La demonizzazione dei tedeschi, parte 2: la rotta sul Don

Concludiamo con questa quinta parte il quinto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale di Filippo Focardi. La puntata precedente è questa: La demonizzazione dei tedeschi, parte 1: lo sfruttamento economico ed El Alamein.

Un impatto psicologico ancora più forte” di quello della ritirata di El Alamein “ebbe la vicenda della rotta italiana sul Don, avvenuta fra il dicembre 1942 e il gennaio 1943. Trapelata velocemente, malgrado la censura, grazie ai racconti dei reduci e alle trasmissioni della propaganda alleata, la notizia della disfatta dell’ARMIR aveva suscitato echi immediati in tutta Italia diffondendo sentimenti antigermanici pericolosi per il regime”, riassume Focardi, che più oltre continua, “Il cedimento e la ritirata dell’ARMIR furono descritti come tragica epopea del soldato italiano: vittima sì del fuoco nemico, ma soprattutto del freddo, degli stenti, dell’incapacità degli alti comandi e, ancora una volta, del tradimento dell’alleato germanico”.

Fondamentali nella costruzione di questa memoria collettiva furono “i libri di due reduci, Giusto Tolloy e Nuto Revelli”, che, accanto alla questione “delle responsabilità dei vertici militari accusati […] di lassismo, corruzione, incompetenza e vigliaccheria”, posero in risalto “una risoluta e indignata denuncia del comportamento tedesco, quale causa di enormi sofferenze per i soldati italiani. Deleterio era stato innanzitutto l’ordine di «difesa rigida» imposto dal comando germanico alle truppe italiane schierate sul Don. Un ordine che, per la lunghezza del fronte da salvaguardare e la mancanza di riserve strategiche, era equivalso, secondo Tolloy, a un autentico «assassinio premeditato». […] si affermò che i tedeschi avessero sacrificato le forze italiane per coprirsi la ritirata: con calcolo abietto avevano loro promesso l’invio di rinforzi e di carburante per non farle desistere dal combattimento, mentre già le proprie divisioni se la davano a gambe. «Noi eravamo sul Don e loro scappavano da giorni», scriveva Revelli, che riportava anche voci secondo le quali «i tedeschi rubavano a mano armata automezzi e carburanti italiani» per meglio organizzare la propria fuga. Si arrivò pure a ventilare che l’ordine di ripiegamento fosse stato diramato di proposito agli italiani con 24 ore di ritardo per portare a termine lo sganciamento tedesco in tutta tranquillità. Le cose più turpi erano comunque avvenute lungo le piste gelate durante la cruenta marcia di sganciamento effettuata per sottrarsi alla morsa delle forze sovietiche. […] Impadronitisi dei pochi automezzi di cui disponevano gli italiani, non solo i tedeschi avevano lasciato gli alleati a piedi nella neve reagendo con brutalità ai loro tentativi di salire sui camion e sulle slitte, ma per giunta non avevano esitato a travolgerli lungo il percorso […] Sistematico si riferiva fosse stato inoltre l’accaparramento tedesco degli agognati rifornimenti aviolanciati e delle isbe, le case dei contadini russi e ucraini […]. I soldati del Reich avevano costantemente impedito agli italiani di entrarvi e spesso li avevano anche cacciati fuori con la forza, compresi i feriti e i congelati. […] Usciti finalmente dalla sacca, dopo perdite enormi, i soldati italiani, laceri e stravolti, erano stati scherniti e vilipesi dai «ben pasciuti ed imbottiti» militari tedeschi […]”.

La raffigurazione del comportamento proditorio dei ‘camerati germanici’ in Russia divenne oggetto di una denuncia corale”, afferma Focardi. “Molto spesso la denuncia del tradimento germanico in Africa settentrionale fu associata a quella del tradimento sul fronte del Don. Il comportamento tedesco era stato lo stesso sulle sabbie arroventate del deserto egiziano come sulle piste gelate dell’Ucraina. […] Lo affermò anche, coi crismi dell’ufficialità, l’opuscolo del ministero dell’Assistenza post-bellica dedicato ai reduci italiani dalla prigionia, ai quali furono ricordate le prove di egoismo criminale degli ex commilitoni germanici che «non vollero mai dare a noi i loro mezzi motorizzati, ma se ne servirono, in Africa come in Russia, per portare in salvo le loro truppe, mentre le divisioni italiane rimanevano a farsi massacrare per proteggere la loro fuga»”.
“In realtà, a leggere con attenzione le principali ricostruzioni della ritirata di Russia […], si potevano cogliere anche
particolari diversi, contrastanti col quadro d’insieme che si è descritto: comparivano spesso esempi di perfetta collaborazione in combattimento tra fanteria italiana e carri armati tedeschi, trapelavano casi di attacchi congiunti a villaggi russi […], non mancavano infine episodi in cui risultava fossero stati gli uomini dell’ARMIR a usare la forza senza tanti scrupoli contro i commilitoni germanici. Si trattava di tanti frammenti di verità, che solo molti anni dopo sono stati confermati dal lavoro di Alessandro Massignani, Alpini e tedeschi sul Don, il quale, sulla base dei documenti d’archivio tedeschi, ha sfatato numerosi luoghi comuni, dimostrando l’insussistenza della tesi del tradimento dell’Alto Comando germanico (che impartì gli stessi ordini di difesa a oltranza a tutti i reparti alleati schierati al fronte), la tenace collaborazione delle unità tedesche e italiane sulla linea del fuoco nel tentativo di uscire dalle sacche; il verificarsi, nello stato di confusione della ritirata, di numerosi episodi in cui furono gli italiani a commettere violenze contro gli alleati germanici in una gara senza esclusione di colpi.

Gli accenni più veritieri in questa direzione presenti nelle ricostruzioni dell’immediato dopoguerra non ebbero la forza di intaccare in alcun modo l’immagine predominante fortemente antitedesca. […] il soldato italiano apparve infatti ritratto prevalentemente nei panni autoassolutori della vittima, non in quelli moralmente fastidiosi dell’invasore, protagonista di una guerra di aggressione al fianco delle armate naziste. […] La stessa visione sarebbe stata confermata dalla feconda produzione letteraria e memorialistica successiva, sia grazie alla ristampa presso editori maggiori delle opere di Revelli, Tolloy e Messe, sia grazie alla pubblicazione di […] best seller, come Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern e Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi […]”, commenta Focardi, che conclude con queste parole: “Non va trascurato che la vicenda della tragica ritirata dell’ARMIR costituì effettivamente un punto di svolta sia nei rapporti fra Roma e Berlino sia […] per quanto riguarda l’atteggiamento della maggior parte dei combattenti italiani nei confronti dell’alleato germanico: il cameratismo che, non senza reciproci sospetti e tensioni, aveva predominato in Russia fino ad allora […] si trasformò da parte italiana – specie nei ranghi inferiori – in un diffuso sentimento di ostilità e insofferenza, in molti casi di vera e propria indignazione […]. Non si poteva infatti tollerare che un alleato […] addebitasse loro la colpa esclusiva per il crollo del fronte sul Don e la rovinosa sconfitta. Senza dubbio l’epilogo della campagna di Russia rappresentò per molti […] l’inizio del ‘disincanto’ nei confronti sia del fascismo sia della guerra dell’Asse”.

La demonizzazione dei tedeschi, parte 1: lo sfruttamento economico ed El Alamein

Siamo alla quarta parte del quinto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. La puntata precedente riguardava la rappresentazione del soldato italiano nella guerra fascista, questa è una specificazione sullo stesso argomento, con particolare riferimento alla campagna d’Africa.

La demonizzazione del comportamento tenuto dalle truppe germaniche non solo dopo l’8 settembre, ma anche nelle vesti di alleate prima di quella data, costituì un’altra nota dominante del giudizio formulato dall’intero arco delle forze antifasciste e dalla pubblicistica espressione degli ambienti militari e monarchici”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “Tale demonizzazione rispecchiava solo in misura limitata la reale condotta dei militari tedeschi e risultò dettata […] piuttosto da concrete e urgenti esigenze politiche e morali […]: l’esigenza degli alti comandi delle forze armate di eludere le proprie responsabilità per la condotta fallimentare della guerra rigettata sulle spalle degli ‘ex camerati’, oltre che sul duce; l’esigenza sentita da tutti i settori dell’opinione pubblica di difendere l’immagine e il valore del soldato italiano accusato […] di scarse capacità belliche; l’esigenza da parte della monarchia e dei partiti antifascisti di ribaltare le accuse tedesche di tradimento ritenute infondate e offensive del prestigio nazionale […]; l’esigenza di respingere le accuse nel medesimo senso avanzate prima dalla propaganda salotina e poi dalla pubblicistica neofascista; quella fondamentale, infine, […] di eliminare ogni retaggio del sodalizio italogermanico, particolarmente scomodo per un paese che aspirava a essere accolto nel consesso delle Nazioni Unite”.

Focardi sottolinea che “non mancarono di comparire sulla stampa e nella pubblicistica spunti più veritieri, destinati però a non trovare alcuno spazio nella successiva «narrazione dominante»”, fra cui cita “gli accenni fatti dal maresciallo Badoglio e dal giornalista Agostino Degli Espinosa al comportamento corretto e disciplinato tenuto di norma in Italia dai soldati tedeschi prima dell’armistizio o sulla leale collaborazione militare italogermanica, come […] la collaborazione in campo aeronautico che aveva creato un «saldo spirito di cameratismo» fra gli aviatori dei due paesi nelle basi dell’Italia meridionale. Fu pure ammessa l’esistenza di rapporti quotidiani amichevoli e cordiali fra soldati tedeschi e popolazione italiana negli anni dell’alleanza […]. Emergevano dunque tracce che indicavano un aspetto positivo, o quanto meno più sfaccettato e realistico, del contegno tenuto dall’ex alleato. Tuttavia questi tasselli ‘fuori posto’ non incrinarono la raffigurazione di fondo che stigmatizzava il comportamento assai poco cameratesco dei «presunti» alleati germanici”.

Concorde risultò la condanna della Germania, accusata di aver trattato fin dall’inizio gli italiani con irritante arroganza e di aver agito sistematicamente a loro detrimento”, prosegue Focardi, citando le osservazioni dello storico Corrado Barbagallo “sul «contegno altezzoso» dell’alleato germanico e sulla sua tendenza a prevaricare senza remore gli interessi italiani”, destinate a diventare “un Leitmotiv sui giornali e nei volumi italiani dedicati all’esperienza della guerra. All’opinione pubblica fu riproposto il medesimo ritratto dei ‘compagni d’armi’ dell’Asse diffuso durante il conflitto dalle trasmissioni di Radio Londra o di Radio Milano-Libertà, alcuni dei cui testi radiofonici furono pubblicati nell’immediato dopoguerra contribuendo con ciò a propagare ulteriormente una serie di fortunati cliché”, a sostegno dei quali andava anche il diario di Galeazzo Ciano, che nell’introduzione scriveva: «dai colloqui di Salzburg in poi, la politica di Berlino nei riguardi dell’Italia fu un groviglio di menzogne, di intrighi e di inganni»; «noi non fummo mai trattati come soci, ma sempre come schiavi».

Un primo capo d’accusa riguardò lo sfruttamento economico che Berlino avrebbe esercitato nei confronti del debole partner italiano”, accuse che trovavano “un fondamento nella condizione di alleanza diseguale stretta da Mussolini con Hitler, che aveva comportato prima la dipendenza e poi il progressivo, inevitabile, assoggettamento economico dell’Italia alla Germania. Furono riprese e avvalorate voci circolate già nel 1941 […] secondo cui si doveva innanzitutto all’azione della Germania se l’Italia aveva sofferto per tre anni di gravi ristrettezze economiche e di un pessimo regime alimentare, di gran lunga più scadente di quello di cui avevano goduto i tedeschi. I «camerati» hitleriani, affluiti nella penisola diretti in Libia e ai campi d’aviazione del Mediterraneo, si sarebbero dedicati infatti all’accaparramento selvaggio di ogni genere di merce, svuotando i negozi e provocando il rovinoso deprezzamento della lira”, racconta Focardi. Allo stesso modo il loro governo “si era rapidamente impadronito delle leve di comando dell’economia italiana, imponendo un esoso sfruttamento. Dopo aver infiltrato nella penisola una fitta rete di suoi funzionari economici, il Reich aveva cominciato a lesinare la fornitura del carbone e delle altre materie prime indispensabili all’Italia, pretendendo, in cambio della loro concessione, consegne sempre più consistenti di prodotti agricoli e di operai da inviare in Germania. […] Anche il trattamento duro e sprezzante cui furono sottoposti i lavoratori italiani in Germania, tenuti lontani per motivi razziali dalle donne tedesche e puniti spesso per la minima infrazione, fu denunciato dinanzi all’opinione pubblica italiana e messo sul conto degli ex alleati dell’Asse. […] l’attenzione risultò concentrata sui numerosi atti di violenza e discriminazione perpetrati dai tedeschi […]”.

È necessario svolgere alcune considerazioni preliminari a proposito del giudizio sul presunto asservimento politico-strategico dell’Italia operato dalla Germania in campo bellico e sul contegno scorretto e proditorio tenuto dai militari tedeschi nei confronti dei commilitoni italiani.”, puntualizza Focardi, notando che “esso fu terreno di un’aspra polemica fra le sinistre e gli ambienti della monarchia e delle forze armate. Mentre questi stigmatizzarono la condotta germanica allo scopo di autoassolversi dalle evidenti responsabilità avute nei luttuosi rovesci delle armi italiane […], le prime intesero invece rimarcare la perniciosità della prevaricazione germanica quale aggravante delle colpe della corona e degli alti comandi militari, che niente avevano fatto per opporvi resistenza.” Ma in ogni caso si nota come “dalle due contrastanti posizioni scaturisse la stessa, duplice, raffigurazione: la Germania «falso alleato», deciso a perseguire i propri scopi egemonici a danno dell’Italia, e il «Tedesco» quale compagno d’armi «infido» e «tracotante», tronfio della sua superiorità razziale e determinato a imporla. Comune, del resto, risultò la volontà di salvaguardare l’onore e la dignità del soldato italiano, accusato dai comandi germanici di scarsa capacità combattiva e additato come il responsabile di tutte le più gravi sconfitte italotedesche”.

Due contesti in particolare furono trattati ampiamente in quest’ottica: le “disfatte militari avvenute sul fronte libico-egiziano e in Unione Sovietica, in particolare quelle terribili e risolutive di El Alamein e del Don”.

Come scrisse Leonida Felletti nel suo acceso pamphlet Soldati senz’armi, era stato sulle sabbie africane che gli italiani avevano scoperto per la prima volta «la vera natura del loro cosiddetto alleato». La polemica antigermanica dei commentatori italiani fu diretta soprattutto a infrangere il mito di Rommel, largamente diffuso fra le stesse truppe del regio esercito, che avevano invero apprezzato non solo le capacità di comando del generale tedesco ma anche il suo stile, caratterizzato da una presenza costante in prima linea, a contatto coi soldati.”, spiega Focardi, descrivendo come secondo i suddetti commentatori “Rommel aveva in realtà impiegato costantemente le unità dell’alleato in modo spregiudicato come miserevole «truppa di colore». Le aveva lanciate attraverso i campi minati per aprire il varco ai suoi reparti motocorazzati, le aveva fatte marciare senza tregua nel deserto per centinaia e centinaia di chilometri. Sempre aveva negato loro i frutti della vittoria, come era successo dopo la riconquista di Tobruk nel giugno 1942, quando agli italiani era stato impedito di entrare nella città e tutta l’enorme preda bellica era stata requisita dai tedeschi”.

Il comportamento odioso e criminale di Rommel e delle sue truppe avrebbe raggiunto il culmine in occasione della battaglia di El Alamein (23 ottobre – 4 novembre 1942). Giuntovi con forze sfinite, senza aver dato ascolto ai comandi italiani favorevoli a una strategia più prudente che assicurasse le necessarie vie di rifornimento, il «napoleoncino del deserto» […] aveva brutalmente sacrificato per l’ennesima volta i reparti alleati. Spossati dalle marce massacranti, fiaccati dalla dissenteria e da trenta mesi d’Africa, tormentati dal caldo, dalla sete e dalle mosche, essi sarebbero stati privati dei pochi autocarri a loro disposizione e schierati sulla difensiva, «con i campi di mine alle spalle e il nemico di fronte», in modo da essere costretti a una resistenza a oltranza”, racconta Focardi, riassumendo il libro di Felletti e quello del giornalista Gerolamo Pedoja, La disfatta nel desertoSecondo i due, Rommel aveva voluto “utilizzare gli italiani come «zavorra umana» per frenare il più possibile gli inglesi e mettere così in salvo le truppe tedesche autotrasportate”, abbandonando gli alleati italiani nel deserto e respingendoli quando essi avevano cercato di salire sui loro camion.

Nei fatti, il vergognoso e premeditato tradimento tedesco era stato più che altro un’abile ed efficace invenzione della propaganda britannica. Della tragica sorte patita da molte unità italiane rimaste a piedi nel deserto era stato invero responsabile non Rommel, ma il Comando supremo italiano che non aveva predisposto i mezzi necessari alla ritirata delle truppe. Era stata inoltre responsabilità politica di Hitler e di Mussolini la decisione di bloccare un ripiegamento organizzato dei reparti, ancora possibile nei primi giorni dell’offensiva britannica”, rettifica Focardi. Testimonianze opposte alla narrazione dominante di El Alamein e della campagna d’Africa erano, ad esempio, quella di Oderisio Piscitelli Taeggi, capitano d’artiglieria, che “aveva parlato senza reticenze dell’affiatamento sulla linea di fuoco fra reparti tedeschi e reparti italiani (in particolare della divisione corazzata Ariete), difendendo con orgoglio il valore e la dignità del soldato italiano senza ricorrere al tema del tradimento germanico”.

“Successivamente, negli anni della guerra fredda, le istituzioni dello Stato repubblicano […] avrebbero costruito intorno a El Alamein un’«epica della sconfitta» svincolata dalla condanna del tradimento germanico. Tuttavia il luogo comune del proditorio abbandono e della misera sorte degli italiani, sedimentatosi rapidamente nel paradigma narrativo della guerra, non sarebbe affatto scomparso […]. Solo raramente messo in discussione, quel luogo comune si sarebbe dunque radicato in profondità nella coscienza storica del paese”, conclude Focardi.

I veri pericoli che corrono i bambini

Oggi scendono in piazza quelli che protestano contro qualcosa che non hanno letto, né tantomeno capito.
Oggi scendono in piazza quelli che protestano contro uno spauracchio inventato da loro stessi.

il ricciocorno schiattoso

Al grido di “Difendiamo i nostri figli, no gender!” (che a me ricorda altri ridicoli slogan del nostro non troppo lontano passato)

Pivato1oggi scendono in piazza, a guidare la manifestazione:

il neurochirurgo Massimo Gandolfini, vicepresidente dell’Associazione “Scienza & Vita”, Simone Pillon, consigliere nazionale del Forum delle associazioni familiari, Toni Brandi, direttore della rivista “Notizie Pro Vita”, la giornalista e scrittrice Costanza Miriano, il portavoce della “Manif Pour Tous” Italia Jacopo Coghe, il magistrato cattolico Alfredo Mantovano, l’onorevole Gian Luigi Gigli, nuovo presidente del Movimento italiano per la vita e Mario Adinolfi, direttore de “La Croce”.

Con loro anche il ‘Comitato parlamentari per la famiglia‘ che comprende circa 100 fra senatori e deputati di diversi partiti uniti contro l’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio, l’utero in affitto e l’ideologia del gender.

Giova ricordare che l’ideologia del gender non esiste:

Con questa categoria, usata in modo fecondo…

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Italiani, vittime di una guerra non voluta? La rappresentazione del soldato italiano nella guerra fascista

Eccoci arrivati alla terza parte del quinto capitolo del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Per chi è capitato qui per caso, ricordo che la puntata precedente trattava della “clausola fantasma” del Patto d’Acciaio e delle leggi razziali del 1938.

Anche l’atteggiamento manifestato dal paese al momento dello scoppio della guerra nell’estate del 1939 e poi in occasione dell’ingresso italiano nel conflitto nel giugno 1940 fu presentato come una conferma inequivocabile dell’«ostilità» nutrita verso quella che Benedetto Croce aveva definito l’«alleanza dissennata e nefasta» con la Germania”, racconta Focardi, che riprende le annotazioni nel diario di Galeazzo Ciano: “il 13 agosto 1939 Ciano annotava che «il popolo italiano fremerà di sdegno quando verrà a conoscenza dell’aggressione contro la Polonia» e aggiungeva che «molto probabilmente vorrà combattere contro i tedeschi». Il giorno dopo – 14 agosto – egli confermava come il «vero stato dell’opinione pubblica» fosse «chiaramente antitedesco». Il 1° settembre, ad attacco germanico appena cominciato, il ministro degli Esteri descriveva un duce insofferente per la scelta di «neutralità» che era stato costretto a prendere per le condizioni di impreparazione bellica del paese, mentre il popolo italiano era «felicissimo». […] Sappiamo che l’orientamento dello «spirito pubblico» cominciò a mutare l’anno seguente dopo i primi successi tedeschi contro la Francia, che indussero Mussolini a decidere fosse giunto il momento di intervenire per avere «la sua parte di bottino» e un buon numero di italiani a ritenere che il duce in fondo avesse avuto ragione ancora una volta. Il diario non rilevava però questa ‘scossa’ bellicista. Dopo la dichiarazione di guerra pronunciata dal duce il 10 giugno 1940 dal balcone di Palazzo Venezia, Ciano si limitava a osservare che «la notizia della guerra non sorprende nessuno e non desta eccessivi entusiasmi». Allo stesso modo, lo storico Corrado Barbagallo, pur riconoscendo l’esistenza di una non piccola «corrente filotedesca, o, piuttosto, anglofoba», scriveva: «Mai come nei mesi che scorsero dal settembre 1939 al giugno 1940, fu manifestato quanto grande fosse l’illusione del fascismo nel supporre di avere fatto dell’Italia un popolo guerriero e militarista, quanto deboli fossero i sentimenti di cameratesca fraternità, che legavano l’Italia fascista alla Germania nazionalsocialista». «Questa guerra non piaceva a nessuno», notava a sua volta Paolo Monelli, giornalista, nel libro Roma 1943, «Se ci avessero lasciati liberi di esprimere la nostra opinione […], se ci avessero detto che un odio e una guerra erano necessari, scegliessimo noi il nemico, ci saremmo scelti, chi ne dubita?, i tedeschi».”

Semplificando e distorcendo una realtà storica invero complessa, che all’inizio del conflitto aveva visto prevalere nell’opinione pubblica un orientamento effettivamente ostile alla guerra, poi però mutato di segno dinanzi alle travolgenti vittorie tedesche che avevano indotto molti a credere nell’opportunità di scendere in campo a fianco della Germania, l’antifascismo si mostrò anche in questo caso compatto nel rivendicare una recisa e costante avversione dell’intero popolo italiano alla guerra. […] Di fatto, venne retrodatato un sentimento di distacco dalla guerra fascista che si era diffuso nel paese solo dopo i rovesci militari in Africa e in Russia dell’autunno e inverno 1942, quando era cominciata anche la fase dei grandi bombardamenti alleati contro le città italiane con decisive ripercussioni sulla tenuta del fronte interno. Fino ad allora lo «spirito pubblico» aveva in realtà oscillato in ragione dell’andamento delle operazioni belliche e ben pochi avevano saputo davvero separare la patria dal fascismo, continuando la maggior parte degli italiani ad auspicare una vittoria finale, magari anche solo come «via d’uscita» dal conflitto”, chiarisce Focardi, che più oltre prosegue “La formula […] della guerra «non voluta né sentita» dal popolo italiano divenne in breve un vero e proprio cliché. […] Agli occhi dei vincitori gli italiani presentarono se stessi non solo come vittime della ventennale dittatura mussoliniana, ma anche come vittime della guerra: […] affrontata con assoluta insufficienza di mezzi dalla parte di un «alleato imposto» e detestato, e contro nemici verso i quali non si nutriva alcuna animosità, visti anzi come amici e salvatori. L’intero popolo italiano ne aveva enormemente sofferto, sia i civili sia i combattenti”.

A proposito di questi ultimi, si tese a passare sotto silenzio o a ridimensionarne il ruolo di aggressori e oppressori che, specie nei Balcani, avevano svolto dal 1940 al 1943. Si cercò inoltre di tacere il più possibile sui sentimenti che avevano animato, almeno inizialmente, molti di coloro che avevano creduto alla «guerra fascista» […], riconducendo semmai gli ardori mussoliniani di tanti giovani in uniforme all’opera di indottrinamento […] svolta dal regime […]. A essere posti in rilievo furono piuttosto i patimenti e il sacrificio dei combattenti. Il soldato italiano venne raffigurato come l’epitome della sofferenza”, spiega Focardi. Il tema del «muto sacrificio» venne usato per scopi diversi: “Gli ambienti militari rimasti al fianco della monarchia vi insistettero per rimuovere dalla guerra qualsiasi patina ideologica fascista e per tornare a esaltare nel contegno dei soldati la permanenza, come scrisse il generale Orlando, di «un profondo senso del dovere e dell’onore», espressione dei tradizionali valori patriottici delle forze armate. L’antifascismo, e specialmente le forze della sinistra, ravvisarono piuttosto nel «sacrificio» di tanti giovani militari l’ennesima espressione delle tribolazioni imposte dal regime al popolo italiano”.

Scriveva «Italia Libera» (giugno 1945): «Moriva sotto il sole africano o nelle nevi russe, e moriva tradito, disarmato, inconsapevole, per una fede che non sentiva, per un ideale che non esisteva», e in toni simili si esprimeva un opuscolo del ministero dell’Assistenza post-bellica dedicato ai reduci: «I tuoi fucili, i tuoi cannoni sparavano sempre più corto di quelli degli altri. Il tuo carro armato, quel carro che aveva servito da piedistallo a certo bellicoso discorso, era un ridicolo gingillo di latta in confronto ai carri giganteschi del nemico. Ricordi? Mancavano gli automezzi, la benzina. Mancavano le scarpe, gli indumenti. T’avevano vestito e attrezzato come se dovessi uscire di caserma per una pacifica marcia, e non stentare la vita nella neve e tra la sabbia. Occorreva ‘qualche migliaio di morti per sedere al tavolo della pace’, e tu eri stato prescelto per questa funzione».

Focardi sottolinea come questa raffigurazione e questo giudizio sulla guerra derivassero dalla preoccupazione per la reintegrazione dei reduci: “Erano in gioco l’atteggiamento politico e le reazioni sociali […] degli oltre 1 milione e 200 mila soldati finiti circa per metà in mano dei tedeschi dopo l’8 settembre (620 mila internati nei campi in Polonia, Germania, Balcani) e per l’altra metà in mano degli Alleati (circa 410 mila caduti prigionieri degli inglesi in Etiopia e Africa settentrionale, 123 mila degli americani in Tunisia e in Sicilia, poco meno di 40 mila lasciati ai francesi in Tunisia, 80 mila dispersi in Russia di cui 20 mila sopravvissuti)”.

La preoccupazione principale era il fatto che “un numero minoritario ma consistente di militari aveva scelto di giurare fedeltà al vecchio camerata germanico e al duce” (Focardi, in una nota, riporta il seguente dato, tratto dall’opera di G. Schreiber: “Su 810 mila soldati italiani trattenuti come prigionieri dai tedeschi dopo l’8 settembre, 94 mila scelsero subito di collaborare con la Wehrmacht, mentre successivamente altri 103 mila fra quanti erano stati internati aderirono a Salò”) e che molti prigionieri nei campi Alleati “si erano rifiutati ostinatamente di cooperare con gli angloamericani. Benché la mancata collaborazione con gli Alleati non significasse di per sé adesione al fascismo, non era stato infondato, dunque, il timore della classe dirigente antifascista che al ritorno in patria i reduci avrebbero potuto manifestare […] atteggiamenti di nazionalismo esasperato, oppure che essi, come paventavano le sinistre, potessero costituire quantomeno una massa di manovra reazionaria a vantaggio della monarchia. […] Da qui il prodursi di un intenso sforzo pedagogico delle istituzioni e dei partiti antifascisti nei confronti dei reduci, volto a far loro ‘aprire gli occhi’ sul vero significato della guerra fascista e sulle vere responsabilità dei loro patimenti. A questo scopo vennero ampiamente utilizzati i topoi della «guerra voluta dai Tedeschi» e ingaggiata da Mussolini senza alcuna preparazione né economica né militare. Una guerra […] che l’Italia avrebbe perso anche qualora avesse vinto perché la vittoria […] avrebbe significato restare «schiavi» dei tedeschi […].”

Sia le istituzioni militari sia la stampa antifascista insistettero molto sul carattere di «vittime» dei soldati italiani. Ad esempio, il quotidiano dell’esercito, curato dal ministero della Guerra, «La Patria», nell’agosto 1945 ricordava la sorte dei «combattenti prigionieri e internati», i quali «avevano la coscienza di aver seguito onestamente l’unica via del dovere militare, rispondendo disciplinatamente alla chiamata e valorosamente combattendo contro un nemico che non odiavano, per una guerra in cui non credevano, in condizioni di umiliante inferiorità», e per questo essi erano le «vittime prime e maggiori» della guerra di Mussolini. Così pure il ministro dell’Assistenza post-bellica, Emilio Lussu, in un discorso radiofonico affermava: «Voi non siete dei vinti: i vinti sono i responsabili della vostra sorte. Voi siete le vittime di un’infame ingiustizia».

Lo stesso valeva per chi nella guerra del 1940-1943 era morto. “L’omaggio a tutti i caduti della guerra, senza distinzione fra i combattenti della guerra dell’Asse e quelli della guerra di liberazione, fu tributato soprattutto dagli ambienti del mondo cattolico, interessati a promuovere, in nome della pietas dovuta a ogni soldato scomparso, una rapida e il più possibile indolore riconciliazione nazionale.”, spiega Focardi, che più oltre ricorda “la posizione della Chiesa cattolica, più volte richiamata da papa Pio XII, che considerava tutti i caduti come vittime della violenza della guerra, secondo una lettura che sorvolava sui torti e le ragioni dei contendenti, tributando un generico omaggio all’eroismo patriottico dei caduti”, un’interpretazione che si diffuse in vasti strati dell’opinione pubblica “grazie alla riconquista da parte della Chiesa di un «ruolo preminente» nelle celebrazioni funebri individuali e collettive, in precedenza insidiatole dai riti pubblici del fascismo”.

I partiti di sinistra, invece, “commemorarono i caduti nelle guerre di Mussolini non come vittime di un evento catastrofico e imperscrutabile quale la guerra, ma quali vittime del fascismo che in quella guerra li aveva precipitati. Scriveva, nel giugno 1944, «Italia Libera»: «Vi fu, tra i giovani delle leve fasciste, chi ebbe fino in fondo la generosa illusione di combattere e di morire per l’onore e la salvezza del nostro paese. L’Italia fascista, quella dei grossi industriali, dei gerarchi guerrafondai e vigliacchi, dei generali mercenari di Spagna, dei bulli fotogenici dei battaglioni M, dei cittadini che non sapevano più pensare con la propria testa, versò fiumi di abietta retorica su questi caduti. Bisognava sfruttarli fino all’ultimo. Poi fu il silenzio. Ma al di là della passioni terrene, noi oggi li pensiamo affratellati a tutti i caduti di questa terribile guerra. Questi nostri ragazzi, cui nessuno insegnò mai che cosa fosse la libertà e come bisognasse difenderla, dormono accanto ai ragazzi stranieri che sono venuti a morire per l’alto ideale di libertà in cui erano stati educati. Il popolo italiano, ridivenuto a sua volta libero, non può, né deve dimenticarli. Deve sentire che anche questi morti gli appartengono: sono, proprio perché molti di essi erano puri e generosi, le vittime espiatorie del tragico ventennio fascista».

La “clausola fantasma” del Patto d’Acciaio e le leggi razziali del 1938

Benvenuti alla seconda parte del quinto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. La precedente trattava del “memoriale Grandi”, del diario di Galeazzo Ciano e dell’universale condanna del Patto d’Acciaio. Qui approfondiamo un altro aspetto della costruzione della narrazione dominante sul fascismo e l’alleanza Italia-Germania: la questione della “clausola fantasma” nel Patto d’Acciaio e il suo ruolo nel dibattito sul fascismo nell’immediato dopoguerra, e le leggi razziali.

Un punto importante su cui si registrarono giudizi contrastanti riguardò la presunta presenza nel dettato del Patto d’Acciaio di una clausola voluta da Roma che avrebbe impegnato i firmatari a non entrare in guerra per i tre anni successivi. A indicarne la presenza era stato il conte Ciano nell’introduzione al diario. L’informazione era stata assunta per vera da molti commentatori […]. E notevole rilevanza vi era stata prestata di Pietro Silva nel suo pamphlet in difesa della monarchia […] che aveva identificato nella clausola ‘dilazionatrice’ uno dei motivi principali che avevano indotto il re, sebbene di animo decisamente antitedesco, a firmare il patto con la Germania, interpretato come uno strumento utile a frenare la foga bellica del Führer piuttosto che a scatenarla.

Ciano, dal canto suo, aveva avuto interesse a diffondere la notizia fasulla per rimarcare le colpe dei tedeschi, che non avrebbero rispettato gli accordi procedendo all’invasione della Polonia già pochi mesi dopo la firma dell’alleanza. Così facendo, Ciano aveva tentato di sviare l’attenzione dalle manchevolezze della diplomazia italiana e del vertice politico del regime, che avventatamente avevano acconsentito a firmare un testo di alleanza elaborato dalla Germania senza neanche provvedere a redigere una propria bozza di accordo che tutelasse gli interessi italiani. Solo alcuni giorni dopo la firma, infatti, Roma si era rivolta a Hitler per chiedere un impegno formale a procrastinare di almeno tre anni lo scatenamento della guerra (comunque nei piani di Mussolini) al fine di permettere all’Italia un’adeguata preparazione bellica. Ci riferiamo al cosiddetto «memoriale Cavallero», dal nome del generale italiano incaricato di consegnare al Führer la lettera di Mussolini contenente le richieste italiane, che furono ricevute da Berlino senza alcun impegno vincolante. […] Mario Luciolli aveva comunque svelato nel 1945 come la dichiarazione di Ciano circa l’esistenza della presunta clausola non fosse in realtà che «pura leggenda». Ciano e Mussolini avevano infatti ottenuto da Ribbentrop e Hitler soltanto delle assicurazioni verbali, dimostratesi subito prive di ogni fondamento”.

La rivelazione dell’inesistenza della fantomatica clausola segreta del Patto d’Acciaio non ridimensionava in alcun modo la condanna dell’ingannevole comportamento tedesco e peggiorava semmai il giudizio nei confronti di Mussolini e di Ciano. Con essi venivano posti sotto accusa anche i gerarchi fascisti […] che niente avevano fatto di concreto per opporsi al sodalizio con la Germania voluto dal dittatore. Essi infatti ne avevano assecondato la vanità e le mire imperialistiche, tutt’al più mugugnando dietro le quinte. E non era mancato chi – come Farinacci – si era messo alla testa della più scalmanata politica filotedesca, marchiata per giunta dall’obbrobrio dell’introduzione nel 1938 delle leggi razziali. Queste furono presentate a torto come il frutto di un’imposizione di Hitler, subita passivamente da Mussolini e dal suo entourage”.

Questa era la visione dominante delle leggi razziali nel dopoguerra, avallata anche dall’avvocato antifascista di famiglia ebraica Eucardio Momigliano nel volume del 1946, Storia tragica e grottesca del razzismo fascista, in cui scriveva: «Il razzismo fascista non ebbe che un’origine e uno scopo: perseguitare quarantamila italiani per ordine di Adolfo Hitler» e “condivisa da ogni area politico-culturale, dai liberali alle sinistre marxiste ai cattolici, tutti concordi nello stigmatizzare la provenienza germanica del «contagio» e nell’elogiare la corale opposizione del popolo italiano, solidale con i perseguitati. Oggi sappiamo che non ci fu, in realtà, alcuna imposizione tedesca e che esistevano anche in Italia radici culturali autoctone su cui impiantare una politica di discriminazione antisemita; basti pensare al ‘terreno di coltura’ rappresentato dal tradizionale antigiudaismo cattolico o ai più moderni filoni di antisemitismo allignati all’interno delle scienze biologiche e antropologiche nazionali, che non a caso furono pronte ad avallare e alimentare la svolta razzista del regime. La dittatura fascista seppe sfruttare con efficacia queste radici, alla ricerca di quella propulsione totalitaria che il nazismo mostrava di aver trovato nell’ideologia razzista della Volksgemeinschaft [che si può tradurre approssimativamente con “comunità del popolo” nel senso di “coesione nazionale” contro i nemici interni, vedi https://en.wikipedia.org/wiki/Volksgemeinschaft, ndr]”.

Questa visione del Patto d’Acciaio e delle leggi razziali rientra in quella narrazione che Focardi chiama della “personalizzazione della colpa nelle figure di Hitler e di Mussolini e dei loro più stretti collaboratori di partito”, portata avanti sia dalla stampa e dalla pubblicistica “di orientamento nazional-conservatore e monarchico”, sia da quelle della sinistra antifascista, anche se quest’ultima metteva sotto accusa anche “l’intera classe dirigente legata al sistema di potere della dittatura, compresa dunque la grande industria e la monarchia”. Ma anche la sinistra, nello sforzo di preservare da ogni accusa il popolo italiano, omise “di riconoscere come la politica dell’Asse avesse potuto ottenere in pochi anni una certa base di sostegno e risultati nient’affatto trascurabili (pure nella sfera della persecuzione antiebraica) tramite l’azione delle strutture di massa del regime totalitario, svolta in collaborazione con le istituzioni ‘gemelle’ del Terzo Reich”, nota Focardi.

Al contrario, da più parti si esaltarono l’«antipatia e diffidenza» del popolo italiano nei confronti dei tedeschi, che l’avevano reso “impermeabile agli sforzi compiuti dalla propaganda fascista per promuovere l’alleanza”. Mario Luciolli sottolineò che quello della propaganda fascista “era stato un inutile «lavoro di Sisifo: quanto più si cercava di mettere i tedeschi in buona luce, tanto più gli italiani venivano scoprendo i caratteri odiosi di coloro che si voleva far loro amare», cosa che riprovava l’«enorme ignoranza» di Mussolini, che aveva «cercato di accoppiare due popoli destinati a detestarsi».

Il “memoriale Grandi”, il diario di Galeazzo Ciano e l’universale condanna del Patto d’Acciaio

Con questa puntata siamo arrivati al quinto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi.  La precedente verteva sui temi del trattato di pace del 1947, delle questioni territoriali e della narrazione della Resistenza.

Dopo l’8 settembre, in tutta l’opinione pubblica italiana “univoca risultò la valutazione dell’Asse e del Patto d’acciaio. […] L’alleanza fra l’Italia in camicia nera e la Germania nazionalsocialista fu descritta come un ‘affare personale’ fra Hitler e Mussolini, come una scelta voluta dal duce contro i fervidi sentimenti antitedeschi del paese e contro le più genuine tradizioni nazionali di ascendenza risorgimentale. Prova efficace della distanza intercorsa fra il regime e i suoi sudditi e argomento altrettanto utile a contestare le accuse di tradimento lanciate dalla Germania dopo l’8 settembre, tale interpretazione fu per così dire ‘canonizzata’ dai governi di unità nazionale […] e da tutta la stampa e la pubblicistica antifasciste, fu sostenuta dagli ambienti militari rimasti con Badoglio […], du difesa e promossa dai vertici del ministero degli Esteri corresponsabili con Mussolini della rovinosa alleanza, fu condivisa anche da settori dell’opinione pubblica contrari ai governi di matrice ciellenista”, afferma Focardi.

“Questa interpretazione trovò infine un avallo importante sia nella pubblicazione del carteggio intercorso fra il 1939 e il 1945 fra il duce e il Führer edito da Rizzoli sia nella testimonianza lasciata da due dei maggiori protagonisti della politica estera fascista, vale a dire Dino Grandi e Galeazzo Ciano”, spiega Focardi. “Nel 1945 circolarono in Italia, in forma di opuscolo, alcuni scritti smaccatamente autodifensivi di Dino Grandi”, il cosiddetto «memoriale Grandi». Tali scritti riportavano “le rivelazioni che nell’inverno 1944 l’ex ministro degli Esteri del governo fascista aveva reso note all’opinione pubblica britannica attraverso le colonne del «Daily Express», poi raccolte e divulgate anche dal settimanale americano «Life». Glissando sul suo lontano passato di violento squadrista e su quello più recente di presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Dino Grandi si autoraffigurava come un tenace oppositore «interno» di Mussolini fin dalla marcia su Roma e rivendicava il ruolo svolto” come ministro degli Esteri (1929-1932) e come ambasciatore a Londra (1932-1939) “di attivo sostenitore dell’alleanza italiana con le nazioni democratiche, specialmente con la Gran Bretagna, e di principale avversario della politica filotedesca del regime iniziata dopo l’aggressione dell’Etiopia e culminata nel Patto d’acciaio e nella guerra a fianco del Reich”, che descriveva come “una politica scellerata la cui responsabilità gravava sulle spalle di Mussolini”, che si era lasciato “«prendere in trappola» da Hitler che, «più astuto» di lui, aveva saputo blandirne l’inesausto desiderio di adulazione riuscendo a legare Roma e Berlino in un’alleanza ‘di ferro’ contraria agli interessi nazionali italiani ma utile alla Germania”.

Secondo Grandi «non poca responsabilità» gravava sul conte Galeazzo Ciano, suo successore agli Esteri, uno «sciocco giovinotto» inesperto, che era caduto “nella tela delle lusinghe tessuta da Hitler ed era stato «giocato» dalla diplomazia tedesca, grazie alle abili quanto spregevoli macchinazioni di von Ribbentrop. Ciano, però, alla vigilia della guerra si era ravveduto della sua infatuazione filotedesca e […] era diventato anch’egli «tedescofobo» e, col consiglio di Grandi, aveva agito […] facendo il possibile per evitare il pericolo che l’Italia scendesse in guerra a fianco della Germania”. Nel memoriale, la stessa manovra che aveva portato il 25 luglio 1943 al voto di sfiducia del Gran Consiglio del fascismo nei confronti del duce veniva presentata come il coronamento della precedente opera svolta da Grandi in funzione antigermanica, ovvero come un’azione ‘patriottica’ contro il tentativo di Mussolini di consegnare definitivamente il paese «in mano ai tedeschi»” e Mussolini veniva accusato “di «tradimento» nazionale per aver provato a «germanizzare» il popolo italiano”. Gli scritti di Grandi, tuttavia, “ebbero una circolazione tutto sommato ristretta (ma un’attenzione nient’affatto limitata)”, puntualizza Focardi.

Invece, “il diario tenuto da Ciano durante i suoi anni al vertice del ministero degli Esteri (luglio 1936-febbraio 1943) esercitò una grandissima influenza nel dibattito pubblico, contribuendo in maniera sostanziale a fissare determinati luoghi comuni interpretativi sulla politica estera del fascismo e sulla guerra […]. Nell’immediato dopoguerra dei diari uscirono in Italia solo le parti successive al 1939, che erano state messe in salvo in Svizzera dalla moglie Edda e con esse l’importante introduzione, scritta nel dicembre 1943 nel carcere di Verona poco prima che Ciano fosse fucilato come traditore dalle autorità della RSI per il voto contro Mussolini del 25 luglio”, spiega Focardi. Il diario fu pubblicato in estratti nell’estate 1945 dal «Corriere d’Informazione» e dal «Tempo» e l’anno dopo in due volumi da Rizzoli, sebbene mancasse “dei passaggi inerenti il ruolo di protagonista svolto dal suo estensore nella prima fase della politica di alleanza italotedesca dal 1936 al 1939, ma forniva numerosi particolari sulla genesi del Patto d’acciaio e sull’atteggiamento dei due contraenti nei mesi convulsi che avevano preceduto l’inizio delle ostilità in Europa”. 

Ciano metteva in risalto il ruolo cruciale del duce nel decidere l’esiziale passo diplomatico, che il genero di Mussolini affermava di essersi «adoperato in tutti i modi [a] ritardare o per lo meno [a] rendere inefficace»”, spiega Focardi, che cita dal diario di Ciano: «Il duce mi ha comunicato la sua decisione di accogliere le proposte di von Ribbentrop per trasformare il Patto Anti-Comintern in alleanza», in quanto Mussolini era convinto che l’Italia, nei confronti delle potenze democratiche europee, fosse destinata ad «un urto assolutamente inevitabile» che richiedeva «un allineamento militare preventivo» con la Germania. Ciano descrive la successiva sanzione dell’alleanza come una «dispettosa reazione del dittatore», “infuriatosi per alcuni commenti della stampa statunitense circa un’ostilità popolare italiana nei confronti di Ribbentrop”, in seguito a cui “aveva prontamente ingiunto a Ciano di accettare le richieste tedesche e di procedere subito alla firma dell’alleanza. Indifferente alle riserve e agli avvertimenti espressi dal suo ministro degli Esteri nonché ai sentimenti degli italiani”, come riassume Focardi, “il duce aveva così legato con criminale leggerezza il destino del paese a quello di un alleato cinico e prepotente, che aveva mirato fin dall’inizio a ridurre l’Italia a un ruolo subalterno, di mera fiancheggiatrice nella sfida germanica per l’egemonia mondiale”, come dimostrava il fatto che gli italiani non erano stati consultati né prima del patto Molotov-Ribbentrop né al momento di invadere la Polonia, ma anche “alcuni piani segreti del governo nazista, venuti successivamente in possesso del governo fascista, che svelavano le mire germaniche non solo sull’Alto Adige e su Trieste ma anche sull’intera pianura padana”.

L’attribuzione di una responsabilità personale pressoché esclusiva al duce […] sembrò trovare conferma nella selezione di lettere e documenti sui rapporti intrattenuti da Mussolini con Hitler […]. La documentazione prendeva avvio dalla fine di agosto del 1939, […] circa tre mesi successivo alla firma del Patto d’Acciaio, coprendo poi tutti gli anni della guerra dell’Asse fino all’agosto 1943”, sintetizza Focardi. La prefazione, curata dal giovane intellettuale liberale Vittorio Zincone, “ammetteva che fossero esistiti fattori economici e politici che spingevano a un avvicinamento fra Roma e Berlino”, fra cui “la «complementarietà» degli scambi commerciali fra i due paesi e il comune interesse a una revisione dell’ordine internazionale stabilito a Versailles. Dopo l’annessione tedesca dell’Austria e l’occupazione della Cecoslovacchia, la Germania hitleriana aveva però cominciato «a gravitare verso sud», venendo progressivamente a «incrociare» gli interessi italiani. Una politica accorta avrebbe sconsigliato da allora in avanti la prosecuzione del flirt con il Reich. Viceversa, proprio in questa fase Mussolini si era deciso a stringere l’alleanza, operando una scelta ispirata a «interessi ideologici». […] L’«innaturale alleanza ideologica» […] avrebbe dunque corrisposto a una scelta personale del duce contraria agli interessi nazionali […] avversata da ogni altro centro di potere: dalla Chiesa, da casa Savoia, dalla grande borghesia, dagli intellettuali, dai vertici delle forze armate, e anche da «quasi tutti gli alti gerarchi fascisti» […] Ogni responsabilità […] veniva dunque scaricata sulle spalle di un «uomo solo». «Mussolini rimane dalla prima parola all’ultima il deus ex machina ed il fattore determinante»”, concludeva Zincone.

La denuncia della nefasta alleanza italotedesca, voluta e imposta dal duce, unì le diverse aree dell’antifascismo e rappresentò anche un elemento di valutazione comune fra gli ambienti antifascisti e quelli della destra monarchica e qualunquista”, afferma Focardi, che più oltre aggiunge “Entrambe le parti convennero infatti nello sforzo di dispensare la nazione da qualsivoglia responsabilità per l’insano connubio col Reich hitleriano, anche se esse si distinsero sul giudizio nei confronti del re e della monarchia, che gli ambienti della sinistra antifascista tornarono a chiamare in causa per correità con le scelte del regime, soprattutto nei mesi della campagna elettorale per il referendum istituzionale”.

Anche il maresciallo Badoglio, che scrisse un memoriale sulla guerra pubblicato nel 1946, sottolineò come l’alleanza Italia-Germania non fosse stata «il risultato di correnti politiche o di tendenze popolari», ma «una soluzione esclusivamente maturata ed imposta nei due paesi dai loro dittatori», una soluzione che il popolo italiano avversava e temeva, e così lo storico Corrado Barbagallo, autore di Lettere a John. Che cosa fu il fascismo, in cui sviluppava, sulla base del diario di Ciano, “un’articolata disamina della politica estera dell’Asse focalizzata sull’azione personale di Hitler e di Mussolini. Le mosse del duce vi erano lette come espressione a un tempo dei calcoli di un «sopraffino machiavellismo» politico e delle spinte impulsive di un animo teso da contrastanti sentimenti di invidia e di timore nei confronti del più potente alleato”. Allo stesso modo, Arturo Labriola, ministro del Lavoro nell’ultimo governo Giolitti ed editorialista del «Tempo», nel volume Salvate l’Italia!, si pronunciava in questi termini: «rimarrà uno dei più grandi enigmi storici, che solo la psichiatria o l’antropologia criminale potranno sciogliere, comprendere come Mussolini potette indursi a disegnare e poi a favorire una politica contro la quale insorgeva non solo l’ovvia ragione, ma che la storia stessa dei secolari rapporti fra l’Italia e la Germania condannava esplicitamente ed istintivamente».

Unanime risuonò nei commentatori italiani la condanna della malafede della Germania, che aveva voluto legare a sé come gregaria l’Italia fascista in un’alleanza che, nonostante le assicurazioni in contrario fornite dal regime nazista, mirava a preparare il terreno per la guerra imminente voluta dal Terzo Reich. E unanime risuonò la condanna della «grossolana inettitudine» [l’espressione è di Mario Luciolli] di Mussolini, di Ciano e, più in generale, della classe dirigente fascista che avevano stretto irresponsabilmente simile pactum sceleris nell’illusione di poterne trarre dei facili vantaggi, preparando invece con ciò la rovina del paese”, sintetizza Focardi.

Il trattato di pace del 1947, le questioni territoriali e la narrazione della Resistenza

Nella puntata precedente di questa serie abbiamo affrontato le questioni internazionali dell’Italia post-fascista e il dibattito sull’eredità del fascismo, sulla base del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano dello storico Filippo Focardi. Riprendiamo qui l’argomento.

Sul piano diplomatico, lo strumento più importante per sorreggere la posizione italiana fu il dossier di 280 pagine preparato dal […] ministero degli Esteri su Il contributo italiano alla guerra contro la Germania, che venne inviato il 25 aprile 1946 […] ai ministri degli Esteri delle quattro grandi potenze in occasione dell’apertura della prima sessione della conferenza di pace a Parigi.”, spiega Focardi, “Si trattava di un dettagliato resoconto che attestava, col corredo di molte tabelle non prive di alcune esagerazioni, il «tributo di sangue» pagato dal paese per la causa alleata: i morti, feriti e dispersi delle forze regolari dell’esercito, della marina e dell’aeronautica «cobelligeranti» figuravano accanto alle perdite subite dalle brigate partigiane, i civili massacrati nelle stragi nazifasciste insieme ai militari uccisi a Cefalonia o periti nei campi di internamento tedeschi, le vittime della deportazione politica accanto a quelle della deportazione razziale. Era insomma il ritratto, affidato alle stime ufficiali, di quell’Italia martire del regime mussoliniano e dell’occupazione tedesca nonché valorosa protagonista della lotta contro il nazifascismo. […] Un ritratto divulgato in quei mesi in Europa anche attraverso mostre itineranti dedicate alla Resistenza italiana, […] la più importante delle quali fu esposta a Parigi nel giugno 1946, in concomitanza con la fase più delicata dei negoziati, col proposito di influenzare le opinioni pubbliche e le diplomazie straniere”.

È significativo che l’impostazione della politica italiana non mutasse neanche dopo la divulgazione, all’inizio di luglio, della bozza del trattato di pace (draft) elaborata a Parigi, che conteneva condizioni di pace assai più dure di quanto si fosse aspettata l’opinione pubblica, la quale reagì manifestando delusione e rabbia contro il «diktat». Per migliorare le clausole, il governo e la stampa continuarono infatti a puntare sul consueto argomento di fondo della netta distinzione da tracciare fra regime fascista e popolo italiano e sull’enfatizzazione del contributo prestato alla lotta antigermanica.”. A Parigi, il 10 agosto 1946, durante il “consesso internazionale delle nazioni minori vincitrici della guerra”, la conferenza dei Ventuno, Alcide de Gasperi “perorò una «pace duratura e ricostruttiva» che rendesse giustizia all’Italia cobelligerante e partigiana per i tanti sacrifici compiuti a fianco delle Nazioni Unite”.

Seguendo le considerazioni presenti nel draft, de Gasperi argomentava che «il rivolgimento [del 25 luglio 1943] non sarebbe stato così profondo se non fosse stato preceduto dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici, senza l’intervento degli scioperi politici nelle industrie del Nord, senza l’abile azione clandestina degli uomini dell’opposizione parlamentare antifascista […] che spinsero al colpo di Stato» e “avanzava quindi la richiesta di modifica o di rinvio delle clausole più pesanti del trattato, a cominciare dalla sistemazione territoriale del confine orientale, che aveva privato l’Italia dell’Istria e messo a repentaglio la sorte di Trieste, sottoposta a controllo internazionale” e da quella che “negava all’Italia il diritto di ricevere indennizzi dalla Germania per i danni causati dell’occupazione tedesca dopo l’8 settembre”, che fu aspramente contestata in quanto disconosceva “quanto fatto dal paese nella lotta contro l’occupante nazista e i costi umani e materiali che questo aveva comportato”, come scrive Focardi.

Alla fine, “le istanze italiane non vennero accolte dai vincitori e la conferenza di New York chiamò l’Italia a firmare, il 10 febbraio 1947, le condizioni fissate nel draft senza alcuna importante modifica. Giudicata come Stato nemico responsabile di una guerra di aggressione, l‘Italia subiva una limitata rettifica di frontiera a vantaggio della Francia […] era costretta a cedere l’Istria alla Jugoslavia, vedeva […] Trieste affidata al controllo internazionale […], subiva l’imposizione del pagamento di consistenti riparazioni di guerra, forti limiti alle proprie forze armate (dolorosa soprattutto la cessione della flotta, che aveva cooperato intensamente con gli Alleati), la rinuncia infine alla sovranità su tutti i possedimenti coloniali. Confermata risultò pure la clausola che impediva all’Italia di rivalersi sulla Germania […]. L’unico risultato positivo poteva considerarsi il mantenimento della frontiera al Brennero grazie agli accordi de Gasperi-Gruber, siglati nel settembre dell’anno precedente”, riassume Focardi.

Le condizioni di pace apparvero oltremodo dure e ingiustamente punitive alla maggioranza degli italiani, che avevano coltivato […] aspettative fin troppo elevate, o perché fiduciosi nei principi della Carta Atlantica o perché convinti della possibilità che l’Italia potesse mantenere un peso negoziale e continuare a svolgere una politica di potenza. Profonda fu la delusione delle forze politiche antifasciste, che avevano collaborato e combattuto a fianco degli Alleati credendo nella causa comune della democrazia e prestando ascolto in buona fede alle promesse diffuse dalla loro propaganda”. Così nell’opinione pubblica si diffuse “un flusso di risentimenti e di contestazioni” che prese la forma di scioperi, messe e cortei e toccò anche i politici, culminando nel rifiuto di Benedetto Croce di votare all’Assemblea Costituente la ratifica del trattato di pace e nell’accusa di Guglielmo Giannini alla classe dirigente ciellenista, colpevole del “fallimento diplomatico per «voluttà di martirio» e «mentalità di colpa»”.

Si era ormai entrati nel clima della guerra fredda e nella sua logica di contrapposizione fra i blocchi. Socialisti e comunisti, che de Gasperi in maggio aveva estromesso dal governo, non votarono la ratifica, scegliendo gli uni di non partecipare al voto e gli altri di astenersi come segnale di opposizione a una politica estera ormai orientata verso le potenze occidentali. Poco prima, però, il Partito comunista aveva fatto mancare in segreto alcuni dei suoi voti alla proposta avanzata da Orlando per ottenere un rinvio della discussione sul trattato”, che secondo Togliatti avrebbe rischiato di “ridare fiato a quelle forze della destra revanscista che non avevano mai smesso di accanirsi contro l’antifascismo e i Comitati di liberazione nazionale, e alle quali nel 1946 si era aggiunto il Movimento sociale italiano, il partito dei nostalgici neofascisti. La mozione non era passata per soli ventotto voti, risultando probabilmente determinante il ‘sabotaggio’ dietro le quinte operato da parte comunista”. Togliatti aveva dichiarato che le condizioni del trattato sarebbero state molto più pesanti senza tutti i contributi del popolo italiano alla caduta del fascismo e alla causa degli Alleati, di cui molto si è detto, senza i quali «forse noi ci troveremmo oggi ancora nelle condizioni in cui si trova il popolo tedesco, che ignora quale sarà il proprio destino, non sa ancora se riuscirà a ricostruire l’unità della propria Nazione e a ricostruire il proprio Stato nazionale unito e indipendente».

Queste ragioni di politica estera avevano portato a delineare “una visione epica e corale della Resistenza, intesa come guerra di liberazione e «secondo Risorgimento», frutto di uno sforzo collettivo che aveva coinvolto civili e militari, uomini e donne di ogni età e di ogni fede politica e religiosa, unendo il paese da Nord a Sud […]”, spiega Focardi, citando la definizione data da Luigi Longo, uno dei comandanti della Resistenza, di «un popolo alla macchia». “Esaltando l’unanimismo patriottico della Resistenza, se ne oscurava il carattere di guerra civile e scontro di classe. Venivano inoltre messe in ombra le marcate differenze politiche esistite fra le varie componenti del movimento antifascista; le diatribe […] fra formazioni partigiane di diversa affiliazione; il carattere non sempre amichevole dei rapporti fra i «patrioti» delle bande e gli abitanti delle zone in cui esse operavano. Anche l’idea di un coinvolgimento di tutto il territorio nazionale […] ometteva di fare i conti con differenze molto forti, a partire da quella intercorsa fra le regioni dell’Italia meridionale, solo in parte interessate dal fenomeno, e le regioni centrosettentrionali, protagoniste della lotta contro gli occupanti tedeschi e i loro alleati fascisti. Infine, l’insistenza sulla leale e operosa collaborazione con le armate alleate nella lotta contro il «comune nemico» tedesco offuscava il fatto che i «liberatori» avessero trattato l’Italia come un paese vinto. L’esaltazione della «cobelligeranza» copriva, così, senza curarle, le ‘cicatrici’ profonde provocate dai bombardamenti a tappeto […] che avevano colpito duramente le città italiane provocando decine di migliaia di vittime civili, nonché il ricordo traumatico delle numerosissime violenze sessuali perpetrate contro uomini e donne indifesi dalle truppe coloniali francesi dopo il crollo della linea Gustav, ma anche i molteplici stupri commessi nel paese da soldati statunitensi, canadesi, indiani, inglesi [e] tutta una serie di atti – fra cui omicidi, aggressioni, rapine, ma anche migliaia di incidenti stradali – non di rado provocati da arroganza e ostilità nei confronti del popolo italiano sconfitto”.

La raffigurazione della Resistenza come «vera guerra» del popolo italiano era stata certamente ispirata dai sentimenti genuini di coloro che l’avevano animata, ma aveva anche rappresentato una carta politico-diplomatica […] per chiedere agli Alleati il soddisfacimento [della] «solenne promessa di Quebec»”, riassume Focardi, ricordando che l’istituzione della festa nazionale del 25 aprile, voluta da Giorgio Amendola del PCI, era stata fatta “non solo sulla base dell’esigenza morale […] di rendere testimonianza e «giustizia» ai martiri della Resistenza, ma anche […] sulla base di «criteri di opportunità specialmente nei confronti degli alleati ai quali verrebbe ricordato, specie in questo particolare momento in cui si sta stendendo il trattato di pace con l’Italia, il nostro contributo alla guerra condotta dalle Nazioni Unite»”, come scrive lo stesso Amendola.

 

Le questioni internazionali dell’Italia post-fascista e il dibattito sull’eredità del fascismo

Nella puntata precedente di questa serie abbiamo affrontato la negazione del consenso al fascismo e le sue ragioni politiche, sulla base del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Qui riprendiamo a parlare delle reazioni fra la classe dirigente e gli intellettuali italiani alla mancata partecipazione dell’Italia alla Conferenza di San Francisco, che sanciva la nascita dell’ONU, del punto di vista della destra qualunquista, dei problemi relativi alle questioni territoriali e delle riflessioni, all’interno dell’antifascismo, sull'”espiazione” delle colpe del fascismo e sul consenso degli italiani al regime di Mussolini.

L’irritazione e la delusione per l’“ingiusta” esclusione dell’Italia dalla conferenza di San Francisco, che avveniva in concomitanza con la «liberazione delle città settentrionali per opera dei patrioti», per dirla con le parole di Alberto Cianca del Partito d’Azione, era “predominante in tutti i settori dell’opinione pubblica italiana, quale risulta dai giornali e dalle riviste antifascisti, dai principali quotidiani indipendenti, dalla rigogliosa pubblicistica e persino dai battaglieri fogli della destra qualunquista”, spiega Focardi. Alcuni titoli emblematici: Anche l’Italia ha vinto era quello di un numero monografico dedicato alle vicende della lotta di liberazione nel Centro-Nord (dicembre 1945) di Mercurio di Alba de Cespedes, mentre Vittoria di un Popolo quello di un libro del generale Taddeo Orlando, ex ministro della Guerra nel governo Badoglio.

Anche negli ambienti “anti-antifascisti”, rappresentati da L’uomo qualunque di Guglielmo Giannini, “espressione di vasti settori della società italiana, specialmente della piccola e media borghesia, che avevano a lungo appoggiato il fascismo staccandosene solo tardivamente dinanzi ai disastri bellici di Mussolini”, si delineò “una raffigurazione dicotomica del rapporto intercorso fra gli italiani e il fascismo”, spiega Focardi: “Mentre da un lato, infatti, descriveva l’Italia come un paese di ex fascisti «in buona fede» che non meritavano alcun rigore epurativo essendo veniale la colpa di essersi adattati a convivere con un regime sì autoritario ma non brutalmente oppressivo e per giunta blandito dai governi stranieri; dall’altro lato” scriveva (settembre 1945): «Ormai non c’è più persona in buona fede che non riconosca come il popolo italiano non abbia mai seguito Mussolini nella sua folle politica espansionista e filonazista; né c’è alcuno che possa negare lo sforzo compiuto dall’Italia a tempo opportuno per aiutare gli Alleati nel conseguimento della vittoria».

Nello stesso numero della rivista tuttavia si operava “una distinzione […] fra un fascismo ‘buono’ o quanto meno tollerabile fino alla metà degli anni trenta e un fascismo degenerato in esecrabile tirannia dopo la scelta di Mussolini di allearsi con la Germania, rispetto al quale gli italiani avevano preso tosto le distanze: «se è vero che gran parte del popolo italiano credette nel fascismo e lo sorresse, è anche vero che lo abbandonò e ne affrettò il crollo quando non poté più credergli. Il fascismo contro cui combatterono gli anglo-americani, e per distruggere il quale sbarcarono in Italia nel 1943, non era il fascismo del ’22 o del ’33».

Quando L’uomo qualunque divenne un movimento politico vero e proprio, questi temi furono trasposti nel suo programma. Il 16 febbraio 1946, durante la seduta inaugurale del primo congresso nazionale del partito, Giannini affermò «la verità negata dagli stranieri», che «l’Italia non ha perduto la sua guerra: l’ha vinta», in quanto la sua guerra non era quella a fianco della Germania, ma quella interna contro «la tirannia della dittatura fascista». “Chi teneva adesso in mano le sorti del paese, aveva l’obbligo, per Giannini di riconoscere moralmente e giuridicamente tale vittoria e trattare l’Italia di conseguenza, senza accanimenti punitivi”, riassume Focardi.

Nonostante l’accordo universale circa la necessità della concessione di una «giusta pace» per l’Italia da parte degli Alleati, “sui termini di tale pace e sulle modalità di perseguirli si manifestò però una profonda differenza e uno scontro politico tra il fronte antifascista e il movimento dell’Uomo qualunque”, dato che “i partiti antifascisti affermarono che una pace con giustizia non poteva prescindere dal riconoscimento del torto inflitto ai paesi aggrediti da Mussolini e da qualche misura di dolorosa ma pur necessaria «espiazione»”, nelle parole di Alcide De Gasperi, per i «torti da riparare», come li definì Pietro Nenni. Tale espiazione avrebbe potuto consistere nella “rinuncia all’Etiopia, all’Albania e al Dodecaneso”.

Ferruccio Parri tuttavia “sollecitò le forze politiche e il paese a non porsi «sul piano psicologico della ‘pace mutilata’, della congiura del mondo contro l’innocente popolo italiano», potenziale «piano inclinato dei ritorni nazionalisti»”, nota Focardi. Il fallimento degli sforzi diplomatici e propagandistici dei governi Badoglio, Bonomi e Parri nei confronti degli Alleati appariva ormai chiaro e “gli esponenti della classe dirigente antifascista […] cominciarono a preparare psicologicamente il paese al rischio di una pace punitiva”.

In questo contesto si inserì l’Uomo qualunque, che “stigmatizzò l’atteggiamento dei partiti e dei governi antifascisti come meramente rinunciatario e disfattista” e, sin dall’estate del 1945, invitò “esplicitamente a sfruttare i dissidi già sorti fra Mosca e le due principali potenze occidentali, Stati Uniti e Gran Bretagna, per lucrare sulla posizione strategica dell’Italia in funzione antisovietica. Un simile atteggiamento era allora osteggiato da tutte le forze antifasciste, che impostavano l’azione italiana nella prospettiva della prosecuzione della collaborazione internazionale fra le grandi potenze”.

Anche all’interno della compagine antifascista emersero alcune differenze non trascurabili sui contenuti della «giusta pace» per l’Italia”, osserva Focardi. Alcide de Gasperi, Ministro degli Esteri, in una lettera al segretario di Stato statunitense James Byrnes (22 agosto 1945) chiese “il mantenimento delle vecchie frontiere italiane con l’Austria e con la Francia (salvo minori rettifiche), la conservazione delle colonie prefasciste con l’eccezione del Dodecaneso da restituirsi alla Grecia, nessuna grave limitazione delle forze armate e riparazioni economiche ridotte al minimo; quanto al confine orientale, Roma […] avrebbe conservato all’Italia Trieste […] e buona parte dell’Istria compresa Pola, con la rinuncia a Fiume e a Zara”, secondo la «linea Wilson».

Questa era l’impostazione su cui “convenivano di massima tutti i partiti di governo, comprese le sinistre”, ma non il PCI. Palmiro Togliatti, infatti, “prese le distanze dal governo Parri su due questioni […]: le colonie e il confine orientale, non a caso ambiti su cui agivano interessi sovietici sia diretti (aspirazione di Mosca all’amministrazione fiduciaria della Tripolitania) sia indiretti (le mire dell’alleato jugoslavo sulla Venezia Giulia). Togliatti contestò la distinzione tra colonie fasciste e colonie prefasciste schierandosi contro qualsiasi rivendicazione coloniale italiana e avanzò una proposta, non nuova, di internazionalizzazione di Trieste e della Venezia Giulia da affidare a contatti bilaterali fra Italia e Jugoslavia. Chiese però con fermezza il mantenimento della frontiera al Brennero in funzione di diga antigermanica e reclamò il superamento del gravoso status armistiziale per ottenere il prima possibile il recupero di una piena indipendenza nazionale, senza tutele straniere”, spiega Focardi, che più oltre aggiunge: “Nondimeno […] la richiesta comunista […] si richiamava al medesimo fondamento storico e morale che sorreggeva le rivendicazioni delle altre forze antifasciste e che alimentava le aspettative dell’opinione pubblica italiana: i reclamati diritti di un popolo amante della libertà, schiacciato per un ventennio dalla dittatura fascista, che aveva infine dimostrato i suoi autentici sentimenti, meritandosi con le armi e con un pesante tributo di sangue il ritorno con pari dignità nel consesso dei popoli liberi […] secondo Togliatti fra i meriti antifascisti si sarebbe dovuto ricordare anche l’azione di quegli italiani che «bagnarono del loro sangue la terra della Spagna repubblicana» contro Franco e i «mercenari» inviati da Mussolini, nonché l’«eroica» azione clandestina «di proletari e di popolo» che fin dal 1941 si rivolse contro il regime minandone definitivamente le basi con i «grandi scioperi di massa» del 1943, «vera preparazione del 25 luglio»”.

Tale giudizio” – rileva Focardi più avanti – “era, del resto, conforme ai capisaldi dell’interpretazione marxista del fascismo come reazione di classe, che tendeva a confinare il fenomeno dell’adesione al regime nel perimetro ristretto della borghesia, mantenendo intatta l’idea della «purezza antifascista della classe operaia»”.

Abbiamo ripetuto più volte che questa narrazione dominante si sviluppò e fu diffusa per ragioni politiche, ma ciò non significa che le forze antifasciste vedessero solo questo aspetto della realtà. “All’interno di ogni area politico-culturale dell’antifascismo”, ci ricorda Focardi, si erano sviluppate “alcune analisi e raffigurazioni più veritiere sul rapporto intercorso fra gli italiani e il fascismo, che avevano riconosciuto e denunciato la profondità della penetrazione del regime in larghi settori della società italiana e le perniciose conseguenze che ne erano derivate in termini di degenerazione morale della nazione. Le critiche più acuminate erano venute da parte di esponenti della cultura azionista, che riprendendo la nota interpretazione di Gobetti e di Rosselli del fascismo come «autobiografia della nazione», erano stati caustici nel condannare la debolezza etica del paese di cui aveva approfittato il regime, capace di assicurarsi un ampio sostegno intessuto di complicità diffuse basate sul conformistico e opportunistico ‘spirito di adattamento’ degli italiani, abituati a correre al servizio del vincitore. A fare i conti con il passato senza reticenze avevano provato anche giovani politici e intellettuali cattolici come Giulio Andreotti, Sergio Paronetto o Aldo Moro, esponenti di spicco del socialismo italiano fra cui Ignazio Silone e Piero Treves, o lo stesso segretario del Partito comunista, Palmiro Togliatti, che già nel 1935 aveva riconosciuto le basi «di massa» della reazione fascista.”

Lungi però dal tradursi in un vero «esame di coscienza» collettivo […], tali osservazioni restarono generalmente accenni sporadici e frammentari, affidati più a lettere e diari privati o a discussioni interne di partito che non a interventi pubblici […]. Quello che Luca La Rovere ha chiamato «il dibattito postbellico sull’eredità del fascismo» non fu in grado di scalfire la rappresentazione dominante […]. Inoltre, tali spunti di giudizio «eterodosso» furono progressivamente accantonati o ridimensionati dai loro stessi estensori, allorché nelle conferenze internazionali cominciò a essere affrontato il problema della definizione della pace con l’Italia”, conclude Focardi.

Cronistoria di #FLOPVIVISECTION

E’ confermato: la Commissione Europea ha respinto l’iniziativa dei cittadini StopVivisection. Ora chiudiamo questa storia ricapitolando le tappe di questa iniziativa e ponendoci sopra le parole definitive della Commissione:
“La Commissione non concorda tuttavia sull’esistenza di evidenze scientifiche che invalidano il modello animale: malgrado le differenze con gli esseri umani, è soprattutto grazie ai modelli animali che è stato possibile trovare quasi tutte le cure mediche e le misure di prevenzione di cui disponiamo oggi per trattare con efficacia e in sicurezza le malattie dell’uomo e degli animali. Nello sviluppo dei
farmaci, i modelli animali sono stati molto utili per escludere farmaci candidati che avrebbero potuto essere pericolosi per gli esseri umani se testati nelle fasi cliniche successive, e sono tuttora necessari, in assenza di metodi alternativi sufficientemente predittivi, per studiare i meccanismi biologici di grande complessità sottesi a un effetto osservato o per fornire le informazioni richieste a garanzia della
sicurezza di un prodotto. La Commissione è del parere che la sperimentazione animale non costituisca un freno allo sviluppo di
strumenti di ricerca alternativi; anzi, ritiene che l’uso degli animali nella ricerca offra una comprensione meccanicistica della biologia degli animali e degli esseri umani che permette di elaborare metodi alternativi più etici, efficienti in termini di costi, predittivi e rapidi”

In Difesa della Sperimentazione Animale

Facciamo un ricapitolo di ciò che sta succedendo con l’Iniziativa dei cittadini Europei intitolata #StopVivisection.

Che cos’è un Iniziativa dei cittadini Europei?

L’Iniziativa dei Cittadini Europei è uno strumento messo a disposizione dall’Unione Europea per offrire l’opportunità ai cittadini chiedere alla Commissione di promulgare atti legislativi su questioni che rientrano nelle sue competenze.
Affinché venga presa in considerazione, la petizione deve essere sottoscritta da almeno un milione di cittadini europei, di almeno sette Stati membri diversi, per ciascuno dei quali è richiesto un numero minimo di firme (proporzionale agli abitanti).

Il 25 aprile 2012 l’iniziativa dei cittadini europei Stop Vivisection è stata presentata alla Commissione Europea.

il 22 giugno 2012 Stop Vivisection è stata registrata dalla Commissione Europea.

il 26 giugno 2013 c’è stata una conferenza a Bruxelles per presentare l’iniziativa.

Le pubblicità fuorvianti del gruppo Finelco (Virgin Radio, Radio Monte Carlo, Radio 105) e di AlmoNature, la raccolta firme…

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La negazione del consenso al fascismo e le sue ragioni politiche

Innanzitutto, felice Festa della Repubblica Italiana! In questa serie di post in effetti la nascita della Repubblica e il contesto in cui avvenne sono un tema di sottofondo alla serie di post che raccontano La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, come da sottotitolo del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi (per chi fosse appena arrivato, la puntata precedente è qui).

Qui vediamo le ragioni per cui la classe dirigente antifascista portò avanti la narrazione dell’estraneità-avversione degli italiani al regime fascista e alle imprese da esso portate avanti, culminanti nella guerra a fianco della Germania.

Come abbiamo visto, “le forze antifasciste furono concordi nel distinguere innanzitutto le responsabilità del popolo italiano da quelle del regime. L’argomento, nevralgico, corrispondeva in primo luogo a un comune sentire, a una autocoscienza diffusa all’interno delle élites dirigenti antifasciste segnate dall’esperienza condivisa di una lunga opposizione al regime pagata col confino, col carcere, con l’esilio, con la perdita dolorosa di amici e di compagni di lotta”, sottolinea Focardi, oltre che dall’esigenza di recidere ogni legame con il passato per mobilitarsi in una guerra al fianco degli Alleati per salvaguardare il futuro dell’Italia sul piano della politica internazionale.

“Da questo punto di vista, il messaggio aveva come principali destinatari proprio i vincitori e divenne tanto più imperativo quanto più, col trascorrere del tempo, Stati Uniti e Gran Bretagna dimostrarono scarsa volontà di ottemperare alle generiche promesse fatte dalla loro propaganda […] a proposito di un veloce inserimento dell’Italia, con uguali diritti, all’interno del blocco delle nazioni schierate contro la Germania nazista”, riassume Focardi.

Il “riconoscimento di un rapporto di vera e propria alleanza con le Nazioni Unite” non giunse mai, “ottenendo l’Italia solo la concessione di alcuni pur preziosi aiuti economici e un modesto miglioramento delle condizioni di armistizio, che incluse la possibilità di ristabilire normali relazioni diplomatiche con Londra e Washington e di tessere rapporti politici ed economici sul piano internazionale con un certo grado di autonomia dalle autorità alleate”, nelle parole di Focardi.
Abbiamo già detto delle divergenze fra le forze politiche antifasciste, accantonate ma non annullate dall’“esigenza di provvedere al destino della nazione sconfitta”, e dell’accordo su due punti fondamentali: “la negazione dell’esistenza di un consenso popolare al regime e l’affermazione di una perfetta linea di continuità – e dunque di un rapporto di filiazione – fra la resistenza opposta al fascismo nel ventennio e la battaglia finale contro di esso ingaggiata dopo l’8 settembre. Come scrisse a questo proposito il leader socialista Pietro Nenni, la guerra di liberazione del popolo italiano rappresentava «la continuazione, con le armi alla mano, della lotta che l’avanguardia del popolo ha condotto per venti anni contro il fascismo». Entrambi i postulati rispondevano a esigenze politiche stringenti e giustificate nel contesto di allora, imperniate sulla ricerca di autolegittimazione dei partiti antifascisti e sulla tutela internazionale del paese”.

Tuttavia la realtà era decisamente diversa da questa narrazione: “il regime a vocazione totalitaria era stato capace di attivare nel tempo meccanismi di mobilitazione del consenso e forme di adesione all’interno della società italiana, combinando abilmente l’impiego della repressione contro gli oppositori, gli strumenti di una moderna propaganda, la creazione di una liturgia politica di massa e la possibilità di allocare beni sociali, dalle pensioni ai posti di lavoro, sulla base di criteri di fedeltà politica (welfare dictatorship). A sua volta, il rapporto fra antifascismo e Resistenza presentava sì importanti elementi di continuità, politica ideale e morale, ma anche fattori non trascurabili di discontinuità, a partire dallo iato generazionale fra la vecchia classe dirigente antifascista […] e i giovani affluiti nelle bande partigiane dopo l’armistizio, fra cui molti soldati sbandati o renitenti alla leva di Salò, magari già da tempo disillusi e stufi del regime ma lontani inizialmente da ogni alfabetizzazione politica in senso antifascista”.

C’erano, come detto, motivi pressanti e fondati per sostenere questa narrazione discordante dai fatti, che i dirigenti antifascisti sapevano essere tale. “L’argomento della distinzione necessaria da operare fra popolo e regime […] fu infatti impiegato costantemente da parte antifascista […] per cercare di sollevare il paese da una condizione di sudditanza politica che minacciava di trasformarsi in una futura punizione, avvertita […] come moralmente ingiusta e intollerabile, non ultimo perché tale punizione avrebbe potuto avere pericolose ripercussioni sulla stessa legittimazione delle forze politiche antifasciste alla guida della nazione”, spiega Focardi, che ricorda l’intervento di Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano, su Foreign Affairs “per mettere in guardia Washington e Londra sul rischio che un futuro trattamento draconiano dell’Italia potesse avere l’effetto di alimentare revanscismi e nostalgie fasciste, come era accaduto in Italia e in Germania dopo la prima guerra mondiale”.

Si trattava di una preoccupazione diffusa fra i dirigenti antifascisti, che Focardi chiama «complesso di Weimar». “A fomentare le paure dei partiti antifascisti sulle ripercussioni politiche di un’eventuale pace punitiva era del resto la stessa esperienza italiana della «vittoria mutilata», mito che aveva ampiamente contribuito alla mobilitazione e al successo originario del fascismo, capace di intercettare e sobillare i sentimenti di larghe schiere di reduci. Il pericolo non era da sottovalutare”, aggiunge Focardi. Un trattamento punitivo avrebbe inoltre rafforzato le accuse di tradimento della Repubblica di Salò, “per quanto storicamente infondate, minando la posizione dell’antifascismo”, che poteva contrastare questo pericolo solo facendo “ogni sforzo per convincere i vincitori del diritto del popolo italiano a una pace equa, che tenesse conto della sua avversità al fascismo e dei meriti acquisiti dopo l’8 settembre con la guerra antitedesca”.

Diverso, in parte, il punto di vista del PCI di Palmiro Togliatti, che “rivendicò fin dall’estate del 1944 l‘esigenza di «guardare in faccia la realtà» e di non farsi «illusioni» sulla «sconfitta totale» patita dal paese e sulla conseguente necessità di pagare un prezzo per la «brigantesca» guerra di aggressione scatenata dal fascismo”, nella convinzione che “il problema dello statuto internazionale dell’Italia andava affrontato conquistando la fiducia del mondo democratico attraverso l’impegno nello sforzo bellico e […] l‘eliminazione di ogni traccia di fascismo in tutti i campi della vita nazionale, «distruggendo tutto quello che a questo scopo deve essere distrutto, rinnovando tutto quello che deve essere rinnovato»”.

In questo i comunisti si distinguevano dai socialisti, il cui leader Pietro Nenni, rivolgendosi agli Alleati, aveva definito il popolo italiano «la prima vittima del fascismo e del nazismo» e li aveva invitati a dare fiducia agli italiani e a consentire “al paese un’effettiva collaborazione sia sul piano bellico sia su quello della costruzione della futura pace europea”, fiducia che secondo Nenni era meritata in quanto l’«avanguardia antifascista» “aveva prodotto ogni sforzo durante il ventennio per abbattere la dittatura. Se non era riuscita nel suo intento, ciò era dovuto alla «forza dell’apparato terroristico interno del fascismo» e alle «vaste e utili complicità politiche, finanziarie e morali» che il regime aveva trovato all’estero.”, spiega Focardi.

Abbiamo già visto anche gli sforzi di Benedetto Croce e Carlo Sforza sullo stesso fronte. In particolare, Focardi riassume la visione di Sforza sulla politica estera: “Sforza auspicò una politica attiva dell’Italia in chiave europeistica fondata sull’unione con la Francia e l’amicizia con la Jugoslavia, proponendo in questa cornice la salvaguardia dell’italianità di Trieste e la destinazione di Fiume a sede di una «futura superlega delle Nazioni». All’idealismo europeistico si sposava pertanto la difesa degli interessi nazionali, come rivelava anche la rivendicazione della sovranità italiana sulle colonie, a meno che esse […] non fossero fuse in un grande consorzio internazionale, alla cui gestione l’Italia democratica avrebbe comunque dovuto partecipare”.

Per Croce la pervasiva ostilità popolare al fascismo e il tenace rifiuto della guerra dell’Asse costituivano una fulgida base morale che, unita all’impegno antigermanico messo in campo dopo l’8 settembre, attribuiva all’Italia il diritto di chiedere ai vincitori la «profonda revisione», se non l’«abolizione», delle clausole dell’armistizio per consentire al paese la «partecipazione ai consigli del nuovo assetto dell’Europa»”, ricordando agli Alleati “le promesse fatte dai «propagandisti della radio inglese» che avevano esortato il popolo italiano alla lotta, rassicurandolo sull’intangibilità dei confini nazionali e sul rispetto delle terre coloniali «redente alla civiltà» dal lavoro italiano”. Croce, ricorda Focardi, sosteneva che “Mussolini aveva costruito la sua dittatura su un suolo privo di fondamenta”, paragonandola all’«invasione degli Hyksos», il popolo sconosciuto che avrebbe invaso l’antico Egitto per poi scomparire senza lasciare tracce nella Storia, dopo la quale la nazione era ormai «vaccinata contro il ritorno dell’infezione». Nel 1944 Croce aveva dichiarato inoltre che «L’Italia, vinta formalmente secondo il giure di guerra e di pace, non si sente vinta, non si adatta a essere considerata tra i popoli vinti, ma afferma il suo diritto di stare tra i vincitori».

Anche la cultura antifascista cattolica ribadì gli stessi concetti: «Gli Alleati sanno che i totalitarismi sono menzogne. Si tratta cioè di regimi nei quali non la totalità si afferma, bensì una cricca dominante, una minoranza armata che si impone alla maggioranza disarmata», dichiarava Guido Gonella, direttore del «Popolo». Mentre il liberale Mario Ferrara rincarava la dose: «Il popolo italiano non solo non ha accettato il fascismo ma ha vissuto venti anni in ribellione».

Una prova tangibile dell’avversione italiana al fascismo fu ravvisata nelle reazioni seguite nel paese alla caduta di Mussolini […] presentate, con evidente forzatura, come la prima libera espressione degli autentici sentimenti degli italiani conculcati per vent’anni dalla dittatura fascista”, scrive Focardi, che più oltre prosegue, “Ma fu soprattutto la vittoriosa insurrezione generale lanciata dal CLNAI il 25 aprile 1945 a essere presentata dalla classe dirigente antifascista quale tappa culminante della lunga e intensa lotta contro il regime iniziata dal popolo italiano fin dal 1922”. Secondo Alberto Cianca del Partito d’Azione, questi eventi testimoniavano che «questo popolo, non appena è stato in condizioni di farlo, ha dimostrato, nonostante tradimenti e defezioni, la sua volontà e la sua capacità di liberarsi, stretto dal vincolo di un’alleanza di sangue, se non ancora di trattati, con le Nazioni Unite».

Negli stessi giorni, tuttavia, l’Italia non fu ammessa alla partecipazione alla conferenza di San Francisco, atto di nascita dell’ONU, cosa che fu vissuta come un’ingiustizia da tutte le forze antifasciste, una negazione del valore degli sforzi dei partigiani e dei partiti antifascisti che li rappresentavano.