Il salvataggio degli ebrei nei territori occupati dagli italiani

Siamo giunti alla trattazione della seconda parte del sesto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi, dopo aver visto, nella puntata precedente, l’occupazione italiana di Grecia e Jugoslavia, fra mito e realtà.

Uno dei meriti maggiori rivendicati a favore degli italiani fu l’aiuto prestato agli ebrei in tutti i paesi occupati, dalla Francia ai Balcani. Anche in questo caso furono i diplomatici a muoversi con più solerzia, spinti in primo luogo dalla volontà di raccogliere titoli di merito per l’Italia al cospetto dei vincitori […]. la rivista «Politica Estera» aveva ospitato nell’ottobre 1944 un importante articolo firmato Verax, in cui erano raccontate le vicende del salvataggio in Croazia di alcune migliaia di ebrei minacciati di morte. Sotto lo pseudonimo si celava Roberto Ducci, un alto funzionario di Palazzo Chigi che […] aveva svolto un ruolo di primo piano negli eventi. Egli narrava come circa tremila ebrei, sfuggiti nel 1941 alle persecuzioni degli ustascia croati, avessero trovato accoglienza nelle zone dello Stato indipendente croato controllate dalle autorità italiane che, grazie a un’intesa fra i comandi militari e il ministero degli Esteri, erano riuscite a proteggerli fino all’armistizio, nonostante Mussolini avesse acconsentito nell’estate del 1942 alle perentorie richieste germaniche di una loro consegna. […] Nell’estate 1941 la Croazia di Ante Pavelić aveva scatenato un’ondata di massacri contro la popolazione di origine serba (1,9 milioni di persone, pari a circa il 30 per cento del totale), contro i musulmani (circa 700 mila), contro gli zingari e contro i circa 35 mila ebrei che abitavano il territorio nazionale. I due terzi di questi erano stati rapidamente eliminati, senza alcun aiuto tedesco. […] Nonostante la linea ufficiale del governo fascista mirasse a tener salda l’alleanza con la Croazia, nell’agosto-settembre 1941 per fermare le atrocità degli ustascia ed evitare lo scoppio di una rivolta le autorità militari italiane assunsero il controllo provvisorio di una nuova zona della Croazia […] dove furono accolti e protetti gli ebrei e oltre 30 mila serbi. Nell’agosto 1942 un accordo fra Zagabria e Berlino affidò alle autorità tedesche il completamento dello sterminio degli ebrei croati. Fu allora che il ministero degli Esteri tedesco chiese a Roma la consegna degli ebrei sotto giurisdizione italiana. Onde evitare questo pericolo, le autorità diplomatiche e militari italiane, col consenso di Mussolini, escogitarono un’efficace tattica dilatoria: gli ebrei furono prima internati in alcuni campi della costa dalmata per procedere all’accertamento della loro nazionalità tramite censimento e quindi inviati, fra marzo e luglio 1943, nel campo di concentramento installato sull’isola di Arbe (Raab) […]. Quando i partigiani sloveni liberarono il campo nel settembre 1943, vi trovarono circa 3500 ebrei.”
“In realtà, come ha rilevato Davide Rodogno, non vi è traccia nei documenti di una cospirazione del ministero degli Esteri con le autorità militari per disubbidire agli ordini di consegna diramati da Mussolini. Il duce, infatti, sebbene apposto formalmente il «nulla osta» per la consegna degli ebrei sotto protezione italiana, aveva poi convenuto con le autorità militari e diplomatiche in Jugoslavia circa l’opportunità di resistere alle richieste di Berlino, continuando la tattica ostruzionistica e dilatoria […]”, puntualizza Focardi, “Risulta evidente l’intento di Ducci di separare le responsabilità della diplomazia (e dell’esercito) da quelle del regime. Un’interessata difesa corporativa si sommava in questo modo alla tutela degli interessi nazionali”, al cui proposito Ducci scrive: «Proprio nella forzata coabitazione in territori occupati, nel diverso trattamento che spontaneamente veniva fatto agli stessi popoli soggetti, nell’antagonistico modo di porsi di fronte all’identico problema, si venne rivelando poco a poco anche ai più ignari l’inconciliabile divergenza tra costume italiano e costume imposto ai tedeschi dal sistema nazista».

L’articolo di Ducci era solo il primo atto di una tenace azione di Palazzo Chigi volta a raccogliere le prove dell’aiuto italiano nei confronti degli ebrei e a diffonderne notizia attraverso i canali diplomatici e la stampa. Tale azione culminò nella pubblicazione nel 1946 di un volume intitolato Relazione sull’opera svolta dal Ministero degli Affari Esteri per la tutela delle comunità ebraiche (1938-1943). Consegnato agli Alleati insieme a tutta la documentazione preparata in vista delle discussioni sul trattato di pace, il dossier intendeva fornire prova del contributo prestato dalle autorità italiane per sottrarre gli ebrei dei Balcani e della Francia meridionale alla persecuzione nazista. La finalità del documento era manifesta: l’Italia e la sua diplomazia non avevano niente a che fare con l’«infausta politica razziale» del fascismo iniziata nel 1938, né tanto meno con le atrocità successive frutto della furia eliminazionista dei tedeschi.”, spiega Focardi.

All’elogio dell’umanità del singolo soldato italiano si univa pertanto anche la rivendicazione dei meriti dell’apparato diplomatico e militare. […] Tuttavia, la loro enfatizzazione portò inevitabilmente a ridimensionare la gravità dell’opera svolta fra il 1938 e il 1943 dal regime fascista e dalla sua burocrazia nella «persecuzione dei diritti» degli ebrei e la successiva collaborazione della Repubblica di Salò nella «persecuzione delle vite» scatenata dall’occupante tedesco, che fu coadiuvato […] dagli apparati della RSI protagonisti di una vera e propria «caccia» all’ebreo […]. Allo stesso modo, l’elogio reiterato del ruolo di ‘salvatori di ebrei’ lasciò nell’ombra i casi […] in cui i militari italiani avevano mostrato indifferenza di fronte ai massacri […] o erano intervenuti in aiuto degli sventurati in cambio di doni o di denaro. In alcune occasioni poi le autorità italiane non avevano affatto protetto gli ebrei perseguitati ma li avevano messi in balia dei tedeschi o degli ustascia croati pur conoscendo la sorte che li attendeva. Centinaia di profughi ebrei erano stati infatti respinti alle frontiere o allontanati dopo aver trovato rifugio […]. Non vanno dimenticati alcuni atti di violenza antisemita commessi da squadristi fascisti come l’incendio della sinagoga di Spalato, né il fatto che un certo numero di ebrei fosse stato consegnato direttamente nelle mani dei massacratori tedeschi come era capitato a Pristina nel Kossovo. L’esaltazione della spinta umanitaria dei «bravi italiani» […] mise poi in secondo piano altre importanti motivazioni che avevano dettato l’atteggiamento delle istituzioni italiane e degli apparati di occupazione […]. una di queste […] era rappresentata dalla preoccupazione di mantenere inalterato il «prestigio» italiano. Un cedimento alle richieste della Croazia e della Germania avrebbe fatto passare l’Italia come una potenza di second’ordine e screditato le autorità diplomatiche e militari che fin dal settembre 1941 avevano promesso protezione agli ebrei e ai serbi braccati dagli ustascia.”

Roma, dunque, aveva percepito le richieste di Berlino […] come un’indebita ingerenza nella propria sfera di influenza, cui era necessario opporsi con fermezza per tutelare gli interessi del paese. Per quanto riguarda la Jugoslavia, […], agli occhi dei comandi militari, la consegna degli ebrei ai tedeschi avrebbe potuto allarmare i cetnici, i nazionalisti serbi impiegati dagli italiani in funzione anticomunista, ma nemici acerrimi della Croazia e della Germania, rischiando così di minare la preziosa alleanza con i seguaci di Mihailović. Né erano mancate ragioni economiche, come emerso in Grecia nel caso dell’aiuto prestato agli ebrei di Salonicco. Qui il salvataggio di circa 300 ebrei (di cui 217 di nazionalità italiana) fu dettato soprattutto dalla volontà di tutelare gli interessi economici e finanziari italiani all’estero rappresentati dalle ricche proprietà dei perseguitati, nonché […] dalla considerazione dell’utilità del sostegno della comunità ebraica per una politica di influenza nel Mediterraneo. Infine, secondo alcuni autori, a partire dalla seconda metà del 1942, dopo il mutare delle sorti militari dell’Asse, l’aiuto agli ebrei poté forse rispondere anche all’esigenza di una parte dell’establishment italiano di precostituirsi benemerenze presso gli Alleati in vista di un’eventuale uscita dal conflitto”, sintetizza Focardi.

Il complesso delle motivazioni politiche ed economiche sottese all’azione italiana rimase però sostanzialmente sullo sfondo, a vantaggio della raffigurazione che ravvisava nello spirito umanitario degli italiani la causa fondamentale del loro comportamento nei confronti degli ebrei, il quale in ogni caso fu ben diverso rispetto a quello tedesco. Le coordinate del racconto elaborate dalla diplomazia risultarono largamente condivise. In primo luogo da parte degli esponenti dell’establishment militare direttamente coinvolti nelle operazioni di soccorso […]. L’opera di salvataggio e tutela degli ebrei svolta dagli italiani non era certo un’invenzione e fu rivendicata anche dalla stampa e dalla pubblicistica antifasciste. […] Talvolta i giudizi non sembravano sottesi da alcuna finalità politica e vi traspariva piuttosto la sincerità dei sentimenti provati dinanzi alla persecuzione antiebraica scatenata dai nazisti. La vista degli ebrei malnutriti e cenciosi, con la stella gialla sul petto, impiegati dai tedeschi per lavori lungo i binari della ferrovia in Polonia e in Ucraina costituì […] la prima presa di coscienza per molti soldati italiani della durezza e della brutalità dell’alleato tedesco. Il triste spettacolo aveva suscitato da parte italiana istintiva riprovazione e spontanea solidarietà con i perseguitati, com’era il caso ricordato da Revelli di un reparto di alpini che aveva deciso di ridurre la propria razione di minestra per poterne distribuire qualche scodella a un gruppo di ebrei che stavano a guardare «inebetiti», con gli «occhi pieni di fame»”, spiega Focardi.

La rivendicazione […] dell’azione di salvataggio degli ebrei […] venne dunque a inserirsi perfettamente nel solco della più generale valutazione dell’antisemitismo fascista che […] aveva sottolineato il carattere spurio, imposto da Berlino, delle politiche antiebraiche e l’aiuto materiale e morale prestato dal popolo italiano ai perseguitati.”, aggiunge Focardi, che più oltre prosegue “L’aiuto generoso degli italiani verso i concittadini ebrei fu particolarmente rivendicato dagli ambienti cattolici che sottolinearono il ruolo svolto dal Vaticano e dalle istituzioni religiose nel fornire assistenza ed asilo. Nell’immediato dopoguerra il benevolo comportamento italiano fu inoltre enfatizzato dalla stessa comunità ebraica, interessata a rimarginare il prima possibile la ferita inferta dalla persecuzione razziale fascista promuovendo una rapida riconciliazione nazionale, che stendeva però un velo di oblio sulle ramificate connivenze che il regime aveva saputo trovare a tutti i livelli del corpo sociale nella sua politica contro gli ebrei. […] Il presunto ‘sabotaggio’ di massa delle leggi razziali, reso evidente dalla solidarietà popolare verso i perseguitati, così come l’aiuto prestato agli ebrei dai militari italiani nei vari teatri operativi europei, fu presentato da tutti gli organi di comunicazione e dalle istituzioni come prova ulteriore dell’abisso che aveva separato il regime fascista dalla nazione italiana, e come segno inequivocabili della differenza incolmabile intercorsa fra l’Italia, rimasta compassionevole nonostante il fascismo, e il Terzo Reich germanico, protagonista del più atroce sterminio di tutti i tempi”.

Nelle note al capitolo Focardi fornisce qualche dato in più sull’argomento: innanzitutto quello contenuto nel volume Un debito di gratitudine dello storico israeliano Menachem Shelah, “secondo il quale l’80 per cento degli ebrei protetti dagli italiani riuscirono a scampare alla persecuzione. L’autore è uno degli ebrei che furono protetti e salvati dagli italiani”, ma anche il fatto che “quasi la metà degli ebrei [arrestati nell’Italia occupata dopo l’8 settembre, ndr] risulta arrestata da forze di polizia italiane: 1951 arrestati da italiani, 2444 da tedeschi, 332 da italiani e tedeschi su 4727 casi documentati (su un totale di 6806)”, dati tratti da L. Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia 1943-1945 o il fatto che “in base ai dati del ministero degli Interni, risulta che furono circa 800 gli ebrei respinti alla frontiera o allontanati dalle autorità italiane di Fiume fra il luglio 1941 e il maggio 1942”, dato tratto da D. Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, o ancora il dato sui 33 mila serbi accolti e messi in salvo da parte italiana, riguardo al quale “Burgwyn ha fatto riferimento a 33.464 civili messi in salvo, cifra che a suo giudizio risulta stimata probabilmente per difetto”, nel suo libro L’impero sull’Adriatico.

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