I processi contro i nazisti e la rappresentazione dei tedeschi nel secondo dopoguerra

Con la puntata precedente abbiamo chiuso il sesto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi, parlando della questione dei prigionieri italiani in URSS e i mancati processi ai criminali di guerra italiani. Apriamo ora il settimo capitolo.

La narrazione della guerra” analizzata nei capitoli precedenti, esordisce Focardi, “non rispose però soltanto al legittimo calcolo politico di forze impegnate in una lotta la cui posta in palio era la salvezza o meno della nazione”, ma fu “ispirata anche dai sentimenti genuini di persone, politici e intellettuali, che ogni giorno avevano sfidato la morte combattendo nelle città o sulle montagne, in uno scontro brutale segnato da violenze, torture, saccheggi, rastrellamenti, deportazioni, esecuzioni sommarie e stragi di civili. […] Del tutto spontanea risultava però la viscerale condanna delle atrocità tedesche in Italia, schietto il disgusto per l’invasore nazista, che non si ritraeva dal ricorrere a ogni forma di terrore sia contro i partigiani sia contro le popolazioni civili. Diffusi erano dunque nel paese ostilità, indignazione e rancore […]. La stampa antifascista, così come la letteratura, il cinema, le arti figurative, davano voce a emozioni che erano vive e radicate nella penisola […]. La loro denuncia della «barbarie nazista» non aveva in questo niente di strumentale, ma rispecchiava ed esprimeva lo stato d’animo di una nazione profondamente straziata, che aveva subito ferite dolorose, non solo le nefandezze della «guerra ai civili», ma anche la cattura e l’internamento in Germania e in Polonia di circa 620 mila soldati, trattati con disprezzo e durezza; la distruzione e la rapina delle opere d’arte; la deportazione di migliaia di oppositori politici e di lavoratori; e infine, certo non ultima, la persecuzione antiebraica”. A questo proposito, in una nota Focardi approfondisce: “Dei circa 624 mila militari italiani inviati nei campi di internamento, 6400 morirono in mare durante il trasporto e circa 40 mila decedettero durante la prigionia per sfinimento, denutrizione e malattie, oppure restando uccisi sotto i bombardamenti alleati o per mano tedesca. […] Il gruppo di ricerca coordinato da Brunello Mantelli e Nicola Tranfaglia […] ha documentato 23.826 nominativi complessivi di deportati politici italiani, di cui 22.204 uomini e 1.514 donne. I decessi risultano 10.129, pari al 42,5 per cento del totale. Il computo non prende in considerazione i deportati nel campo di transito di Bolzano e nella risiera di San Sabba a Trieste. […] Fino adesso sono stati identificati 6.806 ebrei deportati dall’Italia (approssimativamente 4.000 italiani e 2.500 stranieri). Di questi, 5.969 morirono nei lager (inclusi 612 bambini). Al numero delle vittime bisogna aggiungere circa un altro migliaio di persone ancora non identificate, 1820 ebrei deportati per mano tedesca dai possedimenti italiani nell’Egeo […] e circa 320 ebrei morti in Italia per effetto della persecuzione”.

L’occupante tedesco fu così effigiato con sprezzo nei panni ferini della «belva nazista» intenta a infierire sul popolo italiano. Fanatico, cinico, arrogante, spietato, il «Tedesco» – come comunemente si scriveva, quasi a indicare un’essenza antropologica imperitura – incarnava l’immagine del «male» e del «nemico assoluto». Egli appariva a un tempo, come ha notato Claudio Pavone, lo straniero invasore, il tradizionale nemico dell’Italia […], l’eterno barbaro teutonico, il nazista convinto della propria superiorità razziale e determinato a imporla. Il lascito della guerra fu inevitabilmente una raffigurazione del soldato germanico impregnata di rancore e radicale esecrazione. […] Benedetto Croce bollò nell’«oppressore» germanico «l’atroce presente nemico dell’umanità», l’azionista Piero Calamandrei si riferiva ai tedeschi come agli «Unni calati dai paesi della barbarie» […], Nuto Revelli, a sua volta, li spregiava con odio manifesto chiamandoli «porci kruki», ricorrendo a un epiteto molto diffuso nella letteratura partigiana. E analoga, esacerbata, condanna traspariva dai disegni di Renato Guttuso pubblicati sull’«Unità» e poi esposti nella mostra curata a Roma nell’agosto 1944 dal giornale comunista sotto il titolo L’arte contro la barbarie: sembianze umanoidi di grossi bestioni armati fino ai denti impegnati a far strage di italiani, donne, vecchi e bambini innocenti”, descrive Focardi, che più oltre prosegue, “Fu soprattutto la ferinità dell’esercito tedesco a essere posta in evidenza e stigmatizzata con raccapriccio. Nel solco della propaganda della prima guerra mondiale, venne deprecata la brutalità selvaggia delle azioni tedesche.”

Emblematiche le parole di Enzo Noè Girardi nella sua recensione di Uomini e tedeschi, raccolta di scritti e disegni di internati nei lager curata da Armando Borrelli e Anacleto Benedetti: «Si dice: greci e barbari, romani e barbari, ebrei e gentili, cristiani e pagani. Ma ieri s’è potuto dire, con verità semplicemente: Uomini e tedeschi. E si poteva dire, ché era lo stesso, ‘Uomini e belve’ o, meglio, ‘Uomini e demoni’, tanto fu bestiale l’odio dei tedeschi contro l’umanità tutta, a tanto perversa volontà di male si sottopose, deformando e rinnegando se stessa, l’intelligenza del popolo tedesco». La stampa, la letteratura, la pubblicistica dell’Italia liberata riproducono la stessa disumanizzazione del tedesco presente nei disegni di Guttuso. Le sembianze dei militari germanici sono animalesche, prive di ogni traccia di umanità, oppure rivelano tratti distorti, malati o devianti. Occhi gialli e vacui, bocche guaste, chiazze sul viso, lineamenti alterati. […] Anche i gesti quotidiani dei tedeschi appaiono innaturali: risate sguaiate, urla bestiali lanciate in una lingua essa stessa artificiosa e agghiacciante, «strozzata» e «coagulata» come la descrive sul «Tempo» lo scrittore e artista Alberto Savinio.”, riprende Focardi, che più oltre continua, “Accanto all’effige bestiale del soldato tedesco, imbevuto di tacitiano furor teutonicus, si pose quella non meno inquietante dell’ufficiale nazista, impeccabile nelle forme esteriori ma capace di fredda e inaudita crudeltà, insensibile al dolore altrui, anzi intimamente sadico e perverso. […] con tratti simili venivano raffigurati anche gli impassibili ufficiali medici tedeschi che nei campi di sterminio decidevano con un cenno chi dovesse essere inviato nelle camere a gas o svolgevano con meticolosità terribili esperimenti scientifici sui prigionieri. Primo fra tutti il famigerato dottor Mengele […]. Fra tutte, emblematica risultò la figura di [Herbert] Kappler, il responsabile della strage delle Fosse Ardeatine, definita nel luglio del 1944 dal primo governo Bonomi «la più grande strage barbarica» subita dalla nazione. Un opuscolo pubblicato dopo la liberazione di Roma lo descrive come […]: «Biondo, impomatato, con la scriminatura sempre a posto, il nodo della cravatta impeccabile, la giacca ben tagliata, i calzoni perfettamente stirati: l’autentico tipo del signorino per bene. Gli occhi, soltanto gli occhi lo tradivano: chiari, d’un celeste cangiante a volte in verdolino opaco, che non permettevano di leggervi nulla, in taluni particolari momenti, lo sguardo diveniva subdolo, tagliente come la lama d’un coltello avvelenato». […] L’elegante tenente colonnello Kappler era infatti un «pervertito, malato di quel tenebroso e tipico sadismo teutonico che pare sia prerogativa del 99 per 100 dei tedeschi». Raffigurazioni come questa trovarono conferma in innumerevoli pubblicazioni e soprattutto nell’immagine prodotta dai processi contro i principali criminali di guerra tedeschi, condotti in Italia a partire dal 1946 da tribunali britannici e italiani. Particolare rilevanza ebbero il processo tenuto a Roma da una corte britannica nel novembre 1946 contro i generali Mältzer e von Mackensen, accusati della strage delle Fosse Ardeatine, quello contro il feldmaresciallo Albert Kesselring, svolto anch’esso presso un tribunale militare inglese a Venezia dal febbraio al maggio del 1947, quello condotto da una corte militare italiana a Roma dal maggio al luglio 1948 contro Herbert Kappler e altri corresponsabili della strage delle Ardeatine. I giornali italiani seguirono con grande interesse tutti e tre i processi con ampie cronache dei dibattimenti, affidate anche a giornalisti di vaglia come Indro Montanelli e Paolo Monelli. […] I resoconti giornalistici non fecero che confermare quel ritratto caratterizzato da fredda e criminale ferocia tracciato in precedenza dalla pubblicistica italiana”.

Un effetto simile […] ebbero i resoconti dei principali processi tenuti nello stesso periodo in Germania e in Polonia contro criminali di guerra tedeschi. Tre in particolare furono seguiti con attenzione dalla stampa: il processo condotto a Lüneburg in Germania nell’autunno 1945 contro i responsabili dei crimini commessi nei campi di Belsen e di Auschwitz; il processo di Norimberga contro i vertici del regime nazista iniziato nel novembre 1945 e conclusosi nell’ottobre 1946; il processo tenuto a Varsavia dall’11 marzo al 2 aprile 1947 contro l’ex comandante del campo di Auschwitz, Rudolf Hoess, terminato con la condanna a morte e l’esecuzione dell’imputato. Le notizie provenienti dai dibattimenti […] resero manifeste ai lettori italiani dimensioni e modalità dello sterminio compiuto dal Terzo Reich, soprattutto nei territori dell’Europa orientale: lo sfruttamento del lavoro schiavizzato, l’eliminazione di massa di russi e polacchi, lo sterminio programmato degli ebrei. Contemporaneamente furono svelati, anche attraverso la pubblicazione di numerose fotografie, i volti dei carnefici in camicia bruna: le «due belve» di Belsen, ovvero il comandante del campo, Josef Kramer, e la «diabolica» Irma Greese, la giovane ventunenne capo delle guardie della sezione femminile, con i loro sguardi «duri e gelidi», emblema della crudeltà germanica; i caporioni del Partito nazista ritratti sui banchi di Norimberga, da Göring a Hess, da Ribbentrop a Streicher, da Rosenberg a Sauckel, le cui espressioni venivano indagate, non senza morbosa curiosità, alla ricerca di indizi che ne svelassero la perversione e la malvagità; infine, il «macellaio» Rudolf Hoess, lo «sterminatore scientifico» come lo chiamava l’«Avanti!», «genio del male» responsabile della macchina del massacro di Auschwitz, il quale come Kappler aveva risposto imperturbabile a tutte le domande descrivendo con precisione il processo di «sterminazione biologica sistematica» degli ebrei cui aveva efficientemente presieduto”, racconta Focardi.

Se i dibattimenti contro i criminali di guerra nazisti […] svolsero dunque una funzione significativa nel fissare i tratti della raffigurazione demoniaca del tedesco, un ruolo importante in questo senso ebbero anche le testimonianze prodotte da coloro che avevano fatto esperienza del volto più disumano del sistema di oppressione nazista, gli internati nei lager”, afferma Focardi, che più oltre prosegue, “I lettori erano stati scioccati dalle notizie sulle eliminazioni di massa nei «campi della morte» di Treblinka o di Mauthausen, riferite anche da Radio Londra, che furono poi confermate e arricchite di macabri particolari nella primavera del 1945 via via che giungevano informazioni dai campi appena liberati: iniezioni letali, paralumi confezionati con la pelle dei prigionieri uccisi (come quelli prediletti dalla signora Koch, moglie del comandante di Buchenwald), rimpicciolimento e imbalsamazione di teste di internati «con i sistemi dei selvaggi del Borneo», esperimenti scientifici su cavie umane, produzione di sapone dai corpi delle vittime, l’impiego abominevole della camere a gas e dei forni crematori. Le informazioni che affluivano dalla Germania componevano un quadro raccapricciante di orrori, che apparivano frutto della compenetrazione tra fanatismo ideologico, sadismo, cieca obbedienza agli ordini e sistematica applicazione delle più moderne conoscenze tecnico-scientifiche”.

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