L’occupazione italiana di Grecia e Jugoslavia, fra mito e realtà

Affrontiamo ora la prima parte del sesto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Il capitolo precedente si era chiuso con la parte relativa alla demonizzazione dei tedeschi, parte 2: la rotta sul Don.

“La tendenza a distinguere il comportamento del soldato in grigioverde da quello del «camerata» germanico e a contrapporre l’uno all’altro emerse soprattutto in relazione all’atteggiamento tenuto da parte italiana nei confronti delle popolazioni dei paesi che Mussolini aveva ordinato di aggredire, nel tentativo di allargare i confini dell’Impero e dare vita” al «nuovo ordine mediterraneo». “La stampa e la pubblicistica italiane preferirono tacere, minimizzare o ridimensionare la complicità avuta dalle truppe italiane in molte brutali azioni di guerra condotte a fianco dei tedeschi e l’uso in proprio, non sporadico, di metodi di oppressione e sfruttamento non dissimili da quelli […] addebitati all’«odioso teutone»”, spiega Focardi.

Soprattutto nell’entroterra balcanico, in Jugoslavia e in Grecia (occupate grazie al decisivo concorso tedesco nell’aprile 1941), forze di polizia e unità militari italiane – sia del regio esercito sia delle camicie nere – si erano rese protagoniste di sanguinose azioni repressive contro i locali movimenti di resistenza paragonabili per tipologia a quelle condotte dalla Germania nazista: ricorso sistematico alla tortura contro gli oppositori, rappresaglie con saccheggi e incendi di villaggi, prelevamento e soppressione di ostaggi, deportazioni in massa di popolazione civile, bombardamenti di centri abitati con l’uccisione anche di donne e bambini. […] le autorità civili e militari italiane avevano predisposto un sistema di ordini per la lotta contro i partigiani analogo a quello sperimentato dai tedeschi, che equiparava gli insorti a «franchi tiratori» da passare immediatamente per le armi e postulava misure draconiane contro i loro «fiancheggiatori», dando ‘carta bianca’ […] ai comandanti dei reparti impegnati nelle azioni di «controguerriglia». Tali azioni, nel protettorato del Montenegro come nella Slovenia annessa, nelle zone occupate dello Stato indipendente croato come nella Grecia continentale (qui in particolare dall’autunno del 1942 al settembre 1943) si configurarono quali atti di una vera e propria «guerra ai civili» per la ‘bonifica’ del territorio, in cui il confine fra combattenti e non combattenti tendeva a scomparire e le popolazioni venivano investite in pieno dalla violenza repressiva”. Focardi parla di una politica del terrore pianificata, “assimilabile alla lotta senza quartiere contro la Resistenza italiana” condotta dai tedeschi agli ordini di Kesselring.

Nonostante, dunque, il coinvolgimento di numerosi reparti militari in una «guerra sporca» macchiata da crimini deplorevoli, della condotta del soldato italiano si tese a tracciare nel discorso pubblico una rappresentazione edulcorata, che poneva in evidenza la grande capacità di solidarietà umana e l’aiuto generoso dimostrati nei confronti dei popoli dei territori conquistati; meriti che vennero costantemente contrapposti al comportamento crudele e predatorio dei reparti germanici. All’immagine del «cattivo tedesco», guerriero fanatico e capace di ogni nefandezza, fu contrapposta quella del cosiddetto «bravo italiano»: malamente equipaggiato, catapultato contro il proprio volere in una guerra sciagurata, il soldato italiano aveva solidarizzato con le popolazioni dei paesi invasi, le aveva aiutate contro la fama e la miseria dividendo quel poco che aveva e, soprattutto, le aveva protette dai soprusi e dalle violenze dei commilitoni germanici salvando così molte vite […]. La raffigurazione del «bravo italiano» poneva in evidenza alcuni aspetti incontestabili e meritori del comportamento tenuto nei territori occupati, primo fra tutti l‘aiuto e la protezione prestati in varie occasioni agli ebrei o il salvataggio in Croazia di intere comunità di serbi braccati dagli ustascia di Pavelić assetati di «pulizia etnica». Tale raffigurazione finì tuttavia per oscurare del tutto l’altra faccia della realtà […] rappresentata dai militari italiani «invasori» e «oppressori» […] complici ed emuli dei «feroci» alleati tedeschi”.

La diversità di comportamento fra i due «camerati dell’Asse» era stata sottolineata già dalla stampa clandestina antifascista nei mesi immediatamente successivi all’8 settembre”, puntualizza Focardi, citando ad esempio «L’Azione», che scriveva: «Dove conquistarono, portarono a contrasto con il tedesco gentilezza e mitezza; e in Grecia e in Croazia sfamarono gli affamati, e salvarono la vita degli ebrei, e si schierarono sempre a difesa dei perseguitati, quale ne fosse la razza e la religione». Un’altra voce autorevole, quella di Gaetano Salvemini, ribadì lo stesso concetto nel volume scritto con Giorgio La Piana, What to do with Italy?, uscito negli USA nel 1943 e in Italia nel 1945, dove lo storico si rallegrava per aver appreso «in notizie di origine greca o jugoslava […] che il soldato italiano, di solito, non si comportava così crudelmente come il soldato nazista» ma anzi cercava, quando possibile di «alleviare la miseria della popolazione». Salvemini attribuiva questi comportamenti al fatto che l’italiano «non è capace di fredda e calcolata brutalità» e attribuiva la responsabilità dei crimini italiani ai «criminali», i capi fascisti che però non erano riusciti «a trasformare l’italiano comune in un crudele demonio».

Tanto la stampa e la pubblicistica antifasciste quanto la produzione di taglio memorialistico degli ambienti militari e diplomatici schieratisi con Badoglio si mostrarono concordi […] nel porre l’accento sulla differenza di natura quasi antropologica fra il «tedesco-automa», abituato a eseguire gli ordini «con brutalità meccanica», e l’italiano sempre ispirato viceversa nelle sue azioni da un «innato senso di umanità» che lo portava a fraternizzare con i popoli […] aggrediti militarmente. Tale differenza fu ulteriormente sottolineata attraverso la contrapposizione fra la figura del «tedesco barbaro e incivile», capace di ogni sfrenatezza, e quella dell’italiano figlio invece della superiore cultura latina e cattolica, capace di misura e di misericordia verso il prossimo. Questa duplice distinzione […] si innestava su un ricco retroterra culturale, imperniato sulla contrapposizione fra latinità e germanesimo in auge negli anni venti e nella prima metà degli anni trenta, la quale aveva attinto […] dall’armamentario propagandistico antitedesco elaborato in occasione della prima guerra mondiale. Né va trascurato il fatto che sulla superiorità della «civiltà» italiana avevano insistito ambienti di punta del fascismo […] con l’intenzione di lanciare a Berlino una sfida per l’egemonia ispirata alla pretesa di compensare su piano culturale il netto scarto […] in termini economici e militari”, riassume Focardi.

La stessa distinzione era del resto ribadita anche dagli ambienti alleati. Ad esempio, il giornalista statunitense Herbert Matthews, nel suo libro I frutti del fascismo scriveva: «L’italiano è un essere umano prima di essere un fascista o anche un italiano. Il tedesco è una macchina. L’italiano si impunta quando si trova di fronte ad una situazione che apporterà morte o sevizie a donne, bambini, vecchi, o a chicchessia. Il tedesco esegue gli ordini con fredda brutalità meccanica. È questa una delle cose che vogliamo dire quando chiamiamo gli italiani civilizzati».

Comune fu inoltre la tendenza “ad attribuire esclusivamente ai «fascisti» la responsabilità dei crimini commessi da parte italiana. […] I crimini «fascisti», inoltre, erano sovente giudicati come frutto di mera «imitazione» di quelli commessi dai tedeschi.” In questo c’era però una rilevante differenza: “i settori dell’opinione pubblica moderata e conservatrice, che si riconoscevano nei paradigmi interpretativi proposti dalla memorialistica prodotta dai vertici militari, intesero […] accusare come «fascisti» o i gerarchi di Mussolini responsabili dell’amministrazione dei territori occupati o gli scalmanati reparti di camicie nere coi loro giovani fanatici e indisciplinati; mentre la sinistra antifascista, con quel termine, non esitò a porre sotto accusa i comandi delle forze armate, che avevano diretto la guerra imperialista e organizzato sanguinose operazioni repressive, spesso sfociate in eccidi di civili”, nota Focardi.

Nonostante ciò, però, restò unanime e vigorosa la difesa del soldato italiano, motivata da ragioni politiche stringenti, “come ‘carta’ da giocare nei negoziati per il trattato di pace contro le richieste avanzate dagli Stati invasi dall’Italia fascista (Albania, Francia, Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica), che volevano imporre al paese decurtazioni territoriali, il pagamento di ingenti riparazioni e la consegna dei criminali di guerra. Il nodo fondamentale era rappresentato ancora una volta dall’esigenza di separare […] le responsabilità italiane da quelle dell’ex alleato tedesco, sul quale veniva scaricata la colpa pressoché esclusiva per lo scatenamento e la brutale conduzione della guerra dell’Asse”.

Mario Luciolli, autore di Mussolini e l’Europa, scriveva che «a nessun militare, di nessun grado, sarebbe venuto in mente di organizzare scientificamente la spogliazione delle popolazioni civili, né di organizzarne il maltrattamento» e notava, come riassume Focardi, che “di fronte alle nefandezze compiute sotto i suoi occhi dalle truppe di Hitler, il soldato italiano aveva sempre reagito con sdegno e fatto quanto in suo potere per opporvisi o per mitigarne le conseguenze, talvolta mettendo a rischio la sua stessa vita. Era intervenuto per difendere uomini, donne e bambini ebrei dal massacro. Si era comportato con umanità coi prigionieri e aveva cercato di aiutare gli sventurati che avevano avuto in sorte di cadere in mano tedesca. Ovunque aveva soccorso la popolazione civile cercando di fornire cibo, vestiario, assistenza sanitaria; spesso condividendo quel poco che aveva”. Ad esempio, durante la carestia in Grecia, scrive Luciolli, «il soldato italiano, con quel senso di solidarietà umana che è proprio dei popoli poveri, divideva la sua pagnotta con l’affamato cittadino greco», comportamento che “aveva avuto un corrispettivo in quello delle autorità civili, che avevano fatto di tutto per fronteggiare la spaventosa carestia dell’inverno 1941-1942, mentre da parte tedesca non era stato fornito nessun aiuto”.  Luciolli ammette che la sua raffigurazione idealizzata e distorta è dettata da esigenze politiche quando scrive: «Chiunque sia per scrivere in avvenire la storia dell’occupazione italiane non potrà disconoscere, se sarà animato da spirito di imparzialità, che il delitto commesso dal governo fascista aggredendo la Grecia fu almeno in parte riscattato dall’opera che i funzionari e i soldati italiani svolsero per alleviare le sofferenze della disgraziata popolazione».

In realtà la storiografia ha documentato le responsabilità di tutte le forze di occupazione in Grecia – italiani, tedeschi e bulgari – nel determinare il collasso economico del paese (aggravato anche dall’embargo commerciale britannico) e la terribile carestia dell’inverno 1941-1942. Da parte italiana era stato operato un intenso sfruttamento economico del paese attraverso requisizioni a tappeto di generi alimentari. Inoltre, l’Italia contribuì al dissesto finanziario sottoponendo la Grecia al pagamento delle spese di occupazione, scelta che innescò e alimentò un forte processo inflattivo. È comunque da sottolineare che le autorità germaniche, già nelle prime settimane successive all’armistizio greco, aveva fatto man bassa delle materie prime e delle risorse industriali del paese. Le spese di occupazione tedesche risultarono pari circa al doppio di quelle italiane”, puntualizza Focardi in una nota.

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