Traditori della patria (parte 1)

Questo post rappresenta la quarta parte della serie che sto scrivendo dedicata a Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Nella puntata precedente abbiamo parlato della propaganda alleata in Italia fra il 1943 e il 1945, mentre da questa si apre la trattazione del capitolo 2 del libro, dedicato alle accuse di tradimento della patria che le varie parti coinvolte nella guerra civile del biennio 1943-1945 si lanciavano a vicenda.

Infatti, dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943) e poi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Italia fu spezzata in due Stati, la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini e lo Stato monarchico guidato da Vittorio Emanuele III e dal maresciallo Badoglio. I due Stati si trovavano a far parte di schieramenti contrapposti e ognuno sosteneva di essere il rappresentante legittimo del popolo italiano. Per sostanziare questa presa di posizione, ciascuno ricorreva ad accuse di tradimento nei confronti dell’altro.

In particolare, Mussolini, in un discorso da Radio Monaco (settembre 1943), rievocando il «colpo di Stato» di luglio e la «vergognosa capitolazione» dell’armistizio, accusò il re, la dinastia Savoia («agente principale del disfattismo e della propaganda antitedesca»), i vertici militari e «taluni invigliacchiti elementi del fascismo» “di aver perpetrato un atroce tradimento: tradimento verso la patria e il regime, tradimento nei riguardi dell’alleato tedesco”, nelle parole di Focardi. “Gravava sul re e sul suo entourage, secondo il duce, la responsabilità di aver abbattuto il fascismo e di aver trattato sottobanco con gli Alleati la resa del paese, firmando condizioni di armistizio durissime, che privavano l’Italia di tutti i territori conquistati con grandi sacrifici. Gravava sul re la responsabilità principale di aver infangato l’«onore» dell’Italia, tradendo un alleato che aveva sempre dimostrato la sua «fedeltà» e al quale il paese era unito dalla lotta comune condotta su «tanti campi di battaglia»”. Mussolini annunciava quindi la ripresa della guerra al fianco dell’Asse, dato che «Solo il sangue può cancellare una pagina così obbrobriosa nella storia della patria».

Mussolini “parlava ad esempio di «proditorio rinnegamento, sul campo di battaglia, del Trattato di alleanza» e stigmatizzava il «rovesciamento del fronte» come autentico «passaggio al nemico»”, spiega Focardi. “La nefandezza di tale condotta fu costantemente messa in risalto grazie al paragone con il comportamento del «fedele» alleato germanico. Gli aiuti concessi da Berlino nel corso della guerra, la tenacia dimostrata dai tedeschi nella difesa della Sicilia, […], la prova di affetto e fiducia personale dimostrata dal Führer a Mussolini prima e dopo la liberazione dal Gran Sasso, erano presentati come esempi di sincero «cameratismo» indegnamente tradito dal re e dalla sua «cricca». Uno dei motivi propagandistici più ricorrenti fu l’appello alla restaurazione dell’«onore» perduto. Esso poteva essere riconquistato solo nella «fraternità d’armi» con il vecchio «camerata Richard», cioè nello sforzo del combattimento comune. Come affermò Mussolini, «Italia significa onore e onore significa fede alla parola data, […] e la fede alla parola data significa collaborazione con l’alleato nel lavoro e nel combattimento».”

Questa propaganda ottenne dei risultati solo parziali. “La fedeltà all’alleanza con la Germania e lo sdegno per il presunto tradimento del re furono in effetti fra le ragioni e gli impulsi che spinsero un considerevole numero di italiani, fra cui molti giovani cresciuti nel culto del fascismo, a schierarsi con la Repubblica di Salò”, commenta Focardi, che però prosegue, “I rapporti sul campo con i «camerati» tedeschi si rivelarono tuttavia molto diversi rispetto alle celebrazioni […]. A caratterizzarli fu piuttosto un sentimento di reciproco sospetto: da parte tedesca, malcelata ostilità antitaliana e ostentato senso di superiorità; da parte italiana, un insieme al contempo di ammirazione e diffidenza. […] Gli sforzi della propaganda non riuscivano infatti a mascherare «il disagio profondo per l’alterigia, il disprezzo e la tracotanza dell’ingombrante alleato»”.

Per la propaganda fascista il «tradimento» della Germania aveva significato anche tradimento del popolo italiano e della patria”, ricorda Focardi, citando le parole di Mussolini che aveva descritto l’armistizio in questi termini: «non solo come un tradimento verso l’alleato, non solo come un inganno teso al popolo italiano, ma come un immane delitto di lesa patria e un atto di incosciente suicida follia». Prosegue Focardi: “La propaganda fascista aggiunse ‘sul conto’ dei «traditori» le sofferenze del paese, sottoposto a ‘barbari’ bombardamenti, consegnato nelle mani di «armate bastarde e mercenarie» dedite al massacro, allo stupro e alla razzia, sprofondato nella «guerra civile» fratricida, esposto all’«ira dell’alleato tradito». Il tradimento imputato al re e a Badoglio diventava così un comodo alibi per Mussolini e la classe dirigente fascista rimasta a fianco del duce per allontanare da sé il peso di una tragica sconfitta di cui il regime portava invece la piena ed esclusiva responsabilità”.

A fianco di questo tema, aggiunge Focardi, “venne sollevato anche il tema della Repubblica sociale quale indispensabile «Stato cuscinetto» creato a difesa dei cittadini italiani, esposti alle rappresaglie dei tedeschi. Questi, come notava Mussolini l’11 ottobre 1943, «minacciati di esser tagliati in sacche sul nostro territorio, aggrediti dagli ordini di Badoglio, si [erano] sentiti improvvisamente in Paese nemico» e si erano trovati nella necessità di adottare misure energiche per garantirsi la ritirata”. Lo Stato cuscinetto sarebbe stato dunque l’unica possibilità per «spegnere il risentimento dei militari tedeschi contro l’Italia», “frutto di una scelta patriottica tesa a frenare lo spirito germanico di revanche”, come dice Focardi, che sottolinea la fortuna del “mito di un Mussolini mosso dalla volontà di «servire da schermo fra gli italiani e l’ira germanica»”. Come tutti i miti, anche questo ha un fondo (debole) di verità che Focardi riconosce: “In alcuni momenti, invero, il duce si attivò in difesa degli interessi italiani gravemente lesi dall’occupante, come quando protestò nell’estate del 1944 contro le stragi di civili perpetrate dalla Wehrmacht nell’ambito della cruenta lotta contro i «ribelli» delle bande partigiane. Tuttavia non si può sostenere né che il duce si ‘sacrificasse’ per la salvaguardia del paese, poiché egli giocò fin dall’inizio la carta di una radicale fascistizzazione della nazione sotto l’egida nazista, né che la RSI costituisse un efficace baluardo protettivo per gli italiani rispetto alla furia vendicativa tedesca. Piuttosto, essa si rivelò utile alla Germania sia come strumento di controllo amministrativo per lo sfruttamento economico delle risorse italiane sia nella repressione a tappeto del movimento partigiano, contro cui fu impiegata la stragrande maggioranza delle forze militari e di polizia di Salò”.

L’obiettivo della propaganda della RSI, come abbiamo accennato all’inizio, era tuttavia soprattutto “minare la legittimità nazionale tanto della monarchia e del governo Badoglio quanto delle forze dell’antifascismo, rappresentati gli uni e gli altri come complici sciagurati del nemico invasore e nefasti traditori della nazione”.

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6 pensieri su “Traditori della patria (parte 1)

  1. Pingback: Traditori della patria (parte 2) | Il Ragno

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  3. Mussolini era un dittatore e quindi una persona che punta il suo potere sulla violenza e sulla paura e normale che poi venga “tradito” dai suoi uomini, sopratutto se fa partecipare il suo paese ad una guerra mondiale perdendo un numero enorme di vita umane e causando una distruzione enorme.

    • E’ interessante chiedersi cosa sarebbe successo se l’Asse avesse vinto la guerra. Ad esempio, il mio libro di storia dice: “Fu solo con lo scoppio del conflitto e con i primi rovesci bellici che il fascismo cominciò a perdere progressivamente il sostegno sul quale più contava: quello appunto dei giovani. I quali, diventati nel frattempo soldati e ufficiali, vissero in prima persona il drammatico fallimento di un regime che, avendo puntato tutto sulla politica di potenza e sull’esaltazione bellica, si dimostrò poi incapace di preparare sul serio la guerra, la perse rovinosamente e finì per questo col crollare come un castello di carte” (G. Sabbatucci e V. Vidotto, Storia contemporanea – Il Novecento).

      • Be sicuramente l’europa sarebbe diventato un posto orribile a quest’ ora e forse i tedeschi poi avrebbero tradito gli Italiani ,senza considerare che sarebbero state trattate le persone dei paesi occupati.

      • Filippo Focardi sostiene che ciò che si racconta dei tedeschi traditori degli italiani sul campo di battaglia è un mito diffuso dalla propaganda alleata. Sicuramente però i tedeschi non vedevano di buon occhio gli italiani, specie considerata la maldestra conduzione delle campagne di guerra e l’impreparazione a quel tipo di conflitto. Spero di approfondire l’argomento nei prossimi capitoli, anche se naturalmente per ora parlo solo di soldati, che è ben diverso da ciò che accade nelle alte sfere della politica.

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