La questione dei crimini di guerra italiani durante l’occupazione della Jugoslavia

La terza parte del sesto capitolo del libro di Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano, è dedicata al tema dei crimini di guerra commessi dagli italiani durante l’occupazione della Jugoslavia e della reazione dell’opinione pubblica di fronte alle richieste di estradizione dei personaggi pubblici individuati come responsabili. Nella parte precedente abbiamo invece affrontato il salvataggio degli ebrei nei territori occupati dagli italiani.

Un discorso a sé merita l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti della delicata questione dei crimini di guerra, rispetto alla quale si manifestò […] una significativa divergenza di posizioni”, afferma Focardi. “Le clausole del cosiddetto «lungo armistizio», firmato a Malta il 29 settembre 1943, avevano fatto obbligo al governo Badoglio di consegnare alle Nazioni Unite i cittadini italiani responsabili di crimini di guerra. Fra questi figuravano personaggi di spicco dell’establishment militare rimasto al fianco del re Vittorio Emanuele III, a cominciare dai generali Vittorio Ambrosio e Mario Roatta, rispettivamente capo di stato maggiore delle forze armate e capo di stato maggiore dell’esercito. Entrambi, come ex comandanti della II Armata in Jugoslavia, avevano svolto un ruolo di primo piano nella cruenta repressione dell’attività partigiana e nella guerra ai civili ed erano pertanto considerati dagli jugoslavi fra i peggiori criminali di guerra. […] La posizione italiana […] si basava su alcuni punti fondamentali: a) la rivendicazione del diritto di giudicare i criminali di guerra italiani presso tribunali nazionali; b) la rivendicazione del carattere umanitario delle occupazioni italiane e dei meriti acquisiti nella protezione delle popolazioni civili, in particolare degli ebrei; c) la contrapposizione della benevola condotta italiana a quella brutale degli ex alleati tedeschi, cui si univa la rivendicazione del contributo prestato nella lotta contro la Germania dopo l’8 settembre 1943; d) la colpevolizzazione dei partigiani per l’imbarbarimento della guerra. Quest’ultimo punto riguardava soprattutto i partigiani comunisti jugoslavi, sui cui atti di «barbarie» furono costruiti dossier che documentavano sia le violenze commesse nel periodo dell’occupazione italiana dal 1941 al 1943 sia le successive uccisioni di italiani nelle foibe. La contrapposizione del comportamento del «bravo italiano» a quello del «cattivo tedesco» costituiva dunque uno dei pilastri della strategia difensiva italiana. […] La distinzione fra Italia e Germania fu ulteriormente sviluppata […] per sostenere il rifiuto italiano all’estradizione dei presunti responsabili […], rivendicazione nevralgica che andava contro gli impegni armistiziali sottoscritti e che presto si legò alla rivendicazione avanzata dalle autorità di Roma di poter giudicare i criminali di guerra nazisti responsabili di atrocità contro civili e militari italiani perpetrate in Italia o all’estro dopo l’8 settembre”, spiega Focardi.

Operando una lettura di comodo della dichiarazione finale della conferenza tenutasi a Mosca nell’ottobre 1943 fra Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, [il capo di stato maggiore delle forze armate italiane, maresciallo Giovanni] Messe rilevava come, mentre a proposito dei criminali tedeschi le tre potenze avevano previsto che essi fossero riportati nei luoghi dove avevano commesso i propri delitti per esservi processati secondo le leggi locali, nel caso dei criminali italiani avevano affermato semplicemente che essi dovevano essere «arrestati e consegnati alla giustizia». L’espressione era generica, ma Messe non nutriva dubbi sul fatto che si dovesse intendere la «giustizia italiana». […] La dichiarazione di Mosca (30 ottobre 1943) sarebbe stata, a suo giudizio, un premio degli Alleati per la decisione dell’Italia di entrare in guerra contro la Germania (13 ottobre 1943) e avrebbe avuto carattere «modificativo» delle clausole dell’armistizio. Dunque, mentre i criminali tedeschi dovevano essere estradati, quelli italiani – in virtù della cobelligeranza – dovevano essere giudicati esclusivamente in patria da tribunali nazionali”.
“La distinzione fra Italia e Germania fu impiegata […] nell’agosto 1945, quando furono rese note le nuove categorie di «crimini contro la pace» e di «crimini contro l’umanità» previste per il processo contro i principali criminali di guerra nazisti, che di lì a poco si sarebbe aperto a Norimberga presso il tribunale internazionale alleato. Secondo gli esperti giuridici di Palazzo Chigi, la categoria di «crimini contro l’umanità», pensata per sanzionare le malvagità tedesche, non poteva essere applicata alla condotta dei «bravi italiani»; a loro volta, i «crimini contro la pace» nel caso italiano potevano essere imputati solo a Mussolini e ai suoi più stretti collaboratori, che nel frattempo erano già stati puniti dalla giustizia popolare. Restavano i crimini di guerra intesi in senso tradizionale, per i quali l’Italia vantava la propria esclusiva giurisdizione sulla base dell’interpretazione della dichiarazione di Mosca del 1943 proposta da Messe, una interpretazione in realtà distorta poiché gli Alleati non avevano inteso tracciare sotto il profilo giuridico alcuna distinzione fra criminali tedeschi e criminali italiani”, commenta Focardi, che più oltre prosegue, “Una delle prime ‘fiammate’ nel dibattito sui criminali di guerra si ebbe nel febbraio 1945, dopo che agenzie di stampa internazionali ebbero reso noti i nomi dei primi criminali di guerra italiani richiesti da Belgrado alla United Nations War Crimes Commission di Londra […] costituita nell’ottobre 1943 con lo scopo di vagliare le accuse mosse dai paesi vittime dell’aggressione nazifascista e di compilare le liste dei criminali di guerra. […] Ad eccezione dei fogli comunisti, la notizia sollevò una generale levata di scudi della stampa italiana di ogni tendenza politica, che rivendicò l’esclusivo diritto del paese a perseguire penalmente gli accusati.”

Ad esempio, «Italia Nuova» scrisse: «La necessità che i crimini dei nazisti vengano istruiti da una commissione internazionale e giudicati dai paesi dove i crimini sono stati commessi, deriva non tanto dal proposito di esercitare una rappresaglia quanto dall’incapacità del popolo tedesco a giudicare: incapacità che deriva sia dalla sua maggiore responsabilità, che dalla pertinacia con la quale segue la filosofia nazista», sottintendendo che il caso italiano non fosse comparabile perché l’Italia si era liberata da sola del fascismo, dotandosi di un governo «pienamente antifascista».

Che le istanze politiche avessero rappresentato un fattore decisivo nella costruzione e nell’impiego del cliché del «bravo italiano» contrapposto al «cattivo tedesco» è confermato dalla constatazione che il maggior numero di richiami alla pretesa ‘umanità’ del comportamento italiano comparissero sulla stampa nazionale in risposta alle rivendicazioni mosse dai paesi aggrediti da Mussolini, iniziate nell’autunno del 1944 con la progressiva liberazione dei loro territori dall’occupazione germanica, e poi intensificatesi in occasione delle varie riunioni internazionali in cui fu discussa la pace italiana. Le questioni territoriali, le riparazioni economiche e la faccenda dei criminali di guerra risultavano infatti temi fortemente interconnessi. Un momento chiave fu rappresentato dalla vigilia dell’apertura a Parigi, nell’aprile 1946, della conferenza del Consiglio dei ministri degli Esteri delle quattro grandi potenze, incaricato di definire le condizioni di pace per l’Italia e per i cosiddetti «satelliti» dell’Asse”, approfondisce Focardi.

Evidenti motivazioni politiche, oltre che personali, sorreggevano anche un’altra fra le più icastiche descrizioni del «bravo italiano», ossia quella tracciata da alcuni comandanti e ufficiali del regio esercito”, Mario Roatta, Giacomo Zanussi e Giuseppe Angelini, “per neutralizzare le accuse rivolte da Belgrado alle truppe italiane di aver commesso crimini di guerra. […] Pubblicati fra l’ottobre del 1945 e il novembre 1946, i volumi dei tre militari italiani […] contenevano una comune argomentazione difensiva”, consistente nel fatto che i soldati italiani, trascinati in una guerra «non voluta né sentita», si erano ritrovati invischiati nell’«arcicomplesso, arciviolento, arcitorbido mondo balcanico» e coinvolti nella guerra partigiana “per colpa del duce che aveva deciso erroneamente di frazionare la Jugoslavia e di annettersi alcune delle sue regioni (Slovenia e Dalmazia), pretendendo di italianizzarle e fascistizzarle con la forza. Da qui erano scaturiti il risentimento e la rivolta contro le truppe d’occupazione, nonostante che queste […] avessero ovunque fatto il possibile per coltivare buoni rapporti con la popolazione e nell’estate del 1941 fossero intervenute in Croazia a salvare dalla furia genocida degli ustascia molte migliaia di serbi e di ebrei. […] gli italiani erano raffigurati non tanto come un esercito di occupazione quanto nei panni di truppe operanti in «missione di pace», impegnate nel soccorso della popolazione inerme, rimasta in balia della guerra civile. L’indole umanitaria degli italiani non sarebbe venuta meno neanche nella lotta cruentissima ingaggiata con le forze della Resistenza, una lotta per ‘legittima difesa’ che i comandi avevano intrapreso allo scopo di salvare le vite dei loro uomini. Contrariamente ai tedeschi e a qualche manipolo di squadristi «irresponsabili», […] i reparti del regio esercito non [erano] mai ricorsi a quella inaudita violenza usualmente impiegata contro di loro dai partigiani. […] Le truppe italiane avevano «reagito decisamente ed energicamente» alle azioni «subdole e proditorie» dei partigiani jugoslavi, «ma sempre nella forma consentita dalle leggi e dagli usi di guerra». Mentre gli uomini di Tito – si diceva con riprovazione – avevano seviziato, squartato, impalato, evirato, tolto gli occhi ai soldati italiani […], questi viceversa non si erano «mai allontanati da quella linea di lealtà e umanità che sono dati peculiari della razza latina»”.
“Tale giudizio contraddiceva una triste realtà, ben nota ai tre autori, fatta di azioni di rappresaglia, fucilazioni di ostaggi, deportazioni e internamento in massa di civili a scopo repressivo. Quest’ultimo fenomeno, che aveva coinvolto circa 110 mila slavi internati in condizioni spesso drammatiche ed esiziali, fu drasticamente ridimensionato da Roatta, secondo il quale i civili deportati sarebbero stati poco più di trentamila, di cui solo poche migliaia «a titolo non volontario»; mentre tutti gli altri sarebbero stati internati a scopo protettivo su loro richiesta, per metterli in salvo dalle vendette partigiane. […] Era però falso che gli italiani, soprannominati dai partigiani «bruciacase» (palikuci), si fossero ritratti dal prendere la strada dei «camerati» tedeschi nella repressione della Resistenza jugoslava. Le violenze commesse in Jugoslavia non potevano essere considerate «eccessi» sporadici di reparti di camicie nere o di singoli soldati, ma rappresentavano l’esito di una politica del terrore codificata e pianificata dall’alto […]. Le disposizioni per la lotta antipartigiana contenute nella circolare 3C, diramata da Roatta nel marzo 1942, all’insegna del motto non «dente per dente, ma testa per dente», erano per molti aspetti simili a quelle adottate dai tedeschi per la cruenta repressione della rivolta scoppiata in Serbia, basandosi anch’esse sul principio della responsabilità e della punizione collettiva nei confronti dei civili ritenuti «fiancheggiatori» degli insorti. È vero tuttavia che erano emerse differenze significative fra gli occupanti dell’Asse. La politica del saccheggio dei territori occupati e la violenza repressiva dispiegate dall’Italia monarchico-fascista e dalla Germania nazista avevano risposto, come ha sottolineato Enzo Collotti, a «logiche diverse»: dietro la spietatezza della repressione tedesca stava una macchina bellica assai potente e una «radicalità di obiettivi» dettata dall’«intransigenza razzistica del Terzo Reich», condivisa dal soldato tedesco fortemente ideologizzato, sicuro della propria supremazia tecnologica e razziale; dietro la scelta italiana di ricorrere a brutali pratiche controinsurrezionali si intravedeva piuttosto la debolezza militare e psicologica, la paura e lo «smarrimento» del soldato in grigioverde che, solo in parte indottrinato dal fascismo e privo di mezzi bellici adeguati, era ricorso alla violenza come mezzo per difendere se stesso e i propri commilitoni, piombati in una guerra di agguati e imboscate di cui non capivano bene il senso, se non la necessità di fare tutto il possibile per sopravvivere e magari vendicare i compagni caduti […]. Anche il soldato italiano, invero, era stato investito dalla propaganda fascista antislava, fondata sul ricco repertorio elaborato dal cosiddetto fascismo di frontiera, virulento fin dagli anni venti, che assimilava i popoli balcanici a popoli inferiori, violenti e selvaggi, paragonabili in certo modo alle tribù africane. Popoli ai quali il regio esercito avrebbe portato in dono la superiore «civiltà latina»”.

Per alcuni studiosi, quali Teodoro Sala, Davide Rodogno ed Eric Gobetti la controguerriglia italiana nei Balcani avrebbe avuto alcuni connotati derivati direttamente dall’esperienza delle «guerre coloniali» africane, sia dal punto di vista della propaganda, imperniata sulla negazione di qualsiasi diritto al nemico ritenuto brutale e primitivo, sia dal punto di vista della effettiva condotta bellica, caratterizzata ad esempio dall’impiego di bande di irregolari per compiere il ‘lavoro sporco‘ […] sulla scorta di quanto fatto in Africa con gli ascari. Analogo discorso varrebbe per la conduzione di una politica di ‘terra bruciata’, anch’essa già sperimentata nelle colonie, dalla Libia all’Etiopia. […] Lo stesso Giuseppe Angelini […] aveva osservato che gli era «tocca[to] esperimentare in Croazia una guerra di tipo coloniale in ambiente europeo». Quanto le occupazioni balcaniche siano state influenzate sul piano propagandistico e operativo dall’esperienza coloniale è questione ancora storiograficamente controversa. È invece assodato che ai temi del tradizionale armamentario antislavo furono associati, con un certo successo, quelli della virulenta propaganda contro il bolscevismo, equiparato tout court alla pura barbarie; motivo per cui il partigiano slavo comunista risultò oggetto di una radicale demonizzazione e disumanizzazione. Vi era stato dunque un notevole sforzo di ideologizzazione anche nei confronti del soldato italiano. E tuttavia, come osserva Eric Gobetti, a differenza del soldato tedesco, «il senso di superiorità razziale» nutrito dai militari italiani era stato preso «inficiato» dallo sperimentare sul campo la propria «debolezza tecnica». Ciò aveva aperto un baratro fra le altisonanti parole della retorica fascista e la realtà dei fatti, segnata da una demotivante inadeguatezza bellica.”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “Nessuno, tranne i fascisti più radicali, vedevano nell’italiano uno Herrenvolk (razza superiore, ndr); mancava un pervasivo «razzismo biologico» (tant’è che fu prestato soccorso a ebrei e serbi) e, a differenza dei tedeschi, non fu mai messa in pratica nei confronti di greci, albanesi e jugoslavi una vera e propria «pulizia etnica» (anche se nel caso della Slovenia le autorità politiche e militari la presero in seria considerazione)”.

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