“Materia Sacra” di Ugo Fabietti

Mi sono imbattuta in questo libro per caso, l’ho trovato al bookcrossing della stazione da dove prendo il treno per andare in università. Il bookcrossing è una cosa meravigliosa! Per chi non lo sapesse, consiste in una serie di spazi disseminati in vari luoghi in cui chiunque può lasciare un libro e da cui chiunque può prendere un libro, a condizione di restituirlo. Non c’è nessun controllo, è un sistema interamente basato sulla fiducia e sulla reciprocità.
Tornando al libro, il titolo mi ha incuriosita subito: “Materia Sacra. Corpi, oggetti, immagini, feticci nella pratica religiosa“; l’autore, Ugo Fabietti, è professore di Antropologia culturale nella mia università, Milano-Bicocca, oltre che presso la Bocconi. Non ho ancora seguito corsi con lui e non so se ne avrò l’occasione, ma avendo iniziato un corso proprio di antropologia culturale in questo trimestre la coincidenza mi ha spinta a prendere con me questo libro.

L’autore, nella prefazione, ne descrive i contenuti in questo modo: “Il primo capitolo si sofferma sull’uso del termine religione. Prende in considerazione il processo di costruzione del campo religioso come oggetto di riflessione, i limiti dell’uso del termine religione nell’ambito degli studi antropologici oltre ad alcuni problemi legati al tema della comparazione.
Il secondo capitolo è incentrato sulla questione dell’autorità religiosa. È un tentativo di mostrare come carisma e credenza, contrariamente all’idea prevalente secondo cui l’autorità si inscriverebbe solo in essi, siano entrambi correlati, almeno in molti casi, alla presenza di oggetti-segno che consistono in ‘cose’ manufatte, naturali o ritenute di provenienza divina.
Il terzo capitolo, dedicato al tema della disciplina, dibatte la questione di quanto il corpo, e il suo disciplinamento, siano centrali in ogni forma di religione. La disciplina, come si sa, è un comportamento ‘normato’ che per essere davvero tale deve essere ‘incorporato’ non solo in un habitus, ma anche in un sistema sensoriale, senza il quale rimane puro testo, privo d’incidenza sulla vita dei soggetti.
Il quarto capitolo si occupa di violenza. Violenza della e nella religione. In esso vengono discussi alcuni punti relativi alla questione della violenza religiosa come fenomeno storico, ma il capitolo è incentrato soprattutto sulla violenza nella religione. Qui, infatti, la violenza appare, in connessione con il tema della trascendenza, come un vero e proprio ‘meccanismo di produzione del sacro’, e quindi come una componente centrale, a livello sia reale sia metaforico, della stessa religione.
Il quinto capitolo tratta del sacrificio. Esso si riallaccia al precedente sulla violenza e discute un topos classico degli studi religiosi da un punto di vista antropologico. Attraverso la ripresa critica di alcune teorie classiche e contemporanee, il capitolo tenta di mettere in luce il rapporto tra immanenza e trascendenza per mezzo di alcuni esempi specifici, relativi specialmente all’iniziazione, alla caccia e infine al sacrificio/martirio così come è considerato nelle religioni abramitiche.
Il sesto capitolo parla del mondo delle cose che determinano il rapporto dell’essere umano con il trascendente. Qui sono presi in considerazione i temi del ‘potere’ delle cose sui soggetti anche alla luce delle differenti ontologie che, diversamente da quelle fondate sul dualismo spirito/materia, guardano alla realtà come a un complesso intreccio di scambi tra umano, animale e materiale inorganico (un tema ripreso nel nono capitolo) e vengono inoltre discusse le nozioni di feticcio e di feticismo.
Il settimo capitolo considera il ruolo delle immagini nella religione, il turbamento, lo sconcerto che esse hanno suscitato in passato e che continuano a suscitare attualmente; ma prende anche in considerazione l’uso che di esse è sempre stato fatto nella pratica religiosa. Il capitolo discute anche del ‘mito dell’aniconismo’ per mostrare come, al di là delle posizioni di rifiuto anche più radicali nei confronti delle immagini, queste ultime siano comunque necessarie per pensare la trascendenza.
L’ottavo capitolo prende in considerazione i gesti nella religione e la loro efficacia in relazione all’ambito materiale e alla manipolazione di sostanze e oggetti, soprattutto in relazione all’alimentazione. I gesti esprimono ‘figure’ e pertanto sono, potremmo dire, metafore. Ma i gesti ‘fanno’, ‘sono’, manipolano cose, sostanze, per cui devono anch’essi essere considerati espressione di un’incorporazione della realtà materiale, anzi, uno dei modi in cui il corpo ‘entra’ nella pratica religiosa.
L’ultimo capitolo, il nono, tratta delle visioni e della loro incidenza sulla vita pratica dei soggetti e delle comunità, nonché dell’importanza che, nella visione e nel sogno (i fenomeni meno materiali che si possano immaginare), rivestono la materia e gli oggetti.”

Tutto questo è solo uno stringatissimo riassunto dei contenuti del libro, che coprono uno spettro di argomenti davvero vastissimo, da Sant’Agostino alla fusione fra cristianesimo e religioni tradizionali dopo la conquista spagnola dell’area andina, dalla comparsa di una macchia di salnitro interpretata come la Madonna in un sottopasso di Chicago agli shahid, i martiri-terroristi islamici, passando per  la rielaborazione del cristianesimo fatta dal popolo ngaing della Papua Nuova Guinea dopo i contatti con i missionari europei e per la spiritualità degli indiani uroni del Nord America. E’ stata una delle letture più stimolanti e arricchenti che abbia fatto da parecchio tempo, in termini di puro piacere di scoprire e imparare cose nuove. Sono dispiaciuta che il libro non sia mio, perché ci sono tanti punti dove avrei voluto appiccicare segnalibri adesivi, evidenziare, fare orecchie. Ne comprerò una copia personale, appena ne avrò l’occasione.

Alla luce dei recenti attentati di Parigi, penso che sia opportuno riportare una serie di passi tratti dal quinto capitolo, dedicato al tema del sacrificio, in cui l’autore affronta il tema degli autori di attacchi suicidi. Sono un po’ lunghi, ma non avrei potuto tagliarli ulteriormente senza compromettere il significato del testo.
“Le dichiarazioni lasciate dai protagonisti, così come dagli aspiranti, unitamente ai commenti dei loro supporter e di quanti ne condividono, in toto o in parte, il progetto, convergono verso la nozione di martirio, istishahad. Per una più che probabile confluenza semantica derivata dal modello cristiano antico del martirio, che fa di colui o colei che lo subisce o che lo cerca volontariamente il ‘testimone’ della fede (in greco il martys è ‘il testimone’), anche il martire musulmano (shahid) è autore di una ‘testimonianza’ (shahadah) che comporta, nel caso dell’attentatore-suicida, un’idea di ‘sacrificio martiriale’ (istishahad). Nell’ambito della tradizione musulmana […] la nozione di martirio è spesso inseparabile dalla concezione, anch’essa ampiamente dibattuta, che si ha del jihad, […] il cui senso autentico è qualcosa come ‘lotta sulla via di Dio’. […] L’Islam non possiede, se non per alcuni principi fondamentali, un’unità dottrinaria pari a quella cristiana-cattolica. Esso è costituito da una pluralità di vedute validate da tradizioni discorsive diverse, le quali sono riconoscibili come ‘islamiche’ nel momento (e fino al momento) in cui si autoriconoscono, e sono riconosciute, come tali (Asad, 1986).
In linea generale il martire musulmano è dunque il testimone della vera fede. […] Nella congiuntura attuale il jihad è riconosciuto, in quanto fatto socialmente, politicamente e ideologicamente rilevante, ‘non in virtù delle cause locali che lo hanno determinato, né per le singole biografie dei suoi combattenti, ma come una serie di effetti globali che hanno assunto una propria universalità che va oltre tali particolarità’ (Devji, 2005, pag. 87). Questi effetti globali sulla politica e sul pubblico, nonché sull’immaginario dei ‘jihadisti’ medesimi, sono spesso il prodotto dei media. Più che delle storie personali dei singoli, delle condizioni ambientali in cui vivono, o delle scuole dottrinarie di riferimento, queste scelte sono il frutto di un ‘immaginario martiriale’. […] Oggi la maggior parte di coloro che prendono parte al jihad come aspiranti shahid sembrano essere determinati, nelle loro scelte, da messaggi mediatici. Il istishahad è infatti diventato uno spazio di ‘discorso visuale’ nel quale va certamente collocata un’intenzione comunicativa di tipo politico ma anche, e soprattutto, un modo di rappresentare a se stessi il proprio destino, la propria missione, il proprio nemico e il proprio gesto che, nel caso degli attentatori suicidi, si presenta appunto come un ‘martirio-testimonianza’ (shahadah).
Questo ‘ambiente mediatico’ non influenza soltanto il pubblico occidentale e gli stessi attori, ma anche il pubblico musulmano che finisce per ricevere una rappresentazione mediatizzata del istishahad come fatto ‘globale’, svincolata dal contesto particolare e quindi uniforme, nel quale l’attentatore proietta la speranza di essere percepito come martire, tanto dai musulmani quanto dai non musulmani. Nel processo mediatico, la fusione tra il morire come martirio e il vedere come testimonianza raggiunge un’intensità di gran lunga superiore a quella raggiunta nel contesto entro il quale, come sembra, questa speciale coincidenza semantica tra essere martiri ed essere testimoni prese originariamente forma [il contesto del martirio cristiano ai tempi delle persecuzioni, nei primi secoli della cristianità, ndr]”.

“Il gesto dello shahid è, per definizione, quello di colui che si autoimmola in quanto testimone della propria fede o della ‘causa’. Questo gesto estremo trova una sua ragion d’essere all’interno di una particolare configurazione disposizionale e motivazionale, innescata da concezioni specifiche della ‘sacralità’ e della trascendenza, oltre che da un’idea particolare della relazione tra corpo e anima, tra materia e spirito. […] In uno studio dedicato alle necropolitiche nella congiuntura coloniale e postcoloniale, Achille Mbembe ha scritto che nella Palestina odierna convivono ‘due logiche apparentemente inconciliabili: la logica del martirio e la logica della sopravvivenza’ (Mbembe, 2006, p. 71), dove, in entrambe, sono compresenti a loro volta le idee di morte, terrore e libertà. […] L’aspirante shahid, prima di compiere il gesto che porterà (auspicabilmente per lui) alla propria morte e a quella dei suoi nemici, si sottopone a un processo di sacralizzazione che ricorda in maniera notevole quello della vittima e del sacrificante nella teoria del sacrificio di Hubert e Mauss (1898a). Questi […] videro il processo di consacrazione di entrambi i soggetti come un movimento ascendente dal profano al sacro (trascendente), e ritorno. La struttura […] del sacrificio prevede infatti la progressiva ascesa della vittima e del sacrificante dallo stato profano a uno stato di sacralità che culmina con la distruzione della vittima stessa e con un subitaneo ritorno della vittima e dell’officiante medesimo allo stato profano: il sacrificante riacquista il suo normale ruolo nella società, ma ‘con qualcosa in più’ che gli proviene dal contatto con il sacro, mentre la vittima si trasforma in semplice resto materiale dopo che la sua vita è stata ‘donata’ (dal sacrificante). […] Naturalmente nel caso del martire islamico le cose stanno diversamente, ma non del tutto, dal momento che concentra su di sé la doppia funzione di sacrificante e di vittima al tempo stesso.
L’aspirante martire viene solitamente ‘consacrato’ o ‘si consacra’ con preghiere e dichiarazioni di intenti riguardo ai motivi che lo spingono ad affermare la verità della fede o della causa, e spesso dopo aver ricevuto una benedizione da parte di un imam. è solo a questo punto che sceglie il suo obiettivo. Le vittime dell’attentato sono obiettivi-preda scelti in luoghi in cui […] si radunano per necessità o per abitudine […]. L’attentatore-cacciatore si mimetizza, nasconde cioè le armi nel proprio corpo, pronto a diventare un’arma egli stesso. Poiché assieme alle vittime del suo gesto diventerà vittima lui stesso, l’aspirante martire è a questo punto in uno stato di ‘sospensione’ che ne fa, per certi aspetti, un ‘già morto’. Infatti l’espressione con cui egli è indicato dai suoi è al shahid al hayy, ‘il martire vivente’.
Come in un rito di passaggio (da essere umano comune a shahid), l’attentatore si pone, con la consacrazione, in uno stato transitorio che precede la sua definitiva trasformazione nella condizione ricercata […]. Non è un caso che nell’intervallo che intercorre tra la consacrazione e l’azione suicida, lo shahid al hayy si sottoponga alle stesse restrizioni purificatrici previste per altre occasioni rituali della tradizione musulmana. […] La violenza distruttiva che scaturisce dall’atto di autoeliminazione potrebbe voler significare, come scrive Mbembe, che con un simile gesto si vuole ‘chiudere a tutti la porta alla possibilità di vivere’ (Mbembe, 2006, p. 72). Questa semplice constatazione sembra a prima vista contrastare con il ‘desiderio di libertà’ che gli attentatori suicidi (per esempio i palestinesi) vogliono esprimere con il loro gesto. Tale gesto […] si inscrive in un processo più complesso, che vede entrare in azione una concezione particolare del rapporto tra violenza, trascendenza e vita.
Nel suo studio comparativo sul ruolo svolto dalla violenza nella creazione della dimensione trascendente Bloch (1992) ha prospettato […] che tale violenza, lungi dall’essere un’istanza connaturata, sia il prodotto più generale delle varie forme che le relazioni politiche possono assumere. L’idea di Bloch è che, subendo una violenza nella fase di ‘andata’ (quando per esempio un individuo è sottoposto ai riti che lo allontanano da un certo status), egli è dominato dalle forze trascendenti (antenati, divinità) le quali […] ‘vegliano’ sul rito. Questa violenza ‘uccide’ colui che è sottoposto a un rito […] al punto che si parla dell’iniziando come di un ‘morto’. è tuttavia in questo stato intermedio di sospensione che l’individuo acquisisce quella forza che gli consentirà di ‘fare ritorno’, più forte di prima sul piano ‘politico’. In tal modo, infatti, costui risulterà dotato di uno status superiore a quello che gli era proprio in precedenza, e che ha definitivamente abbandonato. […] L’autodistruzione perseguita dall’aspirante martire potrebbe essere interpretata come un atto mirante a fortificare il sacrificante e la sua comunità di fronte alle sofferenze subite per mano di un nemico. L’aspirante martire, nel suo lavoro di consacrazione che precede il gesto finale, si carica di una forza che può provenirgli solo e unicamente dalla dimensione trascendente: Dio o la comunità stessa per la quale si immola. è con questa forza ‘aggiunta’ che l’aspirante shahid può lanciarsi contro il suo obiettivo. è una forza spirituale, che trascende l’immanenza del suo stesso corpo. […]
Il corpo dell’aspirante martire non è infatti qualcosa da proteggere, tutt’altro. Esso non ha né potere né valore, in quanto corpo. Ha potere ‘solo in quanto è sottoposto a un processo di astrazione basato sul desiderio di eternità’, in quanto ‘il martire, avendo stabilito un momento di supremazia nel quale ha prevalso sulla propria natura mortale, può essere visto come operante nel segno del futuro’ (Mbembe, 2006, p. 73). […] Il fatto che il martire ‘operi nel segno del futuro’ indicherebbe, oltre alla presenza di una concezione messianica del tempo, anche la ‘direzione’ della motivazione al martirio: il martire annulla se stesso per il futuro dei suoi, della sua fede, della sua comunità. Il corpo dello shahid che nel caso delle ‘bombe umane’ si dissolve è quindi solo un mezzo per accedere alla trascendenza. In che modo? Mediante il sacrificio del corpo medesimo. […] Emerge, dunque, una concezione particolare del rapporto che lega vita, morte e rinascita, tipico di tutte le concezioni religiose e laiche che vedono nel sacrificio del singolo un mezzo per affermare l”eternità’ del gruppo (la comunità dei credenti, la nazione, ecc.). Il sacrificio del martire musulmano (istishahad) ha infatti senso solo in vista di una vita ulteriore, la quale non è necessariamente solo quella del martire in paradiso, ma anche quella, fisica e terrena, della sua comunità”.

La Pas entra in Viminale grazie a Hunzinker e Bongiorno, i centri antiviolenza insorgono e l’Onu bacchetta l’Italia

Un approfondimento di Luisa Betti, grandissima, sulla PAS o Alienazione Parentale che dir si voglia, e sul modo in cui si sta cercando di imporre questo costrutto privo di fondamento nel diritto italiano.

DonnexDiritti di Luisa Betti Dakli

C’è una madre che sembra ridotta uno straccio. E’ una donna che racconta la sua storia: quella di un figlio abusato sessualmente dal padre all’età di quattro anni, un marito che la picchiava e che ha cercato di ucciderla. Un bambino che oggi ha 8 anni e che il tribunale dei minori costringe a vedere il padre malgrado la sua volontà a non voler vedere più il suo abusante. Un obbligo che il giudice ha deciso malgrado le indagini in penale e malgrado un abuso certificato da un grande ospedale di Roma, una scoperta agghiacciante che portò, a suo tempo, questa madre a denunciare quell’uomo e a separarsi subito. Una decisione che gli sta costando cara perché se da un lato il tribunale penale sta proseguendo l’inchiesta, dall’altra le perizie e la Ctu del tribunale dei minori l’accusa di essere una madre malevola che si oppone al ricongiungimento tra padre…

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La mercificazione del corpo maschile (parte 3)

Parecchio tempo è trascorso da quando ho scritto l’ultimo post su questo tema, perciò rinfreschiamoci la memoria: i criteri per delineare la presenza di oggettivazione sessuale sono qui, nella prima parte di questa serie, mentre questa è la seconda parte. Come sempre, un grazie ad Alessiox1 per la ricerca iconografica, e a Caroline Heldman per aver ideato i criteri su cui il post si basa.

Bare Necessity

Questa pubblicità ricade nel criterio 1, mostra “unicamente una parte o alcune parti del corpo della persona”, e in particolare non è mostrato il volto, elemento che grazie alla sua espressività ci permette di riconoscere il soggetto come una persona in particolare, di identificarlo come persona. Vedere gli occhi di un soggetto raffigurato in un’immagine è ciò che ci permette di “sentirlo” come una persona, e infatti il più importante indizio della riduzione di una persona a puro corpo è il fatto che non possiamo instaurare questa “comunicazione” perché il volto è tagliato. Vorrei soffermarmi poi sul fatto che si tratta di un corpo letteralmente lucidato per essere messo in mostra.

Sitting

Questa pubblicità si rifà all’immaginario BDSM, di cui vengono richiamati tre elementi, il rapporto di dominazione espresso dalla posizione delle figure, il bondage e l’estetica, con le calze sexy e le scarpe in vernice, lucide, con stiletto. A occhio mi sembra anche che le proporzioni dei corpi siano sbagliate e che la figura femminile sia troppo piccola rispetto a quella maschile – la mano di lui è più larga della pancia di lei, il braccio di lui più grosso della coscia di lei. Comunque, anche se possiamo escludere il criterio 4 (persona sessualizzata sottomessa o umiliata senza il suo consenso) per via del contesto – una scena BDSM, che presupponiamo libera e consensuale in quanto tale – l’immagine ricade sotto i criteri 1 (anche la figura femminile ricade in questo criterio, in effetti), e 2 (persona sessualizzata che ha la funzione di supporto a un oggetto, nella formulazione di Heldman – una persona, in questo specifico caso). Di nuovo si presenta l’estetica del corpo sessualizzato che a questo scopo viene lucidato e lisciato.

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Voodoo 3

Voodoo 4

Queste immagini riprendono il tema della precedente, ma sono esteticamente più curate e complessivamente migliori. I criteri in cui ricadono sono gli stessi di prima, ma qui la figura femminile che riveste il ruolo dominante ha un volto, su cui possiamo leggere un’espressione di compiacimento, piacere, che rimanda alla sfera della seduzione. Nella terza immagine (e un po’ meno nella seconda) l’espressione è più dura, di sfida. Sia perché la ragazza sta prendendo il controllo nei confronti del partner, sia verso l’osservatore.
Anche il fatto che il ragazzo, nella prima immagine, abbia le labbra semiaperte suggerisce che stia provando piacere, sebbene il fatto che il volto sia tagliato ci impedisce di leggere ulteriormente la sua espressione.

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Un’altra pubblicità sullo stesso tema, d’altronde il marchio è lo stesso, credo. Purtroppo sembra, da una ricerca su Google Immagini, che quest’immagine non esista in un formato più grande. In ogni caso, quello che c’è da dire è essenzialmente analogo alle due immagini precedenti: l’unica differenza è l’espressione della donna, l’unica soggettività riconoscibile nell’immagine, nettamente contrapposta nella composizione all’uomo oggettivato. Un’espressione calma, seria, rivolta allo spettatore. Questo sguardo che incontra in modo diretto quello di chi guarda l’immagine sembra quasi una sfida – io comando qui, so what? E allora?

Rapporto di potere diseguale 3

Anche questa pubblicità è ispirata all’immaginario e all’estetica BDSM, ma in questo caso ricade nel criterio 5, perché l’immagine suggerisce che la caratteristica principale della persona sia la sua disponibilità sessuale. La testa china e gli occhi bassi del ragazzo, il suo abbigliamento e il corpo liscio e scolpito comunicano solo questo, la sottomissione e disponibilità all’altra protagonista della foto. Ogni elemento dell’immagine comunica un rapporto di potere diseguale: lei è in piedi e lui in ginocchio, lei vestita e lui praticamente nudo, lei indossa dei gioielli che lasciano intendere che sia ricca (così come la villa sullo sfondo) e lui sia il suo toyboy. Non che ci sia nulla di male in ciò, ma in questo contesto sono tutti elementi che vanno a rafforzare la visione del ragazzo come oggetto caratterizzato dalla disponibilità sessuale.

Voodoo 2

Quest’immagine rientra nel criterio 1 (mostra solo alcune parti del corpo della persona sessualizzata), nel 2 (le persone sessualizzate hanno chiaramente funzione di supporto a una persona), e nel 3 (l’immagine mostra una persona sessualizzata che può essere scambiata o rinnovata in qualsiasi momento, in quanto i gradini di una scala sono interscambiabili, non unici e nettamente distinguibili). Anche la donna è oggettivata, in quanto ridotta solo alle sue gambe. Quello che mi colpisce in negativo di questa immagine è proprio la totale deumanizzazione che esprime: solo corpi, non soggetti.

Voodoo

Anche questa immagine rientra nei criteri 1 e 2, persone sessualizzate di cui vediamo solo una parte, senza un’identità riconoscibile, che fungono da supporto ad un’altra persona. In questo caso non c’è interazione fra la ragazza e i due corpi maschili, la composizione con quelle proporzioni completamente diverse fra di loro suggerisce che non siano due persone che possano interagire, ma piuttosto una situazione simile a quando ci si siede ai piedi di statue gigantesche. Questo rafforza ulteriormente l’idea che i due uomini raffigurati non siano persone ma oggetti.