Traditori della patria (parte 3)

Nella prima parte di questo post abbiamo visto le accuse di tradimento della patria rivolte da Mussolini al Regno del Sud dopo l’armistizio con gli alleati e nella seconda parte il punto di vista del governo Badoglio sulla stessa questione. La terza parte completa il quadro con il punto di vista dei vari partiti antifascisti, i loro punti di divergenza rispetto al Regno del Sud e il terreno comune su cui si fonderà la collaborazione contro la RSI.

Mentre il governo Badoglio combatteva la sua battaglia propagandistica contro la Repubblica di Salò, una battaglia parallela veniva impostata dalle “forze dell’antifascismo, che dopo la caduta di Mussolini avevano progressivamente recuperato uno spazio d’azione nel paese, sebbene avessero continuato a operare in uno stato di semiclandestinità per i numerosi controlli e restrizioni imposti dal governo Badoglio”, come spiega Focardi. “Dopo il 25 luglio crescente era stata la loro pressione sul governo perché decretasse la fine della guerra”, considerata «contraria alle tradizioni ed agli interessi nazionali ed ai sentimenti popolari, la responsabilità della quale grava e deve gravare sul regime fascista».

Le forze antifasciste, che premevano per “preparare la nazione a uno scontro ritenuto inevitabile con le truppe tedesche che presidiavano la penisola”, non potevano sapere che il governo Badoglio stava trattando per l’armistizio finché esso non fu annunciato l’8 settembre 1943, ma quando ciò accadde si aprì un aspro conflitto fra esse e la monarchia, in quanto “le vicende dell’8 settembre, contrassegnate dalla fuga della corte e dei vertici militari, avevano avuto l’effetto di sprigionare un’ondata di acceso risentimento nei confronti del sovrano, di Badoglio e dell’intera dinastia Savoia”, afferma Focardi, “Tutta la stampa clandestina antifascista pullula di accuse contro il «re fellone», il «re codardo», il «re fuggiasco», il «re gaglioffo» e contro il suo degno compare: il «maresciallo fellone»”, e lo stesso risentimento manifestarono gli emigrati antifascisti, fra cui il maestro Arturo Toscanini, che sulla rivista statunitense Life definì Vittorio Emanuele III «quel pusillanime e degenerato Re d’Italia».

Tuttavia, anche se si trattò di voci nettamente minoritarie, “Alcuni importanti fogli antifascisti, quali «La Voce Repubblicana» e «L’Italia Libera», organo del Partito d’azione, non mancarono di condannare come atto di tradimento la decisione stessa di Vittorio Emanuele di interrompere la guerra al fianco della Germania e di stipulare in segreto un armistizio con gli angloamericani (tale si doveva infatti considerare l’azione di un re che aveva approvato il trattato di alleanza con la Germania nel maggio del 1939)”, osserva Focardi, riportando il commento di Gaetano Salvemini: «un malfattore non diventa un galantuomo quando tradisce un altro malfattore».

La maggioranza delle accuse di tradimento rivolte al re riguardarono, tuttavia, solo il “suo comportamento nei confronti del popolo italiano”: “Il sovrano – già additato come complice della dittatura fascista durante tutto il ventennio, dalla presa di potere di Mussolini nell’ottobre 1922 alla dichiarazione di guerra nel giugno 1940 – fu posto sotto accusa per aver tradito per l’ennesima volta gli italiani, abbandonati dopo l’armistizio in balia delle armate hitleriane”, osserva Focardi, “Vittorio Emanuele non aveva predisposto alcun efficace piano difensivo, aveva lasciato l’esercito senza ordini alla mercé delle truppe tedesche, era venuto meno alle promesse e agli accordi presi con i partiti antifascisti ostacolando la consegna delle armi al popolo e impedendo così la possibilità di approntare una difesa concertata”.

I pochi episodi di “efficace collaborazione fra militari e civili contro i tedeschi”, come quello di Roma a Porta San Paolo, erano stati “frutto di iniziative individuali” e si erano svolti “sotto il segno dell’improvvisazione”, e per questo erano destinati al fallimento. Il CLN, in una dichiarazione del 12 settembre 1943, afferma: «nell’ora più angosciosa della Patria il Monarca e il capo del Governo non sono rimasti al loro posto di direzione e di comando e, in conseguenza di questa carenza, ogni possibilità di difesa e di resistenza è stata profondamente scossa e vulnerata».

Per questo “il re non poteva pretendere in alcun modo di condurre la lotta contro la Germania”, spiega Focardi, e “l’antifascismo rivendicava per sé il diritto di guidare la «lotta di liberazione nazionale» contro l’invasore tedesco. Non era legittimato a farlo Vittorio Emanuele, complice del fascismo e traditore ‘di lungo corso’ della nazione. Il sovrano aveva sprecato colpevolmente con l’8 settembre l’occasione di schierare il paese contro la Germania nazista a fianco delle nazioni democratiche: le chances di riscatto – nonostante i proclami del governo di Brindisi – non potevano che essere affidate alla direzione delle forze antifasciste”, che infatti rivendicarono questo compito dopo appena tre giorni dalla dichiarazione di guerra fatta dal Regno del Sud alla Germania (13 ottobre 1943), chiedendo di costituire un «governo straordinario», «espressione dei quelle forze politiche che hanno costantemente lottato contro la dittatura fascista e fino dal settembre 1939 si sono schierate contro la guerra nazista».

Tutti i vari organi di stampa delle diverse forze antifasciste reagirono con «un senso di estraneità, se non di fastidio o addirittura di rabbia» (le parole sono dello storico Claudio Pavone) alla dichiarazione di guerra del Regno del Sud alla Germania, perché, come scritto sull’Unità (18 ottobre 1943), la guerra non poteva essere condotta da «gli uomini che, corresponsabili del fascismo e della guerra fascista, hanno ingannato e tradito il popolo italiano».

Nonostante questo conflitto, i temi propagandistici di cui le forze antifasciste si servivano contro fascisti e nazisti riecheggiavano quelli utilizzati dal governo monarchico di Brindisi: “in primo luogo, il refrain della guerra non voluta dagli italiani, in secondo luogo l’accusa del tradimento nazionale mussoliniano e della condotta proditoria da parte della Germania nazista”, che, come nota Focardi, “Erano i temi su cui aveva puntato e continuava a insistere la propaganda alleata, e che erano stati abilmente fatti propri da quella monarchica. Nell’adottarli l’antifascismo godeva però di tutt’altra credibilità rispetto al Regno del Sud. La netta distinzione tracciata fra dittatura fascista e nazione, ovvero fra regime e popolo italiano; la condanna delle avventure belliche del fascismo come azioni antipopolari […]; la denuncia dell’alleanza con la Germania come contraria alle più genuine tradizioni nazionali di matrice risorgimentale, facevano parte infatti del patrimonio storico dell’antifascismo italiano. Molti dei temi e degli slogan diffusi nel paese dalla propaganda alleata avevano dunque una radice antifascista, attestata fra l’altro […] dal coinvolgimento attivo di numerosi esuli di vario orientamento politico nelle attività propagandistiche”.

Ad esempio, nel dicembre 1943 «Il Popolo», organo della Democrazia Cristiana, “sottolineava come il patto di amicizia sottoscritto con Hitler da Mussolini non avesse vincolato affatto il popolo italiano, «spinto ad una guerra non sentita, non voluta, non preparata». Legittima pertanto era stata la scelta italiana di uscire dal conflitto, spregevole moralmente e criminale la mossa tedesca di invadere il paese. Quest’ultimo atto si configurava come il suggello di tutta la precedente linea d’azione germanica, contrassegnata dal costante tradimento dell’alleato su ogni fronte di guerra”. E Mussolini e i fascisti avevano a loro volta tradito il popolo italiano, restando “al fianco dei tedeschi dopo che la Germania, «gettata la maschera», era tornata a mostrare il suo volto più autentico: quello – scriveva l’Unità – del «peggiore nemico d’Italia». […] Schierandosi coi «barbari invasori», coi «banditi dalla croce uncinata», si erano macchiati del più grave dei tradimenti. Tanto più grave in quanto, così facendo, avevano innescato la feroce «guerra civile» che stava insanguinando il paese. In questo modo veniva ribaltata sulle spalle di Mussolini e della Repubblica sociale l’accusa di aver scatenato la «guerra fratricida»”, spiega Focardi.

Prima ancora, il 16 ottobre 1943, il CLN aveva lanciato una dura invettiva contro il fascismo, in cui sosteneva la necessità di «riconfermare la sua più recisa e attiva opposizione, negando al fascismo ogni diritto e autorità – dopo le sue tremende responsabilità nella catastrofe del paese ed il suo asservimento al nazismo – di parlare e agire in nome del popolo italiano». Allo stesso modo, Palmiro Togliatti aveva definito la RSI «il governo fantasma di Mussolini, istituito da Hitler per rompere l’unità nazionale ed acquistare uno strumento per la lotta contro i patrioti che agiscono alle spalle dell’esercito tedesco», creato per «realizzare i suoi ultimi piani di vendetta verso il popolo che gli ha mostrato il suo odio e il suo disprezzo».

 

Un pensiero su “Traditori della patria (parte 3)

  1. Pingback: Un nuovo Risorgimento nella lotta contro i tedeschi | Il Ragno

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...