Il trattato di pace del 1947, le questioni territoriali e la narrazione della Resistenza

Nella puntata precedente di questa serie abbiamo affrontato le questioni internazionali dell’Italia post-fascista e il dibattito sull’eredità del fascismo, sulla base del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano dello storico Filippo Focardi. Riprendiamo qui l’argomento.

Sul piano diplomatico, lo strumento più importante per sorreggere la posizione italiana fu il dossier di 280 pagine preparato dal […] ministero degli Esteri su Il contributo italiano alla guerra contro la Germania, che venne inviato il 25 aprile 1946 […] ai ministri degli Esteri delle quattro grandi potenze in occasione dell’apertura della prima sessione della conferenza di pace a Parigi.”, spiega Focardi, “Si trattava di un dettagliato resoconto che attestava, col corredo di molte tabelle non prive di alcune esagerazioni, il «tributo di sangue» pagato dal paese per la causa alleata: i morti, feriti e dispersi delle forze regolari dell’esercito, della marina e dell’aeronautica «cobelligeranti» figuravano accanto alle perdite subite dalle brigate partigiane, i civili massacrati nelle stragi nazifasciste insieme ai militari uccisi a Cefalonia o periti nei campi di internamento tedeschi, le vittime della deportazione politica accanto a quelle della deportazione razziale. Era insomma il ritratto, affidato alle stime ufficiali, di quell’Italia martire del regime mussoliniano e dell’occupazione tedesca nonché valorosa protagonista della lotta contro il nazifascismo. […] Un ritratto divulgato in quei mesi in Europa anche attraverso mostre itineranti dedicate alla Resistenza italiana, […] la più importante delle quali fu esposta a Parigi nel giugno 1946, in concomitanza con la fase più delicata dei negoziati, col proposito di influenzare le opinioni pubbliche e le diplomazie straniere”.

È significativo che l’impostazione della politica italiana non mutasse neanche dopo la divulgazione, all’inizio di luglio, della bozza del trattato di pace (draft) elaborata a Parigi, che conteneva condizioni di pace assai più dure di quanto si fosse aspettata l’opinione pubblica, la quale reagì manifestando delusione e rabbia contro il «diktat». Per migliorare le clausole, il governo e la stampa continuarono infatti a puntare sul consueto argomento di fondo della netta distinzione da tracciare fra regime fascista e popolo italiano e sull’enfatizzazione del contributo prestato alla lotta antigermanica.”. A Parigi, il 10 agosto 1946, durante il “consesso internazionale delle nazioni minori vincitrici della guerra”, la conferenza dei Ventuno, Alcide de Gasperi “perorò una «pace duratura e ricostruttiva» che rendesse giustizia all’Italia cobelligerante e partigiana per i tanti sacrifici compiuti a fianco delle Nazioni Unite”.

Seguendo le considerazioni presenti nel draft, de Gasperi argomentava che «il rivolgimento [del 25 luglio 1943] non sarebbe stato così profondo se non fosse stato preceduto dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici, senza l’intervento degli scioperi politici nelle industrie del Nord, senza l’abile azione clandestina degli uomini dell’opposizione parlamentare antifascista […] che spinsero al colpo di Stato» e “avanzava quindi la richiesta di modifica o di rinvio delle clausole più pesanti del trattato, a cominciare dalla sistemazione territoriale del confine orientale, che aveva privato l’Italia dell’Istria e messo a repentaglio la sorte di Trieste, sottoposta a controllo internazionale” e da quella che “negava all’Italia il diritto di ricevere indennizzi dalla Germania per i danni causati dell’occupazione tedesca dopo l’8 settembre”, che fu aspramente contestata in quanto disconosceva “quanto fatto dal paese nella lotta contro l’occupante nazista e i costi umani e materiali che questo aveva comportato”, come scrive Focardi.

Alla fine, “le istanze italiane non vennero accolte dai vincitori e la conferenza di New York chiamò l’Italia a firmare, il 10 febbraio 1947, le condizioni fissate nel draft senza alcuna importante modifica. Giudicata come Stato nemico responsabile di una guerra di aggressione, l‘Italia subiva una limitata rettifica di frontiera a vantaggio della Francia […] era costretta a cedere l’Istria alla Jugoslavia, vedeva […] Trieste affidata al controllo internazionale […], subiva l’imposizione del pagamento di consistenti riparazioni di guerra, forti limiti alle proprie forze armate (dolorosa soprattutto la cessione della flotta, che aveva cooperato intensamente con gli Alleati), la rinuncia infine alla sovranità su tutti i possedimenti coloniali. Confermata risultò pure la clausola che impediva all’Italia di rivalersi sulla Germania […]. L’unico risultato positivo poteva considerarsi il mantenimento della frontiera al Brennero grazie agli accordi de Gasperi-Gruber, siglati nel settembre dell’anno precedente”, riassume Focardi.

Le condizioni di pace apparvero oltremodo dure e ingiustamente punitive alla maggioranza degli italiani, che avevano coltivato […] aspettative fin troppo elevate, o perché fiduciosi nei principi della Carta Atlantica o perché convinti della possibilità che l’Italia potesse mantenere un peso negoziale e continuare a svolgere una politica di potenza. Profonda fu la delusione delle forze politiche antifasciste, che avevano collaborato e combattuto a fianco degli Alleati credendo nella causa comune della democrazia e prestando ascolto in buona fede alle promesse diffuse dalla loro propaganda”. Così nell’opinione pubblica si diffuse “un flusso di risentimenti e di contestazioni” che prese la forma di scioperi, messe e cortei e toccò anche i politici, culminando nel rifiuto di Benedetto Croce di votare all’Assemblea Costituente la ratifica del trattato di pace e nell’accusa di Guglielmo Giannini alla classe dirigente ciellenista, colpevole del “fallimento diplomatico per «voluttà di martirio» e «mentalità di colpa»”.

Si era ormai entrati nel clima della guerra fredda e nella sua logica di contrapposizione fra i blocchi. Socialisti e comunisti, che de Gasperi in maggio aveva estromesso dal governo, non votarono la ratifica, scegliendo gli uni di non partecipare al voto e gli altri di astenersi come segnale di opposizione a una politica estera ormai orientata verso le potenze occidentali. Poco prima, però, il Partito comunista aveva fatto mancare in segreto alcuni dei suoi voti alla proposta avanzata da Orlando per ottenere un rinvio della discussione sul trattato”, che secondo Togliatti avrebbe rischiato di “ridare fiato a quelle forze della destra revanscista che non avevano mai smesso di accanirsi contro l’antifascismo e i Comitati di liberazione nazionale, e alle quali nel 1946 si era aggiunto il Movimento sociale italiano, il partito dei nostalgici neofascisti. La mozione non era passata per soli ventotto voti, risultando probabilmente determinante il ‘sabotaggio’ dietro le quinte operato da parte comunista”. Togliatti aveva dichiarato che le condizioni del trattato sarebbero state molto più pesanti senza tutti i contributi del popolo italiano alla caduta del fascismo e alla causa degli Alleati, di cui molto si è detto, senza i quali «forse noi ci troveremmo oggi ancora nelle condizioni in cui si trova il popolo tedesco, che ignora quale sarà il proprio destino, non sa ancora se riuscirà a ricostruire l’unità della propria Nazione e a ricostruire il proprio Stato nazionale unito e indipendente».

Queste ragioni di politica estera avevano portato a delineare “una visione epica e corale della Resistenza, intesa come guerra di liberazione e «secondo Risorgimento», frutto di uno sforzo collettivo che aveva coinvolto civili e militari, uomini e donne di ogni età e di ogni fede politica e religiosa, unendo il paese da Nord a Sud […]”, spiega Focardi, citando la definizione data da Luigi Longo, uno dei comandanti della Resistenza, di «un popolo alla macchia». “Esaltando l’unanimismo patriottico della Resistenza, se ne oscurava il carattere di guerra civile e scontro di classe. Venivano inoltre messe in ombra le marcate differenze politiche esistite fra le varie componenti del movimento antifascista; le diatribe […] fra formazioni partigiane di diversa affiliazione; il carattere non sempre amichevole dei rapporti fra i «patrioti» delle bande e gli abitanti delle zone in cui esse operavano. Anche l’idea di un coinvolgimento di tutto il territorio nazionale […] ometteva di fare i conti con differenze molto forti, a partire da quella intercorsa fra le regioni dell’Italia meridionale, solo in parte interessate dal fenomeno, e le regioni centrosettentrionali, protagoniste della lotta contro gli occupanti tedeschi e i loro alleati fascisti. Infine, l’insistenza sulla leale e operosa collaborazione con le armate alleate nella lotta contro il «comune nemico» tedesco offuscava il fatto che i «liberatori» avessero trattato l’Italia come un paese vinto. L’esaltazione della «cobelligeranza» copriva, così, senza curarle, le ‘cicatrici’ profonde provocate dai bombardamenti a tappeto […] che avevano colpito duramente le città italiane provocando decine di migliaia di vittime civili, nonché il ricordo traumatico delle numerosissime violenze sessuali perpetrate contro uomini e donne indifesi dalle truppe coloniali francesi dopo il crollo della linea Gustav, ma anche i molteplici stupri commessi nel paese da soldati statunitensi, canadesi, indiani, inglesi [e] tutta una serie di atti – fra cui omicidi, aggressioni, rapine, ma anche migliaia di incidenti stradali – non di rado provocati da arroganza e ostilità nei confronti del popolo italiano sconfitto”.

La raffigurazione della Resistenza come «vera guerra» del popolo italiano era stata certamente ispirata dai sentimenti genuini di coloro che l’avevano animata, ma aveva anche rappresentato una carta politico-diplomatica […] per chiedere agli Alleati il soddisfacimento [della] «solenne promessa di Quebec»”, riassume Focardi, ricordando che l’istituzione della festa nazionale del 25 aprile, voluta da Giorgio Amendola del PCI, era stata fatta “non solo sulla base dell’esigenza morale […] di rendere testimonianza e «giustizia» ai martiri della Resistenza, ma anche […] sulla base di «criteri di opportunità specialmente nei confronti degli alleati ai quali verrebbe ricordato, specie in questo particolare momento in cui si sta stendendo il trattato di pace con l’Italia, il nostro contributo alla guerra condotta dalle Nazioni Unite»”, come scrive lo stesso Amendola.

 

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