Il peso del lavoro di cura

Tutti i dati seguenti sono tratti dal saggio Di mamma ce n’è più d’una di Loredana Lipperini.

In Italia le coppie senza figli sono cinque milioni e quattrocentomila (5.400.000) e rappresentano il 22,1% delle famiglie. Le madri single sono 700.000 e rappresentano il 7,1% delle famiglie. Le coppie con figli sono nove milioni e trecentomila, il 38,1%.

“I tassi di occupazione femminili diminuiscono fortemente all’aumentare del numero di figli. Da 0 a 1 figlio calano di 5 punti, da o a 2 figli di 10 punti, da o a 3 figli di 25 punti. Le interruzioni del lavoro sono elevate: il 30% delle madri con meno di 65 anni che lavorano o hanno lavorato in passato ha interrotto l’attività lavorativa per motivi familiari (matrimonio, gravidanza o altro) contro il 2,9% degli uomini. L’8% delle donne che hanno lavorato o lavorano è stata costretta a dimettersi per gravidanza, e il dato è più elevato nelle generazioni più giovani”, afferma Linda Laura Sabbadini, direttrice dell’ISTAT.

Il 76% del lavoro di cura della coppia è a carico delle donne, la situazione migliora più per il taglio operato dalle donne che per l’aumento del contributo maschile. in particolare, l’indice di disuguaglianza cala sotto il 70% solo se la donna lavora e non ci sono figli, e nelle coppie dove la donna è una lavoratrice laureata (67%). Dove la donna non lavora, sale fino all’83%.

In un giorno medio cucina il 90,5% delle donne che lavorano e il 97,8% di quelle che non lavorano, pulisce la casa l’82,7% delle donne che lavorano e il 94,8% di quelle che non lavorano, apparecchia, sparecchia e lava i piatti il 66,3% delle occupate e il 76,5% delle non occupate, lava o stira il 35,7% delle occupate e il 49,2% delle non occupate. Fa la spesa il 44,4% delle occupate e il 66,2% delle non occupate.

In un giorno medio cucina il 41,7% dei partner di donne occupate e il 21% dei partner di donne non occupate, collabora alle pulizie di casa il 31,4% dei partner di donne occupate e il 16% circa dei partner di donne non occupate, fa la spesa il 29,9% dei partner di donne che lavorano e il 27,2% dei partner di donne che non lavorano, apparecchia e riordina la cucina il 26,6% dei partner di donne che lavorano e il 13% circa dei partner di donne che non lavorano.

La cura dei figli tocca per il 65,8% alle donne lavoratrici e per il resto al partner (una donna dedica in media alla cura dei figli 2h13 min, un uomo 1h23 min, con mansioni diverse: cure fisiche e sorveglianza per le madri, gioco per i padri. Il gioco è diviso in maniera quasi paritaria: 41,5% del tempo dedicato da entrambi, mentre i compiti spettano per il 19,3% alle madri e per il 4,8% del tempo ai padri); se la donna non è lavoratrice, il 75,6% della cura dei figli tocca a lei e il partner fa molto meno.

Non penso ci sia bisogno di spiegare perché queste disuguaglianze sono inique, ma penso sia interessante analizzare il loro ruolo nel mantenere un sistema che non permette la crescita dell’occupazione, così come è stato individuato da Emilio Reyneri nel suo libro “Sociologia del Mercato del Lavoro”. In Italia, il tasso di occupazione è molto elevato per i maschi adulti, arrivando al 90,9% al Nord, 87,7% al Centro e 73,5% al Sud (il problema dell’occupazione nel Mezzogiorno è complesso e non può essere trattato qui): è parecchio più basso per i giovani (dal 33,7% del Nord al 19% del Sud) e per gli anziani (44,7% al Nord, 47,7% al Sud), ma si tratta di fenomeni legati ad un complesso di fattori culturali ed economici che definiscono la struttura occupazionale italiana. Confrontandolo con quello delle donne, 56,4% al Nord, 52,3% al Centro e 30,4% al Sud, appare stridente la distanza.

Appare anche evidente che aumentare il tasso di occupazione significa aumentare il tasso di occupazione di giovani e donne (per gli anziani si è già intervenuti aumentando l’età del pensionamento; per gli anziani già in pensione o prepensionamento, invece, non si può fare nulla). A questo proposito Reyneri scrive: “Un numero crescente di donne è presente nel mercato del lavoro come occupate o in cerca di lavoro e molte altre vi entrerebbero se vi fossero minori difficoltà a trovare un’occupazione e/o se esistessero adeguati sostegni ai carichi di lavoro familiare. L’esistenza di una disoccupazione femminile ‘scoraggiata’ o latente fa sì che il tasso di disoccupazione non basti più a indicare il livello di criticità di un mercato del lavoro. In particolare, il ricorso al tasso di occupazione come obiettivo da raggiungere impedisce di ridurre artificialmente il livello della disoccupazione con misure che incentivano le donne a rinunciare alla ricerca di lavoro, accettando di rimanere casalinghe a tempo pieno. Questo è un esito implicito nelle politiche pubbliche (dai sistemi di tassazione fondati sul reddito familiare ai sussidi monetari per la cura di anziani) che si dicono centrate sulla famiglia, ma che in realtà presuppongono il lavoro non retribuito delle donne”.

Il complesso delle politiche pubbliche di cui parla Reyneri è quello che lui chiama “welfare familistico”, in quanto opposto al welfare dei Paesi nordici, fondato sul circolo virtuoso dell’occupazione femminile: donne che lavorano = più reddito + meno tempo -> più domanda di servizi -> più occupazione femminile, e così via. Il welfare familistico comporta meno costi per lo Stato, in quanto implementare i servizi di cura pubblici risulta notevolmente costoso, ma sul lungo periodo è svantaggioso per l’economia e continua a perpetuare una disuguaglianza di genere già profondamente radicata per ragioni culturali.

A ulteriore conferma di queste ragioni culturali, Reyneri scrive: “Fa riflettere l’osservazione dell’OCSE che i tassi di occupazione delle giovani donne sono minori nei Paesi in cui è più radicata l’opinione che il lavoro della madre andrebbe a detrimento dei figli piccoli. E anche la relazione (debolmente) positiva tra partecipazione delle donne al lavoro extra-domestico e disponibilità di strutture per la cura dei bambini sino a 3 anni non incrina l’importanza degli aspetti culturali […] In Lombardia […] la gran maggioranza delle donne iscritte ai centri per l’impiego risulta disoccupata di lungo periodo anche perché è disposta ad accettare soltanto occupazioni che interferiscano poco sulla propria presenza in famiglia, quindi a tempo parziale (di mattina) e vicine alla propria abitazione. E per di più rifiuta l’idea che tale rigidità nella disponibilità al lavoro possa essere attenuata da una maggiore offerta di servizi diretta ad alleviare i carichi di cura e lavoro familiare. Dunque, ciò che porta queste donne (quasi tutte poco istruite) ad anteporre le esigenze familiari agli obiettivi lavorativi è soprattutto un orientamento culturale (Zanfrini e Zucchetti, 2003)”.

La conclusione è che l’economia italiana trarrebbe vantaggio, sebbene non immediato, dall’innescare il circolo virtuoso dell’occupazione femminile, e che siccome i fattori culturali sono quelli su cui un intervento richiede più tempo (almeno una generazione, nella migliore delle ipotesi), l’unico punto da cui lo Stato può partire è quello di rendere disponibili quei servizi pubblici (asili nido, case di riposo, ecc) che, almeno per una parte delle donne, potrebbero incoraggiare la partecipazione al mercato del lavoro.

4 pensieri su “Il peso del lavoro di cura

  1. Allora articolo molto interessante , il tema è sicuramente molto complesso , specialmente adesso che il lavoro è un problema molto gravi per gran parte della popolazione italiana in particolare per donne ,giovani e over 50, allora l’Italia anche prima della crisi ha avuto un tasso di occupati basso rispetto hai paesi del unione europea, parlando dei dati attuali(quelli che ho sono un pò diversi dai tuoi) l’occupazione generale e sul 56% ,quella maschile sul 65% e quella femminile sul 47% ,in tutta italia per gli uomini il tasso di occupazione e sul 70% tranne al sud dove si attesta sul 55%,per le donne il tasso di occupazione si attesta fra il 54/57% tranne al sud dove è del 30%,secondo una ricerca se le donne ottenessero l’uguaglianza economica e sul lavoro, ci potrebbe essere un aumento del pil compreso fra il 12 e il 26% una cifra non certo indifferente ,dal punto di vista italiano penso che si debba investire molto sul lavoro femminile anche perché per le donne il problema del lavoro è doppio ,cioè gia sono penalizzate se sono giovani (18-35) sia se sono over 50 , e dal altro lato penalizzate perché donne , i due provvedimenti per far aumentare l’occupazione femminile e cercare di portarla come quella maschile, sono secondo me ,punto 1 puntare su tutti quei centri che si occupato di assistere anziani e bambini dove spesso vengono scelte donne per questi lavoro , il secondo che comporta la maggior uscite economica consiste nel dare degli incentivi o sgravi fiscali a tutte quelle aziende che decidono di assumere donne a tempo indeterminato magari sgravi che durino nel tempo tipo 3/5 anni, certo un provvedimento del genere come ho detto prima sarebbe sicuramente costoso, ma pensiamo una cosa l’Italia allo stato attuale ha un Pil di 1550 miliardi di euro , e ogni anno lo stato spende circa 800 miliardi per la sua spesa, ora considerando che le donne rappresentano il 51% della popolazione italiana e che come detto in precedenza l’uguaglianza fra uomo e donna in campo economico porterebbe un aumento considerevole di PIl penso che sia giusto spendere anche cifre importanti per le donne ,per esempio spendendo sui 25 miliardi di euro l’anno per un progetto del genere (so che possono sembrare un cifra spropositata ma parliamo di meno del 2% del Pil e del 3,5% delle spese annuali dello stato) che poi costerebbe come un reddito di cittadinanza ma con un funzione più logica e più utile a mio avviso, e tale cifra comunque verrebbe ripagata dal aumento del Pil.

    • Sono d’accordo con te, lo Stato potrebbe permettersi di spendere di più per incentivare le donne lavoratrici. Fra l’altro l’attuale welfare familistico è apparentemente conveniente per lo Stato in termini di soldi spesi (raffrontato alle spese per impostare un welfare “nordico”), ma lascia irrisolti tutti i problemi, quindi ha un costo sociale “nascosto”.
      E se venissero implementate manovre come quelle che descrivi, si potrebbero contemporaneamente ridurre le spese in sussidi alle famiglie.

  2. io oltretutto sono cresciuto con genitori che lavoravano entrambi ,ovviamente mi ricordo che quando ero piccolo mia madre mi portava spesso nel luogo dove lavora ,diciamo che ci vuole più welfare più asili nido , poi il resto e una questione di cultura.

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