La questione dei prigionieri italiani in URSS e i mancati processi ai criminali di guerra italiani

Veniamo ora alla quinta parte del sesto capitolo del saggio di Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La puntata precedente affrontava il tema degli italiani in Jugoslavia e in Grecia: i crimini di guerra e la collaborazione con i partigiani.

Specchio solo parziale della realtà, frutto della considerazione di impellenti interessi nazionali condivisi e di interessi di partito […] nonché di interessi personali e corporativi […], l’immagine autocompiacente e autoassolutoria del «bravo italiano» penetrò a fondo nell’opinione pubblica nazionale anche a seguito dell’accesissima polemica interna originata dalla questione della sorte dei prigionieri di guerra italiani in Unione Sovietica […], che oppose sulla stampa e nelle aule parlamentari i settori moderati e conservatori e la sinistra socialcomunista, [e che] aveva preso il via alla fine di agosto del 1945, allorché le autorità di Mosca comunicarono il numero ufficiale dei prigionieri di guerra italiani presenti nei loro campi di internamento. La cifra resa nota, circa 19 mila persone, era assai inferiore a quella che ci si aspettava in Italia, dove molto viva fin dalle prime eco della disfatta del Don era stata la preoccupazione per le sorti degli oltre 80 mila dispersi dell’ARMIR. La verità, già nota al governo italiano, era purtroppo che la maggioranza di essi era caduta in combattimento o deceduta nei giorni immediatamente successivi alla resa, per le terribili condizioni in cui era avvenuto il trasferimento nei lontani e male attrezzati campi di prigionia sovietici. Il comunicato di Mosca provocò l’immediato sprigionarsi nel paese di reazioni allarmate sulla sorte di coloro che mancavano all’appello e l’inizio di una campagna antisovietica dai toni sempre più aspri, che raggiunse l’acme in occasione delle elezioni del 1948. Mosca fu accusata di trattenere in segreto migliaia di prigionieri italiani impiegati come lavoratori coatti”, spiega Focardi.

Sia da parte di chi “aveva alimentato sin dal principio quella campagna”, sia di chi invece “aveva promosso una contropolemica mirata a chiamare sul banco degli imputati le autorità politiche e militari fasciste, venne fatto comunque ogni sforzo per porre in evidenza la bontà del soldato italiano, la sua spontanea capacità di fraternizzare coi civili russi, la sua azione costante per aiutarli a sottrarsi alle molteplici angherie perpetrate dai tedeschi”, nota Focardi.

Il generale Giovanni Messe in proposito scrive (novembre 1945, Corriere d’Informazione): «I rapporti fra le truppe del C.S.I.R. e la popolazione civile sono stati sempre improntati a reciproca comprensione e a vera e propria cordialità. Infatti, un modo affine di concepire gli affetti, la famiglia, l’amore della terra, una particolare tendenza al sentimentalismo, che è comune alla nostra gente e che si è riscontrata nella gente ucraina, un senso spiccato di dignità e di ospitalità della famiglia russa costituirono un substrato sentimentale assai fecondo nelle reciproche relazioni fra truppe e popolazioni. Inoltre, avevano grande presa sull’animo dei Russi il contegno nient’affatto autoritario degli Italiani, il loro desiderio di intrecciare buoni rapporti, la dolcezza verso i bambini, e infine quella particolare bonomia che è patrimonio della nostra gente e che ispira spontaneamente stima e fiducia».

E Giusto Tolloy fa eco: «Quanto più il nostro soldato era tratto a starsene lontano dall’odioso teutone tanto più egli si avvicinava con l’abituale familiarità al popolo russo e gli capitava così di passare di sorpresa in sorpresa. Il sentimento familiare saldo come in una provincia agricola italiana; la donna sana e forte, spregiudicata ma non immorale da ragazza ed intenta ai suoi doveri dopo sposata; l’istruzione diffusa nei giovani in modo semplicemente sbalorditivo […]; le realizzazioni poderose, visibili nelle fabbriche e nelle costruzioni; l’adorazione per Lenin e l’odio per i tedeschi […], tutto ciò sorprendeva ed attirava le simpatie del nostro soldato».

Sia Messe sia Tolloy mettevano in risalto le qualità umane del soldato italiano facendo un paragone col torvo soldato tedesco, raffigurato altero e sprezzante nei confronti degli Untermeschen slavobolscevichi, dedito allo sfruttamento sistematico dei territori ucraini e russi, inflessibile e crudele coi prigionieri sovietici, sterminatore di ebrei. […] La popolazione aveva familiarizzato con i militari italiani, i soldati dell’Armata rossa e i partigiani avevano salvato loro la vita quando li avevano presi prigionieri (i tedeschi, al contrario, li avevano subito passati per le armi), i contadini sovietici avevano offerto loro ricovero e ospitalità durante la ritirata. Per i commentatori della sinistra antifascista, le autorità di Mosca avevano anche provveduto a rendere confortevole la prigionia dei detenuti italiani, trattandoli ben diversamente dai prigionieri tedeschi”, racconta Focardi, che più oltre prosegue, “In alcuni brani del suo libro Tolloy non aveva taciuto, in realtà, aspetti meno commendevoli del comportamento italiano, accennando alla partecipazione di truppe dell’ARMIR al saccheggio di città e villaggi, alla pratica dello strozzinaggio, a violenze e rapine commesse a danno di una popolazione che pure si era dimostrata generalmente amica. Questi tratti rimasero però completamente sullo sfondo. […] Tolloy affermò espressamente di non avere alcuna intenzione di rivolgere ai propri connazionali accuse di crimini di guerra che gli stessi sovietici erano stati generalmente restii a sollevare, perché ciò non sarebbe stato «da patrioti»”.

Fra il 1948 e il 1951 venne meno qualsiasi possibilità di una «Norimberga italiana», di portare cioè a giudizio coloro – militari e civili – che erano stati accusati di crimini di guerra. Ricordiamo a riguardo che la Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra aveva iscritto nelle liste dei presunti criminali da porre sotto processo 729 fra militari e civili italiani richiesti dalla Jugoslavia, 111 ricercati dalla Grecia, 9 dalla Francia, 3 dall’Albania. Successivamente, poco dopo l’entrata in vigore del trattato di pace italiano, la Jugoslavia aveva inoltrato direttamente al governo di Roma, tramite canali diplomatici, la domanda di estradizione relativa a 45 italiani (in parte già presenti nelle liste internazionali), la Grecia aveva avanzato a sua volta una richiesta a carico di 74 nominativi (anch’essi in parte già nelle liste delle Nazioni Unite), l’Albania ne aveva reclamati 142, la Francia 30. Anche l’Etiopia accusò 10 italiani (riducendo poi le richieste solo a Rodolfo Graziani e Pietro Badoglio). Mentre l’Unione Sovietica aveva chiesto già nel 1944 la consegna di 12 italiani accusati di crimini di guerra. Nessuno di questi fu però estradato. Fin dall’estate 1945 le autorità di occupazione statunitensi in Italia, allarmate dalle mire espansionistiche della Jugoslavia, di fatto boicottarono l’arresto dei criminali di guerra italiani e la loro consegna all’estero. La stessa posizione finì per assumere anche il Foreign Office britannico […] che inizialmente si era mostrato favorevole alla punizione degli italiani richiesti dalla Jugoslavia di Tito. Downing Street fu indotta a mutare definitivamente il proprio atteggiamento nel luglio 1946, in seguito alle violente reazioni antibritanniche provocate in Italia dalla pubblicazione del draft del trattato di pace. Un fattore determinante fu poi rappresentato, sia per Washington che per Londra, dalle nuove priorità politiche prodotte dall’innesco delle dinamiche della guerra fredda […]. Una svolta significativa fu infine rappresentata nel giugno 1948 dalla rottura intervenuta fra Tito e Stalin, con la quale la Jugoslavia perse il principale sostegno internazionale alle proprie rivendicazioni sui criminali di guerra, tanto che Belgrado sospese da allora ogni richiesta a loro carico. In questo contesto, la strategia italiana di procrastinare a tempo indeterminato la consegna dei criminali di guerra ebbe pieno successo. A differenza della Germania e del Giappone […] l’Italia riuscì a evitare qualsiasi estradizione pur prevista dall’articolo 45 del trattato di pace e il governo di Roma bloccò anche tutti i procedimenti già avviati dalla magistratura militare italiana, insabbiando le inchieste interne. […] già all’inizio del 1948 le istruttorie erano pronte e si sarebbe potuto e dovuto procedere in giudizio. Per ragioni politiche fu scelto di rinviare sine die l’inizio dei dibattimenti finché nel 1951, per chiudere una volta per tutte […] la faccenda, si escogitò di ricorrere all’art. 165 del codice penale militare di guerra che condizionava la procedibilità giudiziaria contro i militari italiani responsabili di crimini di guerra a un vincolo di reciprocità. In sostanza, poiché la Jugoslavia non procedeva contro […] i responsabili delle foibe, lo Stato italiano interrompeva l’azione penale nei confronti dei propri cittadini presunti responsabili di crimini di guerra durante l’occupazione della Jugoslavia, affermando un «non luogo a procedere». […] Il pressoché completo fallimento della giustizia, ovvero la mancanza di processi in cui affrontare la questione dei crimini di guerra contro i civili, contribuì a salvaguardare lo stereotipo del «bravo italiano» costruito sull’immagine opposta e speculare del «cattivo tedesco» […] che uscì invece confermata e rafforzata dalla «Norimberga» tedesca contro i principali gerarchi del Terzo Reich e dagli altri numerosi processi contro i criminali di guerra nazisti, che trovarono ampia eco sulla stampa italiana, come in tutti i paesi europei”.

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