Le questioni internazionali dell’Italia post-fascista e il dibattito sull’eredità del fascismo

Nella puntata precedente di questa serie abbiamo affrontato la negazione del consenso al fascismo e le sue ragioni politiche, sulla base del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Qui riprendiamo a parlare delle reazioni fra la classe dirigente e gli intellettuali italiani alla mancata partecipazione dell’Italia alla Conferenza di San Francisco, che sanciva la nascita dell’ONU, del punto di vista della destra qualunquista, dei problemi relativi alle questioni territoriali e delle riflessioni, all’interno dell’antifascismo, sull'”espiazione” delle colpe del fascismo e sul consenso degli italiani al regime di Mussolini.

L’irritazione e la delusione per l’“ingiusta” esclusione dell’Italia dalla conferenza di San Francisco, che avveniva in concomitanza con la «liberazione delle città settentrionali per opera dei patrioti», per dirla con le parole di Alberto Cianca del Partito d’Azione, era “predominante in tutti i settori dell’opinione pubblica italiana, quale risulta dai giornali e dalle riviste antifascisti, dai principali quotidiani indipendenti, dalla rigogliosa pubblicistica e persino dai battaglieri fogli della destra qualunquista”, spiega Focardi. Alcuni titoli emblematici: Anche l’Italia ha vinto era quello di un numero monografico dedicato alle vicende della lotta di liberazione nel Centro-Nord (dicembre 1945) di Mercurio di Alba de Cespedes, mentre Vittoria di un Popolo quello di un libro del generale Taddeo Orlando, ex ministro della Guerra nel governo Badoglio.

Anche negli ambienti “anti-antifascisti”, rappresentati da L’uomo qualunque di Guglielmo Giannini, “espressione di vasti settori della società italiana, specialmente della piccola e media borghesia, che avevano a lungo appoggiato il fascismo staccandosene solo tardivamente dinanzi ai disastri bellici di Mussolini”, si delineò “una raffigurazione dicotomica del rapporto intercorso fra gli italiani e il fascismo”, spiega Focardi: “Mentre da un lato, infatti, descriveva l’Italia come un paese di ex fascisti «in buona fede» che non meritavano alcun rigore epurativo essendo veniale la colpa di essersi adattati a convivere con un regime sì autoritario ma non brutalmente oppressivo e per giunta blandito dai governi stranieri; dall’altro lato” scriveva (settembre 1945): «Ormai non c’è più persona in buona fede che non riconosca come il popolo italiano non abbia mai seguito Mussolini nella sua folle politica espansionista e filonazista; né c’è alcuno che possa negare lo sforzo compiuto dall’Italia a tempo opportuno per aiutare gli Alleati nel conseguimento della vittoria».

Nello stesso numero della rivista tuttavia si operava “una distinzione […] fra un fascismo ‘buono’ o quanto meno tollerabile fino alla metà degli anni trenta e un fascismo degenerato in esecrabile tirannia dopo la scelta di Mussolini di allearsi con la Germania, rispetto al quale gli italiani avevano preso tosto le distanze: «se è vero che gran parte del popolo italiano credette nel fascismo e lo sorresse, è anche vero che lo abbandonò e ne affrettò il crollo quando non poté più credergli. Il fascismo contro cui combatterono gli anglo-americani, e per distruggere il quale sbarcarono in Italia nel 1943, non era il fascismo del ’22 o del ’33».

Quando L’uomo qualunque divenne un movimento politico vero e proprio, questi temi furono trasposti nel suo programma. Il 16 febbraio 1946, durante la seduta inaugurale del primo congresso nazionale del partito, Giannini affermò «la verità negata dagli stranieri», che «l’Italia non ha perduto la sua guerra: l’ha vinta», in quanto la sua guerra non era quella a fianco della Germania, ma quella interna contro «la tirannia della dittatura fascista». “Chi teneva adesso in mano le sorti del paese, aveva l’obbligo, per Giannini di riconoscere moralmente e giuridicamente tale vittoria e trattare l’Italia di conseguenza, senza accanimenti punitivi”, riassume Focardi.

Nonostante l’accordo universale circa la necessità della concessione di una «giusta pace» per l’Italia da parte degli Alleati, “sui termini di tale pace e sulle modalità di perseguirli si manifestò però una profonda differenza e uno scontro politico tra il fronte antifascista e il movimento dell’Uomo qualunque”, dato che “i partiti antifascisti affermarono che una pace con giustizia non poteva prescindere dal riconoscimento del torto inflitto ai paesi aggrediti da Mussolini e da qualche misura di dolorosa ma pur necessaria «espiazione»”, nelle parole di Alcide De Gasperi, per i «torti da riparare», come li definì Pietro Nenni. Tale espiazione avrebbe potuto consistere nella “rinuncia all’Etiopia, all’Albania e al Dodecaneso”.

Ferruccio Parri tuttavia “sollecitò le forze politiche e il paese a non porsi «sul piano psicologico della ‘pace mutilata’, della congiura del mondo contro l’innocente popolo italiano», potenziale «piano inclinato dei ritorni nazionalisti»”, nota Focardi. Il fallimento degli sforzi diplomatici e propagandistici dei governi Badoglio, Bonomi e Parri nei confronti degli Alleati appariva ormai chiaro e “gli esponenti della classe dirigente antifascista […] cominciarono a preparare psicologicamente il paese al rischio di una pace punitiva”.

In questo contesto si inserì l’Uomo qualunque, che “stigmatizzò l’atteggiamento dei partiti e dei governi antifascisti come meramente rinunciatario e disfattista” e, sin dall’estate del 1945, invitò “esplicitamente a sfruttare i dissidi già sorti fra Mosca e le due principali potenze occidentali, Stati Uniti e Gran Bretagna, per lucrare sulla posizione strategica dell’Italia in funzione antisovietica. Un simile atteggiamento era allora osteggiato da tutte le forze antifasciste, che impostavano l’azione italiana nella prospettiva della prosecuzione della collaborazione internazionale fra le grandi potenze”.

Anche all’interno della compagine antifascista emersero alcune differenze non trascurabili sui contenuti della «giusta pace» per l’Italia”, osserva Focardi. Alcide de Gasperi, Ministro degli Esteri, in una lettera al segretario di Stato statunitense James Byrnes (22 agosto 1945) chiese “il mantenimento delle vecchie frontiere italiane con l’Austria e con la Francia (salvo minori rettifiche), la conservazione delle colonie prefasciste con l’eccezione del Dodecaneso da restituirsi alla Grecia, nessuna grave limitazione delle forze armate e riparazioni economiche ridotte al minimo; quanto al confine orientale, Roma […] avrebbe conservato all’Italia Trieste […] e buona parte dell’Istria compresa Pola, con la rinuncia a Fiume e a Zara”, secondo la «linea Wilson».

Questa era l’impostazione su cui “convenivano di massima tutti i partiti di governo, comprese le sinistre”, ma non il PCI. Palmiro Togliatti, infatti, “prese le distanze dal governo Parri su due questioni […]: le colonie e il confine orientale, non a caso ambiti su cui agivano interessi sovietici sia diretti (aspirazione di Mosca all’amministrazione fiduciaria della Tripolitania) sia indiretti (le mire dell’alleato jugoslavo sulla Venezia Giulia). Togliatti contestò la distinzione tra colonie fasciste e colonie prefasciste schierandosi contro qualsiasi rivendicazione coloniale italiana e avanzò una proposta, non nuova, di internazionalizzazione di Trieste e della Venezia Giulia da affidare a contatti bilaterali fra Italia e Jugoslavia. Chiese però con fermezza il mantenimento della frontiera al Brennero in funzione di diga antigermanica e reclamò il superamento del gravoso status armistiziale per ottenere il prima possibile il recupero di una piena indipendenza nazionale, senza tutele straniere”, spiega Focardi, che più oltre aggiunge: “Nondimeno […] la richiesta comunista […] si richiamava al medesimo fondamento storico e morale che sorreggeva le rivendicazioni delle altre forze antifasciste e che alimentava le aspettative dell’opinione pubblica italiana: i reclamati diritti di un popolo amante della libertà, schiacciato per un ventennio dalla dittatura fascista, che aveva infine dimostrato i suoi autentici sentimenti, meritandosi con le armi e con un pesante tributo di sangue il ritorno con pari dignità nel consesso dei popoli liberi […] secondo Togliatti fra i meriti antifascisti si sarebbe dovuto ricordare anche l’azione di quegli italiani che «bagnarono del loro sangue la terra della Spagna repubblicana» contro Franco e i «mercenari» inviati da Mussolini, nonché l’«eroica» azione clandestina «di proletari e di popolo» che fin dal 1941 si rivolse contro il regime minandone definitivamente le basi con i «grandi scioperi di massa» del 1943, «vera preparazione del 25 luglio»”.

Tale giudizio” – rileva Focardi più avanti – “era, del resto, conforme ai capisaldi dell’interpretazione marxista del fascismo come reazione di classe, che tendeva a confinare il fenomeno dell’adesione al regime nel perimetro ristretto della borghesia, mantenendo intatta l’idea della «purezza antifascista della classe operaia»”.

Abbiamo ripetuto più volte che questa narrazione dominante si sviluppò e fu diffusa per ragioni politiche, ma ciò non significa che le forze antifasciste vedessero solo questo aspetto della realtà. “All’interno di ogni area politico-culturale dell’antifascismo”, ci ricorda Focardi, si erano sviluppate “alcune analisi e raffigurazioni più veritiere sul rapporto intercorso fra gli italiani e il fascismo, che avevano riconosciuto e denunciato la profondità della penetrazione del regime in larghi settori della società italiana e le perniciose conseguenze che ne erano derivate in termini di degenerazione morale della nazione. Le critiche più acuminate erano venute da parte di esponenti della cultura azionista, che riprendendo la nota interpretazione di Gobetti e di Rosselli del fascismo come «autobiografia della nazione», erano stati caustici nel condannare la debolezza etica del paese di cui aveva approfittato il regime, capace di assicurarsi un ampio sostegno intessuto di complicità diffuse basate sul conformistico e opportunistico ‘spirito di adattamento’ degli italiani, abituati a correre al servizio del vincitore. A fare i conti con il passato senza reticenze avevano provato anche giovani politici e intellettuali cattolici come Giulio Andreotti, Sergio Paronetto o Aldo Moro, esponenti di spicco del socialismo italiano fra cui Ignazio Silone e Piero Treves, o lo stesso segretario del Partito comunista, Palmiro Togliatti, che già nel 1935 aveva riconosciuto le basi «di massa» della reazione fascista.”

Lungi però dal tradursi in un vero «esame di coscienza» collettivo […], tali osservazioni restarono generalmente accenni sporadici e frammentari, affidati più a lettere e diari privati o a discussioni interne di partito che non a interventi pubblici […]. Quello che Luca La Rovere ha chiamato «il dibattito postbellico sull’eredità del fascismo» non fu in grado di scalfire la rappresentazione dominante […]. Inoltre, tali spunti di giudizio «eterodosso» furono progressivamente accantonati o ridimensionati dai loro stessi estensori, allorché nelle conferenze internazionali cominciò a essere affrontato il problema della definizione della pace con l’Italia”, conclude Focardi.

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3 pensieri su “Le questioni internazionali dell’Italia post-fascista e il dibattito sull’eredità del fascismo

    • Una delle caratteristiche più notevoli del libro di Focardi è, per me, il suo sforzo di prendere in considerazione una vasta gamma di punti di vista su una data questione e i loro rapporti.

  1. Pingback: Il trattato di pace del 1947, le questioni territoriali e la narrazione della Resistenza | Il Ragno

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