“Il mio corpo mi appartiene” di Amina Sboui

Amina Sboui è diventata famosa per aver postato una foto di sé a seno nudo, con scritto sul petto “Il mio corpo mi appartiene. Non è l’onore di nessuno” in arabo, su Facebook. In seguito a questi eventi, la sua famiglia l’ha tenuta prigioniera a casa di parenti, senza permetterle di vedere nessuno o di accedere ad Internet e imbottendola di antidepressivi e sessioni di esorcismo presso l’imam locale, finché Amina non è riuscita a fuggire e a far accettare ai suoi parenti le proprie idee politiche. Successivamente, dopo la caduta della dittatura di Ben Ali seguita alle rivolte della Rivoluzione dei Gelsomini, cui Amina ha partecipato in prima persona, la ragazza è stata arrestata per aver scritto sul muro di un cimitero “FEMEN” con una bomboletta spray, poco prima di un raduno di islamisti, nella città di Kairouan. Amina

Questi i fatti, in breve. Sono passati diversi anni dal gesto di Amina e la sua storia è ormai acqua passata, le polemiche e le banalità sul suo gesto sono state archiviate, e la ragazza si è trasferita in Francia dove continua il suo attivismo femminista in altre forme. Il libro di cui voglio parlare è la sua autobiografia, in cui Amina racconta la sua educazione, la sua formazione di adolescente, il suo punto di vista interno, da persona coinvolta in prima linea, sulle rivolte della Primavera araba in Tunisia, come ha maturato la decisione di farsi quella foto e tutto quello che è successo dopo. Il fatto che sia Amina a raccontare la sua esperienza di adolescente anticonformista e ribelle che scopre la sua coscienza politica e femminista ci offre una prospettiva che nessun resoconto scritto da persone esterne, giornalisti, politologi o antropologi che siano, può dare.

Mi ritrovo molto in Amina che contesta i professori, domandando perché di certe tematiche non si può parlare in classe, citando Nietzsche durante l’ora di religione, mettendo in crisi la morale perbenista del suo ambiente con i suoi atteggiamenti provocatori, da ribelle. Ho attraversato anch’io questa fase e mi fa sorridere l’energia, l’entusiasmo con cui l’autrice descrive l’esperienza di un’adolescente che scopre l’ingiustizia e si mette a contestare tutto e tutti, con incoscienza, forse, ma anche con la consapevolezza e le conoscenze maturate attraverso la frequentazione di attivisti e militanti. La differenza fra me e Amina è forse solo che lei ha avuto l’occasione di partecipare a una rivoluzione, e io ho avuto il tempo di crescere e orientare il mio impegno verso la conoscenza e la divulgazione.

Amina racconta cosa ha provato dopo la pubblicazione della famosa foto: “Ero un po’ nel panico, ma provavo al tempo stesso un sentimento di orgoglio, la piacevole sensazione di essere all’improvviso unica, celebre. L’istante di celebrità decantato da Andy Warhol? No, non nel mio caso. Insomma, non del tutto. Più che di me, ero soprattutto fiera della mia azione. Avevo l’impressione che fosse un gesto che poteva toccare le persone e che avrebbe smosso altri giovani, dato nuovo respiro alle nostre lotte”.
Ma Amina non è un’adolescente ingenua o irresponsabile. Proseguendo nella lettura, scopriamo che durante la sua infanzia ha subito abusi sessuali da più di un uomo adulto, abusi che non sapeva nominare perché la sua famiglia non le aveva mai insegnato nulla sulla sessualità, e che quando ha cercato di parlarne con sua madre lei si è chiusa nel diniego. Bono degli U2 ha affermato una volta che la percezione dell’ingiustizia nasce sempre come personale e diventa politica solo in un secondo momento. Anche per Amina è stato così – in quel rifiuto di sua madre di ascoltarla e di aiutarla, e in tante altre occasioni in cui la sua famiglia e il suo ambiente sociale le hanno chiuso la porta in faccia è nata un’attivista.

Amina racconta anche un altro episodio traumatico del suo coinvolgimento nella rivolta, quando stava organizzando scioperi nel suo liceo con altri studenti, è stato segnato da un trauma che renderà inscalfibile la sua volontà di lottare: “Era il 7 gennaio. Eravamo una decina di giovani nel corridoio nella presidenza, divisi tra l’orgoglio per aver intrapreso una lotta che aveva messo un liceo di 400 studenti in sciopero da diversi giorni e una certa preoccupazione per le conseguenze dei nostri atti. Il preside ci aveva appena confermato la sua decisione di espellerci. Uno dei miei compagni, Ayoub, che si trovava proprio accanto a me, ha acceso un fiammifero. E si è dato fuoco. Così, in fondo al corridoio. Davanti a noi. Davanti al preside. Davanti ai prof. Nessuno è riuscito a spegnere le fiamme. è stata una visione atroce, che mi ossessiona ancora. Non mi ero accorta dell’odore di benzina con cui si era cosparso i vestiti. Era un atto di protesta e di solidarietà verso Mohamed Bouazizi? O la paura di ritrovarsi faccia a faccia coi suoi genitori, che lo avrebbero probabilmente picchiato venendo a sapere della sua espulsione? Non lo sapremo mai”.

E ancora: “Prima della rivoluzione ero piuttosto pessimista; pensavo che a essere veramente impegnati e attivi fossimo solo una o due centinaia di militanti, non di più. Ero convinta che la maggior parte delle persone se ne fregasse e che al tunisino medio bastasse riuscire a comprarsi un po’ di carne e di frutta. Ma durante gli assembramenti e le manifestazioni mi sono resa conto che eravamo molti di più ad aspirare a un’altra vita, a rivendicare il diritto alla dignità – non parlo di libertà perché la maggior parte di noi non l’aveva mai conosciuta e non sapeva neanche cosa fosse -, il diritto a un lavoro, ai soldi sufficienti per vivere, per creare una famiglia, la possibilità per i nostri fratelli e sorelle minori di andare a scuola… […] Siamo riusciti a unire la maggior parte dei tunisini rivendicando il diritto di vivere orgogliosamente in un paese in cui ciascuno avesse il suo posto e potesse sperimentare quella libertà che non avevamo mai conosciuto. Volevo poter ricevere delle chiamate mentre ero in riunione coi miei compagni militanti senza dover togliere ogni volta le batterie al mio cellulare. Sognavo di poter alzare il telefono e dire dove mi trovavo e con chi senza paura. Volevo poter chiedere l’autorizzazione a partecipare a una manifestazione senza essere aggredita, e volevo non rischiare di essere picchiata se venivo arrestata. Volevo essere trattata dai poliziotti con rispetto e come qualunque altra cittadina”.

Amina descrive così la sua seconda azione eclatante, quella che le è costata due anni in carcere: “Nei dintorni della moschea sono passata inosservata, con il mio foulard in testa. Ma nel giro di poco – sarà stata l’atmosfera così particolare, la presenza della polizia, il nugolo di fotografi, di cameraman… gli integralisti che iniziavano ad arrivare… o solo una provocazione gratuita e irragionevole – sta di fatto che ho avvertito il desiderio di segnalare la mia presenza. Mi sono tolta il foulard e gli occhiali da sole e con la bomboletta ho scritto la parola FEMEN sul muro del cimitero, proprio accanto alla Grande Moschea… […] Avevo scritto FEMEN sul muro del cimitero. Così, semplicemente: mi era venuto in mente di farlo e lo avevo fatto! Non avevo premeditato quella provocazione, né cercato volontariamente lo scontro. Era stato un gesto stupido, ma ancora oggi non lo rimpiango perché, senza quel colpo di testa, non avrei mai incontrato le ragazze meravigliose che poi ho conosciuto in prigione”.

Del carcere Amina scrive: “In un giorno avevo fatto conoscenza con tutte le ragazze della cella. Ho raccontato loro perché ero lì: le foto, gli slogan che mi ero scritta sul corpo…e quasi tutte erano dell’idea di fare lo stesso, un giorno o l’altro. Ero molto orgogliosa che comprendessero quel che avevo fatto, e ancor più che questo desse loro voglia di agire in prima persona. Dei miei primi giorni in gattabuia conservo un grande sentimento di rabbia per tutte le ingiustizie di cui sono stata testimone: i bambini dietro le sbarre, il sovraffollamento, ma anche la violenza psicologica e sistematica da parte delle sorveglianti”.
Ma anche: “Non vorrei che si pensasse che in carcere ci fossero solo tortura e maltrattamenti. C’era anche una vitalità fuori dal comune. Cantavamo, ballavamo, producevamo perfino bevande alcoliche! In prigione si usa di solito il Cyteal – un prodotto destinato all’igiene intima – la sola cosa ammessa che contenga alcol. Bisogna tagliare dei frutti a dadini: pesche, banane, mele, pere (i frutti rossi sono vietati), metterli in una bottiglia, coprirli con un fazzoletto bagnato e lasciarli macerare per alcuni giorni. Poi si aggiunge un po’ di Coca con molto Nescafé. Si mescola e alla fine si aggiunge il Cyteal. Modificavamo anche le sigarette spennellandole con un deodorante in stick: non serve solo a eliminare gli odori, ma così utilizzato fa l’effetto di una canna!”.

Questo passaggio è il genere di cosa che avrebbe fatto la gioia di Erving Goffman, il sociologo che passò un anno in un ospedale psichiatrico per studiare le forme di adattamento degli internati, le loro strategie per ritagliarsi spazi di autonomia nell’istituzione totale. Il racconto di Amina è molto ricco di dettagli che inquadrano la continua rincorsa fra le strategie delle detenute per aggirare le regole e le repressioni delle sorveglianti carceriare.

Comunque, parlando del suo processo, Amina scrive: “Quel giorno ero galvanizzata dalle mie settimane di detenzione. Non mi ero mai sentita come una vera e propria prigioniera, ma come una militante in posizione utile per osservare e per agire. Avevo capito molto in fretta che potevo avere un ruolo, in particolare dando l’esempio alle ragazze e convincendole che avevano dei diritti anche se erano in prigione, che quei diritti dovevano essere rispettati. Per esempio convincendole che quando venivano aggredite fisicamente dovevano sporgere denuncia. Per me tutto questo era fondamentale”.

Dopo aver descritto come è riuscita ad essere assolta, Amina conclude con un bilancio della sua esperienza di attivista, parla del suo distacco dal gruppo delle Femen e di come le sue compagne di lotta l’hanno convinta a emigrare in Francia, per poter proseguire gli studi: “In Tunisia, ci sono diverse categorie di persone. Alcuni approvano il mio modo di manifestare e sono orgogliosi di me. Altri disapprovano la modalità della mia protesta, ma la rispettano e rispettano la mia libertà. Altri ancora sono del tutto contrari. Tra i giovani, c’è chi mi considera un simbolo di libertà, chi una puttana. […] Ai miei occhi, femminismo e impegno politico non hanno frontiere; il fatto che io sia tunisina non significa che devo lottare solo in Tunisia: i principi non hanno nazionalità. Posso lottare per la Tunisia da Parigi e posso manifestare accanto ai francesi per difendere insieme a loro diritti che mi sono cari. Intraprendere azioni individuali non vuol dire essere soli. Se si vuole agire, bisogna buttarsi, anche a costo di cominciare da soli in attesa che altri ci raggiungano in seguito. A volte è rischioso”.

Ecco, quello che vorrei dire, e che credo che sia il motivo per cui sto parlando di questo libro, è che Amina è stata ed è qualcosa di più di una ragazza che si è fatta una foto provocatoria, e che è sbagliato sminuire l’attivismo e la consapevolezza di un’adolescente…

 

Il mito del raptus e il suo uso in tribunale

Il seguente articolo, scritto da Gian Antonio Stella, è uscito su Sette del 22 novembre 2013, ma resta ancora attuale, considerando come la cronaca continui in modo erroneo a parlare di raptus in riferimento ai femminicidi, e non solo. Lo psichiatra e direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, Claudio Mencacci, ha spiegato perché «Il raptus non esiste» in un’intervista a Giusi Fasano per La 27esima ora, affermando nettamente che si tratta di un concetto che non appartiene alla sfera scientifica.
E Stella ci fornisce la dimostrazione del fatto che l’uso del concetto di raptus nei processi giudiziari è ormai del tutto slegato dalle sue radici psichiatriche, fino a restare in vita autonomamente anche quando la sua scienza lo giudica un concetto infondato, obsoleto.

“Vocabolario Treccani: ‘Raptus: In psichiatria, impulso improvviso e incontrollato che, in conseguenza di un grave stato di tensione, spinge a comportamenti parossistici, per lo più violenti (fuga, aggressione, suicidio, atti distruttivi, ecc.)’. Ma quanto può durare un raptus, per essere ‘un impulso improvviso incontrollato’? Te lo chiedi leggendo le perizie portate dalla difesa al processo di appello contro Riccardo Bianchi, che un anno e mezzo fa uccise l’ex fidanzata Ilaria Palummieri e suo fratello Gianluca. Ricordate? La sera del 22 giugno 2011 Riccardo prese appuntamento con Gianluca, lo incontrò verso mezzanotte, girò un po di ore di bar in bar. Alle quattro di mattina lo ammazzò con 20 coltellate in una strada deserta, mise il cadavere nel bagagliaio della macchina, gli cavò di tasca le chiavi della casa in cui il ragazzo viveva con la sorella, raggiunse il condominio, parcheggiò in cortile, entrò nell’appartamento, si lavò le ferite che si era fatto uccidendo Gianluca.

Quindi svegliò la ragazza, le disse che aveva appena assassinato suo fratello, la picchiò fino a tramortirla con un pesante bicchiere, la legò al letto e la seviziò per 16 ore, stuprandola tre volte. Alla fine, verso le otto di sera, cercò di strangolarla con un filo della PlayStation, poi le mise un sacchetto di plastica in testa e la soffocò. Per finire tornò alla macchia, guidò fino a Rho, cercò di scaricare il cadavere di Gianluca in un cassonetto, non ci riuscì e temendo di essere visto lo lasciò lì. Dalle indagini, emerse che aveva lui chiesto a Gianluca di uscire, che prima di andare all’appuntamento aveva messo nello zainetto un martello e un coltello, che nelle ore in cui stava seviziando Ilaria aveva continuato a mandare dal cellulare della ragazza vari sms ad amici perché nessuno stesse in pensiero e lo disturbasse. Tra l’altro mandò un messaggino al proprio telefonino, per precostituirsi un alibi: ‘Ricky grazie x jan. Al massimo qnd hai un po’ di tempo ti dovrei parlare grzie ankora bacio’. Non bastasse, saltò fuori che giorni prima aveva perlustrato vari siti porno con immagini di donne seviziate, stuprate, immobilizzate e si era informato sulla efficacia del cloroformio e sostanze simili. Insomma, tutto si poteva dire, tranne che non avesse premeditato il duplice delitto.

Per questo, la lettura delle perizie psichiatriche con le quali l’assassino ha cercato in appello di farsi togliere l’ergastolo spacciando il tutto per il raptus di un matto lascia sconcertati. Scrive per esempio Cristiano Barbieri, uno dei tre luminari autori della perizia di parte, che ‘dal punto di vista psicodinamico, siamo qui di fronte a una condizione psicopatologica concettualizzata come “follia privata” o “psicosi bianca”, intendendo quelle “strutture di confine, tra nevrosi e psicosi, border-line, appunto, nelle quali il livello mentale di funzionamento psicotico del soggetto non si esplica in maniera manifesta attraverso i fenomeni elementari dei deliri e delle allucinazioni, ma attraverso la via negativa del vuoto di pensiero e della incapacità di simbolizzare l’assenza di oggetto psichico; in altri termini, una “psicosi bianca”, come quella del soggetto esaminato, costituisce una “struttura matriciale della psicosi”….’.

E via così: ‘Tale carenza, a sua volta, è ricollegabile alla più grave perdita della fondamentale “dimensione dello stare” (Standverlust), con tutti i pregiudizievoli riflessi sulla strutturazione dell'”Esser-ci” (Dasein) inteso come esistere qui e ora in un certo modo; questo, del resto, in condizioni naturali, è sempre e comunque un “esser-per” (fur-Sein) e un “essere-con” l’altro (mit-Sein), mentre in condizioni marginali, venendo meno alla dimensione intrinsecamente e stabilmente relazionale della presenza del mondo (Wirrheit) la vita stessa si riduce…’.

Per carità, ci inchiniamo davanti a tanta scienza e al disperato tentativo dei genitori di strappare il figlio assassino dall’ergastolo. Ma i genitori di Ilaria e Gianluca e tutti i genitori in genere, davanti a quel diluvio di parole che appaiono volutamente impenetrabili per chi non abbia otto lauree in psichiatria e non scriva perizie indecifrabili, cosa dovrebbero pensare? Bene così: ergastolo confermato”.

Ora, l’articolo di Stella non è perfetto, ma l’interrogativo che solleva all’inizio dell’articolo dovrebbe spingere a riflettere sull’abuso del concetto di raptus nelle perizie giudiziarie. E soprattutto non posso fare a meno di chiedermi perché l’unica dimensione presa in considerazione sia quella psichica, quindi individuale, e non quella sociale-culturale, il contesto in cui la decisione di uccidere una persona “colpevole” di aver lasciato un’altra persona viene maturata e messa in atto…