La “clausola fantasma” del Patto d’Acciaio e le leggi razziali del 1938

Benvenuti alla seconda parte del quinto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. La precedente trattava del “memoriale Grandi”, del diario di Galeazzo Ciano e dell’universale condanna del Patto d’Acciaio. Qui approfondiamo un altro aspetto della costruzione della narrazione dominante sul fascismo e l’alleanza Italia-Germania: la questione della “clausola fantasma” nel Patto d’Acciaio e il suo ruolo nel dibattito sul fascismo nell’immediato dopoguerra, e le leggi razziali.

Un punto importante su cui si registrarono giudizi contrastanti riguardò la presunta presenza nel dettato del Patto d’Acciaio di una clausola voluta da Roma che avrebbe impegnato i firmatari a non entrare in guerra per i tre anni successivi. A indicarne la presenza era stato il conte Ciano nell’introduzione al diario. L’informazione era stata assunta per vera da molti commentatori […]. E notevole rilevanza vi era stata prestata di Pietro Silva nel suo pamphlet in difesa della monarchia […] che aveva identificato nella clausola ‘dilazionatrice’ uno dei motivi principali che avevano indotto il re, sebbene di animo decisamente antitedesco, a firmare il patto con la Germania, interpretato come uno strumento utile a frenare la foga bellica del Führer piuttosto che a scatenarla.

Ciano, dal canto suo, aveva avuto interesse a diffondere la notizia fasulla per rimarcare le colpe dei tedeschi, che non avrebbero rispettato gli accordi procedendo all’invasione della Polonia già pochi mesi dopo la firma dell’alleanza. Così facendo, Ciano aveva tentato di sviare l’attenzione dalle manchevolezze della diplomazia italiana e del vertice politico del regime, che avventatamente avevano acconsentito a firmare un testo di alleanza elaborato dalla Germania senza neanche provvedere a redigere una propria bozza di accordo che tutelasse gli interessi italiani. Solo alcuni giorni dopo la firma, infatti, Roma si era rivolta a Hitler per chiedere un impegno formale a procrastinare di almeno tre anni lo scatenamento della guerra (comunque nei piani di Mussolini) al fine di permettere all’Italia un’adeguata preparazione bellica. Ci riferiamo al cosiddetto «memoriale Cavallero», dal nome del generale italiano incaricato di consegnare al Führer la lettera di Mussolini contenente le richieste italiane, che furono ricevute da Berlino senza alcun impegno vincolante. […] Mario Luciolli aveva comunque svelato nel 1945 come la dichiarazione di Ciano circa l’esistenza della presunta clausola non fosse in realtà che «pura leggenda». Ciano e Mussolini avevano infatti ottenuto da Ribbentrop e Hitler soltanto delle assicurazioni verbali, dimostratesi subito prive di ogni fondamento”.

La rivelazione dell’inesistenza della fantomatica clausola segreta del Patto d’Acciaio non ridimensionava in alcun modo la condanna dell’ingannevole comportamento tedesco e peggiorava semmai il giudizio nei confronti di Mussolini e di Ciano. Con essi venivano posti sotto accusa anche i gerarchi fascisti […] che niente avevano fatto di concreto per opporsi al sodalizio con la Germania voluto dal dittatore. Essi infatti ne avevano assecondato la vanità e le mire imperialistiche, tutt’al più mugugnando dietro le quinte. E non era mancato chi – come Farinacci – si era messo alla testa della più scalmanata politica filotedesca, marchiata per giunta dall’obbrobrio dell’introduzione nel 1938 delle leggi razziali. Queste furono presentate a torto come il frutto di un’imposizione di Hitler, subita passivamente da Mussolini e dal suo entourage”.

Questa era la visione dominante delle leggi razziali nel dopoguerra, avallata anche dall’avvocato antifascista di famiglia ebraica Eucardio Momigliano nel volume del 1946, Storia tragica e grottesca del razzismo fascista, in cui scriveva: «Il razzismo fascista non ebbe che un’origine e uno scopo: perseguitare quarantamila italiani per ordine di Adolfo Hitler» e “condivisa da ogni area politico-culturale, dai liberali alle sinistre marxiste ai cattolici, tutti concordi nello stigmatizzare la provenienza germanica del «contagio» e nell’elogiare la corale opposizione del popolo italiano, solidale con i perseguitati. Oggi sappiamo che non ci fu, in realtà, alcuna imposizione tedesca e che esistevano anche in Italia radici culturali autoctone su cui impiantare una politica di discriminazione antisemita; basti pensare al ‘terreno di coltura’ rappresentato dal tradizionale antigiudaismo cattolico o ai più moderni filoni di antisemitismo allignati all’interno delle scienze biologiche e antropologiche nazionali, che non a caso furono pronte ad avallare e alimentare la svolta razzista del regime. La dittatura fascista seppe sfruttare con efficacia queste radici, alla ricerca di quella propulsione totalitaria che il nazismo mostrava di aver trovato nell’ideologia razzista della Volksgemeinschaft [che si può tradurre approssimativamente con “comunità del popolo” nel senso di “coesione nazionale” contro i nemici interni, vedi https://en.wikipedia.org/wiki/Volksgemeinschaft, ndr]”.

Questa visione del Patto d’Acciaio e delle leggi razziali rientra in quella narrazione che Focardi chiama della “personalizzazione della colpa nelle figure di Hitler e di Mussolini e dei loro più stretti collaboratori di partito”, portata avanti sia dalla stampa e dalla pubblicistica “di orientamento nazional-conservatore e monarchico”, sia da quelle della sinistra antifascista, anche se quest’ultima metteva sotto accusa anche “l’intera classe dirigente legata al sistema di potere della dittatura, compresa dunque la grande industria e la monarchia”. Ma anche la sinistra, nello sforzo di preservare da ogni accusa il popolo italiano, omise “di riconoscere come la politica dell’Asse avesse potuto ottenere in pochi anni una certa base di sostegno e risultati nient’affatto trascurabili (pure nella sfera della persecuzione antiebraica) tramite l’azione delle strutture di massa del regime totalitario, svolta in collaborazione con le istituzioni ‘gemelle’ del Terzo Reich”, nota Focardi.

Al contrario, da più parti si esaltarono l’«antipatia e diffidenza» del popolo italiano nei confronti dei tedeschi, che l’avevano reso “impermeabile agli sforzi compiuti dalla propaganda fascista per promuovere l’alleanza”. Mario Luciolli sottolineò che quello della propaganda fascista “era stato un inutile «lavoro di Sisifo: quanto più si cercava di mettere i tedeschi in buona luce, tanto più gli italiani venivano scoprendo i caratteri odiosi di coloro che si voleva far loro amare», cosa che riprovava l’«enorme ignoranza» di Mussolini, che aveva «cercato di accoppiare due popoli destinati a detestarsi».

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