Partigiane (parte 2)

Questo post rappresenta la continuazione di Partigiane (parte 1) (non l’avreste mai detto, eh?), che è a sua volta parte di una serie dedicata al libro Guerra alle donne di Michela Ponzani. Il post precedente si era concluso parlando della difficile vita dei partigiani e delle partigiane operanti nei GAP, quindi attivi nella guerriglia urbana. Da qui riprendiamo con la testimonianza di Maria Teresa Regard, gappista catturata e incarcerata dai fascisti e in seguito rilasciata: «Ricordo una gran luna e la mia meraviglia d’essere così sola e libera sotto il cielo dopo i giorni passati stipata insieme con altre otto donne in una cella buia con la finestra murata. A questo punto iniziò per me un altro dramma: i compagni non si fidavano più di me per due motivi: potevo aver tradito, oppure potevano avermi messo fuori per pedinarmi e rintracciare altri compagni». Quella della gappista è una scelta radicale. Ricorda Carla Capponi, medaglia d’oro al valor militare: «Non mi era permesso mantenere contatti con la famiglia e chissà per quanto tempo sarei dovuta restare lontana dai miei senza poter dare loro notizie».

Ma è una scelta che le donne fanno. Spiega Ponzani: “Le donne che decidono di combattere sanno, dunque, di dover rinunciare al ruolo di vittima in cui i conflitti armati hanno da secoli relegato il genere femminile; e si ribellano al destino di «prede di guerra» degli eserciti occupanti. Quelle che resistono sono consapevoli di essere non solo «soggetti di azione», ma anche «agenti di cambiamento», e quindi di dover lottare anche contro il tradizionalismo militare che mal sopporta la presenza femminile nelle formazioni partigiane“, ma non solo: “Le relazioni sociali tra donne e uomini al fronte sono segnate da momenti di forte contrasto, di diffidenza se non di aperto risentimento. I militari che hanno assaporato le sconfitte delle campagne di guerra fasciste, e che hanno vissuto periodi di prigionia in mano nemica, sono completamente disabituati alla presenza femminile nelle forze armate e per di più si aspettano di essere accolti da amorevoli «crocerossine». A differenza di quanto accade in altri eserciti, come quello inglese che si dota di un apposito Auxiliary Territorial Service o quello americano con la Women Auxiliary Corps, la «mentalità [dei] maschi italiani» è piuttosto arretrata. Per gli alti comandi dello Stato maggiore dell’esercito «prendere delle ragazze e sbatterle in mezzo ai soldati era un problema e anche un rischio», come ricorderà il maggiore del Caf (Corpo di Assistenza Femminile, ndr) Filomena d’Amico”.

Prosegue ancora Ponzani: “Con questo universo culturale le partigiane imparano presto a fare i conti, perché l’antico stereotipo per cui la donna, naturalmente non adatta alla guerra a causa del suo spirito docile e delicato, può costituire un elemento di disturbo fra le truppe impegnate in combattimento, è condiviso anche dai compagni di brigata“. Nonostante lo stereotipo, però, le donne riescono a farsi valere e, grazie alla loro consapevolezza che le induce a “non accettare per nessuna ragione un mondo fatto di nuove, anche se più sommesse, forme di sottomissione” e soprattutto grazie alle loro azioni – tagliare i fili di comunicazione dopo le azioni militari dei partigiani, trasportare i partigiani la cui identità era stata rivelata ai fascisti e ai tedeschi in luoghi sicuri, trasportare armi, bombe e stampa clandestina, fornire i servizi di collegamento fra i vari nuclei, organizzare gli scioperi nelle fabbriche – che richiedono coraggio e anche furbizia. “L’orgoglio dei gesti di ribellione, che arriva a esaltare anche lo sprezzo del pericolo per sé, come costo necessario per l’affermazione della dignità personale, è dettato anche dalla consapevolezza di una sfida alle tradizioni che vorrebbero la donna subalterna”. E le partigiane lo fanno presente ai propri compagni di brigata: nel nuovo ordine che sorgerà dalle ceneri del fascismo, loro vogliono avere un ruolo paritario.

L’esperienza delle donne non si riduce tuttavia all’impegno diretto nelle formazioni partigiane: molte altre donne, dopo la caduta di Mussolini, nell’estate del ’43, “hanno iniziato a vestire i renitenti alla leva, gli sbandati e i rifugiati in montagna «scappati perché avevano paura dei tedeschi». Sono questi «ragazzi» a ricevere i primi soccorsi da parte delle donne «molto semplici, [che] hanno i figli in situazioni simili» e che scelgono in maniera spontanea di recarsi nel bosco, «con dei pentoloni, a portare la minestra»”, racconta Ponzani, che descrive questo “«maternage di massa», una maternità che fuoriesce dal privato per estendersi alla società intera, quando le donne accettano di farsi carico dei destini e della vita degli altri, sfamando, nascondendo, proteggendo le innumerevoli vite messe a rischio dalla guerra. […] L’aiuto che si presta, tuttavia, non comporta di per sé la rinuncia a rivendicare il proprio riscatto e a sottomettersi al senso d’abnegazione verso i compagni di lotta. L’assistenza ai «poveri figli di mamma», ai «soldati che fuggono, distanti da casa, disperati e braccati», ai quali non si negano «abiti borghesi» e un aiuto per «trovare un rifugio», è pur sempre compiuta nella consapevolezza di far parte di un movimento collettivo che esplica la sua azione col fine di garantire una società diversa e più emancipata rispetto a quella conosciuta durante il fascismo“.

Prima abbiamo menzionato alcuni dei compiti delle donne del movimento partigiano, ma, ricorda Ponzani, ce n’erano anche altri, meno direttamente legati alla logistica della guerriglia ma altrettanto importanti: “All’organizzazione di dimostrazioni per reclamare i generi alimentari, all’occupazione dei depositi di ammassi di grano, si aggiungono presto altre forme di lotta, in vari contesti: la partecipazione attiva alla guerra contro tedeschi e fascisti si allarga dal mondo rurale alle fabbriche, dove la produzione viene paralizzata da azioni di sabotaggio e dove i Gdd (Gruppi di Difesa della Donna, ndr) organizzano scioperi”.

Tornando alle testimonianze delle partigiane, per alcune la consapevolezza – politica e non – delle ingiustizie nasce lavorando in fabbrica, per altre invece dall’esempio dei genitori: è il caso di Carla Capponi, che ricorda di aver trovato in casa un opuscolo intitolato Delitto Matteotti nella stanza di suo padre e di averlo divulgato nella sua classe: finita nei guai con il preside, racconta che credeva si trattasse di un romanzo, e che da quel momento suo padre iniziò a confidarle ciò che pensava realmente del fascismo, oppure ancora di Dilva Daoli, la cui madre, disprezzata dalle altre donne perché preferiva leggere durante il giorno e fare i lavori di casa durante la notte, diventa per lei il primo esempio di ribellione al ruolo tradizionale di donna succube e ubbidiente, e di Zelinda Resca, che ricorda lo spirito di sacrificio della madre. E per citare le parole conclusive di Ponzani: “La lotta partigiana segna dunque un punto di non ritorno verso la volontà di riscattarsi dal passato patriarcale e dalla famiglia monogamica fondata sulla potestà del padre […] Se le madri sono incapaci di una scelta politica consapevole a causa della mancanza d’istruzione o di coraggio, e subiscono passivamente privazioni e soprusi inflitti da secoli, sia fuori sia dentro le mura domestiche, sono le figlie a rompere con questa condizione”.

Un’altra motivazione è quella che deriva dal vedere, o sentire raccontare, di amici e parenti vittime delle violenze del fascismo: è il caso di Cesarina Davoli, la cui zia fu costretta a fuggire in Francia assieme al marito, anarchico, «sempre picchiato dai fascisti», e di Carola Z, la cui zia fu condannata al confino a Lipari, e di Laura Polizzi, il cui zio, segretario della Federazione giovanile del PCI di Parma, attira sulla sua famiglia gli attacchi dei fascisti, e di Carlotta Buganza, il cui padre fu accoltellato perché socialista, e i cui zii furono puniti con l’olio di ricino per la colpa di «mettere il ritratto di Matteotti per i morti nei cimiteri».

Per concludere il post con l’ultima citazione da Ponzani: “Quella antifascista è spesso una sensibilità propria di chi proviene dalle famiglie contadine più povere, quelle dei braccianti e dei lavoratori stagionali, che proprio per aver patito le conseguenze di una società scivolata sempre più verso la passività e il disimpegno scelgono di farsi consapevolmente carico di una lotta votata all’impegno in prima persona”.

 

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3 pensieri su “Partigiane (parte 2)

  1. La seconda guerra mondiale penso fu il conflitto storico che ha visto una massiccia presenza di donne in vari ruoli, prima nelle guerre le donne o erano viste come crocerossine,o come donne con cui andarsi a divertire o come bottino di guerra, invece nella seconda guerra mondiale le donne hanno avuto i ruoli più disparati possiamo ricordare le night witches piloti d’aereo da combattimento russe o le cecchine russe , le piloti d’aereo americane che guidavano aerei cargo ,o le spie per esempio e questi sono solo alcuni dei tanti compiti che le donne hanno avuto , sicuramente questo vale anche per quanto riguarda l’italia ci sono state come dicono i due articolo donne partigiane alcune delle quali hanno pure pagato con la vita , certo per l’epoca pensare a delle donne al fronte era qualcosa di folle per quelle persone le donne erano buone per cucinare fare figli ecc…. immaginarle con un fucile al fronte a combattere contro il nemico era qualcosa che per loro non stava ne in cielo ne in terra.

    • Mi piacerebbe avere il tempo di scrivere di più sulle donne nella Seconda Guerra Mondiale – in particolare le Night Witches sono un mio piccolo mito personale da quando me ne hai parlato.
      Per ora continuerò la mia serie sul libro di Michela Ponzani, compatibilmente con gli esami.

  2. Pingback: Resistere: un diritto e un dovere | Il Ragno

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