La demonizzazione dei tedeschi, parte 1: lo sfruttamento economico ed El Alamein

Siamo alla quarta parte del quinto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. La puntata precedente riguardava la rappresentazione del soldato italiano nella guerra fascista, questa è una specificazione sullo stesso argomento, con particolare riferimento alla campagna d’Africa.

La demonizzazione del comportamento tenuto dalle truppe germaniche non solo dopo l’8 settembre, ma anche nelle vesti di alleate prima di quella data, costituì un’altra nota dominante del giudizio formulato dall’intero arco delle forze antifasciste e dalla pubblicistica espressione degli ambienti militari e monarchici”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “Tale demonizzazione rispecchiava solo in misura limitata la reale condotta dei militari tedeschi e risultò dettata […] piuttosto da concrete e urgenti esigenze politiche e morali […]: l’esigenza degli alti comandi delle forze armate di eludere le proprie responsabilità per la condotta fallimentare della guerra rigettata sulle spalle degli ‘ex camerati’, oltre che sul duce; l’esigenza sentita da tutti i settori dell’opinione pubblica di difendere l’immagine e il valore del soldato italiano accusato […] di scarse capacità belliche; l’esigenza da parte della monarchia e dei partiti antifascisti di ribaltare le accuse tedesche di tradimento ritenute infondate e offensive del prestigio nazionale […]; l’esigenza di respingere le accuse nel medesimo senso avanzate prima dalla propaganda salotina e poi dalla pubblicistica neofascista; quella fondamentale, infine, […] di eliminare ogni retaggio del sodalizio italogermanico, particolarmente scomodo per un paese che aspirava a essere accolto nel consesso delle Nazioni Unite”.

Focardi sottolinea che “non mancarono di comparire sulla stampa e nella pubblicistica spunti più veritieri, destinati però a non trovare alcuno spazio nella successiva «narrazione dominante»”, fra cui cita “gli accenni fatti dal maresciallo Badoglio e dal giornalista Agostino Degli Espinosa al comportamento corretto e disciplinato tenuto di norma in Italia dai soldati tedeschi prima dell’armistizio o sulla leale collaborazione militare italogermanica, come […] la collaborazione in campo aeronautico che aveva creato un «saldo spirito di cameratismo» fra gli aviatori dei due paesi nelle basi dell’Italia meridionale. Fu pure ammessa l’esistenza di rapporti quotidiani amichevoli e cordiali fra soldati tedeschi e popolazione italiana negli anni dell’alleanza […]. Emergevano dunque tracce che indicavano un aspetto positivo, o quanto meno più sfaccettato e realistico, del contegno tenuto dall’ex alleato. Tuttavia questi tasselli ‘fuori posto’ non incrinarono la raffigurazione di fondo che stigmatizzava il comportamento assai poco cameratesco dei «presunti» alleati germanici”.

Concorde risultò la condanna della Germania, accusata di aver trattato fin dall’inizio gli italiani con irritante arroganza e di aver agito sistematicamente a loro detrimento”, prosegue Focardi, citando le osservazioni dello storico Corrado Barbagallo “sul «contegno altezzoso» dell’alleato germanico e sulla sua tendenza a prevaricare senza remore gli interessi italiani”, destinate a diventare “un Leitmotiv sui giornali e nei volumi italiani dedicati all’esperienza della guerra. All’opinione pubblica fu riproposto il medesimo ritratto dei ‘compagni d’armi’ dell’Asse diffuso durante il conflitto dalle trasmissioni di Radio Londra o di Radio Milano-Libertà, alcuni dei cui testi radiofonici furono pubblicati nell’immediato dopoguerra contribuendo con ciò a propagare ulteriormente una serie di fortunati cliché”, a sostegno dei quali andava anche il diario di Galeazzo Ciano, che nell’introduzione scriveva: «dai colloqui di Salzburg in poi, la politica di Berlino nei riguardi dell’Italia fu un groviglio di menzogne, di intrighi e di inganni»; «noi non fummo mai trattati come soci, ma sempre come schiavi».

Un primo capo d’accusa riguardò lo sfruttamento economico che Berlino avrebbe esercitato nei confronti del debole partner italiano”, accuse che trovavano “un fondamento nella condizione di alleanza diseguale stretta da Mussolini con Hitler, che aveva comportato prima la dipendenza e poi il progressivo, inevitabile, assoggettamento economico dell’Italia alla Germania. Furono riprese e avvalorate voci circolate già nel 1941 […] secondo cui si doveva innanzitutto all’azione della Germania se l’Italia aveva sofferto per tre anni di gravi ristrettezze economiche e di un pessimo regime alimentare, di gran lunga più scadente di quello di cui avevano goduto i tedeschi. I «camerati» hitleriani, affluiti nella penisola diretti in Libia e ai campi d’aviazione del Mediterraneo, si sarebbero dedicati infatti all’accaparramento selvaggio di ogni genere di merce, svuotando i negozi e provocando il rovinoso deprezzamento della lira”, racconta Focardi. Allo stesso modo il loro governo “si era rapidamente impadronito delle leve di comando dell’economia italiana, imponendo un esoso sfruttamento. Dopo aver infiltrato nella penisola una fitta rete di suoi funzionari economici, il Reich aveva cominciato a lesinare la fornitura del carbone e delle altre materie prime indispensabili all’Italia, pretendendo, in cambio della loro concessione, consegne sempre più consistenti di prodotti agricoli e di operai da inviare in Germania. […] Anche il trattamento duro e sprezzante cui furono sottoposti i lavoratori italiani in Germania, tenuti lontani per motivi razziali dalle donne tedesche e puniti spesso per la minima infrazione, fu denunciato dinanzi all’opinione pubblica italiana e messo sul conto degli ex alleati dell’Asse. […] l’attenzione risultò concentrata sui numerosi atti di violenza e discriminazione perpetrati dai tedeschi […]”.

È necessario svolgere alcune considerazioni preliminari a proposito del giudizio sul presunto asservimento politico-strategico dell’Italia operato dalla Germania in campo bellico e sul contegno scorretto e proditorio tenuto dai militari tedeschi nei confronti dei commilitoni italiani.”, puntualizza Focardi, notando che “esso fu terreno di un’aspra polemica fra le sinistre e gli ambienti della monarchia e delle forze armate. Mentre questi stigmatizzarono la condotta germanica allo scopo di autoassolversi dalle evidenti responsabilità avute nei luttuosi rovesci delle armi italiane […], le prime intesero invece rimarcare la perniciosità della prevaricazione germanica quale aggravante delle colpe della corona e degli alti comandi militari, che niente avevano fatto per opporvi resistenza.” Ma in ogni caso si nota come “dalle due contrastanti posizioni scaturisse la stessa, duplice, raffigurazione: la Germania «falso alleato», deciso a perseguire i propri scopi egemonici a danno dell’Italia, e il «Tedesco» quale compagno d’armi «infido» e «tracotante», tronfio della sua superiorità razziale e determinato a imporla. Comune, del resto, risultò la volontà di salvaguardare l’onore e la dignità del soldato italiano, accusato dai comandi germanici di scarsa capacità combattiva e additato come il responsabile di tutte le più gravi sconfitte italotedesche”.

Due contesti in particolare furono trattati ampiamente in quest’ottica: le “disfatte militari avvenute sul fronte libico-egiziano e in Unione Sovietica, in particolare quelle terribili e risolutive di El Alamein e del Don”.

Come scrisse Leonida Felletti nel suo acceso pamphlet Soldati senz’armi, era stato sulle sabbie africane che gli italiani avevano scoperto per la prima volta «la vera natura del loro cosiddetto alleato». La polemica antigermanica dei commentatori italiani fu diretta soprattutto a infrangere il mito di Rommel, largamente diffuso fra le stesse truppe del regio esercito, che avevano invero apprezzato non solo le capacità di comando del generale tedesco ma anche il suo stile, caratterizzato da una presenza costante in prima linea, a contatto coi soldati.”, spiega Focardi, descrivendo come secondo i suddetti commentatori “Rommel aveva in realtà impiegato costantemente le unità dell’alleato in modo spregiudicato come miserevole «truppa di colore». Le aveva lanciate attraverso i campi minati per aprire il varco ai suoi reparti motocorazzati, le aveva fatte marciare senza tregua nel deserto per centinaia e centinaia di chilometri. Sempre aveva negato loro i frutti della vittoria, come era successo dopo la riconquista di Tobruk nel giugno 1942, quando agli italiani era stato impedito di entrare nella città e tutta l’enorme preda bellica era stata requisita dai tedeschi”.

Il comportamento odioso e criminale di Rommel e delle sue truppe avrebbe raggiunto il culmine in occasione della battaglia di El Alamein (23 ottobre – 4 novembre 1942). Giuntovi con forze sfinite, senza aver dato ascolto ai comandi italiani favorevoli a una strategia più prudente che assicurasse le necessarie vie di rifornimento, il «napoleoncino del deserto» […] aveva brutalmente sacrificato per l’ennesima volta i reparti alleati. Spossati dalle marce massacranti, fiaccati dalla dissenteria e da trenta mesi d’Africa, tormentati dal caldo, dalla sete e dalle mosche, essi sarebbero stati privati dei pochi autocarri a loro disposizione e schierati sulla difensiva, «con i campi di mine alle spalle e il nemico di fronte», in modo da essere costretti a una resistenza a oltranza”, racconta Focardi, riassumendo il libro di Felletti e quello del giornalista Gerolamo Pedoja, La disfatta nel desertoSecondo i due, Rommel aveva voluto “utilizzare gli italiani come «zavorra umana» per frenare il più possibile gli inglesi e mettere così in salvo le truppe tedesche autotrasportate”, abbandonando gli alleati italiani nel deserto e respingendoli quando essi avevano cercato di salire sui loro camion.

Nei fatti, il vergognoso e premeditato tradimento tedesco era stato più che altro un’abile ed efficace invenzione della propaganda britannica. Della tragica sorte patita da molte unità italiane rimaste a piedi nel deserto era stato invero responsabile non Rommel, ma il Comando supremo italiano che non aveva predisposto i mezzi necessari alla ritirata delle truppe. Era stata inoltre responsabilità politica di Hitler e di Mussolini la decisione di bloccare un ripiegamento organizzato dei reparti, ancora possibile nei primi giorni dell’offensiva britannica”, rettifica Focardi. Testimonianze opposte alla narrazione dominante di El Alamein e della campagna d’Africa erano, ad esempio, quella di Oderisio Piscitelli Taeggi, capitano d’artiglieria, che “aveva parlato senza reticenze dell’affiatamento sulla linea di fuoco fra reparti tedeschi e reparti italiani (in particolare della divisione corazzata Ariete), difendendo con orgoglio il valore e la dignità del soldato italiano senza ricorrere al tema del tradimento germanico”.

“Successivamente, negli anni della guerra fredda, le istituzioni dello Stato repubblicano […] avrebbero costruito intorno a El Alamein un’«epica della sconfitta» svincolata dalla condanna del tradimento germanico. Tuttavia il luogo comune del proditorio abbandono e della misera sorte degli italiani, sedimentatosi rapidamente nel paradigma narrativo della guerra, non sarebbe affatto scomparso […]. Solo raramente messo in discussione, quel luogo comune si sarebbe dunque radicato in profondità nella coscienza storica del paese”, conclude Focardi.

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