Le lotte per l’emancipazione femminile all’alba della Repubblica italiana

E così siamo arrivati all’ultima puntata di questa lunga serie di post (qui la penultima puntata), e con essa all’ultimo capitolo di Guerra alle Donne, significativamente intitolato “Tra le macerie della civiltà”, che tratta dell’impegno politico delle donne all’alba della Repubblica italiana, un impegno vissuto come la naturale e doverosa prosecuzione della lotta politica della Resistenza, che come abbiamo visto era volta anche a costruire un nuovo ordine dove realizzare la parità fra i sessi. Per me parlare di questo è importantissimo, visto che ancora oggi la maggioranza delle persone è convinta che il femminismo abbia avuto solo due “picchi” principali, nelle mobilitazioni delle suffragette nella Belle Époque e negli Anni Settanta. E nel mezzo? Per quanto riguarda l’Italia (ma il fenomeno è comune a tutti i movimenti femministi della prima ondata in Europa), durante la Prima Guerra Mondiale si ebbe una battuta d’arresto, com’è ovvio, mentre dopo fu il fascismo a reprimere il processo d’emancipazione, dato che nell’ideologia fascista la donna aveva il solo ruolo di moglie sottomessa, angelo del focolare e madre prolifica pronta a dare figli alla Patria.

La lotta per l’emancipazione si saldò quindi con la lotta antifascista. Nelle parole di Ponzani, “l’insurrezione armata non segna affatto la fine ma bensì l’inizio di un percorso di mutamento nelle relazioni tra i sessi e di rivendicazione di un proprio spazio di visibilità e di autonomia nella sfera pubblica. Lo stesso inserimento nella vita associativa femminile del dopoguerra – partitica, sindacale o di genere – rappresenterà per molte il naturale prolungamento di una militanza politica interpretata come irreversibile […] [in cui] non è raro rintracciare quella stessa sofferenza interiore, quella smania di cambiamento e di aspirazione alla libertà, che hanno segnato gli anni della clandestinità. Le donne incominciano a combattere tutte le discriminazioni di cui sono oggetto: nella scuola, nelle professioni, nei rapporti di genere“.

Il primo obiettivo che si pongono le associazioni femminili (in prima linea l’UDI, Unione Donne Italiane) è quello dell’«elevazione culturale della donna», poiché la partecipazione delle donne alla vita culturale è una premessa indispensabile dell’emancipazione. Si lotta quindi contro il pregiudizio “che considera la «mente femminile» incompatibile con la cultura scientifica”, in quanto la donna sarebbe “irrazionale, votata al sentimentalismo e incapace di pensare”, scrive Ponzani. Ada Alessandrini dell’UDI scrive:

Nella scuola: vi sono moltissime maestre, ma pochissime professoresse universitarie. Negli uffici: quasi tutte le donne sono le segretarie e le dattilografe ma nessuna donna nei quadri dirigenti della burocrazia italiana; eccezionalmente qualche capo di divisione, nessuna donna direttore generale. È vietato l’accesso per la donna italiana alla magistratura e alla diplomazia. Nelle officine e nei campi: la donna fa spesso lavori più gravosi e più delicati, per cui riscuote un salario inferiore a quello dell’uomo. [Esiste ancora,] il supersfruttamento del lavoro a domicilio con la scusa di mantenere la donna «vicino al focolare domestico». Nella politica: spesso nel nostro paese le donne sono sollecitate a prendere una posizione politica negativa dagli uomini non ancora emancipati dal loro «complesso di superiorità». Molta «carità pelosa» verso le donne per accaparrarsi i loro voti in periodo elettorale, poca autonomia ai movimenti politici femminili e scarsa rappresentatività negli organismi politici dirigenti.

Alcune cose sono migliorate da allora, ma altri problemi seppure con altre forme sono rimasti, come il divario salariale o il soffitto di cristallo. In ogni caso, “I desideri di emancipazione sono però condannati a non realizzarsi pienamente. La Resistenza e l’attività politica nella guerra partigiana hanno certamente sconvolto i tradizionali spazi simbolici di divisione sessuale dei ruoli, ma i cambiamenti sono stati di breve durata perché la liberazione non ha portato di per sé una scontata e automatica modernizzazione dei costumi, […] per cui passato il tempo dei «furori» le donne vedono ricostituirsi tutti gli assetti più arcaici della società”.

Per molte ex partigiane la delusione “per la mancata realizzazione di quei sogni di rinnovamento nei rapporti tra i sessi e sul piano culturale” è forte, e alcune di loro sono preoccupate e indignate per la rinascita del fascismo. “Sull’eredità della Resistenza continua difatti a pesare l’ombra del neofascismo, l’aver visto ricostituirsi e rinascere dal passato un nemico che si credeva sconfitto per sempre”, afferma Ponzani. Le ex partigiane (ma non solo) si domandano con angoscia e abbattimento dove abbiano sbagliato. “Sono dunque le donne a interrogarsi per prime sui reali effetti di mutamento apportati alla società italiana dalla guerra che si è combattuta; sono loro a riflettere sui limiti della cultura e della mentalità del paese in cui si ritrovano a vivere dopo tante angosce e privazioni”, spiega Ponzani, un paese in cui non c’è stata l’attesa “accelerazione nel processo di emancipazione nella mentalità della società italiana”, né la trasformazione dei “vecchi archetipi culturali”.

“Dal punto di vista normativo e sociale (nonostante il diritto al voto), la conquista dei diritti politici non si trasforma automaticamente in una parità nei diritti civili e di famiglia. La divisione sessuale del lavoro resta invariata, il predominio maschile nella società, nel diritto, nella politica e persino nei linguaggi assume un significato ben chiaro: per le donne il 1945 ha segnato una rivoluzione rimasta a metà. Il maggior segno di rottura con il passato è certamente dato dal diritto di voto […] e susseguentemente dall’approvazione dell’Art. 3 della Costituzione per cui non solo si stabilisce il principio dell’uguaglianza formale tra i sessi […] e la fine delle discriminazioni dello Stato totalitario, ma anche il dettame dell’uguaglianza sostanziale per cui «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana»“.

“Ma nonostante ciò la mansione pubblica femminile del dopoguerra viene da subito circoscritta all’assistenza dei reduci […], dei profughi e degli orfani al fine di «partecipare attivamente alla ricostruzione morale e materiale del paese». A contrapporsi alla conquista dei diritti politici delle donne è inoltre lo stesso testo costituzionale nella parte dedicata ai rapporti etico-sociali e al diritto di famiglia. Sebbene l’Art. 29 stabilisca «l’uguaglianza formale e giuridica dei coniugi» e l’Art. 30 preveda la parità formale tra uomo e donna nell’educazione dei figli […], fortissimi limiti vengono posti al diritto di ricerca della paternità, perché la stessa Costituzione repubblicana rinvia al codice civile del 1942 e a quello penale del 1930. In altri termini, ciò significa che la Costituzione non accoglie «l’affermazione dei diritti individuali delle donne all’interno della famiglia» e ristabilisce «di fatto l’inferiorità della donna nella sfera privata»”, osserva Ponzani, “Si conferma inoltre una visione cattolica della famiglia basata sull’indissolubilità del matrimonio e intesa come «società organica e naturale, antecedente lo Stato e quindi da esso autonoma»; una famiglia all’interno della quale non può certo essere accolta «l’affermazione dei diritti individuali delle donne», indiscutibilmente collocate nella sfera domestica in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.

Così l’UDI si batte contro la propaganda cattolica, particolarmente attiva nelle realtà più arretrate del Sud d’Italia,  e successivamente perché alle donne “sia garantito l’accesso ai più alti gradi professionali e […] adeguate politiche di previdenza sociale a tutela della maternità; che l’assistenza all’infanzia sia libera, gratuita e soprattutto sottratta alle organizzazioni parrocchiali e vaticane e che lo Stato s’impegni a ridurre la fame, l’alto tasso di mortalità infantile e la delinquenza minorile“, mentre il movimento sindacale femminile inizia “una forte battaglia per il riconoscimento di alcuni diritti come la pensione alle casalinghe, la parità salariale, la tutela del lavoro domestico, il riconoscimento del lavoro alle donne contadine […], l’istituzione di asili nido e di strutture per la tutela dell’infanzia fino alle iniziative per il nuovo diritto di famiglia e per il divorzio“. Ci vorranno circa tre decenni per ottenere alcuni di questi obiettivi, e altri non sono ancora stati raggiunti.

Anche le parlamentari si impegnano a presentare proposte di legge, come quella del 1948 sulla Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri che prevede il divieto di licenziamento per le neomamme, ma anche «tutela igienica, economica e sanitaria», e un’altra che prevede sostegno alle madri lavoratrici e assistenza ai figli piccoli durante le ore di lavoro. L’obiettivo è superare la legislazione fascista “affinché non si scinda il problema della «tutela fisica» da quello della «tutela economica»”.

“Le donne hanno dovuto affrontare anche altri problemi relativi alla mentalità del tempo in cui vivono. Ciò che hanno dovuto fronteggiare maggiormente è la violenta ostilità e il giudizio negativo di altre donne, che […] con le loro critiche rivelano non solo un’arretratezza di mentalità e di costumi, tipica dell’Italia postbellica, ma anche la persistenza di quello stato di anomia sociale e di disimpegno dalla vita politica nazionale“, spiega Ponzani.

Un pensiero su “Le lotte per l’emancipazione femminile all’alba della Repubblica italiana

  1. Considerando quelle che le donne avevano subite e quando avevano fatto per il contributo bellico e per la liberazione mi è sembrato ovvio che era tempo per loro di avere i diritti che meritavano , comunque alle volte mi viene difficile pensare che le donne in questo paese hanno ottenuto il diritto di votare solo 70 anni fa…..questo dimostra come alla fine ci sia molto da fare ancora per le future generazioni di donne.

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