Le “amanti del nemico”: collaborazioniste e donne innamorate

Con questo post, che tratta del nono capitolo del saggio di Michela Ponzani Guerra alle Donne, siamo giunti alla terzultima puntata (qui la precedente) di questa serie. In questo capitolo Ponzani tratta delle donne che furono accusate, nei processi sommari che si tennero subito dopo la fine della guerra, di collaborazionismo, analizzando in primo luogo il clima in cui maturarono quei processi, volti a “estirpare dalla società italiana il «male» del fascismo”, compiuti nel nome di quell’etica della convinzione che aveva spinto i giovani antifascisti a prendere le armi contro il regime. “Le azioni di vendetta sono vissute […] come necessarie, quasi come se si trattasse di un lavacro nazionale da cui attingere una rinascita per un paese troppo a lungo martoriato dalla guerra”, scrive Ponzani, che parla anche di “espiazione collettiva“.
Al desiderio di vendetta contro i fascisti si intrecciano vendette personali e anche la ricerca di vantaggi personali, come vedremo. D’altronde, “Per giustificare un’accusa di «collaborazionismo», nei tormentati giorni della liberazione, basterà un semplice sospetto di amicizia o un comportamento eccessivamente libero con le truppe tedesche”, spiega Ponzani, che più oltre prosegue, “L’esplosione della collera popolare e i casi di giustizia sommaria hanno però a che fare soprattutto con la scarsa preparazione politica della base del partigianato. Non è un caso che […] sia proprio il comandante delle formazioni partigiane di Ravenna, Arrigo Boldrini, a richiamare l’attenzione sulla carenza di disciplina e su quello spirito di contestazione dell’autorità, che anima i giovani partigiani nel nome di una pratica politica ispirata a una più larga e spontanea partecipazione della base […] «Sono degli operai, sono dei contadini privi di istruzione, sono solamente armati di una grande volontà e coscienza»”, sono queste le parole del comandante Boldrini.

Ma ridurre questa fase di transizione ai soli linciaggi ad opera della folla sarebbe riduttivo. “Eppure, in assenza del diritto e di riferimenti giuridici precisi, l’uso della giustizia può e deve essere un elemento fortemente educativo tra le formazioni partigiane che affrontano il delicato passaggio della transizione postinsurrezionale. Anche se di breve durata, è proprio il funzionamento dei tribunali di divisione o di brigata, predisposti su ordine del Corpo volontari della libertà, nelle singole bande e formazioni partigiane, a permettere di gestire al meglio quei territori ove la presenza dei fascisti sbandati è ancora forte. Sebbene non sia sempre possibile applicare i decreti emessi dal Clnai né si riesca a controllare il numero delle sentenze di morte, specie là dove l’odio profondo contro il nemico fascista mostra di avere radici nelle violenze e nelle brutalità commesse dai repubblichini ai danni della popolazione civile, quegli organi dimostrano di essere gli unici strumenti in quel momento realmente per «bloccare indiscriminate e individuali azioni di giustizia privata»”.

“I frequenti episodi di violenza che insanguinano le regioni del Nord nella primavera-estate del 1945 hanno del resto una loro spiegazione logica nel fatto che molti ex fascisti sono tornati dall’Italia settentrionale: considerati elementi a dir poco indesiderati dalle comunità d’origine, il popolo viene chiamato a «chiudere i conti» alla sua maniera, attraverso vendette e «punizioni» esemplari, attuate con esecuzioni in piazza, fucilazioni e condanne a morte senza alcuna sentenza“. Nel solo periodo compreso fra l’8 e il 31 maggio 1945, in Piemonte, si verificano 3237 fra omicidi, furti, rapine e rapimenti di persona.

“Il fenomeno dell’epurazione ha comunque in sé una fortissima carica simbolica, che non può essere considerata nei soli termini giuridici di applicazione delle norme e dei codici o delle culture di guerra degli attori chiamati a «sanzionare» la condotta dei fascisti nel periodo postbellico; le pratiche punitive, giudiziari ed extragiudiziarie […] sono infatti il risultato di una commistione di diversi fattori, che solo in parte possono essere confinati nell’ambito del processo penale e della condanna legale.
Nel caso delle donne il giudizio per «collaborazionismo femminile» è un vero e proprio castigo di ordine morale prima ancora che giuridico, che consente di esplorare una vasta anatomia di atteggiamenti e personalità affatto riconducibili alle immagini stereotipate dell’«ausiliaria» e dell’«amante dei tedeschi». Dietro alla condanna delle «nemiche politiche», fortemente indirizzata contro quelle donne che hanno sovvertito i ruoli di genere, alle quali si attribuiscono caratteristiche non femminili e non umane, si nasconde il tentativo di rifondare la nazione attraverso la condanna simbolico-morale del fascismo, dal forte intento pedagogico. […] Condanne e assoluzioni hanno infatti il senso simbolico dell’esclusione o della reintegrazione nella comunità nazionale che non concede sconti alla definizione del canone di donna italiana. Il «tipo criminale di donna» che si definisce nei capi d’accusa fa delle collaborazioniste l’emblema di tutti i disvalori della nazione: esse sono donne di facili costumi che sanno adescare gli uomini con le loro abilità di seduttrici”.

I capi d’accusa “muovono da un giudizio morale relativo alla sfera sessuale della donna”: le collaborazioniste, vere o presunte, sono definite donne leggere, di dubbia moralità, senza scrupoli, amanti di lusso. Ma non ci si limita allo slut-shaming: “Il loro aspetto fisico perde i tratti della dolcezza femminile per assumere quelli della bestia, secondo il vecchio tabù che fatica a riconoscere alla donna la capacità e la volontà di uccidere e di fare del male”, spiega Ponzani, “le donne accusate di «collaborazionismo» vestono con indumenti non femminili, hanno portato la divisa da uomo e usato le armi, producendo un sovvertimento dello stereotipo di genere; per questo, al di là del reato contestato, esse sono capaci di«azioni in contrasto con le leggi del [loro] sesso» oppure «precipitate nel più triste pervertimento della loro stessa natura di donna commettendo atti che costituiscono non solo la colpa penale, ma l’ignominia e la vergogna della loro vita». La loro è una condotta deviata, non onorevole, fatta di gesti lascivi, sadici e «contro natura», con evidente allusione alla sodomia”. Il pregiudizio sessista sulla morale si sovrappone al giudizio strettamente giuridico influenzandolo, ed è impossibile quantificare il numero delle donne condannate ingiustamente per questo.

“Nella punizione delle donne fasciste agiscono dunque quelle che Jon Elster ha efficacemente definito «meta motivazioni» della giustizia di transizione, connotate da un intreccio irrisolvibile tra «ragione, emozioni e interessi»; sono questi fenomeni a regolare la punizione dopo il crollo di una dittatura e l’inizio del passaggio a nuovi regimi democratici. Ciò non significa, tuttavia, che nei processi d’epurazione siano coinvolte soltanto delle innocenti o che i capi d’imputazione non siano reali“, precisa Ponzani, “nel caso di Roma la Corte d’assise straordinaria si trova a giudicare un mondo fatto di piccoli truffatori, delinquenti divenuti delatori, spie al soldo dei tedeschi, collaboratori e confidenti delle questure che hanno realmente concorso alla cattura di soldati sbandati, renitenti alla leva, esponenti antifascisti e famiglie ebree perseguitate dalle leggi razziali. […] Le vicende delle «collaborazioniste» rivelano un mondo sordido, sotterraneo, fatto di ricatti incrociati, di vendette personali, di castighi morali: si accusa allora l’affittuaria di «collaborazionismo» perché si rivuole per sé un appartamento o perché lo si è abusivamente occupato e non lo si vuole restituire alla proprietaria; i mariti o gli ex amanti possono denunciare le mogli di «collaborazione col tedesco» nel tentativo di vendicarsi di un loro tradimento o dell’abbandono del tetto coniugale”.

Spesso le donne accusate di collaborazionismo sono punite con il linciaggio o la rapatura dei capelli in piazza, altrimenti «i loro capi venivano dipinti di rosso e così conciate venivano portate in giro per le vie della città», nelle parole di Giovanna P. Questi sfregi “hanno nell’eliminazione violenta del simbolo della femminilità un tratto distintivo del tipico rituale «maschile» di guerra; si tratta però anche di una forma di punizione esemplare, inflitta a quelle donne che hanno «tradito» la propria comunità nazionale di origine, divenendo le «amanti del tedesco» o collaborando con le truppe fasciste, che è anche parte di una società in cui la violenza e la brutalizzazione denotano quanto forte sia stata l’eredità del conflitto e della guerra civile”.

Ma oltre alle collaborazioniste vere e proprie, ci sono state anche donne italiane che si sono davvero innamorate e hanno avuto relazioni e figli dai soldati tedeschi. Le loro storie sono state a lungo occultate perché si sono privilegiate narrazioni volte a “descrivere l’odio che si prova verso il «tedesco occupante», funzionale a chiudere i conti col passato e a dimenticare di aver condotto una guerra comune con la Germania nazista. Il racconto delle relazioni amorose, dei rapporti d’amicizia, dei matrimoni «misti» fra tedeschi e donne italiane e dei figli che ne nacquero sono esperienze che […], permettono di fuoriuscire dal canone patriottico-risorgimentale della donna partigiana, dalla rappresentazione mitica e stereotipata dell’eroina/guerriera in lotta contro il nazismo, chiamata dall’iconografia monumentale della Resistenza a rappresentare simbolicamente la rinascita dell’Italia democratica e antifascista”.

C’è anche l’elemento del pudore a condizionare il silenzio su queste storie: l‘idea che, sfuggendo al controllo sociale, le ragazze intreccino relazioni spontanee con i giovani soldati tedeschi cozza contro l’idea di donna casta e pura molto radicata nella mentalità dell’epoca. “Ben al di là del cliché delle «collaborazioniste», di donne cioè che avevano relazioni sentimentali con militari tedeschi solo perché facenti parte dei reparti ausiliari della RSI o perché «spie dei nazisti», i racconti di guerra superano […] le narrazioni ufficiali fondate sul senso di rispettabilità e di decoro della donna italiana, modellate nella contrapposizione con il comportamento amichevole tenuto dalle «traditrici» della comunità nazionale“.

Ci sono anche relazioni che iniziano “per necessità di sostentamento economico e di riparazione a situazioni sociali di povertà o d’indigenza. In altre parole non sono pochi gli italiani che hanno sperato di sopravvivere alla miseria dando le proprie figlie in mogli a cittadini di un paese ritenuto più ricco, industrializzato e quindi socialmente e culturalmente evoluto qual era la Germania degli anni Trenta e Quaranta”, aggiunge Ponzani, che poi continua, “Dietro alla celebrazione di questi «matrimoni misti» si celava infatti il tentativo di porre rimedio a un senso di rispettabilità sociale compromesso, perché violato da relazioni considerate scandalose, in quanto intrattenute al di fuori del matrimonio“.

E ci sono poi disertori e disertrici, tedeschi e austriaci, che hanno prestato aiuto alla Resistenza “in termini militari e di intelligence”. Lo riconoscerà il ministero della Guerra della neonata Repubblica italiana, che permetterà a questi uomini di tornare in patria e di essere liberati dai campi di prigionia alleati, purché la loro collaborazione sia convalidata da tre testimoni. Michela Ponzani ricorda le storie di Jakob Maschein, che trattò la resa di Forte dei Ratti fra il Gap di Genova e i tedeschi, evitando spargimenti di sangue, di Alfred Heineke, che ha fornito ai partigiani genovesi documenti utili per sfuggire alle retate, e di Enrica Knapp, impiegata alle poste che ha distrutto le lettere dei delatori in cui venivano denunciati i partigiani.

FINE PRIMA PARTE – SEGUE

3 pensieri su “Le “amanti del nemico”: collaborazioniste e donne innamorate

  1. Pingback: Gli internati militari italiani, le donne tedesche e altre storie di umanità in tempo di guerra | Il Ragno

  2. Io penso che se una donna ha collaborato con i nazisti dandoli informazioni che poi sono costate la vita ad ebrei e/o partigiani e giusto punirla , ma se ha avuto solo rapporti con i tedeschi che siano stati rapporti amorosi o solo di convenienza ingraziandoli per avere qualcosa in cambia non vedo perché punirla oltretutto leggendo parte del testo ci sono molte cose che non mi piacciono come la parte sulle presunte collaborazioniste dove parla di sadomia o il fatto che non sono donne quella parte non mi piace proprio.

    • Io sono d’accordo con te, sarebbe stato necessario scindere le responsabilità penali da quelle morali. Ma allora era impossibile.
      E i modi in cui si etichettavano e stigmatizzavano le collaborazioniste sono davvero orribili, concordo. L’idea della mentalità dell’epoca era che le “nostre” donne non avrebbero mai tradito la patria, quindi le donne che l’avevano “tradita” dovevano per forza essere malvagie nella loro natura…

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