Gli italiani in Jugoslavia e in Grecia: i crimini di guerra e la collaborazione con i partigiani

Siamo giunti alla quarta parte del capitolo sesto del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi, che riprende e approfondisce l’argomento della terza parte, la questione dei crimini di guerra italiani durante l’occupazione della Jugoslavia.

Gli italiani, diversamente dai tedeschi (ma anche dagli ustascia croati), non furono protagonisti di politiche di genocidio come quelle perpetrate contro gli ebrei; e in genere eseguirono gli ordini di ritorsione in maniera meno sistematica dell’alleato germanico, il quale applicò rappresaglie molto più radicali, come dimostra la pratica di uccisione in grande scala degli ostaggi e dei civili, di cui un caso esemplare furono le azioni condotte in Serbia nell’ottobre 1941 a Kraljevo e a Kragujevač, che provocarono migliaia di vittime”, osserva Focardi, che in una nota precisa, “Si calcolano fra 4 e 5 mila i civili assassinati nell’area di Kraljevo e 2.300 quelli uccisi a Kragujevač in base agli ordini del generale Franz Böhme, che prevedevano rappresaglie nella misura di 100 serbi da eliminare per ogni soldato ucciso e 50 per ogni ferito: cfr W. Manoschek, Kraljevo – KragujevačKalavryta.

Questo non significa che i reparti italiani non si fossero macchiati di gravi crimini di guerra, provocando la morte di migliaia di persone, fra combattenti e non combattenti, inclusi vecchi, donne e bambini. Sulla base delle denunce effettuate alla Commissione per i Crimini di Guerra delle Nazioni Unite […], Brunello Mantelli ha indicato la cifra complessiva di 250 mila vittime dell’occupazione italiana in Jugoslavia e 100 mila in Grecia. Questi dati devono essere quasi certamente ridimensionati per quanto riguarda la Jugoslavia. […] Il numero dei greci vittime dell’occupazione oltrepassa infatti la cifra di centomila se si considerano anche le vittime della grande carestia che colpì il paese nell’inverno 1941. Ma in questo caso la responsabilità italiana è condivisa con gli alleati tedeschi e bulgari.” Focardi aggiunge in una nota: “Nel 1946 le autorità greche stimarono le perdite complessive subite dal paese durante il conflitto in 620 mila morti, di cui 360 mila deceduti per fame. Cfr Aga Rossi, Giusti, Una guerra a parte”.

Assai arduo, se non impossibile, risulta poi il calcolo delle vittime dell’occupazione italiana in Jugoslavia (Slovenia, Dalmazia, Croazia, Montenegro). Il loro numero oscilla peraltro considerevolmente a seconda che si considerino o meno le uccisioni commesse dalle varie formazioni collaborazioniste create o supportate dagli italiani”, fa il punto Focardi, “Al momento, i soli dati affidabili di cui disponiamo sono relativi alle vittime dell’occupazione italiana della Slovenia, una parte della quale, con capitale Lubiana, fu annessa nel 1941 al Regno d’Italia. Su una popolazione di circa 336 mila abitanti, sono stati censiti da Tone Ferenc almeno 1569 esecuzioni capitali di sloveni (con o senza processo) e 1376 decessi nei campi di concentramento italiani, dove furono deportate 25 mila persone, pari grosso modo all’8 per cento del totale della popolazione”. Lo storico puntualizza in un’altra nota: “A questi va aggiunto un numero imprecisato di partigiani caduti in combattimento o passati per le armi dopo essersi arresi. Altri due storici sloveni – Bojan Godeša e Tadeja Tominšek Rihtar – hanno recentemente indicato la cifra di 1594 partigiani caduti vittima degli italiani e 1870 sloveni morti nei lager italiani, in La Slovenia e le sue vittime (1940-1946). Il livello della violenza tedesca in Slovenia risulta comunque molto superiore a quello italiano, con 10 mila persone vittime nei campi di concentramento e 16.700 civili uccisi nelle rappresaglie contro ostaggi o durante le offensive della Wehrmacht”.

I militari italiani nel contesto jugoslavo, fatto di continue imboscate che in ogni momento mettevano a rischio la loro vita, vissero rapidamente un processo di «interiorizzazione della violenza» e di «adattamento alla brutalità» che li trasformò – come ha notato Rodogno – in «volenterosi» protagonisti delle rappresaglie ordinate dai comandi. La guerra partigiana condotta dai «ribelli» appariva loro una pratica illegittima cui era lecito rispondere con ogni mezzo. […] I soldati italiani individuarono nella «disumanità» dimostrata nella lotta dai partigiani il motivo che li autorizzava all’uso massiccio della violenza, indirizzata senza tante remore anche contro i civili, considerati conniventi con gli insorti.”, spiega Focardi.

Nella memorialistica militare esaminata questo ‘volto’ dei combattenti italiani veniva omesso, così come veniva omesso il fatto che fosse stata l’aggressione dell’Asse a produrre intenzionalmente la disarticolazione dello Stato jugoslavo e a fomentare la guerra civile con i suoi orrori. A vestire i panni dei criminali di guerra erano le camicie nere e le autorità fasciste di occupazione, i bellicosi partigiani usi allo scannamento dei prigionieri, gli ustascia sterminatori, i «cattivi tedeschi» descritti come efficienti e spietati persecutori. […] La famigerata circolare 3C era stata presentata da Zanussi come un semplice «tonico» per rianimare lo scarso spirito combattivo dei reparti, mentre essa aveva rappresentato – per dirla con le parole di Claudio Pavone – «un’effettiva dichiarazione di guerra ai civili»; tutti avevano incensato l’opera di soccorso ai rifugiati prestata in Croazia, mentre avevano accennato appena alle repressioni in Slovenia e Montenegro, dove non c’era stata traccia di «azioni umanitarie»; l’intera descrizione delle misure repressive adottate sembrava poi svolta con il codice penale militare di guerra alla mano, per evitare incriminazioni o per controbattervi. Nei confronti degli ufficiali accusati di crimini di guerra i partiti e la stampa della sinistra antifascista avevano dimostrato tutt’altro atteggiamento. Notizie sulle violenze italiane commesse nei territori occupati erano circolate fin dal 1942 sui fogli antifascisti, che avevano espresso esecrazione, solidarietà con le popolazioni colpite e una recisa condanna dei responsabili”, spiega Focardi, che più oltre continua, “Anche un liberale come Benedetto Croce nel gennaio 1944, al congresso dei CLN di Bari, aveva manifestato il proprio «ribrezzo» verso i soldati «della patria di Mazzini e di Garibaldi» portati a «imitare, contro tutto il costume e il temperamento italiano, procedimenti tedeschi nelle terre della Jugoslavia»”.

Dopo la svolta di Salerno e la formazione del primo governo Badoglio di unità nazionale, tutti i partiti del CLN […] avevano sottoscritto il 23 maggio 1944 la dichiarazione di politica estera, che conteneva un passaggio relativo alle aggressioni di Mussolini contro altri paesi, nel quale veniva espressa la volontà di «ripagare le distruzioni della guerra, ed eseguire accurate e rigorose indagini, per precisare torti e violenze fasciste, ed adottare le più severe sanzioni per i colpevoli». In effetti, anche le principali forze della sinistra antifascista (comunisti, socialisti, azionisti) si erano mostrate favorevoli a indagare e a giudicare in Italia i responsabili dei crimini di guerra, piuttosto che concederne l’estradizione nei paesi dove avevano compiuto i loro misfatti. Come scriveva nel giugno 1944 il leader socialista Pietro Nenni, «noi rivendichiamo per il nostro popolo il diritto di giudicare e di punire con inflessibile severità i nostri criminali di guerra». Vi era però una differenza di fondo rispetto all’analoga posizione dell’establishment monarchico-badogliano […]: mentre questi usavano la rivendicazione […] come strumento politico utile a garantirne in realtà la completa impunità, le sinistre puntarono sul serio a portare sul banco degli accusati i responsabili di crimini di guerra, a partire dai vertici civili e militari protagonisti delle occupazioni. Il tentativo, destinato all’insuccesso, ebbe luogo dopo la liberazione di Roma e la formazione del primo governo Bonomi, nell’ambito della politica di epurazione degli apparati dello Stato (fra cui le forze armate) condotta dall’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo retto da Carlo Sforza, con il comunista Mauro Scoccimarro come suo braccio destro”, spiega Focardi.

L’operazione era necessaria perché, come scriveva «Italia Libera», organo di stampa del Partito d’Azione, «Il ricordo dell’oppressione fascista in quelle terre [occupate, ndr] è troppo recente e troppo timida ancora l’azione del nostro Governo nei suoi rapporti internazionali perché all’estero si possa sempre sentire con sufficiente chiarezza che la nuova Italia ha rinnegato la politica infame dell’Italia fascista. Non è sempre facile evidentemente per chi sta fuori dal nostro Paese distinguere l’Italia che muore, l’Italia dei martiri, dei fuoriusciti, dei patrioti, dall’Italia dei generali che si sono battuti, indifferentemente, per l’Asse o contro l’Asse, dei diplomatici pronti a rappresentare la dittatura o la democrazia. Aver colto questo elemento di sfiducia può essere una lezione preziosa. A un patto: quello di avere il coraggio di trarne la logica conseguenza».

La posizione opposta era sostenuta da «Italia Nuova», il principale organo monarchico, che sosteneva la necessità e la difficoltà di “convincere gli Alleati che «il regime fascista era una cosa e il popolo italiano un’altra» e quella, «infinitamente più grave», che derivava dal fatto che «a non tutti gli stranieri può far comodo riconoscere che il popolo italiano è innocente dei crimini del fascismo». Per ovviare a queste difficoltà e per evitare i pericoli di una pace punitiva, «Italia Nuova» sottolineava l’esigenza «di raccogliere tutti i fatti, tutte le testimonianze, tutti i dettagli che possano indurre gli stranieri a distinguere non solo tra regime fascista e popolo italiano, ma tra popolo italiano nel suo insieme e popolo tedesco»”.

Il giornale azionista sottolineò come il modo corretto di difendere il popolo italiano non fosse quello di sostenere che i «nostri genarali tennero alta la civiltà italiana fuori dai nostri confini o che i gerarchi ladri governarono con spirito di umanità» – presentando cioè «gli invasori sotto veste di civilizzatori» – bensì quello di «additare al paese ed al mondo i veri responsabili di queste nostre vergogne» e di fare rapidamente giustizia «dei generali che usarono i gas asfissiati contro gli abissini, che impiccarono e fucilarono i greci e gli jugoslavi». Occorreva in sostanza procedere rapidamente e senza sconti per nessuno sulla via dell’epurazione e della punizione dei colpevoli”, riassume Focardi.

La pressione delle sinistre si allentò momentaneamente dopo la crisi del primo governo Bonomi, caduto proprio sul problema dell’epurazione, ma riprese nel febbraio 1945 allorché dalle colonne dell’«Unità» fu avanzata la richiesta di «individuare, ricercare e punire coloro che hanno insozzato di fronte al mondo il nome d’Italia, gli sgherri del fascismo e i generali di Mussolini, i seviziatori di donne e bambini e i fucilatori dei patrioti jugoslavi», fra i quali erano indicati i generali Pirzio Biroli e Zanussi. […] Subito dopo la fine della guerra, a seguito della temporanea occupazione di Trieste e della Venezia Giulia operata fra maggio e giugno 1945 dalle forze jugoslave, si produsse una svolta significativa nell’atteggiamento delle sinistre. I propositi annessionistici di Tito e le diffuse violenze antitaliane suscitarono enorme preoccupazione nel ceto politico e nell’opinione pubblica della penisola, inducendo anche nel Partito socialista e nel Partito d’azione un forte istinto di autodifesa nazionale. Ogni ipotesi di estradizione dei criminali di guerra (di cui Belgrado era il principale accusatore) fu lasciata di nuovo cadere […]. Il partito di Togliatti, stretto fra i vincoli della solidarietà internazionalista al governo comunista di Tito e la cura degli interessi nazionali, oscillò su una linea segnata dall’ambiguità e dal tatticismo: mentre i suoi organi di stampa saltuariamente ventilarono l’esigenza di un’estradizione dei criminali di guerra, i suoi uomini nelle istituzioni […] condivisero invece senza tentennamenti la posizione dei governi di unità antifascista contrari alla consegna dei presunti responsabili e operarono attivamente in tale direzione”.

La stampa e la pubblicistica di matrice azionista, socialista e comunista svilupparono nelle loro narrazioni questo profilo del combattente italiano in terra d’occupazione, sottolineando il cammino che i soldati avevano percorso «da occupanti a partigiani» (per usare un’espressione del comunista Luigi Longo) […] di maturazione umana, morale e politica compiuto da migliaia di militari italiani nei Balcani e in Russia, che, disgustati dalle violenze commesse dai commilitoni tedeschi contro le popolazioni civili, avevano solidarizzato con queste e simpatizzato con le ragioni della resistenza partigiana, passando infine dopo l’armistizio a combattere contro il «comune nemico» germanico. In questa cornice di lettura, il soldato italiano assumeva tratti di umanità simili per certi aspetti all’identikit proposto dalla memorialistica militare e dai fogli monarchici, risultando al pari dispensato da qualsiasi responsabilità circa i crimini commessi nel corso delle occupazioni […]. i colpevoli erano sempre individuati nei soldati tedeschi, oppure in giovani fascisti dei battaglioni Mussolini […], in boriosi e ottusi «ufficiali fascisti», nelle bande locali di collaborazionisti loschi e sanguinari. Contro di loro era andata la ripugnanza dei militari italiani. […] Nel racconto di Longo, i ranghi inferiori dell’esercito apparivano privi di macchia rispetto alla «guerra fascista» di aggressione e spiccavano per le qualità umane dimostrate nel contatto coi civili, distinguendosi dai fascisti e dai tedeschi. […] Edulcorando una realtà che aveva visto i benevoli soldati italiani – fanti, alpini, bersaglieri – partecipare spesso volitivi alle cruente operazioni antiguerriglia (sebbene ritraendosi di solito dal fucilare donne e bambini), anche Longo addebitava le efferatezze italiane esclusivamente agli «sciagurati battaglioni M, composti di camicie nere e della feccia della società» e agli «ufficiali fascisti», imitatori gli uni e gli altri delle «brutalità e dei crimini nazisti»”, spiega Focardi, che in una nota approfondisce: “Di solito nelle rappresaglie era applicato un «codice maschile», per cui si fucilavano tutti i maschi ritenuti abili alle armi – dai ragazzi appena maggiorenni agli uomini maturi – come ad esempio era successo a Domenikon in Grecia nel febbraio 1943 (145 uomini fucilati a seguito di un’azione partigiana che aveva fatto 9 morti fra le truppe italiane). Le donne e i bambini venivano risparmiati, anche se spesso finivano nei campi di internamento, dove si registrarono numerosi decessi. Inoltre, le donne partigiane catturate non ebbero generalmente destino diverso dai compagni di lotta di sesso maschile, venendo fucilate senza tanti riguardi. È da considerare, infine, che molte donne e bambini persero la vita nel corso di bombardamenti di villaggi condotti per rappresaglia con l’artiglieria o mediante incursioni aeree”.

Incolpevole veniva descritta la massa dei soldati e alcuni loro comandanti, «gli umili gregari e i migliori ufficiali», i quali avevano solidarizzato con le popolazioni locali e simpatizzato per i partigiani («gente come loro», fatta di contadini e operai), comprendendo piano piano «sia pure confusamente, che la lotta che questi popoli conducevano era contro l’ingiustizia e l’oppressione».” Non si trattava però della maggioranza: “Sui 600 mila uomini delle 35 divisioni italiane presenti al momento dell’armistizio nell’area dei Balcani e nelle isole dell’Egeo, circa 38 mila (di cui 20 mila camicie nere) avevano affiancato il vecchio alleato, mentre una massa di 400 mila uomini fu fatta prigioniera dai tedeschi, sovente con la falsa promessa di un rapido rimpatrio. Dei circa 155 mila scampati, una parte effettivamente scelse di combattere contro gli ex alleati germanici affiancando sul posto i movimenti di resistenza, un’altra parte, invece, numericamente più consistente, rifiutò di continuare la guerra e cercò di sopravvivere nascondendosi tra la popolazione con il «rischio di morire di fame, di subire le vendette dei locali o di cadere nei frequenti rastrellamenti dei tedeschi»”, spiega Focardi, che in una specifica ulteriormente: “Una stima di coloro che effettuarono questa scelta risulta assai difficile. Dalla storiografia si può desumere una cifra approssimativa di 50 mila militari italiani impegnati a vario titolo nella Resistenza in Jugoslavia: 12 mila inquadrati nella divisione Garibaldi del generale Oxilia, 4 mila nella brigata Italia, migliaia disseminati nei reparti jugoslavi o impegnati nei battaglioni lavoratori. A questi andrebbero aggiunti circa 25 mila uomini in Albania guidati dal generale Azzi e i 23 mila della divisione Pinerolo in Grecia che però, dopo un periodo iniziale di collaborazione con i partigiani, furono da questi disarmati e internati subendo violenze e privazioni di ogni genere. Una menzione a parte spetta alla resistenza antitedesca opposta dopo l’8 settembre da unità militari italiane che avevano rifiutato di arrendersi ai tedeschi, come la divisione Perugia in Albania, la divisione Bergamo in Dalmazia, la Taurinense e la Venezia in Montenegro (che poi andarono a formare la divisione Garibaldi), la divisione Acqui a Cefalonia e Corfù le altre unità che presidiavano isole dell’Egeo, vittime di rappresaglie brutali con migliaia di morti”.
“Le vicende dei militari che si impegnarono nella resistenza antigermanica nei Balcani furono segnate da eroismo e sacrificio, ma anche da difficoltà, umiliazioni e scontri con i movimenti partigiani (soprattutto in Grecia), non sempre disposti ad accogliere a braccia aperte gli italiani e a collaborare lealmente con chi aveva rappresentato fino a poco prima il nemico e l’occupante. […] Nella raffigurazione del soldato italiano invasore diventato «combattente per la libertà» tracciata dalle sinistre si esprimeva un sincero compiacimento per quello che veniva considerato un esempio di solidarietà politica e morale fra le forze della Resistenza europea, nonché l’ennesima prova della distanza intercorsa fra regime fascista e popolo italiano, rappresentato dai suoi figli in uniforme. L’azione della Resistenza militare all’estero, come quella dei partigiani in Italia, aveva agli occhi degli antifascisti un grande valore, in quanto dimostrava concretamente – per usare parole dell’azionista Dante Livio Bianco – «che la fratellanza dei popoli europei non [era] una fantasia di sognatori, ma una realtà viva». Tale raffigurazione ebbe tuttavia anche la funzione di esaltare il contributo dell’Italia alla lotta contro la Germania. […] Se per le sinistre alla base della scelta antitedesca dei soldati vi sarebbero stati sensibilità umana e un processo di lenta maturazione politica, per le istituzioni militari invece vi sarebbe stata soprattutto la persistenza di quei valori di fedeltà al re e alla nazione, senso dell’onore e disponibilità al sacrificio tipici della tradizione del regio esercito”. 
La storiografia, osserva Focardi in una nota, ha stimato un numero di perdite fra i militari italiani nella lotta contro i tedeschi “pari a 25-26 mila soldati: 6.500 caduti in azioni di combattimento, 6.000-6.500 vittime di azioni criminali, 13 mila morti durante il trasporto in prigionia, poco più di 5.000 dispersi e 4.836 feriti”.

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