Bernstein aveva ragione

Questo post è il frutto di una serie di riflessioni che ho iniziato a delineare, in base ai miei studi, nell’agosto 2014 e che ho continuato a lasciar sedimentare man mano che apprendevo nuove conoscenze. Non pretendo di tracciare una tesi deterministica per cui da A (prevalenza dell’orientamento democratico-riformistico nella sinistra europea) discende B (sviluppo del Welfare State), ma, sulla scia di Max Weber – che aveva delineato l’influenza dell’etica protestante sulla nascita di un clima culturale che è stato una delle condizioni di possibilità della nascita del capitalismo – sostengo che una delle condizioni di possibilità del Welfare State sia stata l’abbandono della visione rivoluzionaria del marxismo. Non voglio nemmeno addentrarmi nell’analisi della situazione contemporanea, postfordista, quella dagli anni ’70 in poi. Riconosco di non averne gli strumenti.
Prendete questa tesi come una riflessione parziale, una conclusione provvisoria a cui sono giunta e che potrei in futuro ampliare, o rivedere, o scartare completamente.

All’inizio del ‘900, parallelamente allo sviluppo della società di massa, all’interno del movimento operaio europeo presero corpo due diversi orientamenti:

[…] da un lato la tendenza a prendere atto dei mutamenti intervenuti nella situazione politica e sociale per valorizzare l’aspetto democratico-riformistico dell’azione socialista; dall’altro il tentativo di bloccare le tentazioni legalitarie e parlamentaristiche recuperando l’originaria impostazione rivoluzionaria del marxismo.  (da Storia dal 1900 a oggi di A. Giardina, G. Sabbatucci e V. Vidotto)

Il principale esponente della prima tendenza, il riformismo socialdemocratico, fu il tedesco Eduard Bernstein, che sostenne la necessità di collaborare con le altre forze politiche progressiste dello “Stato borghese” e di “accettare di essere i partiti delle riforme sociali e democratiche”, rifiutando la sterile intransigenza che fino agli anni ’70-’80 dell’800, aveva caratterizzato i movimenti socialisti, condannandoli all’emarginazione. L’obiettivo della società senza classi avrebbe dovuto essere realizzato attraverso trasformazioni graduali, le quali avrebbero dovuto avvenire in maniera pacifica attraverso le richieste dei sindacati e le leggi.

Bernstein elaborò le proprie idee dopo un lungo confronto con vari oppositori delle teorie di Karl Marx, confronto che lo spinse ad un graduale ripensamento e gli permise di notare alcuni errori insiti nella dottrina marxiana. In particolare, Marx aveva sostenuto che le “condizioni oggettive” per la rivoluzione comunista mondiale erano insite nel capitalismo in quanto la società borghese, espressione del modo di produzione capitalista, conteneva in sé stessa le contraddizioni strutturali che ne minavano la solidità. Queste contraddizioni consistevano essenzialmente nel fatto che il tipo di società capitalista è retto dalla logica del profitto privato, che spinge i capitalisti a ridurre i costi di produzione delle merci attraverso l’uso delle macchine, che riducono i tempi di produzione. Ma questo comporta l’obbligo di aggiornare le tecnologie produttive per non soccombere alla concorrenza, e quindi spese sempre più ingenti che portano alla concentrazione delle imprese nelle mani di pochi grandi industriali; parallelamente si ha un aumento del numero di lavoratori, occupati e disoccupati.

Quindi la polarizzazione della società in due classi costituiva il presupposto della rivoluzione comunista, con cui gli espropriatori sarebbero stati espropriati, la proprietà privata abolita, lo Stato borghese abbattuto e la società regolata secondo il principio “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”.

Ma Bernstein notò che il sistema capitalistico era in grado di riprendersi dalle crisi di sovrapproduzione che lo colpivano, che le condizioni di vita del proletariato andavano progressivamente migliorando, anziché peggiorare, e che lo Stato borghese diventava sempre meno espressione e strumento della classe sociale egemone e sempre più democratico e portatore di una pluralità di interessi e punti di vista.  Inoltre Bernstein non era disposto a sacrificare la democrazia nel nome della dittatura del proletariato, che considerava peraltro un mito irrealizzabile a causa dell’impreparazione della classe operaia, che non aveva sviluppato la coscienza di classe necessaria, nella teoria marxiana, per attuare il rovesciamento del sistema capitalista.

In effetti, la Storia ha dimostrato che per i partiti socialisti europei la via del riformismo era quella giusta, sia per l’evidente fallimento dell’alternativa rivoluzionaria tentata in Russia, sia per lo sviluppo del Welfare State. A questo proposito, Alfredo Mela, nel manuale Sociologia delle città, nel capitolo dedicato al tema “Economia e società urbana” sottolinea lo stretto legame fra lo sviluppo del modello economico fordista (basato sulla catena di montaggio e le economie di urbanizzazione, per cui le imprese maggiori sono circondate, fisicamente, da una rete di imprese minori complementari) e il Welfare State nelle democrazie europee, nel periodo storico fra gli anni ’10 e gli anni ’70 del Novecento.
Mela parla di un circolo virtuoso formato dai seguenti punti:
“a) il settore industriale – trascinato dalla grande impresa – si sviluppa a ritmi sostenuti e, grazie alla continua introduzione di innovazioni tecnologiche, aumenta la propria produttività;
b) l’aumento della produttività consente di abbassare i costi del prodotto sul mercato e, in tal modo, rende possibile un forte allargamento dei mercati (in quanto beni prima disponibili solo per una popolazione ad alto reddito, come l’automobile, possono ora essere acquistati anche da chi gode di redditi medio-bassi);
c) per far fronte all’ampliamento dei mercati, le imprese debbono aumentare la produzione e questo provoca un aumento dell’occupazione e, dunque, anche un incremento del reddito distribuito attraverso i salari dei lavoratori;
d) a sua volta, questo reddito consente alle famiglie dei lavoratori di aumentare i consumi, e ciò provoca, di ritorno, un aumento globale della domanda di beni industriali;
e) inoltre, la maggiore ricchezza presente nel paese consente allo Stato di accrescere il prelievo fiscale e, con esso, di potenziare i servizi sociali, creando altresì nuovi posti di lavoro nel settore pubblico”.

Mela sottolinea come questo circolo virtuoso sia stato mantenuto in funzione da un’implicita alleanza fra i tre attori sociali coinvolti, l’impresa, lo Stato e i lavoratori, i quali negoziavano l’accettazione del modello di capitalismo fordista in cambio dello sviluppo del Welfare State e dell’accresciuto benessere individuale, con lo Stato nel ruolo del mediatore. La crisi del modello fordista è stata causata, invece, da “numerose circostanze di scala internazionale, che si intersecano con eventi relativi ai singoli paesi. […] l’impennata del prezzo del petrolio (e poi di altre materie prime), successiva al conflitto arabo-israeliano del 1973. […] vengono meno le condizioni di stabilità del quadro economico mondiale e del regime di cambi monetari […] si assiste a un aumento dei conflitti sociali e a un rifiuto, da parte dei lavoratori, delle condizioni di lavoro tipiche della fabbrica organizzata in base alla catena di montaggio. L’insieme […] spinge i grandi gruppi industriali ad attuare strategie di ristrutturazione produttiva, allo scopo di diminuire il costo complessivo del lavoro e di accrescerne la produttività”.

E così il patto fordista si spezza, perché non sussistono più le condizioni esterne in cui può continuare a prosperare. Ma, e qui ritorno alla mia tesi di partenza, il patto forse non si sarebbe mai sviluppato, o forse si sarebbe spezzato molto prima, se non ci fossero stati uomini come Bernstein che hanno “visto che c’era del buono” nella società capitalista.

8 pensieri su “Bernstein aveva ragione

  1. Purtroppo, il sistema economico, così come il regime politico perfetto non esiste.
    Per fortuna, esiste il Diritto, nella sua forma naturale e positiva, che a quella precedente, sovente, s’ispira, a normare le attività umane, nonché i rapporti che intercorrono tanto fra singoli cittadini o gruppi di cittadini (Diritto privato), quanto fra cittadini o gruppi di cittadini e la Pubblica Amministrazione (Diritto pubblico).
    Ciò posto, gli eccessi che potrebbero derivare dal capitalismo selvaggio, volto ad abolire qualsiasi regola diversa dalla primitiva, troglodita legge del più forte (in questo caso, economicamente) e ad ignorare le più elementari delle esigenze dell’Uomo o, peggio, a non considerare affatto la persona umana, dovrebbero essere evitati o, quantomeno, temperati mediante la promulgazione di apposite leggi al riguardo.
    In passato, la forte progressività dell’imposta assicurava una puntuale applicazione dell’articolo 53 della Costituzione (naturalmente, in Italia, ma succedeva anche in atre Nazioni), al pari della degressività dei rendimenti contributivi previdenziali, assicurava, con un carico sostenibile dai diversi ceti sociali, tra i quali era possibile una maggiore mobilità, l’adeguato finanziamento per quei servizi che la Pubblica Amministrazione di una Nazione aspirante ad essere civile ha il dovere di erogare gratuitamente, se possibile, o, comunque, ad eque condizioni per i cittadini. Oggi, questi concetti sono venuti meno e, trincerandosi dietro farisaiche affermazioni come il far pagare il servizio a chi lo utilizza effettivamente oppure far credere che la mano invisibile del mercato possa assicurare un migliore accesso a detti servizi, affermazione, quest’ultima, che si è rivelata e si sta rivelando una bufala colossale, unitamente alla tassazione molto meno progressiva ha fatto sì che questi servizi dapprima fossero legittimati anche se svolti da privati, con relativo lucro ed, in seguito, è stato accresciuto il guadagno dei privati medesimi, anche dietro riduzione pilotata dei servizi operati dalla Pubblica Amministrazione, (in)giustificata con la mancanza di copertura finanziaria, anch’essa pilotata mediante la riduzione del carico fiscale a chi effettivamente se lo potrebbe accollare ed una connivente mancanza di controllo costante e fattivo nei confronti dell’evasione, per non parlare di leggi che stabiliscono addirittura l’obbligo di appaltare all’esterno la fornitura di certi beni e servizi, con il risultato che addirittura il Servizio Militare di Motorizzazione è rimasto pressoché sprovvisto di officine e deve ricorrere all’esterno per la manutenzione dei veicoli o le stesse Forze dell’Ordine, che, potendo, in oggi, adoperare solamente vetture di serie, non possono più elaborarle e manutenerle in proprio e debbono acquistare le auto veloci dal commercio.
    Ovviamente, la finanza, le cui regole sono state via via ammorbidite, ha grosse responsabilità in questo sfascio, essendo un’attività già di per sé delittuosa nei confronti della morale e tale dovrebbe essere considerata anche nei confronti della legge, ma, per favorire i soliti noti, la legge è stata affievolita al lumicino.
    Molti concetti qui espressi sono trattati in tre interessanti pubblicazioni:
    Finanzacapitalismo, di Luciano Gallino, recentemente scomparso, per i tipi di Einaudi;
    Shock Economy, di Naomi Klein, pubblicata nella traduzione Italiana dai Rizzoli;
    La fine dell’uguaglianza, di Vittorio Emanuele Parsi, nell’edizione Mondadori.

  2. Io non sarò un esperto di economia , ma un pò di storia me ne intendo, il capitalismo che oggi possiamo dire che è il sistema economico che vige in tutto il mondo,il capitalismo a delle basi molto antiche come la proprietà privata e la libertà d’impresa che vigano da prima del entrata in vigore del capitalismo,tutte i sistemi economici che hanno provato a contrastarlo sono miseramente falliti (basta pensare ai paesi socialisti) il problema e che esistono vari tipi di capitalismo da quello ultra-liberista di Reagan a quello molto più statalista di Roosevelt.

    • Un sociologo funzionalista potrebbe dirti che il capitalismo è diventato il sistema economico dominante perché “funziona” (è in grado di garantire la coesione sociale e la riproduzione dell’ordine sociale), anche se sarebbe estremamente riduttivo.
      Io guardo la situazione dal punto di vista della giustizia sociale, e noto che il capitalismo ha bisogno di correttivi statali per essere almeno un po’ equo, ma noto anche che nessun sistema economico ha saputo fare di meglio e al contempo funzionare su larga scala.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...