Giornalisti che scrivono stronzate 1

Chiara Gamberetta, autrice del compianto blog Gamberi Fantasy, sosteneva che il problema con la pubblicazione di libri brutti (lei si riferiva a Brian di Boscoquieto nella terra dei mezzidemoni, ma Cinquanta sfumature di grigio va bene uguale) è che occupano spazio nelle librerie, spazio che avrebbe potuto essere occupato da libri più meritevoli. La sua affermazione mi è tornata in mente per due motivi: il primo è che nessun libro, nessuno, ha avuto tanto spazio e tanta pubblicità quanto la saga delle sfumature, lo si trova ovunque: nelle librerie, nei supermercati, nelle edicole. Perfino nell’edizione a 5€, cosa che già da sola può spingere parecchio un libro (io avrei comprato volentieri Il caso Harry Quebert di Joel Dicker, ma la prima edizione costava 28€. Cifra che mi ha indotto ad attendere che arrivasse nella mia biblioteca).
Il secondo, come da titolo, è il motivo per cui ho interrotto il mio riposo estivo e mi sono rimessa a scrivere: il fatto che sui siti Internet di importanti quotidiani nazionali in questo periodo siano comparsi articoli stupidi e inutili che occupano spazio che avrebbe potuto essere occupato in modo utile e costruttivo. O essere lasciato vuoto: come si dice, è meglio stare zitti e sembrare stupidi che aprire la bocca e confermare di esserlo.

Ma veniamo al punto. Grazie a questo splendido post del Ricciocorno Schiattoso, che vi invito caldamente a leggere perché complementare al mio, vengo a sapere dell’esistenza di un articolo, sul sito del Foglio, intitolato “Le vere misogine siete voi stronze”, scritto da un tale Lanfranco Pace. Non lo linko, ma lo riporto integralmente, con commento.

Aveva ragione Milan Kundera, le vere creature misogine sono le donne: mai avuto contezza di rapporti così grassamente maldicenti, una vera festa del pis que pendre, come tra donne.

Mirabile incipit, nevvero? In primo luogo, vorrei ricordare al signor Pace il detto britannico the plural of “anecdote” is not “data”, il plurale di “aneddoto” non è “dati”, perché l’esperienza aneddotica non è generalizzabile. Io conosco molte donne con cui ho rapporti sinceri e basati sulla condivisione di interessi e in cui le maldicenze non hanno spazio (se non altro perché anche le energie mentali sono finite e preferiamo impiegare le nostre in modi più arricchenti ed interessanti). E quindi? Io non pretendo che la mia esperienza abbia valore universale, al contrario del signor Pace.
In secondo luogo, notiamo l’aggettivo vere: se le vere misogine sono le donne, allora gli uomini misogini sono falsi misogini? Oppure non esistono? O la loro misoginia ha meno valore di quella proveniente da altre donne?

Misurata, poi, sta per levigata e cortese, comprensione senza asperità, messa al bando della violenza e della volgarità, quindi la misurata tensione misogina del caro ex direttore è animale ben strano per noi scorticati vivi, la pelle passata alla carta vetrata. Noi siamo stati sempre in allerta, vigili, concentrati. Una ventenne bruna e polposa mi rifiutò malamente che non avevo ancora la barba: la odio ancora. Con il tempo ho capito le sue ragioni ma io non me ne sono ancora fatta una, di ragione: mi brucia di essere rimasto lì come un allocco, non aver avuto la prontezza di gridarle brutta stronza e magari darle un pugno.

Devo davvero commentare un uomo adulto che non riesce a superare il fatto di aver ricevuto un due di picche da adolescente? Credo onestamente che tutti e tutte abbiamo sperimentato un amore o una cotta non ricambiati, e il 99% di noi (fanno eccezione Elliot Rodgers e il signor Pace, evidentemente) è sopravvissuto alla cosa, è riuscito ad andare oltre, a farsene una ragione e capire che non è una colpa, né loro né nostra, se qualcuno di cui siamo innamorati non ricambia i nostri sentimenti. D’altronde, non ci si innamora a comando e non ci si può forzare a ricambiare i sentimenti di qualcuno. Non servono nemmeno delle ragioni: se non si è innamorati, non si è innamorati. E questo non ci rende delle persone stronze, né tantomeno meritevoli di odio, o di essere prese a pugni.

Un comportamento che oggi sarebbe bollato come inqualificabile, un prodromo di femminicidio che manderebbe il suo merdosissimo autore a rieducarsi da qualche parte. Cosa impossibile: perché voi vi liberate ma noi non ci liberiamo da voi, nessun uomo accetta il rifiuto senza soffrire o reagire. Chi lo dice, mente.

Notizia flash: non “sarebbe“, E’ un comportamento inqualificabile dare un pugno a una persona che ci ha respinto. E sì: voler picchiare qualcuno perché ci ha detto “no” fa parte della stessa mentalità che spinge certi uomini a perseguitare la donna “colpevole” di averli lasciati, o a ucciderla per impedirglielo. Perché un femminicidio è esattamente questo: un omicidio di una donna, da parte di un uomo, dovuto alla concezione condivisa della “femmina” come un nulla sociale, come scrive in “Femminicidio: i perché di una parola” l’Accademia della Crusca, la cultura del possesso che considera le donne in funzione degli uomini, e non accetta che esse possano sottrarsi alla loro tutela, che rivela la sua natura di dominio nel momento in cui cercano di liberarsene. A proposito di femminicidio, la domanda sorge spontanea: perché si ritiene che classificare serva a creare una gerarchia di valore, anziché a inquadrare un fenomeno nelle sue caratteristiche specifiche e renderlo facilmente riconoscibile? Seguendo questa logica e constatando l’esistenza di termini come “uxoricidio”, “infanticidio”, “parricidio” viene spontaneo chiedersi come l’esistenza di questi termini possa generare una gerarchia di valore – e come diamine dovrebbe funzionare.

Ma torniamo al signor Pace. “Nessun uomo accetta il rifiuto senza soffrire o reagire“. E anche nessuna donna, mi creda: per accettare un rifiuto senza provare nessuna emozione bisognerebbe essere dei robot. Soffrire per un rifiuto è naturale: al dolore segue poi la fase in cui lo si metabolizza, e poi gradualmente si guarisce e si scopre di essere riusciti a superarlo, di non stare più soffrendo. A volte ci vogliono mesi, o perfino anni, ma è un processo necessario. Quanto a “reagire“, la questione è complicata dal fatto che il signor Pace non ci spiega cosa intende con questo verbo. Abbiamo già stabilito che “dare un pugno” alla persona che ci ha fatto soffrire non è una soluzione accettabile in una società civile. Uscire con gli amici, focalizzarsi sui propri interessi, sperimentare cose nuove e così via invece sono reazioni positive; piangere, disperarsi, scrivere poesie piene di parole come “sofferenza”, “oscurità”, “ferite”, “sangue” e “dolore” sono reazioni altrettanto positive, almeno in un primo tempo. Rifugiarsi nel nichilismo è una reazione, anche se secondo me è negativa. Insomma, fate voi.

Chi lo dice, mente“. Disse il signor Pace dall’alto della sua profonda conoscenza della natura umana basata su un rigido e stereotipato binarismo di genere.

Ci frena rispetto al passato una percezione più acuta del ridicolo e ci tiene avvinti alla donna la paura di doverci svelare di nuovo: ma la tentazione di misurare i poveri resti della capacità di seduzione non si ferma nemmeno con la raggiunta trasparenza, morirà con noi: a casa faremmo gli scemi con le badanti e in un cronicario con le infermiere.

Il signor Pace ci fa sapere che per lui reagire significa dimostrare che il rifiuto non ha intaccato la sua virile capacità di seduzione provandoci con la prima donna a disposizione, si fosse anche con un piede già nella fossa. Cosa che forse può servire a riaffermare sé stessi in un primo momento in cui si vive il rifiuto come un affronto, ma che non aiuta il processo di guarigione di cui sopra. Notare comunque che ciò che frena il signor Pace dal gridare brutta stronza e magari dare un pugno alla donna colpevole di poter andare avanti con la sua vita senza il dolore che prova l’uomo che ha respinto (il signor Pace non parla della situazione inversa: o non si verifica, secondo lui, oppure le donne non soffrono quanto gli uomini per un rifiuto, oppure semplicemente possiamo fregarcene del dolore delle donne: tanto sono tutte stronze e probabilmente se lo meritano) non è il rispetto, o la basica considerazione che essere rifiutati fa parte della vita, ma la percezione più acuta del ridicolo. 

E’ andata così, non è colpa di nessuno: troppi anni sotto docce scozzesi, è dolorosa l’alternanza del caldo e del freddo. Fa male amare tra stati estremi: il momento in cui vorresti strangolarla e magari lei ghigna e ti dice provaci. E quello in cui stai ore, sveglio, a guardarla mentre dorme, struccata, bella e inerme, abbandonata e fiduciosa e sorridi e ti dici che per lei daresti la vita. Si può essere misurati dopo la dismisura? E poi non è detto che loro si accontentino.

Sì, l’amore fa male, implica essere vulnerabili, avere bisogno di un’altra persona. Ed evidentemente questo fa paura. Ma perché ci sono persone che riescono ad accettare questa vulnerabilità, e anche quando soffrono per amore non provano il desiderio di strangolare la persona amata? Perché mi rifiuto di credere che l’amore sia un’oscillazione fra desiderio di distruggere la persona che ci fa sentire vulnerabili e profonda adorazione. Credo si possa – e si debba – amare in modo più sano, accettando la persona che amiamo come una nostra pari, un individuo libero tanto quanto noi con cui abbiamo un legame profondo, non un essere fondamentalmente caratterizzato da alterità che ci tiene in pugno, alternativamente angelo e demone, che sembra uscito dalle opere di Baudelaire o D’Annunzio.

“E poi non è detto che loro si accontentino”. Innanzitutto, di cosa? Di essere l’oggetto di questo strano tipo d’amore? Altra notizia flash: è pieno diritto di una donna, come di un uomo, non accontentarsi di una relazione in cui non è felice. E no, non è uno sfregio all’onore o alla virilità dell’uomo, è un esercizio della sua libertà. Davvero qualcuno preferirebbe che la persona che ama restasse con lui pur essendo infelice piuttosto che vederla libera e felice da sola? E comunque, non è assurdo che il signor Pace faccia discendere la misoginia dalla vulnerabilità dell’uomo innamorato? La vulnerabilità va accettata.

Apriamo loro la portiera della macchina, perché abbiamo riflettuto sull’argomento e siamo arrivati alla conclusione che una donna che se la apre da sola è per forza di cose costretta a movenze poco femminili, sgraziate. Ma vogliono il gesto esclusivo e specialmente dedicato: una sera in un ristorante dopo un lungo battibecco con l’amatissima moglie e una reazione vagamente annoiata da parte di lei, il mio amico Louis de M. prese il vassoio di pastasciutta al sugo, calda e fumante, e se lo rovesciò sulla testa senza una parola né un lamento. Ebbero, mi dissero dopo, una bollente notte d’amore.

Immagino che non esista niente di peggio per una donna che compiere per qualche secondo movenze poco femminili, sgraziate. Mi viene spontaneo chiedere se il signor Pace non ha qualcosa di meglio su cui riflettere, ad esempio il detto che ho citato in apertura di questo articolo, visto che di nuovo sta adottando un singolo aneddoto come prova dell’affermazione generale secondo cui le donne vogliono il gesto esclusivo e specialmente dedicato.

Mai potrei dire qualcosa a donne crudeli o a donne che lamentano la scomparsa degli uomini crudeli e perciò offrono il seno alle mollette, le natiche alla spazzola per capelli. Sono grandi donne che hanno anche loro conosciuto le montagne russe.

Secondo il signor Pace praticare BDSM non è semplicemente un modo di vivere la propria sessualità in modo libero e consapevole, uno dei molti possibili, ma cela l’occulto significato di desiderare il ritorno alla sottomissione patriarcale. Come no. Basta fare un giro su qualche sito di comunità BDSM per rendersi conto che questa pratica si svolge all’interno di relazioni profondamente egualitarie, dove la fiducia è centrale, e che queste comunità sono spesso pro-femministe, pro-LGBT e in generale in difesa della libertà sessuale (sarebbe assurdo se così non fosse, in effetti). Un nome su tutti, Cliff Pervocracy, curatore del blog omonimo. Ma lasciamo pure al signor Pace la sua psicologia spicciola e l’assurda considerazione che solo le donne crudeli e quelle che praticano BDSM da Sub (e le Dom? Non pervenute) hanno conosciuto le montagne russe e sono perciò grandi donne.

Quello invece che non si sopporta e contro cui dovremmo esercitare una misoginia pesante e radicale è la donna come società e come cultura e quel che ne discende: il piagnisteo paritario, le quote rosa, la sovranità del corpo. Non sono le donne-donne quelle da contenere: sono le altre, che seguono concorsi e iniziative dei grandi giornali, vestono casual o con tailleur giacca e pantaloni, tacco basso o medio, niente extension né smalto colorato sulle unghie, occhialetti allenati da tante letture che si portano, certificato di presenza ai raduni d’un tempo contro B. e orientamento elettorale come l’ingombro, a sinistra va da sé.

Quello contro cui dovremmo esercitare una misoginia pesante e radicale è la donna che rivendica un ruolo nello spazio pubblico, che porta le sue istanze in politica, dice il signor Pace. Perché questa donna non è davvero una donna-donna, ma ha tradito la sua essenza, è qualcosa d’altro: le donne-donne, quelle vere, non seguono concorsi e iniziative dei quotidiani, portano solo tacchi alti, hanno le extension e le unghie colorate di smalto, non portano gli occhiali e non leggono, vestono solo in modo elegante e femminile, e non votano a sinistra. Dal che si evince che io non sono una vera donna. O forse che non corrispondo all’idea di donna di Lanfranco Pace. Non ci dormirò la notte.

Peraltro, derubricare come insopportabile e meritevole di essere contrastata in modo pesante e radicale ogni rivendicazione femminile (nel merito si può discutere: io sono contraria alle quote rosa, ma la sovranità del corpo ad esempio per me è un obiettivo di base) è di un’arroganza indescrivibile.

Recentemente alcune di loro hanno twittato nomi e personalità da cui sarebbero state influenzate. Bei nomi, ma a scorrerli sentivo che c’era qualcosa di strano. Quando una ha scritto Lovelace, ho avuto un sussulto: era Ada però, sono dovuto andare su Google per scoprire che è una matematica inglese dell’Ottocento morta molto giovane. Ecco queste così sono vere stronze, da prendere a schiaffi. E senza misura.

Il signor Pace ha un problema con il fatto che ci sono donne che sanno qualcosa che lui non sa, tipo chi fosse Ada Lovelace. E sapere qualcosa che lui ignora fa di una donna una vera stronza, da prendere a schiaffi. Davvero edificante.

E così l’articolo si è concluso. E io ritorno al punto iniziale: non solo questo articolo totalmente inutile, insignificante e pieno di stronzate è stato scritto, ma qualcuno ha deciso che meritasse di essere pubblicato, di ricevere spazio nel sito di un quotidiano nazionale. Non c’era davvero nulla di meglio su cui scrivere? Che ne so, un articolo sui vasi in bucchero dell’antica Grecia, o su Ada Lovelace (così il signor Pace mette a frutto le sue ricerche su Google), o sul punteruolo rosso…o una ricetta, magari.
Mi si obietterà: se la penso così, perché ho impegnato 2500 parole per confutare l’articolo del signor Pace? La risposta è semplice, penso che una critica debba essere argomentata per avere valore, e così come Chiara Gamberetta ha speso più di 7.000 parole per dimostrarci che Brian di Boscoquieto nella terra dei mezzidemoni è un brutto libro, io ne prendo 2.500 per dimostrare che l’articolo del signor Pace è un cumulo di stronzate. Non posso lasciare andare senza una confutazione una roba del genere.