Gli internati militari italiani, le donne tedesche e altre storie di umanità in tempo di guerra

Questo post rappresenta il proseguimento di Le “amanti del nemico”: collaborazioniste e donne innamorate, perciò non mi dilungo a introdurlo.

Un altro oggetto di rimozione dalla memoria collettiva dell’Italia del dopoguerra sono le storie d’amore fra i militari italiani internati in Germania e le donne tedesche, “piccoli, grandi incontri di vita, relazioni umane e sociali stabilite con le popolazioni civili di villaggi, paesi e città di una Germania travolta e distrutta dal conflitto, con le quali gli Imi sono venuti in contatto a seguito del passaggio da prigionieri a «lavoratori civilizzati»”, nelle parole di Ponzani, “Nodo storico intricatissimo, l’Italia del dopoguerra ha bisogno di dimenticare per sempre questa dimensione umana del conflitto perché troppo discordante col topos narrativo del «patriota» in armi, chiamato a rappresentare l’onore della nuova Italia democratica e antifascista attraverso la resistenza all’«invasore tedesco»; la lotta al «barbaro teutonico» passa anche per il rifiuto della bellezza e dell’avvenenza delle «donne del nemico» e per la rimozione assoluta di un soldato «perdente» com’è appunto l’ex internato militare“. Alcuni “militari italiani desiderano tener fede al proprio onore di soldati in segno di riconoscenza per quelle donne che durante la prigionia hanno rappresentato l’unica ancora di salvezza da un mondo di distruzione” e chiedono di potersi ricongiungere con loro e sposarle, per amore, ma anche per “l’obbligo morale di non tradire la fiducia di chi, nel momento di massima disperazione, ha permesso di sopravvivere“.

“Nell’universo semantico dell’internato, le donne hanno infatti rappresentato la restituzione di una dimensione umana di vita, autonoma e complessa, contro la brutale riduzione dell’essere umano alla sfera della fame e della dissoluzione del corpo; la donna è stata un momento di sublimazione del proprio misero vivere al pari delle rare possibilità di rivolta contro i tedeschi, della possibilità di esprimersi con la poesia, con la pittura o il canto e anche di scrivere lettere o diari, divenuti nei giorni del lager antidoto agli effetti della distanza e allo straniamento dalla realtà. Non sempre le famiglie di origine di questi soldati riescono a comprenderlo. Può allora accadere che la moglie di un ex internato impedisca di ricevere notizie dall’amante indesiderata”, spiega Ponzani.

“La fine della guerra, la liberazione dal lager e il momento del rimpatrio, si caricano quindi di una particolare pressione emotiva che nel ricongiungimento con l’«amata tedesca» fa intravedere la possibilità di salvaguardare quel poco dei ricordi dell’esperienza di cui si è stati protagonisti. In molti altri casi, però, può accadere che siano le stesse compagne di quei giorni a volere il distacco, una volta finita la guerra. Si tratta, in questi casi, di una scelta d’emancipazione incomprensibile per uomini abituati a concepire la donna secondo la retorica fascista della moglie silente votata al sacrificio”, commenta la storica.

Alcune di queste relazioni tuttavia si mantengono, sopravvivendo alle difficoltà degli ex soldati tedeschi nell’integrarsi in Germania, sia per problemi linguistici sia perché «lì eravamo italiani, cioè traditori». Ponzani conclude il paragrafo con una riflessione su come queste esperienze “permettono di fuoriuscire dall’appiattimento semantico del conflitto come esclusivo momento di disumanizzazione, di crudeltà e di contrapposizione tra nemici ideologici: perché i conflitti sono fatti di esseri umani che non di rado possono entrare in contatto l’un l’altro, anche attraverso l’empatia per una comune condizione di sofferenza umana. […] La scoperta della «bontà» e della natura umana del nemico (sebbene pur sempre in conseguenza di un’esperienza individuale) è un tratto distintivo delle memorie di guerra delle donne”.

L’umanità del nemico, ricordano con commozione le testimoni, si rivela attraverso i piccoli gesti, si scopre osservando i volti dei soldati tedeschi, giovani malinconici e sfiniti, ma anche in gesti più significativi, come “l’aiuto prestato alle vittime del bombardamento alleato che colpisce Massa d’Albe una mattina d’inverno del ’44”, che vede i tedeschi che confluiscono nella cittadina e collaborano con i sopravvissuti nel portare aiuto ai feriti e nel sistemare i morti. Allo stesso modo anche le donne italiane talvolta hanno l’occasione di prestare aiuto ai  «militari tedeschi dispersi e feriti, impossibilitati a seguire i loro reparti in ritirata o decisi a non farlo», nelle parole di Rosanna C, dando loro abiti civili o approntando ospedali d’emergenza per i feriti.
“Il problema, però, è che le comunità d’origine non possono capire fino in fondo la complessità di questa dimensione esistenziale della guerra. Ciò vale in special modo per le donne, la cui sopravvivenza è stata garantita anche dall’affetto e dalla protezione di quei soldati che, in qualche modo, hanno permesso di far fronte alla solitudine, con i mariti partiti in guerra chissà da quanto e che si temeva non facessero ritorno. L’onore e la rispettabilità della donna sono gli elementi chiamati in causa a ricostruire una  «verginità» alla patria fascista: non c’è dunque spazio alcuno per la dimensione umana di caos e distruzione che la guerra ha portato nella vita di ogni singolo individuo“, afferma Ponzani.

“Dalle donne ci si aspetta che si prendano cura del focolare domestico e che rimangano fedeli a mariti e a fidanzati assenti perché al fronte: in queste condizioni, la sessualità femminile non può che essere consumata in maniera  «decente», visto che è la donna a simboleggiare la rigenerazione della nazione. Per questo gli amori di guerra che le italiane hanno in quel periodo con soldati tedeschi, ispirati da sentimenti sinceri perché maturati in mezzo a sacrifici e pericoli, sono un argomento destinato a rimanere celato dalla narrazione ufficiale della guerra e dalle rappresentazioni postbelliche del conflitto”. Queste parole conclusive di Ponzani riassumono le ragioni dell’esclusione di queste storie della Storia.

D’altronde si tratta di ragioni pienamente valide nelle circostanze storiche del dopoguerra, dove una nazione distrutta doveva riconoscersi in una narrazione che legittimasse l’assetto che si era costituito nel biennio ’43-’45.

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8 pensieri su “Gli internati militari italiani, le donne tedesche e altre storie di umanità in tempo di guerra

  1. Pingback: Le lotte per l’emancipazione femminile all’alba della Repubblica italiana | Il Ragno

  2. La guerra oltre al suo carico di odio e di morte porta anche con se esempi di umanità o di pietà , certo questo può sembrar strano specialmente se parliamo di una guerra tanto cruenta quanto feroce come la seconda guerra mondiale, uno dei casi per esempio che io conosco e quello di un pilota tedesco della seconda guerra mondiale il cui istruttore gli aveva insegnato “se scopro che voi sparate hai piloti nemici che si sono paracadutati dopo che il loro aereo è andato distrutto vi prendo e vi sparo personalmente” durante la guerra questo pilota fu un asso ha abbattuto 21-22 aerei , quando stava per abbattere il suo 22-23 aereo , decise di non farlo perché era un aereo degli alleato al suolo probabilmente che si stava riparando per poi fuggire e si ricordo le parole del suo istruttore fancendo cosi rinuncio ad una importante medaglia e ovviamente non disse niente ad i suoi superiori perché c’era il rischio che venisse accusato per questo fatto , oppure mi viene in mente la 9 e la 12 armata tedesca che crearono un corrodo tra L’elba per permettere hai profughi e ai soldati che si volessero arrendere di andare dalle forze occidentali che trattavano meglio i prigionieri rispetto ai sovietici anche molti scienziati tedeschi fecero cosi.

      • Si e mi viene in mente un altra storia questa durante la prima guerra mondiale dove dei soldati hanno dichiarato un tregua con l’altra parte per seppellire i morti , e hanno cominciato a fraternizzare con i nemici parlavano dei loro cari gli facevano vedere le lettere che scrivevano ai loro cari giocavano a pallone poi quando la tregua è finita nessuno delle due parti riusciva a spararsi e allora i superiori li trasferirono.

      • Concordo anche perché in genere le guerre sono decise dai politici i soldati le fanno solamente non sono loro ad iniziarle ,ora magari noi vediamo le cose diverse perché essendo finita la guerra fredda vediamo come nemico non una nazione ma vari gruppi terroristici e quindi in quel caso tutto cambia.

      • E’ un tipo di guerra che la nostra cultura e società non sembrano preparate a capire e affrontare. Siamo all’alba di un nuovo fenomeno? Non ho le conoscenze storiche per dirlo.

      • Be il terrorismo non è proprio una minaccia nuova , ma in questa forma ritengo che sia una minaccia inedita , colpisce sia come esercito basti pensare in Nigeria,Iraq,Afghanistan,Siria,Libia ecc…. ma anche come semplice gruppo terroristico in europa, USA e anche in Russia e una minaccia globale e trasversale.

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