La demonizzazione dei tedeschi, parte 2: la rotta sul Don

Concludiamo con questa quinta parte il quinto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale di Filippo Focardi. La puntata precedente è questa: La demonizzazione dei tedeschi, parte 1: lo sfruttamento economico ed El Alamein.

Un impatto psicologico ancora più forte” di quello della ritirata di El Alamein “ebbe la vicenda della rotta italiana sul Don, avvenuta fra il dicembre 1942 e il gennaio 1943. Trapelata velocemente, malgrado la censura, grazie ai racconti dei reduci e alle trasmissioni della propaganda alleata, la notizia della disfatta dell’ARMIR aveva suscitato echi immediati in tutta Italia diffondendo sentimenti antigermanici pericolosi per il regime”, riassume Focardi, che più oltre continua, “Il cedimento e la ritirata dell’ARMIR furono descritti come tragica epopea del soldato italiano: vittima sì del fuoco nemico, ma soprattutto del freddo, degli stenti, dell’incapacità degli alti comandi e, ancora una volta, del tradimento dell’alleato germanico”.

Fondamentali nella costruzione di questa memoria collettiva furono “i libri di due reduci, Giusto Tolloy e Nuto Revelli”, che, accanto alla questione “delle responsabilità dei vertici militari accusati […] di lassismo, corruzione, incompetenza e vigliaccheria”, posero in risalto “una risoluta e indignata denuncia del comportamento tedesco, quale causa di enormi sofferenze per i soldati italiani. Deleterio era stato innanzitutto l’ordine di «difesa rigida» imposto dal comando germanico alle truppe italiane schierate sul Don. Un ordine che, per la lunghezza del fronte da salvaguardare e la mancanza di riserve strategiche, era equivalso, secondo Tolloy, a un autentico «assassinio premeditato». […] si affermò che i tedeschi avessero sacrificato le forze italiane per coprirsi la ritirata: con calcolo abietto avevano loro promesso l’invio di rinforzi e di carburante per non farle desistere dal combattimento, mentre già le proprie divisioni se la davano a gambe. «Noi eravamo sul Don e loro scappavano da giorni», scriveva Revelli, che riportava anche voci secondo le quali «i tedeschi rubavano a mano armata automezzi e carburanti italiani» per meglio organizzare la propria fuga. Si arrivò pure a ventilare che l’ordine di ripiegamento fosse stato diramato di proposito agli italiani con 24 ore di ritardo per portare a termine lo sganciamento tedesco in tutta tranquillità. Le cose più turpi erano comunque avvenute lungo le piste gelate durante la cruenta marcia di sganciamento effettuata per sottrarsi alla morsa delle forze sovietiche. […] Impadronitisi dei pochi automezzi di cui disponevano gli italiani, non solo i tedeschi avevano lasciato gli alleati a piedi nella neve reagendo con brutalità ai loro tentativi di salire sui camion e sulle slitte, ma per giunta non avevano esitato a travolgerli lungo il percorso […] Sistematico si riferiva fosse stato inoltre l’accaparramento tedesco degli agognati rifornimenti aviolanciati e delle isbe, le case dei contadini russi e ucraini […]. I soldati del Reich avevano costantemente impedito agli italiani di entrarvi e spesso li avevano anche cacciati fuori con la forza, compresi i feriti e i congelati. […] Usciti finalmente dalla sacca, dopo perdite enormi, i soldati italiani, laceri e stravolti, erano stati scherniti e vilipesi dai «ben pasciuti ed imbottiti» militari tedeschi […]”.

La raffigurazione del comportamento proditorio dei ‘camerati germanici’ in Russia divenne oggetto di una denuncia corale”, afferma Focardi. “Molto spesso la denuncia del tradimento germanico in Africa settentrionale fu associata a quella del tradimento sul fronte del Don. Il comportamento tedesco era stato lo stesso sulle sabbie arroventate del deserto egiziano come sulle piste gelate dell’Ucraina. […] Lo affermò anche, coi crismi dell’ufficialità, l’opuscolo del ministero dell’Assistenza post-bellica dedicato ai reduci italiani dalla prigionia, ai quali furono ricordate le prove di egoismo criminale degli ex commilitoni germanici che «non vollero mai dare a noi i loro mezzi motorizzati, ma se ne servirono, in Africa come in Russia, per portare in salvo le loro truppe, mentre le divisioni italiane rimanevano a farsi massacrare per proteggere la loro fuga»”.
“In realtà, a leggere con attenzione le principali ricostruzioni della ritirata di Russia […], si potevano cogliere anche
particolari diversi, contrastanti col quadro d’insieme che si è descritto: comparivano spesso esempi di perfetta collaborazione in combattimento tra fanteria italiana e carri armati tedeschi, trapelavano casi di attacchi congiunti a villaggi russi […], non mancavano infine episodi in cui risultava fossero stati gli uomini dell’ARMIR a usare la forza senza tanti scrupoli contro i commilitoni germanici. Si trattava di tanti frammenti di verità, che solo molti anni dopo sono stati confermati dal lavoro di Alessandro Massignani, Alpini e tedeschi sul Don, il quale, sulla base dei documenti d’archivio tedeschi, ha sfatato numerosi luoghi comuni, dimostrando l’insussistenza della tesi del tradimento dell’Alto Comando germanico (che impartì gli stessi ordini di difesa a oltranza a tutti i reparti alleati schierati al fronte), la tenace collaborazione delle unità tedesche e italiane sulla linea del fuoco nel tentativo di uscire dalle sacche; il verificarsi, nello stato di confusione della ritirata, di numerosi episodi in cui furono gli italiani a commettere violenze contro gli alleati germanici in una gara senza esclusione di colpi.

Gli accenni più veritieri in questa direzione presenti nelle ricostruzioni dell’immediato dopoguerra non ebbero la forza di intaccare in alcun modo l’immagine predominante fortemente antitedesca. […] il soldato italiano apparve infatti ritratto prevalentemente nei panni autoassolutori della vittima, non in quelli moralmente fastidiosi dell’invasore, protagonista di una guerra di aggressione al fianco delle armate naziste. […] La stessa visione sarebbe stata confermata dalla feconda produzione letteraria e memorialistica successiva, sia grazie alla ristampa presso editori maggiori delle opere di Revelli, Tolloy e Messe, sia grazie alla pubblicazione di […] best seller, come Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern e Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi […]”, commenta Focardi, che conclude con queste parole: “Non va trascurato che la vicenda della tragica ritirata dell’ARMIR costituì effettivamente un punto di svolta sia nei rapporti fra Roma e Berlino sia […] per quanto riguarda l’atteggiamento della maggior parte dei combattenti italiani nei confronti dell’alleato germanico: il cameratismo che, non senza reciproci sospetti e tensioni, aveva predominato in Russia fino ad allora […] si trasformò da parte italiana – specie nei ranghi inferiori – in un diffuso sentimento di ostilità e insofferenza, in molti casi di vera e propria indignazione […]. Non si poteva infatti tollerare che un alleato […] addebitasse loro la colpa esclusiva per il crollo del fronte sul Don e la rovinosa sconfitta. Senza dubbio l’epilogo della campagna di Russia rappresentò per molti […] l’inizio del ‘disincanto’ nei confronti sia del fascismo sia della guerra dell’Asse”.

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