Italiani, vittime di una guerra non voluta? La rappresentazione del soldato italiano nella guerra fascista

Eccoci arrivati alla terza parte del quinto capitolo del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Per chi è capitato qui per caso, ricordo che la puntata precedente trattava della “clausola fantasma” del Patto d’Acciaio e delle leggi razziali del 1938.

Anche l’atteggiamento manifestato dal paese al momento dello scoppio della guerra nell’estate del 1939 e poi in occasione dell’ingresso italiano nel conflitto nel giugno 1940 fu presentato come una conferma inequivocabile dell’«ostilità» nutrita verso quella che Benedetto Croce aveva definito l’«alleanza dissennata e nefasta» con la Germania”, racconta Focardi, che riprende le annotazioni nel diario di Galeazzo Ciano: “il 13 agosto 1939 Ciano annotava che «il popolo italiano fremerà di sdegno quando verrà a conoscenza dell’aggressione contro la Polonia» e aggiungeva che «molto probabilmente vorrà combattere contro i tedeschi». Il giorno dopo – 14 agosto – egli confermava come il «vero stato dell’opinione pubblica» fosse «chiaramente antitedesco». Il 1° settembre, ad attacco germanico appena cominciato, il ministro degli Esteri descriveva un duce insofferente per la scelta di «neutralità» che era stato costretto a prendere per le condizioni di impreparazione bellica del paese, mentre il popolo italiano era «felicissimo». […] Sappiamo che l’orientamento dello «spirito pubblico» cominciò a mutare l’anno seguente dopo i primi successi tedeschi contro la Francia, che indussero Mussolini a decidere fosse giunto il momento di intervenire per avere «la sua parte di bottino» e un buon numero di italiani a ritenere che il duce in fondo avesse avuto ragione ancora una volta. Il diario non rilevava però questa ‘scossa’ bellicista. Dopo la dichiarazione di guerra pronunciata dal duce il 10 giugno 1940 dal balcone di Palazzo Venezia, Ciano si limitava a osservare che «la notizia della guerra non sorprende nessuno e non desta eccessivi entusiasmi». Allo stesso modo, lo storico Corrado Barbagallo, pur riconoscendo l’esistenza di una non piccola «corrente filotedesca, o, piuttosto, anglofoba», scriveva: «Mai come nei mesi che scorsero dal settembre 1939 al giugno 1940, fu manifestato quanto grande fosse l’illusione del fascismo nel supporre di avere fatto dell’Italia un popolo guerriero e militarista, quanto deboli fossero i sentimenti di cameratesca fraternità, che legavano l’Italia fascista alla Germania nazionalsocialista». «Questa guerra non piaceva a nessuno», notava a sua volta Paolo Monelli, giornalista, nel libro Roma 1943, «Se ci avessero lasciati liberi di esprimere la nostra opinione […], se ci avessero detto che un odio e una guerra erano necessari, scegliessimo noi il nemico, ci saremmo scelti, chi ne dubita?, i tedeschi».”

Semplificando e distorcendo una realtà storica invero complessa, che all’inizio del conflitto aveva visto prevalere nell’opinione pubblica un orientamento effettivamente ostile alla guerra, poi però mutato di segno dinanzi alle travolgenti vittorie tedesche che avevano indotto molti a credere nell’opportunità di scendere in campo a fianco della Germania, l’antifascismo si mostrò anche in questo caso compatto nel rivendicare una recisa e costante avversione dell’intero popolo italiano alla guerra. […] Di fatto, venne retrodatato un sentimento di distacco dalla guerra fascista che si era diffuso nel paese solo dopo i rovesci militari in Africa e in Russia dell’autunno e inverno 1942, quando era cominciata anche la fase dei grandi bombardamenti alleati contro le città italiane con decisive ripercussioni sulla tenuta del fronte interno. Fino ad allora lo «spirito pubblico» aveva in realtà oscillato in ragione dell’andamento delle operazioni belliche e ben pochi avevano saputo davvero separare la patria dal fascismo, continuando la maggior parte degli italiani ad auspicare una vittoria finale, magari anche solo come «via d’uscita» dal conflitto”, chiarisce Focardi, che più oltre prosegue “La formula […] della guerra «non voluta né sentita» dal popolo italiano divenne in breve un vero e proprio cliché. […] Agli occhi dei vincitori gli italiani presentarono se stessi non solo come vittime della ventennale dittatura mussoliniana, ma anche come vittime della guerra: […] affrontata con assoluta insufficienza di mezzi dalla parte di un «alleato imposto» e detestato, e contro nemici verso i quali non si nutriva alcuna animosità, visti anzi come amici e salvatori. L’intero popolo italiano ne aveva enormemente sofferto, sia i civili sia i combattenti”.

A proposito di questi ultimi, si tese a passare sotto silenzio o a ridimensionarne il ruolo di aggressori e oppressori che, specie nei Balcani, avevano svolto dal 1940 al 1943. Si cercò inoltre di tacere il più possibile sui sentimenti che avevano animato, almeno inizialmente, molti di coloro che avevano creduto alla «guerra fascista» […], riconducendo semmai gli ardori mussoliniani di tanti giovani in uniforme all’opera di indottrinamento […] svolta dal regime […]. A essere posti in rilievo furono piuttosto i patimenti e il sacrificio dei combattenti. Il soldato italiano venne raffigurato come l’epitome della sofferenza”, spiega Focardi. Il tema del «muto sacrificio» venne usato per scopi diversi: “Gli ambienti militari rimasti al fianco della monarchia vi insistettero per rimuovere dalla guerra qualsiasi patina ideologica fascista e per tornare a esaltare nel contegno dei soldati la permanenza, come scrisse il generale Orlando, di «un profondo senso del dovere e dell’onore», espressione dei tradizionali valori patriottici delle forze armate. L’antifascismo, e specialmente le forze della sinistra, ravvisarono piuttosto nel «sacrificio» di tanti giovani militari l’ennesima espressione delle tribolazioni imposte dal regime al popolo italiano”.

Scriveva «Italia Libera» (giugno 1945): «Moriva sotto il sole africano o nelle nevi russe, e moriva tradito, disarmato, inconsapevole, per una fede che non sentiva, per un ideale che non esisteva», e in toni simili si esprimeva un opuscolo del ministero dell’Assistenza post-bellica dedicato ai reduci: «I tuoi fucili, i tuoi cannoni sparavano sempre più corto di quelli degli altri. Il tuo carro armato, quel carro che aveva servito da piedistallo a certo bellicoso discorso, era un ridicolo gingillo di latta in confronto ai carri giganteschi del nemico. Ricordi? Mancavano gli automezzi, la benzina. Mancavano le scarpe, gli indumenti. T’avevano vestito e attrezzato come se dovessi uscire di caserma per una pacifica marcia, e non stentare la vita nella neve e tra la sabbia. Occorreva ‘qualche migliaio di morti per sedere al tavolo della pace’, e tu eri stato prescelto per questa funzione».

Focardi sottolinea come questa raffigurazione e questo giudizio sulla guerra derivassero dalla preoccupazione per la reintegrazione dei reduci: “Erano in gioco l’atteggiamento politico e le reazioni sociali […] degli oltre 1 milione e 200 mila soldati finiti circa per metà in mano dei tedeschi dopo l’8 settembre (620 mila internati nei campi in Polonia, Germania, Balcani) e per l’altra metà in mano degli Alleati (circa 410 mila caduti prigionieri degli inglesi in Etiopia e Africa settentrionale, 123 mila degli americani in Tunisia e in Sicilia, poco meno di 40 mila lasciati ai francesi in Tunisia, 80 mila dispersi in Russia di cui 20 mila sopravvissuti)”.

La preoccupazione principale era il fatto che “un numero minoritario ma consistente di militari aveva scelto di giurare fedeltà al vecchio camerata germanico e al duce” (Focardi, in una nota, riporta il seguente dato, tratto dall’opera di G. Schreiber: “Su 810 mila soldati italiani trattenuti come prigionieri dai tedeschi dopo l’8 settembre, 94 mila scelsero subito di collaborare con la Wehrmacht, mentre successivamente altri 103 mila fra quanti erano stati internati aderirono a Salò”) e che molti prigionieri nei campi Alleati “si erano rifiutati ostinatamente di cooperare con gli angloamericani. Benché la mancata collaborazione con gli Alleati non significasse di per sé adesione al fascismo, non era stato infondato, dunque, il timore della classe dirigente antifascista che al ritorno in patria i reduci avrebbero potuto manifestare […] atteggiamenti di nazionalismo esasperato, oppure che essi, come paventavano le sinistre, potessero costituire quantomeno una massa di manovra reazionaria a vantaggio della monarchia. […] Da qui il prodursi di un intenso sforzo pedagogico delle istituzioni e dei partiti antifascisti nei confronti dei reduci, volto a far loro ‘aprire gli occhi’ sul vero significato della guerra fascista e sulle vere responsabilità dei loro patimenti. A questo scopo vennero ampiamente utilizzati i topoi della «guerra voluta dai Tedeschi» e ingaggiata da Mussolini senza alcuna preparazione né economica né militare. Una guerra […] che l’Italia avrebbe perso anche qualora avesse vinto perché la vittoria […] avrebbe significato restare «schiavi» dei tedeschi […].”

Sia le istituzioni militari sia la stampa antifascista insistettero molto sul carattere di «vittime» dei soldati italiani. Ad esempio, il quotidiano dell’esercito, curato dal ministero della Guerra, «La Patria», nell’agosto 1945 ricordava la sorte dei «combattenti prigionieri e internati», i quali «avevano la coscienza di aver seguito onestamente l’unica via del dovere militare, rispondendo disciplinatamente alla chiamata e valorosamente combattendo contro un nemico che non odiavano, per una guerra in cui non credevano, in condizioni di umiliante inferiorità», e per questo essi erano le «vittime prime e maggiori» della guerra di Mussolini. Così pure il ministro dell’Assistenza post-bellica, Emilio Lussu, in un discorso radiofonico affermava: «Voi non siete dei vinti: i vinti sono i responsabili della vostra sorte. Voi siete le vittime di un’infame ingiustizia».

Lo stesso valeva per chi nella guerra del 1940-1943 era morto. “L’omaggio a tutti i caduti della guerra, senza distinzione fra i combattenti della guerra dell’Asse e quelli della guerra di liberazione, fu tributato soprattutto dagli ambienti del mondo cattolico, interessati a promuovere, in nome della pietas dovuta a ogni soldato scomparso, una rapida e il più possibile indolore riconciliazione nazionale.”, spiega Focardi, che più oltre ricorda “la posizione della Chiesa cattolica, più volte richiamata da papa Pio XII, che considerava tutti i caduti come vittime della violenza della guerra, secondo una lettura che sorvolava sui torti e le ragioni dei contendenti, tributando un generico omaggio all’eroismo patriottico dei caduti”, un’interpretazione che si diffuse in vasti strati dell’opinione pubblica “grazie alla riconquista da parte della Chiesa di un «ruolo preminente» nelle celebrazioni funebri individuali e collettive, in precedenza insidiatole dai riti pubblici del fascismo”.

I partiti di sinistra, invece, “commemorarono i caduti nelle guerre di Mussolini non come vittime di un evento catastrofico e imperscrutabile quale la guerra, ma quali vittime del fascismo che in quella guerra li aveva precipitati. Scriveva, nel giugno 1944, «Italia Libera»: «Vi fu, tra i giovani delle leve fasciste, chi ebbe fino in fondo la generosa illusione di combattere e di morire per l’onore e la salvezza del nostro paese. L’Italia fascista, quella dei grossi industriali, dei gerarchi guerrafondai e vigliacchi, dei generali mercenari di Spagna, dei bulli fotogenici dei battaglioni M, dei cittadini che non sapevano più pensare con la propria testa, versò fiumi di abietta retorica su questi caduti. Bisognava sfruttarli fino all’ultimo. Poi fu il silenzio. Ma al di là della passioni terrene, noi oggi li pensiamo affratellati a tutti i caduti di questa terribile guerra. Questi nostri ragazzi, cui nessuno insegnò mai che cosa fosse la libertà e come bisognasse difenderla, dormono accanto ai ragazzi stranieri che sono venuti a morire per l’alto ideale di libertà in cui erano stati educati. Il popolo italiano, ridivenuto a sua volta libero, non può, né deve dimenticarli. Deve sentire che anche questi morti gli appartengono: sono, proprio perché molti di essi erano puri e generosi, le vittime espiatorie del tragico ventennio fascista».

Un pensiero su “Italiani, vittime di una guerra non voluta? La rappresentazione del soldato italiano nella guerra fascista

  1. Pingback: La demonizzazione dei tedeschi, parte 1: lo sfruttamento economico ed El Alamein | Il Ragno

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...