I beni culturali come motore di sviluppo: alcuni suggerimenti

Dopo aver riflettuto sulle condizioni dei beni culturali tra frammentazione e carenza di risorse, proseguo l’argomento commentando le proposte elaborate da alcuni esperti, riassunte su “Donna Moderna”, in un articolo di Natascia Gargano intitolato “Come possiamo guadagnare dai nostri monumenti?” (di cui purtroppo non ho annotato la data, ma credo sia risalente al 2015 o 2016). Gargano scrive: “L’Italia è al primo posto per numero di siti patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Ma tutta questa grande bellezza non genera una corrispondente ricchezza: 80 miliardi, pari a solo il 5,7% del PIL, nel 2013. Ricaviamo poco e investiamo ancora meno: lo 0,4% del PIL, circa la metà della Francia. Crescono, però, le sponsorizzazioni private: 159 milioni di euro nel 2013“.

Il primo esperto intervistato, Tomaso Montanari (storico dell’arte, autore di “Privati del patrimonio“) argomenta: “Da una visita agli Uffizi si esce devastati: la biglietteria è privata, vende più ingressi del dovuto e bisogna sgomitare per vedere le opere. Peggio ancora le mostre: in Italia ne aprono 9mila ogni anno, più che in ogni altro Paese. Chi ci guadagna? Non lo Stato: il nostro patrimonio è pubblico, ma gli utili dei privati per oltre il 90%” e suggerisce, citando l’esempio del restauro del Battistero di Firenze finanziato dai soci Coop con una raccolta fondi, di puntare sul crowdfunding, inteso come “la prima forma di mecenatismo popolare”.
Molto interessante l’informazione sulle mostre, che immagino siano conseguenza dell’immenso numero di opere in possesso dei musei e di altre strutture in Italia (penso alle chiese, ma non solo) e del fatto che spesso le opere di un artista sono sparse per tutta la penisola, perciò una mostra è il solo modo per riunirle. Però anch’io preferirei un approccio di valorizzazione dell’esistente, nelle sedi esistenti, più sistematico e meno occasionale.
Quanto al crowdfunding, secondo me può funzionare solo per interventi piccoli, in contesti dove ci sia un forte senso di appartenenza e dove serva intervenire una sola volta, non sul lungo periodo. Ad esempio, nel mio paese una parte del finanziamento dei restauri del campanile della chiesa parrocchiale è stata ottenuta da una lotteria a cui c’è stata una forte partecipazione.

Il secondo esperto intervistato è Maurizio di Robilant (esperto di branding, presidente della Fondazione Italia Patria della Bellezza), che spiega: “Per sfruttare il nostro patrimonio, innanzitutto dobbiamo rendere consapevoli gli italiani della ricchezza in mezzo a cui vivono. Una leva è proporre a turisti di fascia medio alta, che sono il target capace di apprezzare a fondo la ricchezza del nostro Paese, strumenti mirati. Per esempio attraverso siti ben strutturati e app con cui offrire vere esperienze: abbiniamo alla visita alle residenze sabaude di Stupinigi o Venaria laboratori vinicoli, un corso di degustazione di olio pugliese alla passeggiata tra i monumenti normanni. Così si sviluppa un’economia della bellezza: unendo il paesaggio, l’arte, il made in Italy e l’enogastronomia possiamo far guadagnare il Paese“.
Sulla necessità di una comunicazione migliore, specie in Internet, ma soprattutto, prioritariamente, in loco. Ho visto fin troppi pannelli turistici scritti in un inglese sgrammaticato, con errori che sarebbero stati evitabili non dico rivolgendosi a un/a traduttore/trice professionista, ma anche solo a una persona che avesse studiato almeno un po’ lingue. Per il resto, la sinergia è sempre un’ottima cosa, niente da eccepire.

Il terzo esperto è Francesco Delzio (manager, autore di “Opzione Zero“), che sostiene: “In Italia c’è un’idea superata dell’istituzione culturale: viene in mente una collezione di oggetti con una targhetta, da ammirare in sacro silenzio, mentre le possibilità di fruizione oggi sono molte di più. Come Cinecittà World: inaugurato lo scorso anno alle porte di Roma, è il primo parco tematico in Italia dedicato al cinema. Disegnato da Dante Ferretti, scenografo da Oscar, trasforma in divertimento, animazione e innovazione tecnologica un luogo leggendario come Cinecittà. E’ la strada da seguire”.
Qui ho qualche obiezione. In primo luogo, anche nei pochi musei che ho visto all’estero – Madrid, Vienna, Londra – la modalità di fruizione è quella da lui descritta, il silenzio nel rispetto degli altri, le opere con le loro targhette, eventuali brochure che diano un quadro generale del percorso museale…il ragionamento di Delzio si applica solo a realtà molto specifiche.

La quarta esperta è Ilaria Borletti Buitoni (sottosegretaria al ministero dei Beni Culturali, autrice di “Per un’Italia Possibile“), che argomenta sinteticamente: “Puntare sui nostri tesori non vuol dire solo attirare turisti in luoghi come Roma e Venezia, ma dotare il Paese di strade e collegamenti accettabili verso mete meno note, però stupende, per esempio Urbino o Matera. Il nostro patrimonio va sfruttato: lo Stato faccia la regia, cooperando con i privati. Un esempio? Nel Lazio, il Parco di Villa Gregoriana è stato restaurato e aperto al pubblico dal Fai, il Fondo Ambiente Italiano. E ora è consigliato nelle guide e visitato”.
Lodare il FAI mi fa sorgere spontanea una domanda: e lo Stato dov’era? Per il resto, la necessità di infrastrutture decenti è improrogabile. Ricordo che Matera, Capitale Europea della Cultura 2019, non è ancora collegata alla rete ferroviaria nazionale: ci sono solo bus di collegamento, come riporta Tutti i treni (non) portano a Matera – Linkiesta.it – una roba da mettersi le mani nei capelli, allucinante.
Perciò, che si faccia. Meno intenzioni, più fatti.

Il quinto esperto intervistato è Lorenzo Salvia (giornalista, autore di “Resort Italia. Come diventare il villaggio turistico del mondo“), che spiega: “Il turismo è un mercato che cresce del 5% annuo a livello globale. Per emergere però l’Italia deve trasformarsi nel ‘villaggio turistico’ del mondo, per esempio unendo arte e servizi. Come? Ampliando la disponibilità di caffetterie, bar, spazi per bambini là dove ci sono musei e monumenti. Il principio è: più tempo i visitatori passano all’interno di una struttura, maggiori sono gli incassi. E copiamo dall’estero: all’aeroporto di Amsterdam è nata una filiale del Rijksmuseum, che attrae i viaggiatori nei tempi di attesa tra un volo e l’altro. Noi, invece, a pochi chilometri dallo scalo aereo di Fiumicino, abbiamo un museo navale, chiuso ‘temporaneamente’ da più di 10 anni. Va bene non svendere i gioielli di famiglia, ma almeno tiriamoli fuori dai cassetti prima che vadano in malora”.
La tesi è analoga a quella di Di Robilant, sinergia, e apprezzo gli esempi pratici e circostanziati. Un po’ meno la filosofia sottostante, che mi pare troppo utilitaristica, ma è una nota marginale.

L’ultimo esperto intervistato è Luca Nannipieri (saggista, autore di “Libertà di Cultura“), che sostiene: “Bisogna evitare che lo Stato spenda male i suoi soldi dandoli magari a musei con un solo visitatore al mese. Siccome il patrimonio artistico è dei cittadini, bisogna coinvolgerli a livello locale. Per esempio, a Volterra il teatro romano in rovina è ‘rinato’ ospitando un festival. Il Lucca Museum si è rinnovato inventando mostre, corsi di cucina, percorsi artistici per le scuole: grazie a una efficiente gestione da parte di privati è diventato un luogo di richiamo per i turisti e di aggregazione per le persone del posto. La soluzione è che musei e monumenti si finanzino chiedendo soldi a sponsor presenti sul territorio e vendendo biglietti. Non è fantascienza, è il futuro: la Germania lo sta già facendo. La cittadella dei musei di Berlino, in mano a privati, in 30 anni ha triplicato il numero di visitatori”.
Il coinvolgimento dei cittadini è una premessa indispensabile anche secondo me. Bisogna amare ed essere fieri del proprio territorio, il che non vuol dire credere che sia perfetto ed esente da problemi, ma guardarli in faccia e impegnarsi per renderlo migliore. Solo così si possono costruire le sinergie di cui si diceva sopra.
Per il resto, tutto molto condivisibile.

Voi avete qualche proposta? Volete raccontare degli esempi positivi che avete incontrato? Apriamo la discussione, parlare di questi argomenti è sempre un piacere.

 

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8 pensieri su “I beni culturali come motore di sviluppo: alcuni suggerimenti

  1. Occorre, innanzi tutto, abbandonare questa deleteria impostazione economicistica su base prettamente commerciale e consumistica: i beni culturali rappresentano, in primo luogo, un arricchimento interiore per l’Uomo, contribuendo a renderlo veramente tale e, pertanto, superiore agli altri esseri viventi. Va da sé che eventuali privati in gioco dovranno limitarsi a prestare servizi in cambio dell’equo compenso per il loro ufficio, non già lucrare su qualcosa da cui, intrinsecamente, deve essere escluso il lucro; che, poi, a lato di tutto questo vi possa essere uno sviluppo economico per le località interessate è altro discorso. La promozione ben venga, ma solo perché in Italia, così come altrove, il turismo dovrebbe principalmente essere indirizzato a godere della natura e della cultura delle località visitate, caratteristiche queste di cui l’Italia non difetta di certo. Parimenti, il settore alberghiero non dovrebbe essere imbrigliato dalla burocrazia, né vessato da tassazioni inutili, però dovrebbe applicare tariffazione equa ed astenersi da ogni forma di evasione od elusione fiscale.

    • Diciamolo, tutti i settori dovrebbero astenersi dall’evasione o elusione fiscale. Posto questo, per me il valore di arricchimento umano, culturale, ed estetico dei beni culturali è fondamentale, e credo che sia il primo motivo per cui le persone li visitano.
      Lo sviluppo economico è una ricaduta collaterale dell’esperienza che si fa scoprendo la Bellezza e la Storia, secondo me. Perché questi luoghi hanno bisogno di essere noti, accessibili, curati per poter risplendere, e questo richiede investimenti, e ne genera.
      Non voglio fare ragionamenti sterili, assolutamente no. Ma al contempo odio l’idea che luoghi magnifici muoiano e cadano in rovina nel disinteresse, e credo che preferirei un approccio di interesse economico a uno di disinteresse totale.

      • Si può fare promozione dei beni culturali in maniera degna e confacente alla loro natura: vale per i beni materiali come quelli delle arti figurative (Pittura, Scultura, Architettura) e per i beni immateriali come ad esempio la Musica. Sarebbe invece da evitare una campagna che starebbe bene solamente nelle televisioni commerciali per proporre o, meglio, per propinare questo o quel detersivo.
        Da musicista ed interessato all’argomento del restauro degli Organi storici, in particolare, lamento l’assenza nel nostro Paese – salvo sparute eccezioni – di guide di riferimento agli Strumenti disponibili nelle varie zone; anzi, in certi posti, il semplice domandare notizie sull’Organo è visto con sospetto, mentre in altre località le persone si scusano quando non hanno tempo per accompagnare l’ospite per un tempo adeguato alla visita ed alla completa fruizione del bene.

      • Capisco il problema, quando ci si imbatte in informazioni lacunose è sempre uno strazio. Spiace anche l’atteggiamento di chiusura, che purtroppo nelle piccole realtà è diffuso, sembra che ogni apertura sia una minaccia.

  2. Articolo molto interessante,concordo quasi completamente con quanto detto tranne come te sul fatto dei musei in quel caso é normale che si guardi in silenzio, tutto al più ci potrebbe(dovrebbe) essere un testo con scritto la desrizione del opera ( quadro o scultura che sia) si potrebbe fare in caso in versione interattiva che premendo un pulsante una voce spiega l`opera e che in caso si possono mettere delle cuffie per sentirlo singolarmente ,di certo se sei al museo della NASA o comunque un museo tecnologico una cosa del genere e neccesario.

    • Anche secondo me il museo dovrebbe essere un luogo di silenzio, magari con le audioguide in cuffia o altri supporti digitali per chi desidera ascoltare spiegazioni, ma rispettando il silenzio circostante.
      Mi è capitato di vedere studenti e studentesse d’arte sulle panchine che minuziosamente studiano i dettagli anatomici e provano a riprodurli, ad esempio. Il silenzio è anche per loro, e per tutti coloro che vogliono immergersi nella contemplazione.

      • Ahimè abbiamo trascurato il ruolo non già solo del silenzio, ma anche delle voci della Natura o della Musica sceltissima: il cittadino quadratico medio è drogato da quel sottofondo costituito da rumori discotecanti misti a vociare e romba di motori, tanto da considerare innaturale il silenzio e disturbante il canto del gallo o degli altri uccelli o la voce della Campana in ambiente rurale, il tutto aggravato dal fatto che questo avviene la mattina – a loro detta – presto.
        Restando nel tema dei Beni Culturali, io stesso mi sono ritrovato vittima delle invettive da parte di operai che stavano eseguendo dei lavori in una Basilica e l’Organo – a loro falsa affermazione – infastidiva; analoga situazione, nello stesso luogo allorquando il mio insegnante stava assistendo un organista ospite, che studiava in vista del concerto da eseguirsi in Basilica: l’Organo dava fastidio perché quelli dovevano picchiare con il martello pneumatico!

      • E’ paradossale, non credi?
        Comunque è vero, spesso il silenzio ci appare opprimente, perché siamo abituati a vivere con una colonna sonora a cui non prestiamo nemmeno attenzione.

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