Traditori della patria (parte 2)

Nella prima parte di questo post abbiamo visto le accuse di tradimento della patria rivolte da Mussolini al Regno del Sud dopo l’armistizio con gli alleati. Qui vediamo il punto di vista del governo Badoglio sulla stessa questione e il modo in cui furono controbattute le accuse della RSI.

Contrapposta alla propaganda della RSI, ovviamente, era la propaganda dello Stato monarchico, iniziata “poco prima della liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi (12 settembre 1943) e dell’annuncio fatto da Radio Monaco della ricostituzione in Germania di un governo fascista” e volta a “spiegare le ragioni dell’armistizio firmato con gli Alleati e il perché del repentino abbandono della capitale, apparso a molti più una fuga indecorosa […] che non un atto legittimo volto a preservare la persona del re e la continuità istituzionale” e dettata anche da “due esigenze che riguardavano invece la situazione internazionale del paese: l’esigenza di ristabilire la fiducia e la collaborazione con gli Alleati, compromesse dalla pessima gestione dell’armistizio culminata nell’abbandono di Roma nelle mani dei tedeschi, e l’esigenza di salvaguardare il buon nome e l’onore di casa Savoia dall’accusa di tradimento rivolta dalla Germania”, come spiega Focardi.

Così “Vittorio Emanuele III spiegava agli italiani di aver «autorizzato la richiesta di armistizio» agli Alleati onde evitare «più gravi sofferenze e maggiori sacrifici» al paese e li informava di essersi trasferito col governo e le autorità militari «in un altro punto del sacro suolo nazionale» per salvare la capitale e continuare ad «assolvere» i suoi «doveri di re»”, e poco dopo “Badoglio […] informava gli ascoltatori che l’Italia, costretta alla resa dalla «soverchiante potenza degli Alleati», era obbligata adesso a subire l’occupazione armata della Germania, intenzionata a continuare la guerra «sul nostro suolo» per «tenerla lontana dal suo territorio». «La prepotenza tedesca – egli affermava – ci toglie perfino la libertà di dichiararci vinti». Badoglio invitava dunque gli italiani a «reagire con energia e fermezza» contro l’occupante, che imponeva al paese nuovi «orrori» e nuove «rovine». «I Germanici – egli sottolineava -, dopo essere stati per tre anni degli alleati che hanno condotto la guerra con criteri egoistici e nel loro esclusivo interesse, sono tornati ad essere apertamente nemici, come in passato, del popolo italiano»”.

In questo modo venivano taciute le gravi responsabilità della monarchia e delle autorità militari per la guerra d’aggressione scatenata dall’Asse (comprese quelle personali di Badoglio capo di stato maggiore delle forze armate dal maggio 1925 al dicembre 1940), veniva riversata sui tedeschi l’accusa di tradimento e promosso l’allineamento al campo alleato nello sforzo comune contro la Germania nazista”, puntualizza Focardi, che sottolinea l’abilità di Badoglio nel servirsi del repertorio propagandistico degli Alleati per “contrastare la propaganda che dal Reich diffondeva il risorto fascismo, determinato a riconquistare il monopolio della rappresentanza politica. La posta in gioco principale per la monarchia diventava così la salvaguardia della legittimità istituzionale e, a ciò connessa, la capacità di mantenere saldo il vincolo di fedeltà delle forze armate e dell’apparato burocratico, insidiato e conteso dall’appello alla defezione lanciato da un nuovo centro di potere nazionale”.

In successivi messaggi, Badoglio rinnovava la sua condanna alla Germania che aveva “«imposto» all’Italia di scendere in guerra al suo fianco trascinandola in un gorgo di terribili sofferenze aggravate dalle «angherie e dalle vessazioni» quotidiane dei poco camerateschi soldati germanici, ma, una volta che – impossibilitata a continuare la lotta – l’Italia si era ritirata dal conflitto, l’ex alleato non aveva esitato a perpetrate un «premeditato atto di aggressione contro di noi […] trattandoci di punto in bianco come nemici». […] Questa denuncia del comportamento tedesco […] valeva evidentemente […] a controbattere le accuse di tradimento mosse da Berlino ma anche a sviare l’attenzione dalle responsabilità del governo monarchico e dei comandi militari per aver lasciato senza ordini precisi le unità delle forze armate, stanziate sia in Italia che all’estero, dalla Francia meridionale all’Egeo. […] Il re, Badoglio e i vertici militari avevano mantenuto il massimo riserbo sugli accordi presi con gli Alleati diramando solo disposizioni confuse e tardive alle truppe. Impreparate anche psicologicamente al cambio delle alleanze, esse all’annuncio inatteso dell’armistizio si erano inevitabilmente sbandate arrendendosi in massa ai tedeschi, risoluti viceversa nell’attuare piani dettagliati da tempo preparati per il disarmo e la cattura dei reparti italiani, e pronti a sterminare senza pietà chi avesse tentato di opporsi”.

Le parole di Badoglio nei confronti dei fascisti erano dure: «Costoro, non paghi di aver gettato l’Italia in una situazione catastrofica, hanno ora costituito un governo fantoccio che ha il coraggio di voler rappresentare il cuore e l’onore d’Italia, mentre non rappresenta che un’esigua minoranza asservita alla Germania». Gli appelli all’onore erano vani se fatti dai “tedeschi «che hanno abbandonato in pieno combattimento le nostre divisioni sul Don, in Libia, in Tunisia, in Calabria»” o dai “ «capoccia fascisti, che si sono empite le tasche con l’oro che avrebbe dovuto servire a preparare la guerra in cui hanno gettato incautamente il paese». L’unico modo per risollevare il destino della patria era dunque combattere contro l’invasore tedesco al fianco degli Alleati, con i quali l’Italia, grazie al suo «deciso intervento contro la Germania», era venuta a trovarsi su «un piano di sostanziale alleanza»”.

Le accuse al duce non finivano qui. “Benché a conoscenza dello stato di assoluta impreparazione delle forze armate, egli aveva gettato avventatamente il paese in una guerra sanguinosa «non voluta né sentita da alcuno e non vivificata dall’odio contro il nuovo nemico»”, riassume Focardi, “Niente poi aveva fatto, quale suprema autorità militare, per contrastare la prepotenza crescente dell’alleato germanico, determinato a perseguire i propri esclusivi interessi, col pieno disprezzo e a discapito del popolo italiano, ritenuto «un popolo inferiore». Se vi era stato un tradimento, a commetterlo […] erano stati pertanto Mussolini e i tedeschi […]; i secondi brigando dall’inizio del conflitto per porre l’Italia in una condizione di grama sudditanza con l’intento di trasformarla in un «paese vassallo». Il capo del governo ammetteva che le condizioni dell’armistizio fossero «dure» («perché non dobbiamo dimenticare che siamo vinti»), ma sottolineava come la «reazione armata alle aggressioni di ogni genere germaniche» stava sempre più portando il paese su «un piano di collaborazione con gli alleati, che non potrà non contare alla conclusione della pace».

Occorre ricordare la grande efficacia dell’“incriminazione di Mussolini come «servo dei nazisti» e traditore della nazione, additato […] quale unico responsabile delle scelte sciagurate compiute dal paese. La colpevolizzazione del duce per la partecipazione italiana alla guerra e per la sua fallimentare conduzione permetteva al Regno del Sud di […] dispensare da ogni responsabilità la monarchia insieme all’establishment burocratico-militare per la ventennale collaborazione col fascismo culminata nella guerra e di riversare sulla nascente Repubblica sociale il peso infamante del tradimento nazionale; […] di assolvere dalle responsabilità per la partecipazione al conflitto tanto le forze armate quanto, più in generale, il popolo italiano, presentati come vittime di una guerra non voluta e di un alleato insincero e arrogante. Evidente era lo scopo cui mirava Vittorio Emanuele III: allontanare il marchio del tradimento e della sconfitta per mantenere il trono e porsi alla guida della nazione nella difficile lotta che allora si apriva contro i tedeschi e i fascisti”.

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3 pensieri su “Traditori della patria (parte 2)

  1. Pingback: Traditori della patria (parte 3) | Il Ragno

  2. Molto interessante. Purtroppo nell’autunno del 1943 il vizio italiano di voler tenere il piede in due scarpe si è manifestato in maniera drammatica. Errori le hanno fatte entrambe le parti, anche il re e il governo badoglio hanno pensato più alla loro salvezza che al bene del paese.
    Evitiamo poi la penosità della sostanziale parità con l’alleato; talvolta un umile: abbiamo perso è meglio di un: abbiamo cambiato casacca e abbiamo vinto.

    • Infatti il re e Badoglio furono aspramente criticati dalle forze antifasciste del CLN, prima che decidessero di collaborare (l’ho riassunto nella terza parte di questo capitolo). Alcune personalità autorevoli dell’antifascismo riconobbero che l’Italia non poteva porsi su un piano di parità con gli Alleati, ma alla fine tutto questo fu messo da parte perché occorreva mobilitare il popolo a schierarsi con gli Alleati.

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