Resistere: un diritto e un dovere

Ecco un nuovo capitolo della serie di post dedicati al racconto delle esperienze delle donne italiane durante la Seconda Guerra Mondiale (la puntata precedente è qui: Partigiane (parte 2)), tratto dal saggio Guerra alle donne di Michela Ponzani. In questa parte parlerò del capitolo 3, intitolato “Il diritto di resistere”. 

Come abbiamo detto, la scelta della Resistenza armata viene compiuta soprattutto dalle giovani generazioni. Si tratta di una scelta che pone problemi etici e che i leader dell’antifascismo negli anni ’20, intellettuali e capi di partito, spesso non sono pronti a compiere, essendo il loro antifascismo maturato in un contesto diverso rispetto alla società degli anni ’40. Per le generazioni più giovani, spiega Ponzani, “Ciò che aiuta a superare l’ultima remora morale all’uso della violenza è proprio la convinzione che sia giunto il momento di superare le perplessità che la dirigenza dei partiti antifascisti ha espresso durante il Ventennio, che sia arrivata l’ora di andare oltre quel senso di sconfitta e quell’«angoscia al pensiero che il fascismo, arbitro ormai del destino e della formazione delle generazioni più giovani», ne abbia «irreparabilmente infiacchito lo spirito, traviato l’anima». […] Non è un caso che molte donne vengano aiutate a superare l’ultimo ostacolo che si frappone alla scelta d’imbracciare le armi proprio dalle compagne politicamente più attive, che hanno già una certa esperienza di lotta antifascista. […] Nasce da qui l’idea di accettare il costo e il prezzo che può avere su se stessi e sugli altri l’opzione della violenza; si tratta infatti non solo di superare la paura che si ha per sé, quella di essere catturati e torturati, ma anche quella di poter mettere a rischio gli altri. […] Ma la difficoltà di misurarsi con la violenza s’accompagna anche alla convinzione che sia giunto il momento d’opporsi in maniera definitiva, risoluta e forte agli effetti di una violenza ben più grande, che è quella della guerra. […]. È una scelta attraversata da dubbi, paure, ansie e tormenti, capace però di non rinunciare mai al dovere di rispondere con la violenza a chi quella violenza l’ha esercitata mille volte di più, esponendo i cittadini alla distruzione e allo sfacelo posti dal secondo conflitto mondiale.”

La lotta armata è quindi sentita come un diritto – il diritto di difendersi dalla violenza fascista – e come un dovere – il dovere etico di ribellarsi e di porre fine al fascismo. Scrive ancora Ponzani: “La Resistenza apporta di fatto un cambiamento definitivo alle modalità di condurre la guerra rispetto al passato, traendo legittimità dalla «giustezza» di una causa morale – la distruzione del fascismo – piuttosto che dal principio dell’autorità militare superiore e del monopolio statale della violenza […] Non sempre la guerra partigiana riesce a garantire un’efficienza militare, ed è questo il nodo ineludibile per interpretare il ruolo della Resistenza: dalla sua capacità di dare vita a formazioni combattenti e di sostenerle sul territorio, di interagire con le caratteristiche ambientali e sociali di quel territorio, deriva la condizione necessaria per l’affermazione del movimento partigiano tra contraddizioni e ritardi, tra pesanti sconfitte e repentini balzi in avanti. […] È la solitudine «l’aspetto forse più caratteristico della guerra partigiana» perché si è costantemente «circondati da un nemico infinitamente superiore di numero e di mezzi», che obbliga i partigiani a vivere isolati, sulle montagne come nelle città, e a fare i conti ogni giorno col timore di sbagliare, di non riuscire a reggere la tensione emotiva che il terrore può suscitare e quindi di divenire un pericolo per i propri compagni, di esporli al rischio, di essere la causa della mancata tenuta delle reti di copertura”.

La capacità della Resistenza di sopravvivere e agire efficacemente si fonda sul sostegno della popolazione e sul radicamento sul territorio, i quali sono spesso dovuti alle comuni origini sociali, oltre che territoriali, dei partigiani e delle popolazioni civili che li nascondono, aiutano, proteggono. Per questo i partigiani, nelle loro azioni di sabotaggio (per esempio quelle agli ammassi di grano, volte a impedire ai tedeschi di impadronirsene) fanno in modo di rendere inutilizzabili le risorse per il nemico, ma senza distruggerle, in modo da non danneggiare i civili. Racconta Ponzani: “Nell’estate del ’44 le formazioni partigiane intervengono ripetutamente a protezione dei lavoratori agricoli (braccianti e mondine) che rivendicano miglioramenti salariali e danno vita a una «battaglia del grano» per impedire ai tedeschi di razziare i beni alimentari […] Sono proprio i gruppi partigiani ad attaccare le squadre fasciste predisposte a difesa delle trebbiatrici, distruggendone molte per rendere impossibile l’accaparramento e favorendo la raccolta per soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione civile. E queste proteste sociali sono accompagnate da una fitta serie di azioni di sabotaggio, attacchi a presidi fascisti e pattuglie tedesche, uccisioni di militi e dirigenti del Partito fascista repubblicano, che producono nell’occupante nazista e nei gruppi armati saloini una sempre più diffusa sensazione di insicurezza e di ostilità delle popolazioni.”

Le azioni di sostegno alle popolazioni civili rafforzano l’alleanza fra partigiani e contadini, basata sulla solidarietà, e alimentano la partecipazione dei secondi alle brigate, e sono il fattore che fa la differenza, impedendo a questa alleanza di spezzarsi di fronte alle rappresaglie di fascisti e tedeschi contro la popolazione civile. Per la Resistenza il periodo più duro comincia alla fine dell’inverno 1943-1944, quando, di fronte al disfacimento delle strutture della RSI, i tedeschi intervengono direttamente nella repressione del movimento partigiano, dando vita alle «operazioni sistematiche» comandate dal feldmaresciallo Albert Kesselring. Si tratta di una svolta drammatica: “Con la successione del soldato tedesco al milite fascista, della guerra ai civili alla guerra civile, nell’estate del 1944 si realizza un salto di qualità nella violenza ai danni delle popolazioni […] all’interno di una sistematicità nella politica del massacro e nella traduzione della pratica del terrore e della «terra bruciata» in una forma specifica di controguerriglia legittimata da un peculiare processo di costruzione del nemico”, spiega Ponzani. Tale processo di costruzione del nemico era centrato sull’idea che chiunque, fra i civili, fosse un potenziale nemico.

Il mondo contadino si trova così a sperimentare l’oppressione dell’occupazione tedesca. Sempre nelle parole di Ponzani: “Non è un caso che i due mondi, quello contadino e quello partigiano, siano destinati a incontrarsi proprio nel momento in cui il bisogno di sottrarre i figli al lavoro coatto o al reclutamento forzato, la necessità di salvaguardare i prodotti del proprio lavoro e le risorse per il sostentamento della famiglia si intrecciano con il sostegno garantito dai primi gruppi armati”. Tuttavia quest’alleanza fra partigiani e contadini sarà spesso minata dalle crescenti necessità di sostentamento delle formazioni combattenti nascoste sulle montagne e dalle rappresaglie di nazisti e fascisti, e talvolta “A saldare il rapporto fra partigiani e contadini sono proprio le donne che provengono dalla campagna, arruolate nelle formazioni partigiane non solo per la loro affidabilità ma anche perché conoscono meglio il territorio e i suoi abitanti, e perché molto spesso sono madri o mogli degli stessi partigiani saliti su in montagna”. Fra le difficoltà – Ponzani parla di “contrasti, incomprensioni, diffidenze, cautela e sfiducia reciproca” -, l’alleanza in molti casi riesce a sopravvivere, talvolta grazie alla collaborazione del clero, la cui autorità è l’unica riconosciuta dalla popolazione rurale, che svolge un ruolo di mediazione negli scambi di prigionieri e di collaborazione non violenta con i partigiani, per esempio nascondendo i ricercati o dando sepoltura ai caduti.

In alcuni contesti, rileva la storica dall’esame delle lettere scritte da persone non impegnate nella Resistenza, si nota “l’incapacità del movimento partigiano di incidere profondamente su quello stato di passività generale, e su quei codici culturali di rigetto dell’impegno politico cui il regime fascista sembra aver condannato la società italiana“. In altri, l’intensificarsi delle rappresaglie nazifasciste incrina in modo irreparabile il rapporto tra partigiani e contadini. In altri ancora, i contadini assistono con rabbia e sgomento ai partigiani che scendono a patti con le milizie fasciste (è la dolorosa storia di Lea P, che dopo essere riuscita a sfuggire con la sua bambina dall’incendio della sua casa e a trovare riparo sulle montagne, vede i partigiani che aveva sostenuto condividere il cibo con dei repubblichini, gli stessi che hanno ucciso e torturato la sua compagna Norma e consegnato suo fratello Lido ai tedeschi). Infine, si hanno casi in cui “la popolazione civile non reagisce e rimane inerme; in uno stato di sconforto che generalizza e banalizza tutta la complessità delle ragioni di quella guerra, che le formazioni partigiane stanno combattendo anche per le genti“.
Queste situazioni mostrano che la nozione di «Resistenza di massa» è una semplificazione che non corrisponde alla realtà: “il presunto impatto della Resistenza sulla società italiana in termini di consenso e di rappresentazione identitaria nazionale è stato sopravvalutato nel dopoguerra ed [è] pure infondata l’idea che l’impegno politico antifascista […] abbia rappresentato uno snodo decisivo della crisi del ’43-’45, indistintamente al Nord come al Sud, in grado di esercitare un’egemonia valoriale anche nell’immediato dopoguerra”, spiega Ponzani.

“La guerriglia clandestina di resistenza non può che essere giudicata come l’ennesima imposizione alla mobilitazione politica, nient’affatto condivisa da una società che sente il bisogno di rinchiudersi nell’indifferenza del proprio particulare dopo vent’anni di pedagogia fascista e di militarizzazione forzata […] Non può che spiegarsi così quell’atteggiamento antisolidaristico che si ha nei confronti dei «ribelli»; un comportamento per la maggior parte dovuto all’incomprensione per le loro azioni e certamente generato soltanto da un disordine interiore, in un momento in cui tutto ciò che si vorrebbe è soltanto l’attesa per la fine del conflitto”.

Riprendendo l’analisi di Nuto Revelli (Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina, 1977), Ponzani conclude: “Il problema dell’atteggiamento di contadini e montanari verso la Resistenza è il nodo centrale del rapporto tra consenso della popolazione civile alla guerra partigiana e lotta armata antifascista, dietro il quale si nasconde la presunta o reale accettazione dei valori di rinnovamento e di modernizzazione che la politica antifascista aveva sperato come avvio del processo di democratizzazione del paese. Un nodo che nelle fasi calde del conflitto venne perlomeno risolto rivendicando il diritto di resistere comunque, a prescindere dalle conseguenze del fare la guerra di guerriglia e al di là del consenso attivo e partecipato dei civili”.

5 pensieri su “Resistere: un diritto e un dovere

  1. Pingback: Sotto i bombardamenti | Il Ragno

  2. Be considerando i metodi dei nazisti e il fatto che l’italia fosse sotto il controllo di una dittatura era assolutamente necessario agire e rivoltarsi contro di loro.

    • Io ne sono convinta, ma la questione è ancora controversa. Anche perché leggere il passato con oggettività, soprattutto per quello più recente, sembra ancora difficile in Italia.
      Basta pensare al classico “E le foibe?” che si sente ogni volta che si parla dell’Olocausto.

      • Anche se la vicenda delle foibe non fu commessa nei da Russi ne dagli americani ma dai soldati di Tito , Hitler era un dittatore cosi come Stalin ma fu il primo insieme al italia e al Giappone a causare la seconda guerra mondiale che uccise 58 milioni di persone e fu lui insieme ad altri ad attuare lo sterminio degli ebrei,omosessuali,oppositori politici,prostitute zingari ecc…..,poi certi comportamenti dei vincitori devono essere anche contestualizzati basti pensare agli stupri commessi dal armata rossa a Berlino nel 1945 durante la presa della città è assolutamente vero che sono atti da condannare e in genere pure l’armata rossa condannava i suoi soldati che facevano questo ma bisogna anche considerare da cosa venivano quei soldati, la Russia fu il paese che pagò il prezzo più in alto in termini di vite umane parliamo di qualcosa come 20 milioni di morti e i tedeschi li non si risparmiarono nessuna atrocità, contro il nazismo non si poteva girare la testa dal altra parte anche perché loro a differenza di altre dittature non eliminavano solo gli oppositori politici basti vedere l’Olocausto.

      • Nella seconda guerra mondiale tutti commisero atrocità. Era un contesto in cui non erano giustificate, ma senz’altro comprensibili.
        Per noi che guardiamo le cose da decenni di distanza, avendo il quadro generale ben chiaro, e alla luce di standard morali diversi da quelli dell’epoca, è facile condannare indiscriminatamente, ma bisogna sempre contestualizzare.
        La questione delle foibe è sollevata per mettere tutte le atrocità sullo stesso piano, per impedire di analizzare e giudicare separatamente un fenomeno specifico. Il nostro dovere è invece quello di capire la specificità della Shoah, così come la specificità del totalitarismo stalinista rispetto a quello nazista, del fascismo rispetto al nazismo e così via. Bisogna distinguere, non nel senso di avere due pesi e due misure ma nel senso di capire le differenze fra vari fenomeni.

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