La responsabilità collettiva del popolo tedesco e le voci della cultura antinazista in Italia

Siamo giunti alla terza parte del settimo capitolo del saggio di Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. Nella puntata precedente abbiamo affrontato il tema delle testimonianze dei sopravvissuti ai campi di concentramento e della ricerca dell’”altra Germania”, che sarà ulteriormente sviluppato qui, parlando del crollo della fiducia nell'”altra Germania” da parte della classe dirigente e intellettuale antifascista italiana e della conseguente impossibilità di separare il regime nazista dal popolo tedesco.

La fiducia nell’«altra Germania» e la correlata critica del principio della colpa collettiva si era associata nell’antifascismo italiano a un atteggiamento nettamente contrario a un trattamento vendicativo nei confronti della Germania. […] Progetti draconiani che prevedevano lo spezzettamento del territorio tedesco in più Stati e la sua radicale deindustrializzazione, che sembrarono trovare appoggio fino alla conferenza di Yalta da parte delle grandi potenze alleate, suscitarono viva riprovazione in seno alle élites culturali e politiche dell’antifascismo italiano e furono sostenuti solo dai settori monarchico-conservatori. […] Esponenti del Partito d’azione, quali Riccardo Bauer ed Ernesto Rossi, sottolinearono con forza il ruolo cruciale che una futura Germania avrebbe avuto per la costruzione di un’Europa federale pacifica, democratica e prospera. «L’Europa ha bisogno della Germania», scriveva già nel maggio 1944 Ernesto Rossi, che poi aggiungeva: «fare del popolo tedesco un nuovo popolo maledetto, mantenerlo diviso, nella soggezione e nella miseria, equivarrebbe a porre una polveriera nel centro dell’Europa»”, approfondisce Focardi, che tuttavia nota che tale fiducia “cui si legava la perorazione di una pace costruttiva per i tedeschi, non era però una fiducia incondizionata. Essa dipendeva infatti dall’effettiva capacità che i tedeschi avrebbero dimostrato di seguire la strada dell’Italia e di insorgere contro «il tiranno». L’attesa del riscatto germanico crebbe in tutto l’antifascismo con l’approssimarsi del crollo del Reich, ritenuto imminente a partire dal marzo del 1945, allorché gli eserciti alleati, penetrati in Germania, mossero con forze preponderanti l’assalto finale. Non avvenne però niente di quanto si era sperato. Le notizie provenienti dalla Germania non solo negavano l’attivazione di qualsiasi processo di resistenza al nazismo, ma anzi dipingevano un paese che faceva blocco attorno al Führer e alle forze armate in un atto di inutile quanto rabbiosa difesa a oltranza. […] Ciò causò un forte sbandamento e un profondo ripensamento all’interno dell’antifascismo italiano. Già all’inizio di aprile Palmiro Togliatti, intervenendo a Roma al secondo Consiglio nazionale del PCI, constatava con apprensione «l’assenza della classe operaia tedesca nel fronte della lotta per la libertà», motivo per cui si apriva un pericoloso «vuoto in Europa». […] L’immobilismo del popolo tedesco e anzi la fanatica difesa opposta agli Alleati spiccarono tanto più in confronto con la pressoché contemporanea insurrezione nazionale lanciata con successo dalla Resistenza italiana negli ultimi giorni di aprile del 1945. […] Dalla delusione e dalla disillusione si passò presto alla formulazione di un giudizio emotivo di condanna rabbiosa e incondizionata nei confronti di tutto il popolo germanico. […] Giuseppe Saragat sull’«Avanti!» rivendicò espressamente «il diritto di parlare di una responsabilità collettiva» del popolo germanico. […] La diffusione nell’immediato dopoguerra di notizie sempre più sconvolgenti sui crimini efferati commessi dalla Germania nazista non fece poi che alimentare questo sentimento di esecrazione e condanna rivolto a tutto il popolo tedesco, spazzando via la precedente distinzione che l’antifascismo più consapevole si era sforzato di tracciare fra «buoni» e «cattivi» tedeschi, ovvero fra tedeschi di sentimenti democratici oppressi dal regime e quanti avevano invece aderito al nazismo. […] Per la Germania pareva difficile, se non impossibile, poter distinguere fra popolo e regime. Le colpe di Hitler si ripercuotevano inesorabilmente sull’intera nazione tedesca”.

Da allora in avanti la diffusione di quell’immagine demonizzante del «Tedesco» di cui abbiamo parlato ebbe dunque libero corso, producendo effetti profondi e duraturi sulla memoria collettiva, segnata da un forte imprinting antigermanico. Certo non mancò fin dai mesi successivi alla conclusione della guerra un impegno notevole di alcuni intellettuali italiani, principalmente di matrice radicaldemocratica e socialista, per recuperare e introdurre in Italia il meglio della «cultura di Weimar» e più in generale della cultura democratica espressione dell’«altra Germania». Si può qui ricordare ad esempio Lavinia Mazzucchetti, amica e traduttrice di Thomas Mann, la figura più prestigiosa della cultura tedesca antinazista, di cui Mazzucchetti curò per Mondadori nel 1947 l’importante volume Moniti all’Europa. Per non dire del ruolo svolto a Milano da Paolo Grassi, che presso la casa editrice Rosa e Ballo curò la pubblicazione in italiano di opere fondamentali del teatro espressionista tedesco, da Wedekind a Toller, da Kaiser a Brecht, poi messe in scenda al Piccolo Teatro inaugurato nel 1947. Sul piano editoriale merita inoltre di essere menzionata l’azione preziosa della Mondadori, che fra il 1946 e il 1948 pubblicò alcune delle opere letterarie più note dell’opposizione antinazista tedesca come I fratelli Oppenheim di Lion Feuchtwanger, La settima croce di Anna Seghers, Erano in sei di Alfred Neumann, La selva dei morti di Ernst Wiechert”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “E tuttavia un generale, strisciante, sospetto di fondo nei confronti dei tedeschi rimase a connotare l’orientamento dell’opinione pubblica italiana, in tutte le sue espressioni culturali, politiche e sociali. […] Per Calamandrei, la «cicatrice» impressa dai «ricordi incancellabili» della brutalità germanica diventava una vera e propria «maledizione» che avrebbe pesato sugli uomini della sua generazione, vittime o spettatori dell’occupazione tedesca: la maledizione di una riconciliazione impossibile, del sospetto perenne nei confronti della Germania e dei suoi abitanti”.

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4 pensieri su “La responsabilità collettiva del popolo tedesco e le voci della cultura antinazista in Italia

  1. Pingback: I miti del “cattivo tedesco” e del “bravo italiano”: riflessioni conclusive | Il Ragno

  2. La responsabilita del popolo tedesco e stata enorme in quanto i nazisti a differenza dei fascisti sono stati eletti con elezioni ( per quanto falsate),e non c`e stato in germania un grande fronte antinazista.

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