Stupri di guerra. La violenza sessuale nella strategia del terrore tedesca

Nel settimo capitolo, “Ricordare l’indicibile”, del suo saggio Guerra alle Donne (qui la puntata precedente, relativa al sesto capitolo), Michela Ponzani affronta il tema delle violenze sessuali commesse dagli eserciti sul territorio italiano. “A differenza delle violenze commesse dai fascisti nei luoghi di detenzione della RSI, gli stupri di massa perpetrati dalle truppe tedesche e dai soldati mongoli della CLXII divisione Turkestan, aggregata ai reparti militari della Wehrmacht […] appartengono al contesto più generale della violenza diffusa scatenatasi in quei mesi nella «guerra ai civili» […] e rimandano all’insieme delle azioni terroristiche contro popolazioni inermi di cui fanno parte gli incendi di villaggi, gli arresti, le uccisioni di donne e persino di neonati”.

“Assistere alla violenza sessuale inflitta alla propria madre, sorella, amica o parente, specie se durante la prima infanzia, significa conservare in sé le radici di un fortissimo trauma impossibile da elaborare e pertanto destinato a celarsi nell’oblio; il vissuto del senso di colpa è infatti non solo schiacciante, ma destinato a divenire tanto più profondo quanto più a quella violenza si è rimaste a guardare impassibili o si è scampate per puro caso”, riflette Ponzani.

Gli stupri si inquadrano all’interno della «politica del terrore», “la tattica di terrorismo pianificato e preventivo utilizzata dalle forze militari occupanti tedesche tra il ’43 e il ’45 per punire «la popolazione civile e privare la resistenza armata dell’humus in cui svilupparsi e rafforzarsi». Le donne sopravvissute al conflitto […] non riescono però a estrapolare la matrice dei fatti di sangue dal mito pseudostorico del «cattivo tedesco» descritto come barbaro, sanguinario e insensibile. D’altra parte è proprio grazie a questo mito che le popolazioni riusciranno a sopravvivere al terribile ricordo di quei giorni e a trovare una motivazione, seppur labile, alla ferocia nazista, spiegata appunto come frutto di una bestialità primitiva”, spiega Ponzani, che chiarisce poi, “Se per le popolazioni locali tutto è riconducibile alla […] «malvagità del nemico», la strategia del terrore […] è in realtà ispirata dal timore che possa nascere un possibile legame tra le formazioni partigiane e i civili e si orienta a contenere il pericolo eliminando alla radice le condizioni che lo rendono tale. Tuttavia le continue vessazioni, i furti, gli omicidi, i rastrellamenti, le violenze sessuali ripetute che vanno funestando la zona in quei mesi sono atti che non possono essere letti dalle vittime come logici e razionali elementi della cultura di guerra del nemico“.

Eppure lo sono: “è la guerra condotta «casa per casa», il diffondersi della paura da usare con strategica precisione affinché i civili restino intrappolati in una dimensione totale della violenza e non siano più in grado di garantire quelle condizioni che rendono possibile l’operatività delle brigate partigiane. […] Visto che non si riescono a stanare i «ribelli» dai loro nascondigli, si preferisce adottare la tattica meno dispendiosa e più efficace per garantirsi il controllo del territorio. È una strategia […] in cui si distinguono tanto le truppe tedesche d’occupazione quanto i reparti armati fascisti della Repubblica sociale, resa possibile da una serie di norme emanate nella primavera-estate del ’44 che incitano le truppe dell’esercito a una brutalizzazione del conflitto, garantendo l’impunità per i responsabili dei crimini commessi”, spiega Ponzani.

Queste norme hanno un precedente “nell’Europa dell’Est dal 1942 nella lotta al bolscevismo: le «regole» che ne stabiliscono i piani operativi sono sintetizzate nelle disposizioni contenute nella […] «Merkblatt 69/1», una direttiva che ha previsto da tempo la legittimità dell’uccisione di civili che si ritiene (a torto o a ragione) siano utilizzati dai partigiani come informatori o semplicemente che sostengano la guerriglia, senza alcun accertamento della loro presunta colpevolezza“, ricorda Ponzani.

“Le violenze e gli stupri compiuti dai soldati tedeschi non sono solo il frutto di sadismo o di innata ferocia, [ma sono prodotto] della «radicalizzazione della politica repressiva decisa dagli apparati di potere nazisti in Italia», come un tragico ed estremo esempio di «operazioni di annientamento nelle zone di stanziamento partigiano». […] Una strategia che può anche accompagnarsi ad altre tipologie di violenza diffusa come rastrellamenti, uccisioni indiscriminate di singoli prigionieri o di partigiani, deportazioni di renitenti alla leva o di disertori, distruzione integrale dell’ambiente circostante con l’incendio di villaggi; fucilazioni indiscriminate, minacce, saccheggi, torture sui corpi dei prigionieri politici.  […] Il senso di questa operazione «contro gente indifesa» [è] da inquadrare nella tattica militare che mira a rendere inospitale un territorio pronto ad accogliere le bande di «ribelli».

Ma parlando specificamente dello stupro, Ponzani rileva dalle testimonianze delle sopravvissute che “chi ricorda lo stupro è destinato a riviverlo, a rivederne la dinamica, i luoghi, le voci, i suoni e a sentire sulle spalle il peso del vuoto, del silenzio, dell’abbandono di fronte alla violazione del sé. Lo stupro è un’esperienza che annienta e investe anche le tradizionali forme di solidarietà sociale intrafamigliare; e le memorie delle donne sono piene di immagini ricorrenti, come quelle di padri, mariti, fratelli resi impotenti di fronte al sopruso inflitto alle proprie donne, incapaci di riprendersi da una ferita non rimarginabile. Ciò che pesa sulle loro coscienze è infatti lo sfregio e l’umiliazione del corpus famigliare di origine, la violazione dell’onore e del pudore della donna, tratto essenziale per eccellenza con cui da secoli la civiltà occidentale ha stabilito l’integrità della comunità d’appartenenza“.

“Se non proprio giustificato dalle «esigenze» dei soldati in guerra, l’abuso inflitto alle donne viene in qualche modo sminuito da tutta una serie di preconcetti, come quello che imputerebbe alla vittima una sorta di complicità e anche di responsabilità se lo stupro avviene a opera di un solo aggressore, se confessato dopo molti anni (a causa della necessità di un difficile e sofferto processo di elaborazione della violenza, specie nei casi di bambine) o se la vittima è considerata di «dubbia moralità»”, spiega Ponzani, “Nelle loro testimonianze le donne denunciano di non aver avuto un’adeguata considerazione rispetto a ciò che stava loro accadendo, di essere state addirittura schernite per i tentativi di violenza a opera delle truppe occupanti. Ci sono casi poi in cui le donne sono costrette a sottomettersi al proprio destino e a subire l’abuso dietro invito al sacrificio di sé, tipico della rassegnazione cristiana, al fine di salvare i componenti della propria famiglia”. La cosa triste è che il victim blaming sia rimasto inalterato dagli anni ’40 ad oggi.

“A sopravvivere dalle selezioni della memoria e a riemergere costantemente […] è questo profondo smarrimento per una violenza che si continua a percepire come insensata, fatta di gesti spietati, crudeli che colpisce con assoluta discrezionalità. […] A ogni modo sono proprio le memorie delle donne che hanno vissuto la guerra lungo il fronte tedesco a sconfessare il mito del comportamento onorevole dei militari della Wehrmacht, contrariamente al senso comune nazionale che avrebbe addossato la responsabilità degli stupri di massa ai soli soldati algerini e marocchini a seguito dell’esercito francese.”, conclude Ponzani. Delle violenze delle truppe coloniali avremo modo di parlare nella prossima puntata.

3 pensieri su “Stupri di guerra. La violenza sessuale nella strategia del terrore tedesca

  1. Mi chiedo come delle perone possono commettere delle atrocità del genere , oltretutto senza un straccio di fine militare i civili dovrebbero essere salvaguardati durante le guerre o comunque non essere l’obbiettivo principale della guerra e questo va oltre il concetto di catturare e torturare un spia nemica o un soldato nemico dato che qui parliamo della popolazione civile.

    • In quel caso i civili erano proprio l’obiettivo principale, perché si voleva spargere il terrore per spezzare la solidarietà fra le popolazioni e i partigiani. Questo ha reso l’occupazione tedesca particolarmente atroce e cruenta.
      E’ un modo di combattere la guerra fortunatamente punito dal diritto internazionale, ai giorni nostri.

  2. Pingback: Gli stupri delle truppe coloniali fra mito e realtà | Il Ragno

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