Il mito del raptus e il suo uso in tribunale

Il seguente articolo, scritto da Gian Antonio Stella, è uscito su Sette del 22 novembre 2013, ma resta ancora attuale, considerando come la cronaca continui in modo erroneo a parlare di raptus in riferimento ai femminicidi, e non solo. Lo psichiatra e direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, Claudio Mencacci, ha spiegato perché «Il raptus non esiste» in un’intervista a Giusi Fasano per La 27esima ora, affermando nettamente che si tratta di un concetto che non appartiene alla sfera scientifica.
E Stella ci fornisce la dimostrazione del fatto che l’uso del concetto di raptus nei processi giudiziari è ormai del tutto slegato dalle sue radici psichiatriche, fino a restare in vita autonomamente anche quando la sua scienza lo giudica un concetto infondato, obsoleto.

“Vocabolario Treccani: ‘Raptus: In psichiatria, impulso improvviso e incontrollato che, in conseguenza di un grave stato di tensione, spinge a comportamenti parossistici, per lo più violenti (fuga, aggressione, suicidio, atti distruttivi, ecc.)’. Ma quanto può durare un raptus, per essere ‘un impulso improvviso incontrollato’? Te lo chiedi leggendo le perizie portate dalla difesa al processo di appello contro Riccardo Bianchi, che un anno e mezzo fa uccise l’ex fidanzata Ilaria Palummieri e suo fratello Gianluca. Ricordate? La sera del 22 giugno 2011 Riccardo prese appuntamento con Gianluca, lo incontrò verso mezzanotte, girò un po di ore di bar in bar. Alle quattro di mattina lo ammazzò con 20 coltellate in una strada deserta, mise il cadavere nel bagagliaio della macchina, gli cavò di tasca le chiavi della casa in cui il ragazzo viveva con la sorella, raggiunse il condominio, parcheggiò in cortile, entrò nell’appartamento, si lavò le ferite che si era fatto uccidendo Gianluca.

Quindi svegliò la ragazza, le disse che aveva appena assassinato suo fratello, la picchiò fino a tramortirla con un pesante bicchiere, la legò al letto e la seviziò per 16 ore, stuprandola tre volte. Alla fine, verso le otto di sera, cercò di strangolarla con un filo della PlayStation, poi le mise un sacchetto di plastica in testa e la soffocò. Per finire tornò alla macchia, guidò fino a Rho, cercò di scaricare il cadavere di Gianluca in un cassonetto, non ci riuscì e temendo di essere visto lo lasciò lì. Dalle indagini, emerse che aveva lui chiesto a Gianluca di uscire, che prima di andare all’appuntamento aveva messo nello zainetto un martello e un coltello, che nelle ore in cui stava seviziando Ilaria aveva continuato a mandare dal cellulare della ragazza vari sms ad amici perché nessuno stesse in pensiero e lo disturbasse. Tra l’altro mandò un messaggino al proprio telefonino, per precostituirsi un alibi: ‘Ricky grazie x jan. Al massimo qnd hai un po’ di tempo ti dovrei parlare grzie ankora bacio’. Non bastasse, saltò fuori che giorni prima aveva perlustrato vari siti porno con immagini di donne seviziate, stuprate, immobilizzate e si era informato sulla efficacia del cloroformio e sostanze simili. Insomma, tutto si poteva dire, tranne che non avesse premeditato il duplice delitto.

Per questo, la lettura delle perizie psichiatriche con le quali l’assassino ha cercato in appello di farsi togliere l’ergastolo spacciando il tutto per il raptus di un matto lascia sconcertati. Scrive per esempio Cristiano Barbieri, uno dei tre luminari autori della perizia di parte, che ‘dal punto di vista psicodinamico, siamo qui di fronte a una condizione psicopatologica concettualizzata come “follia privata” o “psicosi bianca”, intendendo quelle “strutture di confine, tra nevrosi e psicosi, border-line, appunto, nelle quali il livello mentale di funzionamento psicotico del soggetto non si esplica in maniera manifesta attraverso i fenomeni elementari dei deliri e delle allucinazioni, ma attraverso la via negativa del vuoto di pensiero e della incapacità di simbolizzare l’assenza di oggetto psichico; in altri termini, una “psicosi bianca”, come quella del soggetto esaminato, costituisce una “struttura matriciale della psicosi”….’.

E via così: ‘Tale carenza, a sua volta, è ricollegabile alla più grave perdita della fondamentale “dimensione dello stare” (Standverlust), con tutti i pregiudizievoli riflessi sulla strutturazione dell'”Esser-ci” (Dasein) inteso come esistere qui e ora in un certo modo; questo, del resto, in condizioni naturali, è sempre e comunque un “esser-per” (fur-Sein) e un “essere-con” l’altro (mit-Sein), mentre in condizioni marginali, venendo meno alla dimensione intrinsecamente e stabilmente relazionale della presenza del mondo (Wirrheit) la vita stessa si riduce…’.

Per carità, ci inchiniamo davanti a tanta scienza e al disperato tentativo dei genitori di strappare il figlio assassino dall’ergastolo. Ma i genitori di Ilaria e Gianluca e tutti i genitori in genere, davanti a quel diluvio di parole che appaiono volutamente impenetrabili per chi non abbia otto lauree in psichiatria e non scriva perizie indecifrabili, cosa dovrebbero pensare? Bene così: ergastolo confermato”.

Ora, l’articolo di Stella non è perfetto, ma l’interrogativo che solleva all’inizio dell’articolo dovrebbe spingere a riflettere sull’abuso del concetto di raptus nelle perizie giudiziarie. E soprattutto non posso fare a meno di chiedermi perché l’unica dimensione presa in considerazione sia quella psichica, quindi individuale, e non quella sociale-culturale, il contesto in cui la decisione di uccidere una persona “colpevole” di aver lasciato un’altra persona viene maturata e messa in atto…

14 pensieri su “Il mito del raptus e il suo uso in tribunale

  1. Riguardo questi presunti raptus , allora se stessimo parlando di un singolo colpo, cioè uno schiaffo o di un pugno ne potremmo discutere , ma nei casi elencati penso proprio che non possiamo parlare di ciò, tralasciando che in molti casi questi omicidi sono premeditati ma non si può parlare di raptus quando si uccide qualcuno con 20 coltellate , anche perché poi questi presunti raptus sono quasi sempre contro le donne mai ho sentito parlare di raptus dalla difesa in altri casi di omicidi e poi come si può uccidere qualcuno che si dice di amare…. qualcuno con cui si è stati per tanti anni, allora sarebbe più normale che i presunti raptus succedessero con estranei oltretutto mi sembra che gli psicologici non abbiamo mai parlato di questi presunti raptus ho comunque non come li metta la stampa o la difesa.

    • Mencacci nella sua intervista dice più o meno questo, che nessuno è mai stato visto aggredire qualcuno di più grosso e minaccioso “in preda ad un raptus”.
      Io capisco che la difesa faccia il suo lavoro, cioè cercare di persuadere il giudice a giudicare in modo favorevole per l’imputato, ma secondo me è scorretto ricorrere a falsità per farlo. Dovrebbe esserci un’etica professionale che lo impedisce. Il problema è che spesso conoscenze specialistiche non si diffondo in altri settori, e per chi vuole essere sleale la possibilità di esserlo resta aperta.

  2. Posso dirti che in sede processuale, alla fin fine il giudice non è che tenga poi in gran considerazione le perizie di parte, il cui uso e abuso costituisce una di quelle puttanate introdotte dalla sedicente legge sul “giusto processo” (Papi regnante), per dilazionare ad libitum i tempi del procedimento giudiziario in vista della prescrizione.
    I giudici lo sanno; solitamente si affidano ad un perito di parte scelto dal tribunale, e dinanzi a “psicosi bianche”..”fur-sein-mit”..”standervelust”.. con altri contorcimenti verbali di altrettanti onanismi teutonici, sogghignano e passano oltre. Perché l’unica cosa che interessa ad un magistrato sono le “fattispecie concrete di reato” nell’evidenza degli “elementi probatori”.
    Un reo-confesso può al limite giocarsi la carta delle attenuanti generiche, ma dinanzi alla premeditazione, crudeltà e futilità delle cause del delitto, non c’è perizia che ti salva.
    Tra l’altro l’ergastolo dura 35 anni. Una diagnosi di semi-infermità mentale ti condanna per tutta la vita in un OPG (leggi: manicomio criminale) con trattamento “sanitario” obbligatorio.
    Il cambio non è affatto vantaggioso.

    • Grazie per la precisazione. In ogni caso continuo a trovare rivoltante, da un punto di vista etico, che dei professionisti prestino il proprio nome e la reputazione della propria disciplina al servizio di evidenti idiozie, che peraltro vanno a rafforzare miti e stereotipi presenti nel senso comune in modo dannoso.
      Mentono sapendo di mentire. Questo per me è grave.

      • Saresti meravigliata nello scoprire quant’è profonda la tana del Bianconiglio..;) Gli psicologi odiano gli psicanalisti e tutti insieme odiano gli psichiatri, in un dividendosi di sottigliezze, approcci clinici, metodologie… Con, appunto, l’inevitabile fiorire di stereotipi.
        In genere, al solo sentire nominare la parola “perizia psichiatrica”, uno psicologo (qualunque sia il suo orientamento) sobbalza come un prete dinanzi ad una bestemmia: perché considera una simile analisi priva di qualsivoglia valore scientifico e criterio analitico, con una obiezione semplice: come può un medico legale (laureato in Medicina) fare valutazioni (peraltro esenti da ogni riservatezza e rapporto di fiducia) sulla personalità ed il carattere del soggetto, e quindi stabilire il livello di disturbo psichico del paziente, attraverso un semplice test?!? E tutto ciò senza che vi sia alcun percorso terapeutico e senza quello che viene considerato il fondamentale lavoro di “framing”. E infatti alle perizie psichiatriche le controparti oppongono sempre una perizia psicologica, così tanto per semplificare il corso del procedimento giudiziale.
        Non so se venga ancora usato il “Minnesota”, ma il sospetto mi sovviene eccome!

        Sul mentire, mentendo di mentire… Be’ è semplice: la parcella da farsi liquidare è sempre molto sostanziosa. Ma una perizia confezionata come quella da te citata, è studiata apposta per essere scartata.
        Questo per quel pochissimo e nulla, che posso sapere io sull’argomento.

      • La faccenda è interessante, anche per via di tutto ciò che ho appreso dal blog del Ricciocorno Schiattoso su usi spensierati delle perizie, tipo l’invenzione della PAS, che pur essendo stata sconfessata da qualunque ente scientifico (e, per quel che vale, anche dalla nostra Cassazione) continua a vivere un’esistenza parallela nei tribunali.
        è un argomento che mi piacerebbe approfondire, ma dovrei parlarne con qualcuno che studia queste cose.

  3. La PAS è l’invenzione personale di uno psichiatra americano e infatti (ça va sans dire!) è stata ridicolizzata in tutte le salse dagli psicologi.
    Praticamente impossibile da dimostrare su base periziale, vaghissima nella definizione, onnicomprensiva nella presunta sintomatologia, può essere praticamente inzeppata in ogni diagnosi ad uso giudiziario, salvo essere inesorabilmente scartata ogni volta. Perché per l’appunto la giurisprudenza si basa su elementi certi di riscontro oggettivo, mentre la “sindrome di alienazione parentale” ha valenza soggettiva su basi quanto mai astratte. Questo per l’idea che posso farmene. Ma indubbiamente l’argomento andrebbe approfondito con l’ausilio di esperti in materia.

    • Eppure la PAS trova ancora una certa applicazione nei tribunali italiani, indirettamente. Io tutto ciò che so sull’argomento l’ho letto dal Ricciocorno (https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/tag/sindrome-da-alienazione-genitoriale/) e devo dire che è allarmante vedere come la PAS abbia generato tutta una serie di miti (le false accuse, ad esempio) e soprattutto come sia entrata rapidamente nel senso comune.
      La cosa grave è che la PAS è un’invenzione che ha avuto e ha uno scopo ben preciso, sminuire la validità delle accuse di abuso su minore.

      • Però, da quello che mi pare di capire, la teoria del dott. Gardner (peraltro suicida) ha conosciuto più che altro una certa fortuna nei tribunali anglosassoni; credo soprattutto in virtù della loro impostazione basata sul “diritto consuetudinario” nel quale ogni sentenza fa giurisprudenza, secondo gli ordinamenti del Common Law.
        Da noi, grossomodo, la funzione viene svolta dalla Corte di Cassazione che stabilisce i criteri di orientamento giuridico, attraverso una rigida applicazione del diritto (che in Italia ha una certa natura ‘pandettistica’), privilegiando sempre la dottrina alla sua interpretazione processuale, secondo quella che (se non ricordo male!) si chiama “funzione nomofilattica”, nella definizione delle fonti del diritto.
        Pertanto, mancando una legislazione specifica sul tema, ed essendoci una sentenza di rigetto della Cassazione sul ricorso alla PAS come elemento di validità probatoria, dubito fortemente (e per fortuna!) che la presunta “sindrome di alienazione parentale” possa mai conoscere la fortuna che ha avuto in ben altri ambiti giuridici. E questo nonostante certe strombazzate mediatiche e le fantasie dilatorie che piacciono ad alcuni avvocati in vena di invenzioni sperimentali.

      • cioè donna uccisa e si parla di raptus ,donna stuprata e si parla di un raptus , ma può essere che questo raptus capiti sempre agli uomini con le donne ,se questo raptus esiste veramente oltre a dover essere messo ufficialmente nel campo della psicologia e poi allora questo dovrebbe essere usato anche nei tribunali quando un uomo uccide un altro uomo ma questo non avviene mai nei tribunali, anche perché dando un pugno alla propria compagnia/moglie/fidanzata probabilmente non reagirà anche perché e meno forte di un uomo e amando il suo “uomo” probabilmente non lo denuncerà, un altro conto e se parliamo di non avere la capacità di intendere e di volere ma quando si da un appuntamento a una persona e si viene armati non si può parlare ne di raptus ne di non essere in grado di intendere e di volere.

      • A me basterebbe che i giornalisti riconoscessero che raptus e pianificazione si escludono a vicenda.
        Come anche i casi in cui c’è violenza domestica da anni e infine una donna viene uccisa: è un raptus che dura da anni? Un raptus intermittente? O forse non è più logico pensare che non sia un raptus?

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