio, e subiscono passivamente privazioni e soprusi inflitti da secoli, sia fuori sia dentro le mura domestiche, sono le figlie a rompere con questa condizione”.

Un’altra motivazione è quella che deriva dal vedere, o sentire raccontare, di amici e parenti vittime delle violenze del fascismo: è il caso di Cesarina Davoli, la cui zia fu costretta a fuggire in Francia assieme al marito, anarchico, «sempre picchiato dai fascisti», e di Carola Z, la cui zia fu condannata al confino a Lipari, e di Laura Polizzi, il cui zio, segretario della Federazione giovanile del PCI di Parma, attira sulla sua famiglia gli attacchi dei fascisti, e di Carlotta Buganza, il cui padre fu accoltellato perché socialista, e i cui zii furono puniti con l’olio di ricino per la colpa di «mettere il ritratto di Matteotti per i morti nei cimiteri».

Per concludere il post con l’ultima citazione da Ponzani: “Quella antifascista è spesso una sensibilità propria di chi proviene dalle famiglie contadine più povere, quelle dei braccianti e dei lavoratori stagionali, che proprio per aver patito le conseguenze di una società scivolata sempre più verso la passività e il disimpegno scelgono di farsi consapevolmente carico di una lotta votata all’impegno in prima persona”.