Sotto i bombardamenti

Il quarto capitolo (“Bersagli strategici“) del saggio di Michela Ponzani, Guerra alle Donne (che sto trattando a puntate, qui la precedente: Resistere: un diritto e un dovere), è centrato su un altro aspetto dell’esperienza delle donne italiane durante la Seconda Guerra Mondiale, i bombardamenti a tappeto. Sono esperienze traumatiche, non solo per le ragioni ovvie della costante paura di essere colpite e per l’angosciante attesa nei rifugi antiaerei. Spiega Ponzani: “A restare ben impressa è però la consapevolezza di essere state protagoniste di un altro modo di condurre la guerra terroristica: secondo la teoria dello strategic bombing, il vero obiettivo delle incursioni a tappeto non sono le infrastrutture, le vie di collegamento o i luoghi di produzione; aeroporti, scali marittimi, fabbriche, ponti o caseggiati. Sono i milioni di donne e uomini, il cui spirito di resistenza e di sostegno ai governi nazionali può e deve essere fiaccato e annientato dal diffondersi della paura. […] Le centinaia di migliaia di morti che seguono agli attacchi aerei sono dunque soltanto dei semplici «effetti collaterali»: ciò che maggiormente si attende è che i «bombardamenti tattici» sui cosiddetti «obiettivi sensibili» come scuole, ospedali e chiese, producano conseguenze importanti sul morale della popolazione. La resa finale del «nemico» va in altri termini garantita trasformando i civili in «bersagli strategici»: è questa la cinica teoria che nel colpire gli inermi intravede il mezzo più utile per far sì che le società implodano e conducano alla capitolazione degli stati. Ma di questa strategia non si oserà parlare nel dopoguerra. Quello dei «mitragliamenti sulla povera gente» è e sarà un argomento tabù che persino molte partigiane eviteranno di affrontare per non mettere in crisi il mito degli Alleati liberatori”.

Molte delle donne che hanno poi scritto le loro testimonianze dei giorni angosciosi dei bombardamenti sono ancora bambine durante la guerra. Ponzani si sofferma su di loro, ricordando che “L’infanzia viene dunque sconvolta dall’incontro precoce con la morte e dagli effetti di una guerra che impone a sguardi ancora incantati l’orrore di un annientamento totale, messo in atto da un nemico impersonale e tecnologico, consapevolmente indifferente ai costi umani pagati dalla popolazione civile”. In effetti l’impatto della guerra su bambine e bambini è un tema che difficilmente trova spazio nelle narrazioni pubbliche.

L’autrice, attraverso le memorie delle donne, descrive come le persone trascorressero il tempo nei rifugi antiaerei, tentando di alleviare l’angoscia pregando e discutendo di ogni argomento, giocando a carte, tentando di captare notizie da Radio Londra, in attesa del segnale che annunciava la fine dei bombardamenti. “Le giornate trascorrono tra il peso della sopravvivenza e l’assenza di notizie dal fronte: quasi nessuno possiede la radio e l’unica fonte d’informazione è costituita dai manifesti fatti affiggere «ai muri delle case», utili del resto solo per «quelli che sapevano leggere»”, riassume Ponzani.

Ma l’esperienza dei bombardamenti ha numerosi risvolti: “Alla necessità di fare i conti con la distruzione del tessuto urbano, segue immancabilmente l’esperienza dello sfollamento predisposto dai piani di evacuazione delle città. Chi sopravvive abbandona quasi sempre il proprio paese d’origine per trasferirsi sui monti o nelle campagne limitrofe ai centri urbani distrutti.” Lasciare le proprie case, senza sapere se al proprio ritorno le si ritroverà, incamminarsi in penose marce portando “tutto quel che sì può, un po’ di biancheria, la tessera annonaria per i viveri, i pochi stracci conservati dalle incursioni aeree, qualche oggetto legato a cari ricordi famigliari e ovviamente anche il bestiame: muli, maiali, vacche o asine, rimasti l’unica fonte di sostentamento” è un’esperienza dolorosa, che equivale a poter raccogliere solo pochi frammenti della propria vita distrutta (“La distruzione delle case, la perdita di tutto ciò che si è posseduto fino ad allora, sono lo specchio della dissoluzione dell’anima”, nelle parole di Ponzani, senza nemmeno avere la certezza di trovare un rifugio sicuro: “d’altra parte”, sottolinea Ponzani, “i comandi delle aviazioni sanno che molta gente sfolla nelle campagne che circondano i centri urbani”. Lì, gli sfollati si sforzano di sopravvivere fra la carenza di cibo e acqua, il timore delle requisizioni dei tedeschi e il terrore dei bombardamenti.

Stipati nei rifugi, gli sfollati vivono “a diretto contatto col contagio di pericolose malattie come il tifo e la difterite, che si diffondono a macchia d’olio. L’unico giovamento lo danno del resto i medicinali impiegati per la profilassi antimalarica come l’Italchina, un medicinale altamente tossico, derivato dal chinino sintetico, che provoca gravi effetti collaterali come disturbi gastrointestinali ed eritemi alla pelle”, spiega Ponzani, aggiungendo “Le precarie condizioni igieniche, il freddo e la scarsa nutrizione fanno il resto, provocando vittime soprattutto tra i bambini, i soggetti più deboli […] Il diffondersi delle epidemie è aggravato dal fatto che la gran parte della popolazione è costretta a trasferirsi nei sotterranei e nei rifugi, quasi sempre in condizioni malsane e precarie“.

Senza contare lo stress psicologico: “La frequenza e la ripetizione delle incursioni fa sì che a un certo punto gli allarmi siano vissuti addirittura come una sfiancante e noiosa routine”. Per i più piccoli, invece, “Resta comunque viva la curiosità per quei fenomeni bellici che appaiono quasi come un’avventura, perché la guerra può anche essere fatta da momenti di incoscienza”.
“Vivere in queste condizioni non significa tuttavia percepire la guerra nei termini di una tragica fatalità. Pur non sollecitando una palese assunzione di responsabilità per aver sostenuto il regime fascista che ha portato il paese alla catastrofe, è certo però che l’uso terroristico dei bombardamenti riesce in qualche modo a ottenere l’obiettivo di «svegliare» la popolazione.”, osserva Ponzani, “La deliberata scelta di colpire i centri urbani, direttamente proporzionale alla convinzione che sia possibile sfruttare il panico tra la popolazione civile, è però una tecnica che non funziona del tutto, come bene mostrano le lettere passate al vaglio degli uffici di censura della Repubblica sociale: il tentativo di rovesciare il senso di rabbia della gente suscitando la volontà di resistere contro i tedeschi resta una pura illusione. I bombardamenti a tappeto non accendono una chiara opposizione al regime. […] Più che schierarsi apertamente a favore degli Alleati, gli italiani restano schiacciati da un cupo senso di rassegnazione e non sono per niente inclini a prendere parte attiva alla propria liberazione, a redimersi dal passato fascista”.

La storica descrive inoltre la “fortissima ostilità, un odio profondo nei confronti dei «liberatori»” che emerge dalle lettere censurate dalla RSI, e puntualizza che l’atteggiamento prevalente della popolazione civile è di “condanna generale della guerra e rifiuto di qualsiasi scelta politica che impegni a schierarsi apertamente, a mettersi in gioco in prima persona e a combattere”. “Nelle testimonianze delle donne sopravvissute ai fuochi incrociati delle bombe alleate e delle violenze naziste, è comunque possibile rintracciare anche quei codici culturali che porteranno le vittime a concepire la violenza di guerra come una tragica e bestiale fatalità, scagliatasi contro l’uomo in maniera ineluttabile e perciò accettata con rassegnazione”, conclude.

8 pensieri su “Sotto i bombardamenti

  1. La vita sotto i bombardamenti era veramente dura , anche se il vero obbiettivo da colpire dovevano essere le fabbriche , si usavano i bombardamenti a tappeto per colpire le popolazione è demoralizzarla fortunatamente oggi questa strategia è stata definitivamente archiviata , questo è anche uno dei motivi principali perché durante la seconda guerra mondiale il numero di vittime civili fu cosi alto , senza considerare che si usavano pure bombe incendiarie o bombe a scoppio ritardato con timer rendendo l’opera dei soccorritori difficile e molto pericolosa , dobbiamo ricordarci che molte città furono distrutte completamente durante la seconda guerra mondiale , tralasciano l’ uso delle armi nucleari per distruggere Hiroshima e Nagasaki.

    • Per molte persone l’immagine della guerra è inestricabilmente legata alla perdita di tutto. Nel post non ho riportato tutte le testimonianze, ma in quelle parole il senso del dolore, dell’angoscia e dell’impotenza è molto vivo.
      I bombardamenti sono una pagina della storia ancora carica di tensione e che molti vorrebbero rimuovere. Ma è anche vero che è stata questa disumanità a far sì che anche le azioni contro i civili venissero considerate guerra (nella Prima Guerra Mondiale era considerato guerra solo ciò che accadeva al fronte) e che si creassero quindi convenzioni e norme di diritto internazionale per proteggere i civili.

      • La prima guerra mondiale era una guerra di trincee principalmente quindi i civili morti durante quella guerra erano solo il 15% mentre durante la seconda guerra mondiale furono il 60% , comunque penso che molti vorrebbero rimuovere la pagina sui bombardamenti perché furono usati da entrambi le parti e perché furono usati anche dopo la guerra basti pensare alla guerra del vietnam(parlo dei bombardamenti a tappeto.)

      • Già. E poi, alcuni elementi della guerra sono più atroci di altri, e mettono in crisi le narrazioni socialmente accettate della guerra stessa, quelle che diventano parte della memoria collettiva e che servono a superare il trauma e l’orrore.
        Non ho ancora scritto il riassunto del capitolo sugli stupri di guerra, ma si tratta di un caso simile, cose di cui si preferisce non parlare.

  2. Penso che insieme alle foto dei cambi di concentramento le immagini dei bombardamenti a tappeto siano le foto più tremendi della seconda guerra mondiale specialmente per parlare di vittime civili in quel conflitto.

      • Anche se ricordo bene la foto che noi tutti conosciamo è quella del esplosione della bomba atomica su Nagasaki mentre mi sembra che non esista per quanto riguarda su Hiroshima , i piloti che sganciarono la bomba non la fecero almeno so cosi ,rimane una pagina tutt’ora controversa molti ancora si chiedono se sia stato giusto oppure no quella di sganciare queste due temibili armi paradossalmente quello che tutti ricordano come un guerrafondaio come Edward Teller scienziato del progetto Manhanttam (a cui Kubric fece il film l’uomo che mi insegno ad amare la bomba) voleva farla esplodere sulla costa giapponese per far vedere ai giapponesi cosa gli aspettava se non si fossero arresi in quel caso causando pochi danni e pochi morti.

  3. Pingback: In lotta per la sopravvivenza, dalle città ai campi di sterminio | Il Ragno

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