Il “memoriale Grandi”, il diario di Galeazzo Ciano e l’universale condanna del Patto d’Acciaio

Con questa puntata siamo arrivati al quinto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi.  La precedente verteva sui temi del trattato di pace del 1947, delle questioni territoriali e della narrazione della Resistenza.

Dopo l’8 settembre, in tutta l’opinione pubblica italiana “univoca risultò la valutazione dell’Asse e del Patto d’acciaio. […] L’alleanza fra l’Italia in camicia nera e la Germania nazionalsocialista fu descritta come un ‘affare personale’ fra Hitler e Mussolini, come una scelta voluta dal duce contro i fervidi sentimenti antitedeschi del paese e contro le più genuine tradizioni nazionali di ascendenza risorgimentale. Prova efficace della distanza intercorsa fra il regime e i suoi sudditi e argomento altrettanto utile a contestare le accuse di tradimento lanciate dalla Germania dopo l’8 settembre, tale interpretazione fu per così dire ‘canonizzata’ dai governi di unità nazionale […] e da tutta la stampa e la pubblicistica antifasciste, fu sostenuta dagli ambienti militari rimasti con Badoglio […], du difesa e promossa dai vertici del ministero degli Esteri corresponsabili con Mussolini della rovinosa alleanza, fu condivisa anche da settori dell’opinione pubblica contrari ai governi di matrice ciellenista”, afferma Focardi.

“Questa interpretazione trovò infine un avallo importante sia nella pubblicazione del carteggio intercorso fra il 1939 e il 1945 fra il duce e il Führer edito da Rizzoli sia nella testimonianza lasciata da due dei maggiori protagonisti della politica estera fascista, vale a dire Dino Grandi e Galeazzo Ciano”, spiega Focardi. “Nel 1945 circolarono in Italia, in forma di opuscolo, alcuni scritti smaccatamente autodifensivi di Dino Grandi”, il cosiddetto «memoriale Grandi». Tali scritti riportavano “le rivelazioni che nell’inverno 1944 l’ex ministro degli Esteri del governo fascista aveva reso note all’opinione pubblica britannica attraverso le colonne del «Daily Express», poi raccolte e divulgate anche dal settimanale americano «Life». Glissando sul suo lontano passato di violento squadrista e su quello più recente di presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Dino Grandi si autoraffigurava come un tenace oppositore «interno» di Mussolini fin dalla marcia su Roma e rivendicava il ruolo svolto” come ministro degli Esteri (1929-1932) e come ambasciatore a Londra (1932-1939) “di attivo sostenitore dell’alleanza italiana con le nazioni democratiche, specialmente con la Gran Bretagna, e di principale avversario della politica filotedesca del regime iniziata dopo l’aggressione dell’Etiopia e culminata nel Patto d’acciaio e nella guerra a fianco del Reich”, che descriveva come “una politica scellerata la cui responsabilità gravava sulle spalle di Mussolini”, che si era lasciato “«prendere in trappola» da Hitler che, «più astuto» di lui, aveva saputo blandirne l’inesausto desiderio di adulazione riuscendo a legare Roma e Berlino in un’alleanza ‘di ferro’ contraria agli interessi nazionali italiani ma utile alla Germania”.

Secondo Grandi «non poca responsabilità» gravava sul conte Galeazzo Ciano, suo successore agli Esteri, uno «sciocco giovinotto» inesperto, che era caduto “nella tela delle lusinghe tessuta da Hitler ed era stato «giocato» dalla diplomazia tedesca, grazie alle abili quanto spregevoli macchinazioni di von Ribbentrop. Ciano, però, alla vigilia della guerra si era ravveduto della sua infatuazione filotedesca e […] era diventato anch’egli «tedescofobo» e, col consiglio di Grandi, aveva agito […] facendo il possibile per evitare il pericolo che l’Italia scendesse in guerra a fianco della Germania”. Nel memoriale, la stessa manovra che aveva portato il 25 luglio 1943 al voto di sfiducia del Gran Consiglio del fascismo nei confronti del duce veniva presentata come il coronamento della precedente opera svolta da Grandi in funzione antigermanica, ovvero come un’azione ‘patriottica’ contro il tentativo di Mussolini di consegnare definitivamente il paese «in mano ai tedeschi»” e Mussolini veniva accusato “di «tradimento» nazionale per aver provato a «germanizzare» il popolo italiano”. Gli scritti di Grandi, tuttavia, “ebbero una circolazione tutto sommato ristretta (ma un’attenzione nient’affatto limitata)”, puntualizza Focardi.

Invece, “il diario tenuto da Ciano durante i suoi anni al vertice del ministero degli Esteri (luglio 1936-febbraio 1943) esercitò una grandissima influenza nel dibattito pubblico, contribuendo in maniera sostanziale a fissare determinati luoghi comuni interpretativi sulla politica estera del fascismo e sulla guerra […]. Nell’immediato dopoguerra dei diari uscirono in Italia solo le parti successive al 1939, che erano state messe in salvo in Svizzera dalla moglie Edda e con esse l’importante introduzione, scritta nel dicembre 1943 nel carcere di Verona poco prima che Ciano fosse fucilato come traditore dalle autorità della RSI per il voto contro Mussolini del 25 luglio”, spiega Focardi. Il diario fu pubblicato in estratti nell’estate 1945 dal «Corriere d’Informazione» e dal «Tempo» e l’anno dopo in due volumi da Rizzoli, sebbene mancasse “dei passaggi inerenti il ruolo di protagonista svolto dal suo estensore nella prima fase della politica di alleanza italotedesca dal 1936 al 1939, ma forniva numerosi particolari sulla genesi del Patto d’acciaio e sull’atteggiamento dei due contraenti nei mesi convulsi che avevano preceduto l’inizio delle ostilità in Europa”. 

Ciano metteva in risalto il ruolo cruciale del duce nel decidere l’esiziale passo diplomatico, che il genero di Mussolini affermava di essersi «adoperato in tutti i modi [a] ritardare o per lo meno [a] rendere inefficace»”, spiega Focardi, che cita dal diario di Ciano: «Il duce mi ha comunicato la sua decisione di accogliere le proposte di von Ribbentrop per trasformare il Patto Anti-Comintern in alleanza», in quanto Mussolini era convinto che l’Italia, nei confronti delle potenze democratiche europee, fosse destinata ad «un urto assolutamente inevitabile» che richiedeva «un allineamento militare preventivo» con la Germania. Ciano descrive la successiva sanzione dell’alleanza come una «dispettosa reazione del dittatore», “infuriatosi per alcuni commenti della stampa statunitense circa un’ostilità popolare italiana nei confronti di Ribbentrop”, in seguito a cui “aveva prontamente ingiunto a Ciano di accettare le richieste tedesche e di procedere subito alla firma dell’alleanza. Indifferente alle riserve e agli avvertimenti espressi dal suo ministro degli Esteri nonché ai sentimenti degli italiani”, come riassume Focardi, “il duce aveva così legato con criminale leggerezza il destino del paese a quello di un alleato cinico e prepotente, che aveva mirato fin dall’inizio a ridurre l’Italia a un ruolo subalterno, di mera fiancheggiatrice nella sfida germanica per l’egemonia mondiale”, come dimostrava il fatto che gli italiani non erano stati consultati né prima del patto Molotov-Ribbentrop né al momento di invadere la Polonia, ma anche “alcuni piani segreti del governo nazista, venuti successivamente in possesso del governo fascista, che svelavano le mire germaniche non solo sull’Alto Adige e su Trieste ma anche sull’intera pianura padana”.

L’attribuzione di una responsabilità personale pressoché esclusiva al duce […] sembrò trovare conferma nella selezione di lettere e documenti sui rapporti intrattenuti da Mussolini con Hitler […]. La documentazione prendeva avvio dalla fine di agosto del 1939, […] circa tre mesi successivo alla firma del Patto d’Acciaio, coprendo poi tutti gli anni della guerra dell’Asse fino all’agosto 1943”, sintetizza Focardi. La prefazione, curata dal giovane intellettuale liberale Vittorio Zincone, “ammetteva che fossero esistiti fattori economici e politici che spingevano a un avvicinamento fra Roma e Berlino”, fra cui “la «complementarietà» degli scambi commerciali fra i due paesi e il comune interesse a una revisione dell’ordine internazionale stabilito a Versailles. Dopo l’annessione tedesca dell’Austria e l’occupazione della Cecoslovacchia, la Germania hitleriana aveva però cominciato «a gravitare verso sud», venendo progressivamente a «incrociare» gli interessi italiani. Una politica accorta avrebbe sconsigliato da allora in avanti la prosecuzione del flirt con il Reich. Viceversa, proprio in questa fase Mussolini si era deciso a stringere l’alleanza, operando una scelta ispirata a «interessi ideologici». […] L’«innaturale alleanza ideologica» […] avrebbe dunque corrisposto a una scelta personale del duce contraria agli interessi nazionali […] avversata da ogni altro centro di potere: dalla Chiesa, da casa Savoia, dalla grande borghesia, dagli intellettuali, dai vertici delle forze armate, e anche da «quasi tutti gli alti gerarchi fascisti» […] Ogni responsabilità […] veniva dunque scaricata sulle spalle di un «uomo solo». «Mussolini rimane dalla prima parola all’ultima il deus ex machina ed il fattore determinante»”, concludeva Zincone.

La denuncia della nefasta alleanza italotedesca, voluta e imposta dal duce, unì le diverse aree dell’antifascismo e rappresentò anche un elemento di valutazione comune fra gli ambienti antifascisti e quelli della destra monarchica e qualunquista”, afferma Focardi, che più oltre aggiunge “Entrambe le parti convennero infatti nello sforzo di dispensare la nazione da qualsivoglia responsabilità per l’insano connubio col Reich hitleriano, anche se esse si distinsero sul giudizio nei confronti del re e della monarchia, che gli ambienti della sinistra antifascista tornarono a chiamare in causa per correità con le scelte del regime, soprattutto nei mesi della campagna elettorale per il referendum istituzionale”.

Anche il maresciallo Badoglio, che scrisse un memoriale sulla guerra pubblicato nel 1946, sottolineò come l’alleanza Italia-Germania non fosse stata «il risultato di correnti politiche o di tendenze popolari», ma «una soluzione esclusivamente maturata ed imposta nei due paesi dai loro dittatori», una soluzione che il popolo italiano avversava e temeva, e così lo storico Corrado Barbagallo, autore di Lettere a John. Che cosa fu il fascismo, in cui sviluppava, sulla base del diario di Ciano, “un’articolata disamina della politica estera dell’Asse focalizzata sull’azione personale di Hitler e di Mussolini. Le mosse del duce vi erano lette come espressione a un tempo dei calcoli di un «sopraffino machiavellismo» politico e delle spinte impulsive di un animo teso da contrastanti sentimenti di invidia e di timore nei confronti del più potente alleato”. Allo stesso modo, Arturo Labriola, ministro del Lavoro nell’ultimo governo Giolitti ed editorialista del «Tempo», nel volume Salvate l’Italia!, si pronunciava in questi termini: «rimarrà uno dei più grandi enigmi storici, che solo la psichiatria o l’antropologia criminale potranno sciogliere, comprendere come Mussolini potette indursi a disegnare e poi a favorire una politica contro la quale insorgeva non solo l’ovvia ragione, ma che la storia stessa dei secolari rapporti fra l’Italia e la Germania condannava esplicitamente ed istintivamente».

Unanime risuonò nei commentatori italiani la condanna della malafede della Germania, che aveva voluto legare a sé come gregaria l’Italia fascista in un’alleanza che, nonostante le assicurazioni in contrario fornite dal regime nazista, mirava a preparare il terreno per la guerra imminente voluta dal Terzo Reich. E unanime risuonò la condanna della «grossolana inettitudine» [l’espressione è di Mario Luciolli] di Mussolini, di Ciano e, più in generale, della classe dirigente fascista che avevano stretto irresponsabilmente simile pactum sceleris nell’illusione di poterne trarre dei facili vantaggi, preparando invece con ciò la rovina del paese”, sintetizza Focardi.

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