Il “cattivo tedesco” e il “bravo italiano” come miti fondanti della narrazione sulla seconda guerra mondiale

Comunicazione di servizio. Sarò impegnata con il preparare l’esame di Storia contemporanea, perciò ancora per un po’ – fino alla fine del mese, presumo – posterò solo articoli tratti dai saggi che sto leggendo, come ho fatto finora con il libro di Michela Ponzani. Mi rendo conto che, per quanto questi argomenti siano affascinanti per me, possono essere noiosi per tutti gli altri. Sopportatemi ancora per un po’ e poi tornerò a scrivere dei miei soliti argomenti (in realtà vorrei farlo già ora, ma non ho proprio tempo).

In ogni modo, il nuovo saggio di cui parlerò è Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale di Filippo Focardi, ricercatore in Storia Contemporanea presso l’Università di Padova. Penso che l’argomento sia interessante anche per il tema del 25 aprile, in cui si commemora appunto la Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. Il libro, pubblicato nel 2013 per Laterza, indaga in modo approfondito, traendo spunto dalla tesi di Tony Judt, il processo di costruzione di una narrazione “plasmata su due nuclei fondamentali: da un lato, la «rivendicazione universalmente riconosciuta» che attribuiva alla Germania e ai tedeschi la colpa esclusiva per «la guerra, le sue sofferenze e i suoi crimini»; dall’altro, l’esaltazione in ogni nazione del «mito della Resistenza» come lotta dell’intero popolo contro l’oppressore tedesco. Un forte nesso legava i due capisaldi di questa memoria europea della guerra: alla colpevolezza dei tedeschi […] corrispondeva la presunta innocenza delle altre nazioni, che si era manifestata in ciascuna di esse attraverso la corale contrapposizione alla Germania nazista”, come spiega Focardi nell’introduzione.

Si tratta di una narrazione che ha un fondamento nei fatti, ma che serve anche “a far passare in secondo piano o a giustificare azioni violente commesse anche da parte dei vincitori, come ad esempio le espulsioni di massa che alla fine della guerra avevano ridisegnato il volto dell’Europa centrale con milioni di tedeschi e centinaia di migliaia di ungheresi o di ucraini cacciati con la forza dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia, dai Balcani. Allo stesso modo il «mito della Resistenza» nazionale contro il tedesco era servito, a Est come a Ovest, a oscurare la realtà dei collaborazionismi ovunque sorti a supporto dell’occupazione nazista e la dimensione di brutale guerra civile che la lotta aveva assunto all’interno dei diversi paesi”, argomenta Focardi, riprendendo la tesi di Judt, e prosegue, “Il mito dell’unanimismo patriottico antigermanico era stato un comodo paravento soprattutto per coloro – la maggioranza dei cittadini – i quali in realtà si erano rassegnati a convivere col sistema di occupazione nazista; ma il mito era stato accettato anche dai «veri resistenti» sia per fini di legittimazione politica (i comunisti), sia in nome dell’esigenza più generale di ristabilire un minimo di coesione sociale e ripristinare l’autorità e la legittimità dello Stato dopo gli scombussolamenti della guerra civile”.

Il caso dell’Italia, dove pure questa costruzione della memoria collettiva della Seconda Guerra Mondiale è avvenuta, si differenzia dal resto dell’Europa perché “il paese vantava l’indiscussa primogenitura del fascismo e fin dalla metà degli anni trenta – dall’aggressione dell’Etiopia in poi – aveva affiancato la Germania nazista, operando sistematicamente alla demolizione dell’ordine europeo sancito a Versailles dopo la prima guerra mondiale in vista di una radicale ridefinizione dei rapporti di forza internazionali“, sostiene Focardi, ricordando l’obiettivo di Mussolini di costruire per l’Italia un futuro da grande potenza e un «nuovo ordine mediterraneo», in vista del quale aveva guidato il Paese in uno sforzo bellico continuo dal 1935 in poi, con l’aggressione all’Etiopia (1935-1936), l’intervento nella guerra civile spagnola (1936-1939) e l’occupazione dell’Albania (aprile 1939), e soprattutto la discesa in campo a fianco della Germania nel secondo conflitto mondiale, con l’aggressione alla Francia (21-24 giugno 1940), alla Grecia e alla Jugoslavia (aprile 1941), la partecipazione all’attacco tedesco contro l’URSS e la guerra contro gli inglesi nel Maghreb. Dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943) il governo Badoglio aveva continuato per 45 giorni a combattere al fianco dei tedeschi, pur trattando sottobanco la resa.
Nel caso dell’Italia, quindi, “non si trattava solo di affrontare una resa dei conti col fenomeno del collaborazionismo e della guerra civile, […] ma di rendere ragione di un regime dittatoriale ventennale, […] che si era associato alla Germania nazista per sovvertire l’ordine europeo rendendosi responsabile di azioni eversive sul piano internazionale culminate nella partecipazione alla seconda guerra mondiale come alleato fondamentale del Terzo Reich e del Giappone, protagonista per oltre tre anni – dal giugno 1940 al settembre 1943 – di una guerra di aggressione contro le potenze democratiche e di numerose occupazioni di territori di nazioni inermi, dove – specie nei Balcani – si era macchiato di gravi crimini contro le popolazioni civili”, spiega Focardi.

La costruzione di una memoria collettiva imperniata sulla colpevolizzazione dei tedeschi e sul «mito della Resistenza» passa attraverso la raffigurazione del «cattivo tedesco», uno stereotipo che si mantiene nonostante “l’impegno tenace degli «esponenti migliori» dell’antifascismo a distinguere fra popolo tedesco e regime nazista”, nelle parole di Focardi, che ricorda soprattutto lo sforzo di Enzo Collotti, autorevole studioso italiano della Germania contemporanea, “per riscoprire e far conoscere «l’altra Germania», quella democratica e antinazista, perseguitata dal regime in camicia bruna”. In ogni caso, a parte queste eccezioni, “al cupo ritratto del soldato germanico quale disciplinato e sanguinario combattente, implacabile e sadico oppressore di inermi, fu contrapposto il ritratto antitetico e tipizzato del soldato italiano intimamente avverso alla guerra, recalcitrante a compiere atti di violenza e di sopraffazione, pronto a solidarizzare e a portare soccorso alle popolazioni indifese, comprese quella dei territori occupati dal fascismo. E la stessa immagine speculare fu applicata alla descrizione dei due regimi e dei due popoli, il tedesco e l’italiano. […] La raffigurazione intrecciata del «cattivo tedesco» e del «bravo italiano» emerge come il canone di lettura principale attraverso cui è stata modellata la memoria nazionale della guerra non solo sul piano dell’elaborazione prodotta dalle élites politiche e culturali, ma anche su quello della cultura popolare e di massa legata ai rotocalchi, al cinema, alla televisione o alle canzoni”, spiega Focardi.

Questa contrapposizione è, secondo lo storico, l’unico tratto unificante fra le molteplici narrazioni legate alle diverse esperienze del conflitto (quella dei partigiani e quella dei militanti della RSI, quella degli IMI e quella dei soldati italiani, a sua volta diversa fra chi ha combattuto in Russia e chi in Africa settentrionale, quella delle donne e quella dei prigionieri degli Alleati, e così via). Focardi individua l’origine di questa contrapposizione negli anni compresi fra il 1943 e il 1947, “sulla base di stringenti esigenze politiche condivise dal composito fronte antifascista, sia dalla corona e dal governo Badoglio sia dalle diverse forze legate ai partiti del CLN, che utilizzarono a fini di autolegittimazione politica, di mobilitazione bellica e soprattutto di salvaguardia degli interessi nazionali la distinzione fra Italia e Germania, cui aveva già intensamente fatto ricorso fin dall’inizio del conflitto la propaganda alleata. […] Preoccupazione fondamentale e legittima dell’establishment monarchico e delle élites politiche antifasciste fu di evitare una pace punitiva per il paese uscito sconfitto dalla guerra. […] Tutti i governi di unità nazionale, nati dall’intesa fra CLN e monarchia nella primavera 1944, posero al centro della propria azione la rivendicazione dei meriti dell’Italia nella guerra contro la Germania, dapprima per ottenere il superamento dell’ambiguo status di nazione cobelligerante e il riconoscimento di un’alleanza paritaria con le Nazioni Unite poi, fallito tale tentativo, per scongiurare comunque un trattamento draconiano da parte dei vincitori”.

“Finì così per essere generato un «racconto egemonico» che taceva, minimizzava o negava il coinvolgimento del popolo italiano nel fascismo e le responsabilità del paese nella guerra fascista e nei suoi numerosi crimini“, sostiene Focardi, aggiungendo che in questo modo si posero “le basi di un’autocoscienza collettiva fondata sul paragone costante fra il caso italiano e quello tedesco, e sulla conseguente relativizzazione delle colpe italiane“.
Dietro lo stereotipo c’era un consistente nucleo di verità“, puntualizza Focardi, “E tuttavia lo stereotipo servì a coprire l’altra faccia della medaglia, non meno rilevante ma assai più incresciosa, ovvero l’adesione di non pochi italiani alla «guerra imperialistica» del fascismo; i numerosi crimini di guerra commessi nei territori occupati dalle camicie nere e dal regio esercito contro partigiani e civili; il coinvolgimento nella persecuzione germanica degli ebrei non solo da parte di Salò dopo il 1943 ma anche in precedenza da parte delle forze italiane in Russia e nei Balcani, doveva avevano sì agito tanti «salvatori di ebrei», ma anche non pochi italiani «mala gente», pronti ad approfittarsi dei perseguitati e persino a consegnarli all’alleato carnefice”.

All’oblio degli aspetti più negativi delle vicende italiane nella Seconda Guerra Mondiale “concorsero una pluralità di attori spinti da motivazioni diverse: dapprima la propaganda alleata, intenzionata a provocare il crollo interno della dittatura fascista e l’abbandono italiano della guerra dell’Asse; poi la monarchia assieme agli apparati istituzionali delle forze armate e della diplomazia, che utilizzarono dopo l’8 settembre la «carta antitedesca» certamente per il bene del paese ma anche per separare le proprie sorti (anche personali, a cominciare da Badoglio) da quelle dell’Italia monarchico-fascista sconfitta rovinosamente; quindi, con tutt’altra credibilità morale e politica, le forze antifasciste e della Resistenza, impegnate in prima linea in una lotta durissima contro l’occupante germanico e l”antico’ nemico in camicia nera, e anch’esse preoccupate – una volta giunte a responsabilità di governo – di salvaguardare il destino del paese e la loro stessa legittimazione politica a rischio di essere scossa da una eventuale «pace mutilata»  foriera di un’ondata di nazionalismo reazionario; infine, la destra qualunquista (auto)indulgente col passato fascista, concorde sulla necessità di separare le responsabilità dell’Italia da quelle dell’ex alleato tedesco per evitare una pace punitiva e allo stesso tempo propensa, al pari del re e di Badoglio, a scaricare su Mussolini e sui gerarchi il peso di ogni colpa, identificata principalmente nell’aver legato in modo inopinato l’Italia al destino del Terzo Reich”, argomenta Focardi.

Questa è la tesi. Lo svolgimento dell’argomentazione sarà trattato post dopo post in questi giorni.

5 pensieri su “Il “cattivo tedesco” e il “bravo italiano” come miti fondanti della narrazione sulla seconda guerra mondiale

  1. Lodevole analisi, destinata, almeno lo si spererebbe, a sfatare, dopo settant’anni, alcuni falsi miti, ancora oggi in voga.
    Solo in Italia, una guerra tra Nazioni, già di per sé atto violento, è stata trasformata in guerra civile, con voltate di gabbana ed il contributo di figure inqualificabili, come il Badoglio sopra citato. Si deve inoltre aggiungere che i Tedeschi, come, del resto, tutti gli altri che indossavano una divisa e combattevano, prestavano servizio militare, il cui compito non è esattamente quello di assistere degli ammalati; gli Italiani, dal canto loro, in Jugoslavia, hanno compiuto azioni di un’efferatezza tale da confrontarsi con i soldati di altre Nazioni, compresa quella Germania diventata ormai, a torto od a ragione, proverbiale.
    Resta un amaro in bocca nel vedere la nostra Italia, un tempo a capo di un Impero che abbracciava tutto il mondo conosciuto, martoriata, faticosamente ricostituita, darsi una Costituzione e, di conseguenza, un Diritto e delle Istituzioni, almeno sulla carta, esemplari, nel solco di una millenaria tradizione, oggi fatta a pezzi da un tarlo come il liberismo, talmente viscido, subdolo e vigliacco da sfuggire ad ogni tentativo di controllo, anzi, ammalia e tira verso di sé la quasi totalità delle Pubbliche Autorità il cui ufficio sarebbe quello di tenerlo bene a freno.

  2. Be alla fine ci dobbiamo ricordare che noi al inizio siamo stati dalla parte dei nazisti fino al 1943 anche gli italiani purtroppo si sono macchiati di crimini di guerra e contro l’umanità contro la popolazione civile degli stati occupati e anche da noi ci furono le legge razziali e lo sterminio degli ebrei , poi con la resistenza l’italia si riscattò ma non molti cittadini ci parteciparono infatti per i 20 anni del regime ben pochi ci andarono contro.

    • Infatti la Resistenza non fu una sollevazione dell’intero popolo italiano. Questa narrazione ha ragioni storiche condivisibili, ma dopo 70 anni occorre ammettere che al fianco dei partigiani e degli italiani che combatterono al fianco degli alleati nella loro risalita ci sono stati i repubblichini, i collaborazionisti e una grande massa di persone spaurite e neutrali.
      Anche se cio’ non deve oscurare i meriti della Resistenza e il suo contributo – militare, politico e simbolico – che il 25 aprile onora e commemora.

  3. Pingback: Le ragioni alla base del mito del “cattivo tedesco” e del “bravo italiano” | Il Ragno

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