Le testimonianze dei sopravvissuti ai campi di concentramento e la ricerca dell'”altra Germania”

Veniamo ora alla trattazione della seconda parte del settimo capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Nella prima parte, abbiamo visto i processi contro i nazisti e la rappresentazione dei tedeschi nel secondo dopoguerra.

Le terribili prove affrontate dai deportati e l’atrocità del comportamento tedesco furono rivelate con dovizia di particolari al pubblico italiano dai primi reduci ritornati dai campi in interviste e articoli pubblicati a partire dalla fine di maggio del 1945. Le testimonianze più vivide che allora trovarono spazio sui giornali furono quelle dei deportati politici, la cui vicenda poteva meglio integrarsi nella narrazione antifascista in costruzione, basata sull’esaltazione della resistenza attiva al nazifascismo. Una diffusione più ridotta sulla stampa ebbero invece le testimonianze della deportazione razziale […] come dimostra […] la vicenda del capolavoro di Primo Levi, Se questo è un uomo, che nel 1947 fu rifiutato da Einaudi e trovò collocazione presso una piccola casa editrice torinese […].” Grande visibilità ebbero invece i resoconti di Aldo Bizzarri e di Giuliano Pajetta sull’esperienza nel campo di Mauthausen, che “contenevano ampie parti dedicate alla descrizione del sistema di sfruttamento e oppressione organizzato a Mauthausen, finalizzato alla distruzione di ogni residuo di dignità umana dei prigionieri e fondato sulla «persecuzione deliberata e razionale contro vecchi, deboli e malati». «Il campo era fatto perché la gente vi morisse di botte, vi morisse di torture», osservava Pajetta. Bizzarri, a sua volta, narrava […] le brutalità commesse dagli sgherri nazisti e si si soffermava sul massacrante lavoro nella cava di pietra, interpretato come «un sistema pratico di eliminazione degli internati». Attenzione veniva anche prestata agli artefici di quello scempio, agli «aguzzini» tedeschi, autentici «criminali di professione» come annotava Pajetta. «Passeggiavano tranquilli – scriveva Bizzarri – non già come degli assassini, ma come degli operai che avevano fornito il loro lavoro impersonale, coscienziosi applicatori di un sistema». Risultava già evidente la percezione di quella «banalità del male» che Hannah Arendt individuerà all’inizio degli anni sessanta al processo contro Adolf Eichmann come segno distintivo del sistema eliminazionista nazista”.

La prova più eclatante delle atrocità tedesche fu rappresentata dai corpi stessi degli sventurati connazionali che avevano subito l’internamento. Nella quasi totale mancanza di foto e di filmati che ritraessero le vittime della mattanza nazista nei lager […], l’attenzione si concentrò sugli italiani scampati alla morte che faticosamente tornavano in patria. […] Nell’agosto del 1945 a descivere i superstiti che alla spicciolata tornavano in Italia era il giornalista dell’«Unità» Marco Cesarini, recatosi a Bolzano a visitare un centro di prima accoglienza per i poveretti. Gli uomini che la Germania ci rende, questo il titolo del suo articolo, dove si descrivevano relitti umani afflitti da «impressionanti denutrizioni, coloriti terrei, piaghe diffuse per tutto il corpo, deformazioni ossee». La vista di quei disgraziati, molti dei quali malati di tubercolosi, suscitava «un’ondata di odio» contro il tedesco, «un odio fisico, insostenibile, impossibile a contenersi».”

Nel rievocare i quasi due anni trascorsi nei campi di concentramento tedeschi, [Giampiero] Carocci sottolineava «l’assoluta mancanza di senso umano, la crudeltà elevata a sistema» dei propri carcerieri. «Si ha l’impressione di trovarsi davanti a degli uomini quali però, ad un certo momento, non sono più tali». L’ex ufficiale ricordava le «grida volutamente selvagge» delle sentinelle tedesche e le loro percosse. Lo stupiva il fatto che quel comportamento non nascesse «sotto un impulso di rabbia o altro» ma fosse «a sangue freddo, senza nessuna giustificazione». Rappresentava infatti una «tecnica del terrore». L’aspetto ancor più raccapricciante era la constatazione che quei guardiani tanto disumani non fossero SS, ma «soldati dell’esercito, individui che nella vita civile erano tedeschi qualunque»”, riassume Focardi, che più oltre continua, “Il giudizio non risparmiava la donna tedesca. Anzi, il suo atteggiamento «profondamente cattivo» nei confronti dei prigionieri italiani rappresentava la prova ultima della malvagità tedesca. Ovunque infatti, come affermava l’autore, la donna esprime «le tendenze fondamentali ed istintive dell’ambiente da cui proviene». Quella tedesca esprimeva al massimo grado e in maniera inappellabile la barbarie del popolo tedesco. Non stupiva che dal suo grembo fosse stata generata quella «belva» che si era scatenata contro i popoli d’Europa”.

Non pochi fra giornalisti, politici e uomini di cultura italiani ravvisarono la persistenza anche in Germania, fra i tedeschi e le tedesche, civili o militari che fossero, di bagliori di umanità non spenta dall’omologazione imposta dal regime. E ancor più tenace fu, in ambito antifascista, la determinazione a distinguere, anche nel caso della Germania, fra il popolo tedesco e l’aberrante sistema hitleriano. Da un lato, dunque, non si mancò di esprimere fiducia nella capacità di singoli individui di aver preservato qualità umane e valori morali positivi distinguendosi dal resto della popolazione germanica pervasa da fanatismo ideologico e sadismo criminale. Dall’altro lato, si ripose fiducia nella capacità del popolo germanico nel suo complesso di riscattarsi rispetto al regime nazista, interpretato […] come un apparato di dominio e di oppressione rivolto all’interno, contro la sua stessa gente, ancor prima che all’esterno, contro le nazioni vicine”, nota Focardi, che più oltre parla del germanista Luigi Emery, che “sottolineava come la donna tedesca, in realtà, avesse subito «meno dell’uomo la perniciosa deformazione casermesca». Anche sotto il nazismo la donna aveva conservato «nel suo piccolo mondo domestico» una «sfera di iniziativa personale» che le aveva permesso di sfuggire all’«assorbimento» nel «mostruoso ingranaggio totalitario», cui viceversa l’uomo si era prestato «con spaventosa docilità». […] Soprattutto non era vero che le tedesche avessero dato prova nel corso del conflitto di spietata disumanità nei confronti dei perseguitati dal nazismo. Lo testimoniavano, secondo Emery, «parecchi» gesti «compiuti da donne tedesche verso le vittime dell’odio antisemita», gesti «analoghi» a quelli delle «umane e soccorrevoli donne polacche» elogiate da Carocci.”

Descrizioni in controtendenza, lontane dal cliché del «barbaro invasore», si ebbero anche a proposito dei vituperati militari della Wehrmacht. In una delle sue Lettere a John, Corrado Barbagallo raccontava ad esempio di un paesino non meglio specificato dell’Abruzzo, dove i soldati tedeschi «non avevano praticato che opere di bene, non avevano violentato le donne, non trucidato vecchi e bambini, ma avevano curato i malati, dato pane agli affamati, aiutato in ogni modo la popolazione bisognosa, che aveva finito per ricambiarli di eguale cordialità». La familiarità dei rapporti era stata così intensa che l’ufficiale tedesco comandante del presidio (non caso «un vecchio colonnello, perseguitato in patria dai nazisti») aveva deciso di rimanere sul posto ed era stato protetto dagli abitanti anche dopo l’arrivo degli americani”, nota Focardi, che più oltre prosegue, “Del resto, l’esperienza concreta della guerra aveva prodotto una molteplicità di situazioni in cui non sempre i vecchi «camerati» aveva mostrato esclusivamente il volto esecrato della «belva nazista» e dell’impassibile automa pronto a seminare la morte. In molti momenti della vita quotidiana erano apparsi come persone del tutto normali. Talvolta avevano persino legato con famiglie italiane e stretto amicizie, soprattutto con le ragazze (a prescindere dai rapporti coltivati con le collaborazioniste della RSI). […] Le sporadiche apparizioni di tedeschi ‘dal volto umano’, presenti negli scritti dell’immediato dopoguerra, non scalfirono la raffigurazione di fondo permeata dall’astio antigermanico. Era di per sé significativo che i pochi tedeschi «buoni» venissero di solito etichettati come non tedeschi, ovvero come austriaci, quasi fosse impossibile attribuire sentimenti di umanità agli abitanti del «paese delle selve». Ebbe inoltre larga circolazione la convinzione che, benché presi singolarmente i tedeschi potessero mostrare indole e qualità umane apprezzabili, presi in gruppo si trasformassero necessariamente in belve feroci capaci di ogni malvagità. […] Il piano inclinato che conduceva irreparabilmente il «Tedesco» dalla bonomia individuale alla malvagità collettiva era individuato nel principio dell’obbedienza incondizionata agli ordini superiori, di qualsiasi natura essi fossero. Si trattava di uno dei convincimenti più radicati e diffusi in seno all’opinione pubblica italiana ed europea, che esprimeva un topos presente fin dal secolo precedente, ampiamente ‘rinverdito’ dalla propaganda antigermanica durante la Grande Guerra e ribadito poi dalle principali culture politiche nazionali – cattolica, liberale e marxista – che ne rintracciarono l’origine vuoi nel luteranesimo ossequiente verso il potere costituito vuoi nella tradizione prussiana. L’idea dell’obbedienza all’autorità costituita come tratto caratterizzante dell’«antropologia germanica» si ripercosse a fondo sulla raffigurazione dei tedeschi, distorcendo anche la percezione di quanti di loro avevano compiuto concretamente un atto di rottura o quantomeno di distacco nei confronti del Terzo Reich, ovvero i disertori e gli oppositori politici”.

I fenomeni della diserzione dalla Wehrmacht durante l’occupazione germanica dell’Italia e dell’afflusso di disertori in divisa tedesca nelle bande partigiane hanno ricevuto finora scarsa attenzione storiografica. […] oppure si privilegiò una raffigurazione del disertore tedesco che lo descriveva come un uomo tanto disperato e disilluso dal nazismo da abbandonare il suo posto nelle forze armate del Reich, ma non così determinato e coraggioso da scegliere di combattere contro il suo paese a fianco dei partigiani, consumando fino in fondo la rottura dei vincoli che lo legavano alla madrepatria. […] È significativo che tale atteggiamento finisse per corrispondere a quello apparentemente opposto mostrato da altri tedeschi i quali, a seguito del crollo di ogni fede politica nel nazismo, avevano scelto […] di immolarsi combattendo sotto le insegne hitleriane. […] «In questi giovani che corrono alla morte – aveva scritto [Ranuccio] Bianchi Bandinelli – c’è una specie di desiderio di redenzione nel sacrificio accettato in nome della Germania che i nazi hanno degradato; ma non è una coscienza politica, è soltanto una nuova forma di quel fatale misticismo germanico dell’obbedienza e dell’eroismo». Ancora una volta, dunque, era la tara dell’obbedienza interiorizzata a risaltare quale fattore fondamentale che condizionava e stravolgeva il comportamento dei tedeschi, persino di coloro che nutrivano sentimenti antinazisti. È il caso del pastore protestante Martin Niemöller, una delle figure più rappresentative dell’opposizione religiosa alla dittatura. […] appena uscito dal campo di concentramento, Niemöller aveva rilasciato un’intervista in cui aveva affermato di non essersi mai voluto «occupare di politica», di aver soltanto difeso le prerogative della chiesa protestante,di non aver mai contestato la legittimità dell’autorità ufficiale cioè del regime nazista; anzi, una volta scoppiata la guerra, egli aveva fatto richiesta al Führer di essere arruolato e di essere imbarcato sui sottomarini dove aveva già prestato servizio durante la prima guerra mondiale. […] Il comportamento individuale di Niemöller sembrava così aver svelato la radice del comportamento collettivo dell’«uomo tedesco», ipotecando l’esistenza stessa di un’«altra Germania», fatta di «buoni» tedeschi antinazisti”, verso la quale “l’antifascismo italiano […] aveva in realtà manifestato durante la guerra una fiducia assai tenace”, sforzandosi di “frenare e respingere la demonizzazione dell’avversario germanico che nasceva quasi spontaneamente dallo scatenarsi dello scontro bellico con le sue asprezze e le sue atrocità, nonché dall’uso massiccio di stereotipi propagandistici contro l’«invasore tedesco»”, come ben testimoniano le “parole apparse nell’ottobre 1943 sull’edizione clandestina romana dell’«Italia Libera»: «la guerra del popolo italiano contro la Germania nazista è la guerra di un popolo che aspira a una compiuta libertà politica e sociale, e scende in lotta non solo per la propria libertà, ma per la libertà stessa del popolo tedesco, schiavo esso pure d’una feroce tirannia». L’idea della guerra in corso come una «guerra civile» che tagliava in due le nazioni fra difensori della democrazia e suoi avversari non escludeva dunque la Germania e i tedeschi, attesi a un riscatto che li unisse alla lotta ingaggiata da tutti gli altri popoli d’Europa. Un primo segnale di speranza in questa direzione fu riscontrato nel luglio 1944 dopo l’attentato a Hitler messo in atto da von Stauffenberg e l’inizio della rivolta di una parte della Wehrmacht contro la dittatura nazista. Nessuno certo mise in dubbio che i generali alla testa della sedizione fossero espressione delle tradizionali caste militari prussiane che avevano sostenuto il nazismo e che adesso tentavano con una «congiura» di «salvare il salvabile» in vista del collasso del paese. Nondimeno, comune fu l’auspicio e largamente condiviso il convincimento che la sollevazione dei militari fosse solo il primo atto di una vicina insurrezione popolare. […] Nonostante l’insuccesso della rivolta militare, nei mesi successivi l’attesa di una scossa rivoluzionaria non venne meno. Nenni continuò a manifestare aperta «fiducia malgrado tutto nel proletariato tedesco», nell’esistenza di una Germania «non complice, ma vittima del nazismo». È significativo che nell’ottobre 1944 egli contestasse la mozione votata dal congresso di Blackpool delle Trade Unions inglesi, secondo la quale il popolo tedesco doveva considerarsi corresponsabile dei crimini commessi dal Terzo Reich. «Se le classi lavoratrici tedesche – egli ammetteva non si sganciano dal nazismo, la punizione che le attende sarà tremenda». «Ma – aggiungeva Nenni – il modo per aiutarle a trovare in se stesse la forza di ribellarsi, non ci sembra che sia quello di associarle nella stessa condanna al regime hitleriano». […] Nenni […] aveva proclamato di non credere «né alla responsabilità collettiva, né alla predisposizione criminale dei popoli». Doveva valere per la Germania quanto gli antifascisti rivendicavano per l’Italia: «non si possono inchiodare settanta milioni di tedeschi alla croce uncinata di Hitler, così come […] non si possono impiccare quarantacinque milioni di italiani alla forca di Mussolini».”

4 pensieri su “Le testimonianze dei sopravvissuti ai campi di concentramento e la ricerca dell'”altra Germania”

  1. Pingback: La responsabilità collettiva del popolo tedesco e le voci della cultura antinazista in Italia | Il Ragno

  2. Una volta vidi un documentario in cui praticamente dopo la fine della guerra mi sembra pochi giorni dopo gli americani costrinsero i tedeschi a visitare un campo di concentramento per vedere cosa avessero fatto molti tedeschi a quella triste e orrenda visione si sentirono male.

    • Le camere a gas furono ideate non solo per ragioni di efficienza (risparmiare i proiettili e uccidere in fretta), ma perché neanche i soldati più fanatici dell’ideologia nazista riuscivano a fucilare tutti quei prigionieri inermi restando impassibili. Dopo un po’ crollavano tutti. Lo sterminio è stato possibile perché nessuno è stato messo di fronte alle proprie responsabilità. Eichmann dichiarò che stava solo eseguendo ordini. Hitler non volle mai visitare i campi né sapere come funzionassero. Chi doveva saperlo razionalizzava pensando di stare facendo ciò che era necessario per il futuro del proprio Paese, come quando si deve amputare un arto infetto o fare una derattizzazione.

      • Oltretutto la maggior parte della popolazione tedesca se non sbaglio non sapeva bene cosa succeda li dentro forse solo chi ci abitava vicino.

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