La negazione del consenso al fascismo e le sue ragioni politiche

Innanzitutto, felice Festa della Repubblica Italiana! In questa serie di post in effetti la nascita della Repubblica e il contesto in cui avvenne sono un tema di sottofondo alla serie di post che raccontano La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, come da sottotitolo del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi (per chi fosse appena arrivato, la puntata precedente è qui).

Qui vediamo le ragioni per cui la classe dirigente antifascista portò avanti la narrazione dell’estraneità-avversione degli italiani al regime fascista e alle imprese da esso portate avanti, culminanti nella guerra a fianco della Germania.

Come abbiamo visto, “le forze antifasciste furono concordi nel distinguere innanzitutto le responsabilità del popolo italiano da quelle del regime. L’argomento, nevralgico, corrispondeva in primo luogo a un comune sentire, a una autocoscienza diffusa all’interno delle élites dirigenti antifasciste segnate dall’esperienza condivisa di una lunga opposizione al regime pagata col confino, col carcere, con l’esilio, con la perdita dolorosa di amici e di compagni di lotta”, sottolinea Focardi, oltre che dall’esigenza di recidere ogni legame con il passato per mobilitarsi in una guerra al fianco degli Alleati per salvaguardare il futuro dell’Italia sul piano della politica internazionale.

“Da questo punto di vista, il messaggio aveva come principali destinatari proprio i vincitori e divenne tanto più imperativo quanto più, col trascorrere del tempo, Stati Uniti e Gran Bretagna dimostrarono scarsa volontà di ottemperare alle generiche promesse fatte dalla loro propaganda […] a proposito di un veloce inserimento dell’Italia, con uguali diritti, all’interno del blocco delle nazioni schierate contro la Germania nazista”, riassume Focardi.

Il “riconoscimento di un rapporto di vera e propria alleanza con le Nazioni Unite” non giunse mai, “ottenendo l’Italia solo la concessione di alcuni pur preziosi aiuti economici e un modesto miglioramento delle condizioni di armistizio, che incluse la possibilità di ristabilire normali relazioni diplomatiche con Londra e Washington e di tessere rapporti politici ed economici sul piano internazionale con un certo grado di autonomia dalle autorità alleate”, nelle parole di Focardi.
Abbiamo già detto delle divergenze fra le forze politiche antifasciste, accantonate ma non annullate dall’“esigenza di provvedere al destino della nazione sconfitta”, e dell’accordo su due punti fondamentali: “la negazione dell’esistenza di un consenso popolare al regime e l’affermazione di una perfetta linea di continuità – e dunque di un rapporto di filiazione – fra la resistenza opposta al fascismo nel ventennio e la battaglia finale contro di esso ingaggiata dopo l’8 settembre. Come scrisse a questo proposito il leader socialista Pietro Nenni, la guerra di liberazione del popolo italiano rappresentava «la continuazione, con le armi alla mano, della lotta che l’avanguardia del popolo ha condotto per venti anni contro il fascismo». Entrambi i postulati rispondevano a esigenze politiche stringenti e giustificate nel contesto di allora, imperniate sulla ricerca di autolegittimazione dei partiti antifascisti e sulla tutela internazionale del paese”.

Tuttavia la realtà era decisamente diversa da questa narrazione: “il regime a vocazione totalitaria era stato capace di attivare nel tempo meccanismi di mobilitazione del consenso e forme di adesione all’interno della società italiana, combinando abilmente l’impiego della repressione contro gli oppositori, gli strumenti di una moderna propaganda, la creazione di una liturgia politica di massa e la possibilità di allocare beni sociali, dalle pensioni ai posti di lavoro, sulla base di criteri di fedeltà politica (welfare dictatorship). A sua volta, il rapporto fra antifascismo e Resistenza presentava sì importanti elementi di continuità, politica ideale e morale, ma anche fattori non trascurabili di discontinuità, a partire dallo iato generazionale fra la vecchia classe dirigente antifascista […] e i giovani affluiti nelle bande partigiane dopo l’armistizio, fra cui molti soldati sbandati o renitenti alla leva di Salò, magari già da tempo disillusi e stufi del regime ma lontani inizialmente da ogni alfabetizzazione politica in senso antifascista”.

C’erano, come detto, motivi pressanti e fondati per sostenere questa narrazione discordante dai fatti, che i dirigenti antifascisti sapevano essere tale. “L’argomento della distinzione necessaria da operare fra popolo e regime […] fu infatti impiegato costantemente da parte antifascista […] per cercare di sollevare il paese da una condizione di sudditanza politica che minacciava di trasformarsi in una futura punizione, avvertita […] come moralmente ingiusta e intollerabile, non ultimo perché tale punizione avrebbe potuto avere pericolose ripercussioni sulla stessa legittimazione delle forze politiche antifasciste alla guida della nazione”, spiega Focardi, che ricorda l’intervento di Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano, su Foreign Affairs “per mettere in guardia Washington e Londra sul rischio che un futuro trattamento draconiano dell’Italia potesse avere l’effetto di alimentare revanscismi e nostalgie fasciste, come era accaduto in Italia e in Germania dopo la prima guerra mondiale”.

Si trattava di una preoccupazione diffusa fra i dirigenti antifascisti, che Focardi chiama «complesso di Weimar». “A fomentare le paure dei partiti antifascisti sulle ripercussioni politiche di un’eventuale pace punitiva era del resto la stessa esperienza italiana della «vittoria mutilata», mito che aveva ampiamente contribuito alla mobilitazione e al successo originario del fascismo, capace di intercettare e sobillare i sentimenti di larghe schiere di reduci. Il pericolo non era da sottovalutare”, aggiunge Focardi. Un trattamento punitivo avrebbe inoltre rafforzato le accuse di tradimento della Repubblica di Salò, “per quanto storicamente infondate, minando la posizione dell’antifascismo”, che poteva contrastare questo pericolo solo facendo “ogni sforzo per convincere i vincitori del diritto del popolo italiano a una pace equa, che tenesse conto della sua avversità al fascismo e dei meriti acquisiti dopo l’8 settembre con la guerra antitedesca”.

Diverso, in parte, il punto di vista del PCI di Palmiro Togliatti, che “rivendicò fin dall’estate del 1944 l‘esigenza di «guardare in faccia la realtà» e di non farsi «illusioni» sulla «sconfitta totale» patita dal paese e sulla conseguente necessità di pagare un prezzo per la «brigantesca» guerra di aggressione scatenata dal fascismo”, nella convinzione che “il problema dello statuto internazionale dell’Italia andava affrontato conquistando la fiducia del mondo democratico attraverso l’impegno nello sforzo bellico e […] l‘eliminazione di ogni traccia di fascismo in tutti i campi della vita nazionale, «distruggendo tutto quello che a questo scopo deve essere distrutto, rinnovando tutto quello che deve essere rinnovato»”.

In questo i comunisti si distinguevano dai socialisti, il cui leader Pietro Nenni, rivolgendosi agli Alleati, aveva definito il popolo italiano «la prima vittima del fascismo e del nazismo» e li aveva invitati a dare fiducia agli italiani e a consentire “al paese un’effettiva collaborazione sia sul piano bellico sia su quello della costruzione della futura pace europea”, fiducia che secondo Nenni era meritata in quanto l’«avanguardia antifascista» “aveva prodotto ogni sforzo durante il ventennio per abbattere la dittatura. Se non era riuscita nel suo intento, ciò era dovuto alla «forza dell’apparato terroristico interno del fascismo» e alle «vaste e utili complicità politiche, finanziarie e morali» che il regime aveva trovato all’estero.”, spiega Focardi.

Abbiamo già visto anche gli sforzi di Benedetto Croce e Carlo Sforza sullo stesso fronte. In particolare, Focardi riassume la visione di Sforza sulla politica estera: “Sforza auspicò una politica attiva dell’Italia in chiave europeistica fondata sull’unione con la Francia e l’amicizia con la Jugoslavia, proponendo in questa cornice la salvaguardia dell’italianità di Trieste e la destinazione di Fiume a sede di una «futura superlega delle Nazioni». All’idealismo europeistico si sposava pertanto la difesa degli interessi nazionali, come rivelava anche la rivendicazione della sovranità italiana sulle colonie, a meno che esse […] non fossero fuse in un grande consorzio internazionale, alla cui gestione l’Italia democratica avrebbe comunque dovuto partecipare”.

Per Croce la pervasiva ostilità popolare al fascismo e il tenace rifiuto della guerra dell’Asse costituivano una fulgida base morale che, unita all’impegno antigermanico messo in campo dopo l’8 settembre, attribuiva all’Italia il diritto di chiedere ai vincitori la «profonda revisione», se non l’«abolizione», delle clausole dell’armistizio per consentire al paese la «partecipazione ai consigli del nuovo assetto dell’Europa»”, ricordando agli Alleati “le promesse fatte dai «propagandisti della radio inglese» che avevano esortato il popolo italiano alla lotta, rassicurandolo sull’intangibilità dei confini nazionali e sul rispetto delle terre coloniali «redente alla civiltà» dal lavoro italiano”. Croce, ricorda Focardi, sosteneva che “Mussolini aveva costruito la sua dittatura su un suolo privo di fondamenta”, paragonandola all’«invasione degli Hyksos», il popolo sconosciuto che avrebbe invaso l’antico Egitto per poi scomparire senza lasciare tracce nella Storia, dopo la quale la nazione era ormai «vaccinata contro il ritorno dell’infezione». Nel 1944 Croce aveva dichiarato inoltre che «L’Italia, vinta formalmente secondo il giure di guerra e di pace, non si sente vinta, non si adatta a essere considerata tra i popoli vinti, ma afferma il suo diritto di stare tra i vincitori».

Anche la cultura antifascista cattolica ribadì gli stessi concetti: «Gli Alleati sanno che i totalitarismi sono menzogne. Si tratta cioè di regimi nei quali non la totalità si afferma, bensì una cricca dominante, una minoranza armata che si impone alla maggioranza disarmata», dichiarava Guido Gonella, direttore del «Popolo». Mentre il liberale Mario Ferrara rincarava la dose: «Il popolo italiano non solo non ha accettato il fascismo ma ha vissuto venti anni in ribellione».

Una prova tangibile dell’avversione italiana al fascismo fu ravvisata nelle reazioni seguite nel paese alla caduta di Mussolini […] presentate, con evidente forzatura, come la prima libera espressione degli autentici sentimenti degli italiani conculcati per vent’anni dalla dittatura fascista”, scrive Focardi, che più oltre prosegue, “Ma fu soprattutto la vittoriosa insurrezione generale lanciata dal CLNAI il 25 aprile 1945 a essere presentata dalla classe dirigente antifascista quale tappa culminante della lunga e intensa lotta contro il regime iniziata dal popolo italiano fin dal 1922”. Secondo Alberto Cianca del Partito d’Azione, questi eventi testimoniavano che «questo popolo, non appena è stato in condizioni di farlo, ha dimostrato, nonostante tradimenti e defezioni, la sua volontà e la sua capacità di liberarsi, stretto dal vincolo di un’alleanza di sangue, se non ancora di trattati, con le Nazioni Unite».

Negli stessi giorni, tuttavia, l’Italia non fu ammessa alla partecipazione alla conferenza di San Francisco, atto di nascita dell’ONU, cosa che fu vissuta come un’ingiustizia da tutte le forze antifasciste, una negazione del valore degli sforzi dei partigiani e dei partiti antifascisti che li rappresentavano.

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