Le ragioni alla base del mito del “cattivo tedesco” e del “bravo italiano”

Questo post rappresenta la seconda puntata della serie, inaugurata con Il “cattivo tedesco” e il “bravo italiano” come miti fondanti della narrazione sulla seconda guerra mondiale, dedicata appunto a questi due stereotipi indagati dallo storico Filippo Focardi.

“L’essenza di una nazione sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio comune, ma anche nel fatto che tutti abbiano dimenticato molte altre cose” (Ernest Renan)

Focardi sostiene che la maggior parte degli studi storiografici italiani sulla “definizione delle coordinate della memoria nazionale, connotata dalla rimozione del consenso al fascismo e del carattere di guerra civile della Resistenza” riconducano le cause di questo fenomeno “alle stringenti esigenze di legittimazione politica dei partiti della antifascisti, [che], consapevoli del livello di adesione popolare al regime, dei limiti della Resistenza e del suo carattere anche di guerra civile, avrebbero evitato di chiamare il paese a un drastico redde rationem col passato per non scuotere la società e minare il loro consenso elettorale, rivendicando piuttosto l’idea di una corale ostilità degli italiani al fascismo e presentandosi come rappresentanti di un popolo mondo da colpe”, lavate dalla Resistenza stessa e dal cambio di fronte.

Ripercorrendo le varie declinazioni di questa tesi, Focardi ricorda il ruolo del Partito comunista, che ha promosso il mito del «popolo alla macchia» “per accreditarsi come forza nazionale e democratica occultando gli stretti legami politici e ideologici con Mosca” e quello delle forze moderate “interessate a rimuovere il coinvolgimento del popolo italiano nel regime (soprattutto quello capillare delle sue élites politiche ed economiche) addebitando ogni colpa a Mussolini e ai suoi più stretti accoliti, per favorire una transizione politica non traumatica garantita da un blando processo di epurazione”. Vanno ricordati anche, sull’altro versante, i lavori di Mariuccia Salvati e Luca La Rovere che si sono concentrati sull’«esame di coscienza» avviato all’interno dei partiti antifascisti, “imperniato sulla denuncia delle «profonde connessioni della società italiana con il sistema di potere totalitario», come atto necessario per una autentica rigenerazione democratica”, un processo che secondo La Rovere è stato interrotto di fronte alle proteste popolari nei confronti dell’epurazione (si ricordi alla fine che l’epurazione fu sospesa con un’amnistia dal Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti già nel giugno 1946), mentre secondo Salvati tale riflessione è stata interrotta “per effetto della «scoperta dell’efferatezza degli atti commessi dai fascisti della RSI alleati dei tedeschi e insieme dell’eroismo degli italiani resistenti»”, scoperte che avrebbero condotto a re-incanalare la narrazione della Resistenza nei binari del «patriottismo espiativo» (la definizione è di Gian Enrico Rusconi), in cui i partigiani vengono assimilati a dei martiri cristiani, il cui sangue lava le colpe della Nazione.
“Sia Salvati sia La Rovere”, tira le somme Focardi, “non negano dunque il rapido prevalere di un meccanismo di rimozione delle colpe, ma lo individuano come esito di un processo caratterizzato anche da tentativi opposti di resa dei conti con il passato fascista, interrotti nell’immediato dopoguerra per motivi politici interni”.
Per Focardi gli sforzi messi in luce da Salvati e La Rovere, in conclusione, non hanno “lasciato alcun segno sulla narrazione collettiva della guerra, la cui costruzione fu influenzata fin dal 1940 dall’efficace propaganda di guerra alleata e modellata dopo l’armistizio sulla base delle esigenze prioritarie di mobilitazione bellica e difesa degli interessi nazionali”. Questi sforzi si infrangevano quindi con una narrazione diffusa con ben altri mezzi, più potenti e più autorevoli.

Focardi conclude l’introduzione del suo saggio con queste parole: “Costruire e alimentare una memoria collettiva basata sulla contrapposizione fra «cattivo tedesco» e «bravo italiano» ha però avuto l’effetto di impedire finora una consapevolezza critica su cosa abbia significato – non solo per l’Italia – l’esperienza del fascismo. La malvagità tedesca ha cioè funzionato, volutamente o meno, come un perfetto alibi, permettendo di rinviare una riflessione pubblica sulla violenza fascista nel suo complesso: le politiche razziste e antisemite, i progetti espansionistici, le occupazioni militari, le repressioni e i crimini di guerra”. L’auspicio dell’autore è che il suo libro possa contribuire a questa consapevolezza e “favorire una coscienza storica più informata e responsabile”.

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3 pensieri su “Le ragioni alla base del mito del “cattivo tedesco” e del “bravo italiano”

  1. Pingback: La propaganda alleata in Italia fra il 1943 e il 1945 | Il Ragno

  2. E poi ci si dimentica che fu l’italia a voler entrare in guerra, le persone entusiaste a piazza venezia quando Mussolini faceva la dichiarazione di guerra , le leggi razziali e cosi via.

    • Le persone erano entusiaste solo perché credevano che l’Italia avrebbe vinto facilmente, a fianco della Germania. E fu un’illusione tragica che pagammo davvero in modo salato.

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