Il sessismo nella psicologia – un saggio dagli anni ’70

Da “Paziente e patriarca: la donna nel rapporto psicoterapico”, di Phyllis Chesler, all’epoca assistente di Psicologia  e coordinatrice nel laboratorio di studi sul femminismo al Richmond College della City University di New York, in “La donna in una società sessista“, a cura di Vivian Gornick e Barbara K. Moran (prima edizione italiana, 1975, prima edizione statunitense, 1971).

“La psicologia femminile continua a essere considerata dal punto di vista maschile. Frattanto la teoria e la pratica psichiatrica e psicologica continuano sia a riflettere che a influenzare la percezione politicamente rudimentale e il brutale trattamento che la nostra cultura riserva alle donne. L’infelicità femminile è stata presa in esame e «curata» come problema patologico individuale, senza tener conto di quante altre pazienti (o non pazienti) sono ugualmente infelici, e ciò da parte di uomini che hanno volutamente ignorato il fatto oggettivo dell’oppressione femminile. L’incapacità della donna di adattarsi al ruolo femminile o di accontentarsi è stata considerata una deviazione dalla «naturale» psicologia femminile invece di un atteggiamento critico nei confronti di questo ruolo.”

“Questo saggio si propone di esaminare quanto segue:
– per vari motivi le donne ‘impazziscono più spesso e più facilmente degli uomini; la loro ‘follia’ consiste prevalentemente nel rivolgere verso di sé gli istinti di distruzione; esse vengono punite per questo comportamento sia attraverso il trattamento brutale e impersonale che ricevono negli ospedali psichiatrici, sia attraverso il rapporto con la maggior parte dei medici (ma non tutti) i quali, seppure non apertamente, le inducono a biasimarsi o ad assumersi la responsabilità della propria infelicità come condizione essenziale per poter venire ‘guarite’;
– funzionano con lo stesso meccanismo sia la psicoterapia che il matrimonio, le due istituzioni sociali più diffusamente accettate come mezzo con il quale le donne bianche e quelle del ceto medio raggiungono la ‘salvezza’ personale attraverso la presenza di una comprensiva e benevola autorità (maschile). Nella cultura femminile essere nubile o non avere un matrimonio felice sono considerati come una ‘malattia’ che si spera di curare con la psicoterapia.”

Phyllis Chesler, osservando dati che mostravano come la maggior parte dei pazienti preferisse uno psichiatra o psicoterapista uomo a una donna, riporta le loro motivazioni. “Alcuni dei motivi più frequentemente addotti dai pazienti di sesso maschile per giustificare la richiesta di essere curati da un uomo furono: una maggior stima delle capacità intellettuali di un uomo; una sensazione generica di disagio e di sfiducia nei confronti delle donne e una sensazione specifica di imbarazzo all’idea di lasciarsi sfuggire male parole e di dover discutere con una donna problemi sessuali come l’impotenza. Alcuni dei motivi più frequentemente addotti dalle donne per giustificare la medesima richiesta furono: una più alta opinione e una maggiore fiducia nella competenza e nell’autorevolezza di un uomo; la sensazione generica di essere a proprio agio e di poter instaurare un rapporto migliore con un uomo piuttosto che con una donna; timore e sfiducia specifici sia nella competenza professionale delle donne che in esse come individui, un motivo che talvolta si accompagnava all’affermazione della paziente di provare avversione per la propria madre. […] Quasi tutti i pazienti di sesso maschile che giustificarono la loro richiesta di essere curati da una donna erano omosessuali. Il motivo principale era il timore di subire l”attrazione sessuale’ del medico rimanendo distratti o turbati. Un paziente non omosessuale riteneva che si sarebbe trovato in una situazione di eccessiva ‘competitività’ con il medico curante”.

I “pazienti di sesso maschile che chiesero (e in genere ottennero) di venire curati da un uomo rimasero in cura più a lungo delle pazienti che avevano fatto la stessa richiesta. Forse uno dei motivi è che le donne spesso fruiscono delle capacità e della protezione dei mariti o dei fidanzati, mentre gli uomini generalmente non ritengono le mogli e le fidanzate particolarmente capaci, ma le considerano piuttosto le sostitute di una madre autoritaria, domestiche, oggetti sessuali e, talvolta, amiche. Essi normalmente non si rivolgono a una donna fiduciosi nelle sue capacità perciò, quando ritengono di aver bisogno di questo tipo di aiuto, rimangono in cura da un medico. Le pazienti possono invece trasferire il loro bisogno di essere protette o ricuperate da un uomo a un altro. In ultima analisi, una paziente o una moglie rimangono insoddisfatte di ricevere dal proprio marito o dal medico un genere di cure o di ricupero che richiamano loro le cure materne, e cercheranno altrove la soluzione dei loro problemi per mezzo di un uomo“.

“‘I sintomi degli uomini riflettono frequentemente un’ostilità distruttiva nei confronti degli altri e nel contempo una forma patologica di indulgenza verso se stessi… I sintomi delle donne, d’altra parte, esprimono un atteggiamento severo, volto alla critica, all’autodetrazione, alla distruzione di sé’. Uno studio di E. Zigler e L. Phillips, che fa un raffronto dei sintomi presentati dai pazienti maschi e femmine di un ospedale psichiatrico, mette in evidenza che i pazienti di sesso maschile sono molto più aggressivi delle donne e più inclini a cedere all’impulso verso un comportamento socialmente deviante come il furto, la violenza carnale, l’ubriachezza e l’omosessualità. Nelle pazienti fu più spesso riscontrata la tendenza a disapprovarsi, a essere depresse, incerte, a meditare il suicidio o a tentarlo”.

Gli psichiatri e gli psicologi hanno sempre descritto come malattie mentali gli indizi e i sintomi delle varie forme di oppressione, reale o a livello di sensazione. Le donne manifestano spesso questi sintomi, non soltanto perché sono effettivamente oppresse, ma anche perché il ruolo sessuale (cioè il modello stereotipato) al quale sono condizionate è costituito appunto da manifestazioni simili. […] Può darsi che il numero delle donne che ricorrono alla psicoterapia sia superiore a quello degli uomini perché questa e il matrimonio sono i due soli istituti previsti dalla società per le donne del ceto medio. Che questi presentino forti somiglianze è un fatto molto significativo. Per la maggior parte delle donne l’incontro con lo psicoterapista è soltanto una nuova circostanza in cui sperimentano un rapporto impari, un’occasione di più in cui vengono premiate per aver manifestato il proprio disagio e «aiutate» da un sapiente oppressore. Sia la psicoterapia che il matrimonio separano le donne; entrambi offrono una soluzione individuale anziché collettiva al problema dell’infelicità femminile; entrambi si basano sulla debolezza femminile e sulla dipendenza della donna da una figura maschile più forte che rappresenta l’autorità; in pratica, entrambi possono essere considerati come il ripetersi del rapporto fra la bambina e il padre nella società patriarcale; entrambi dominano e opprimono le donne allo stesso modo eppure, nello steso tempo, sono i due rifugi più sicuri in una società che alle donne non offre altro.”

“E’ probabile che le donne, nel corso di una seduta terapeutica, trascorrano più tempo parlando dei mariti o dei fidanzati, o del fatto di non averli, del tempo che trascorrono parlando della propria mancanza di un’identità indipendente o dei propri rapporti con le altre donne. Le istituzioni della psicoterapia e del matrimonio inducono le donne a parlare, spesso all’infinito, invece che ad agire (eccetto che nel loro ruolo, già predeterminato dalla società, di donne o pazienti passive). Nel matrimonio il dialogo è normalmente indiretto e piuttosto inarticolato. […] Per la maggior parte delle mogli normalmente è impossibile perfino condurre una conversazione semplice, ma seria, se sono presenti parecchi uomini, compreso il marito. Le mogli parlano fra loro, oppure ascoltano in silenzio la conversazione degli uomini. Accade molto raramente, per non dire mai, che gli uomini ascoltino in silenzio un gruppo di donne che parlano; anche se un uomo si trova solo in un gruppo di donne, egli rivolge loro delle domande, talvolta ascoltando pazientemente le risposte talaltra no, ma sempre con lo scopo di riuscire ad assumere il controllo della conversazione da una posizione di superiorità. […] Nel rapporto psicoterapico il dialogo è indiretto nel senso che né immediatamente né in un secondo tempo la donna viene impegnata in un confronto di se stessa con delle realtà oggettive”.

I clinici adottavano differenti criteri di valutazione della sanità mentale degli uomini e delle donne. Il loro concetto dell’uomo adulto sano non si discostava molto da quello dell’adulto sano in generale, ma il loro concetto della donna adulta sana era piuttosto diverso dal concetto dell’uomo e dell’adulto in generale. Essi parvero inclini a indicare che le donne si differenziavano dagli uomini sani nell’essere: più remissive, meno indipendenti, meno avventurose, più facilmente influenzabili, meno aggressive, meno competitive, più emotive in circostanze meno gravi, più suscettibili, più emotive, più preoccupate per il proprio aspetto, meno obiettive, meno dotate per la matematica e le scienze. […]  È evidente che la donna, per poter essere considerata sana, deve «adattarsi» alle norme di comportamento del suo sesso e accettarle, anche se questo comportamento viene considerato genericamente meno desiderabile da un punto di vista sociale. […] Ovviamente il modello della sanità mentale nella nostra cultura è maschile. Il maggior numero dei medici considera le donne infantili, diverse. Perciò è particolarmente interessante che alcuni di essi, specialmente gli psichiatri, le preferiscano come pazienti. Forse la loro preferenza è molto sensata; il medico può ricevere un vero «servizio» psicologico dalla sua paziente sotto forma di possibilità di esercitare l’autorità e di sentirsi superiore a una femmina sulla quale può proiettare molti dei suoi desideri insoddisfatti di dipendenza, emotività e soggettività e nei cui confronti, data la sua posizione superiore di esperto e di medico, è protetto come non può esserlo nei confronti della propria madre, della moglie, della fidanzata. E in più viene pagato!”

“Accertati questi dati di fatto – che la psicoterapia è un servizio che i ricchi possono pagarsi e che ai poveri viene inflitto; che questa, come istituzione, consente alla società di dominare la mente e il corpo delle donne del ceto medio attraverso l’ideale dell’adattamento al matrimonio e la mente e il corpo delle donne povere o non sposate attraverso la reclusione nelle case di cura; e che la maggior parte dei medici, come la maggior parte dei membri di una società patriarcale, nutrono profondi pregiudizi contro le donne – mi è difficile dare suggerimenti pratici per ‘migliorare’ il trattamento psicoterapico. Poiché l’analisi della società patriarcale ci dice che il matrimonio è il miglior strumento dell’oppressione femminile, mi pare contraddittorio presentare i mariti come utili consiglieri capaci di aiutare le mogli a diventare ‘più felici’. […] Per la grande maggioranza delle donne l’incontro con lo psicoterapista è soltanto un’occasione in più in cui esse si sottomettono a una figura dominante che rappresenta l’autorità. Mi domando come un simile rapporto possa favorire lo sviluppo del senso di indipendenza, o di una sana dipendenza, nelle donne. […] Tutte le donne, sia quelle che esercitano la professione medica che le loro pazienti, dovrebbero prendere parte con serietà e impegno al movimento di liberazione della donna. Le pazienti dovrebbero rivolgersi a dottoresse femministe. Queste, insieme con tutte le altre donne, dovrebbero elaborare una nuova teoria della psicologia femminile e metterla in pratica lavorando in gruppo. Vi si potrebbero includere l’educazione politica e l’aiuto alle donne ricoverate nelle case di cura per malattie mentali e negli altri luoghi in cui i malati di mente vengono reclusi”.

La socializzazione della donna prima degli anni ’70 (parte seconda)

Da “Essere e fare: un esame interculturale della socializzazione maschile e femminile“, di Nancy Chodorow, all’epoca insegnante al dipartimento di Sociologia alla Brandeis University, laureata al Radcliffe College di Harvard nel 1966, in “La donna in una società sessista“, a cura di Vivian Gornick e Barbara K. Moran (prima edizione italiana, 1975, prima edizione statunitense, 1971). Pubblico questo post come seconda parte del precedente perché penso che sia interessante confrontare due teorizzazioni sullo stesso argomento che sono più o meno coeve, ma attingono a fonti e metodi di ricerca diversi per arrivare a conclusioni convergenti, dipingendo un quadro della società occidentale negli anni ’60 su cui si possono ben misurare le conquiste del femminismo e l’ampiezza del cambiamento socio-culturale.

“La ricerca interculturale ci suggerisce che non esistono differenze assolute fra la personalità degli uomini e quella delle donne, e che molte delle caratteristiche che normalmente classifichiamo come maschili o femminili possono differenziare sia i maschi che le femmine di una cultura da quelli di un’altra, e in altre culture ancora, rivelarsi all’opposto di quanto ci aspetteremmo. […] E’ facile confondere la preponderanza statistica con la norma, e spiegare la norma come un fatto ‘semplicemente naturale’. Ciò è inesatto e inutile; una spiegazione convincente si fonda su fatti specifici, non su generalizzazioni o desideri. L’esame dei fatti specifici offre una spiegazione, logica e perfettamente rispondente all’esperienza pratica, delle differenze sessuali e culturali, senza che si renda necessario ricorrere a una verità universale e quindi, in un certo senso, incapace di spiegare alcunché.”.

Ciò che spiega la ‘natura’ femminile è il fatto che in tutte le società una certa parte del lavoro femminile richiede un tipo di comportamento femminile, anche quando un simile comportamento non piace all’interessata: donne che detestano la maternità sono costrette ad avere bambini e ad allattarli regolarmente in società prive di risorse tecnologiche in cui non esistono né contraccettivi né sistemi di allattamento artificiale. Il lavoro degli uomini, d’altra parte, varia nelle diverse culture sia nelle sue forme pratiche che nelle caratteristiche della personalità che richiede. Il ‘destino biologico’ è imperativo: le donne partoriscono i figli e in molte società devono allattarli. Tuttavia è evidente che tutte quelle caratteristiche che costituiscono la natura ‘femminile’ possono ugualmente essere caratteristiche maschili qualora altri tipi di lavoro o altre aspettative determinate dal ruolo lo richiedano“.

“Un elemento che ricorre frequentemente nei diversi studi in cui vengono descritte e spiegate le diverse difficoltà incontrate da femmine e maschi nell’acquisizione di identità legate al ruolo sessuale, è l’affermazione che le femmine ‘sono’ mentre i maschi ‘fanno’: l’identità femminile è ‘attribuita’, quella maschile è ‘conquistata’. Karen Horney fa notare che perfino le differenze biologiche riflettono questa distinzione: ‘l’uomo è praticamente tenuto a portare alla donna prove continue della propria virilità. Per la donna non vi è nessuna necessità analoga: perfino nel caso che sia frigida può avere un rapporto sessuale, concepire e partorire un figlio. La sua parte consiste nel mero essere, senza dover fare… Al contrario l’uomo deve fare, se vuole restare appagato'”.

“Parsons ritiene che le donne abbiano uno scopo raggiungibile – sposarsi e avere bambini – e che vengano giudicate dalla gente secondo le loro capacità in questo senso, e non in base alla loro intrinseca condizione di donne. Egli la contrappone alla condizione dell’uomo che dipende sempre in modo sostanziale dal successo nel lavoro, dalla carriera, dal fatto di essere quello che mantiene la famiglia. […] Simone de Beauvoir vede in questa differenza effetti più positivi che negativi per i ragazzi. […] Secondo lei, il ‘fare’ del ragazzo si trasforma nella trascendenza dell’uomo: gli uomini sono artisti, creatori, rischiano la vita, fanno progetti. Le donne, al contrario, vengono accuratamente istruite a ‘essere’. La naturale tendenza di una fanciulla la spingerebbe anche a ‘fare’, ma essa impara a farsi oggetto, a confinarsi nella sfera dell’immanenza.”.

Secondo Chodorow, il fatto che la socializzazione primaria, quella che avviene nell’infanzia, sia affidata in modo pressoché esclusivo alle donne, implica che per i maschi l’acquisizione dell’identità maschile deve passare attraverso il rifiuto delle donne, e con esso il superamento dell’identificazione dell’autorità con la madre. “Culturalmente ciò significa che in generale è importante per l’uomo acquistare potere e assicurarsi che gli attributi del potere e del prestigio siano maschili o, più precisamente, assicurarsi che, qualunque ruolo possa toccare all’uomo, questo comporti potere e prestigio […]. Diventa anche necessario riservare agli uomini la maggior parte di queste attività per mantenere in vita la convinzione che le donne sono incapaci di fare molte delle cose ‘importanti’ di cui la società ha bisogno […] e nello stesso tempo si rende necessario svalutare tutte le attività delle donne indistintamente […]. In pratica ‘le culture definiscono frequentemente le attività impegnative come qualcosa che le donne non fanno o non possono fare, invece di definirle direttamente come qualcosa che gli uomini fanno bene‘”.

Una indicazione del continuo stato di timore della ‘femminilità’ che nella nostra cultura pesa sui maschi è la forza delle pressioni esterne e interiori a cui sono sottoposti perché si uniformino al modello maschile, rifiutando l’identificazione o la partecipazione a tutto quanto possa parere ‘femminile’. […] L’estrema riluttanza dei maschi a fare scelte intersessuali [può] indicare che fin dalla primissima infanzia gli è stato insegnato che l’unico comportamento giusto è preferire soltanto ciò che è maschile, e che questo insegnamento è stato accettato più o meno completamente; ciò spiegherebbe la loro riluttanza a fare scelte femminili. Ancora più importante è il fatto che questi bambini, al contrario delle bambine, paiono convinti che simili scelte possano aiutarli a rafforzare la propria virilità e che, comunque, atteggiamenti differenti non sarebbero soltanto semplici scelte fra un certo numero di possibilità, ma potrebbero metterli in pericolo nel profondo del loro intimo”.

“Burton e Whiting dimostrano che i riti di iniziazione sono più frequenti nelle società in cui il costume che la madre dorma col bambino e la matrilocalità danno luogo nei maschi a un’identità intersessuale; lo scopo di queste cerimonie è di ‘cancellare dalla mente l’identità femminile primaria e fissare stabilmente la identità maschile secondaria’. In molte società con riti di iniziazione maschili i termini dell’identità sessuale, invece di essere l’equivalente di ‘maschio’ e ‘femmina’ nella nostra società, si differenziano in modo diverso: uno per le donne, le ragazze e i ragazzi non ancora iniziati, l’altro soltanto per gli uomini già iniziati”.

“Tutte queste prove – istituzioni culturali che esorcizzano il potere femminile o tentano di assicurarne il controllo agli uomini; istituzioni che permettono di esprimere un comportamento esasperatamente virile; il timore della bisessualità o della femminilità che pesa sui maschi di ogni età – ci indicano che non è sufficiente attribuire la denigrazione del lavoro e della personalità femminile a un ‘timore delle donne’ esterno e cosciente, alla nota paura del potere femminile. Deve piuttosto essere attribuita a quella parte del potere femminile che è rimasta nell’intimo del maschio – le componenti bisessuali della personalità di ogni uomo. Tutto ciò incute paura perché in un certo senso non vi è una definizione certa della virilità, e il bambino non ha modo di sapere se l’ha veramente acquisita finché non riesce a differenziarsi da ciò che nebulosamente gli pare femminile. ‘Poiché in America […] la virilità non è definita con certezza, bisogna mantenerla e nuovamente apprenderla ogni giorno, e un elemento essenziale della sua definizioni è la necessità di battere le donne in ogni gioco e in ogni attività a cui prendano parte entrambi i sessi‘”.

“Contrariamente a quanto accade nelle società non occidentali, la socializzazione delle donne occidentali non è altrettanto chiara o priva di ambiguità […]. L’universale […] ‘superiorità’ degli uomini e della virilità nei settori ‘importanti’ della cultura significa che le donne vengono preparate soltanto parzialmente ai ruoli femminili tradizionali (allevare i bambini, occuparsi della casa) e alla formazione della loro personalità (passività, condiscendenza, ‘bontà’); nello stesso tempo a scuola si insegna loro a essere intraprendenti e a mirare al successo, e diventa evidente ai loro occhi che l’altro ruolo (quello femminile) e i suoi valori sono meno desiderabili e sono considerati di secondaria importanza nel progresso dell’umanità e del mondo. […] Le bambine inizialmente vengono allevate in un mondo femminile, in cui le madri sono depositarie di tutto il potere e di tutto il prestigio, e nel quale acquisire un’identità femminile appare desiderabile. In seguito entrano in un mondo in cui il potere maschile è chiaramente importante (anche se, come nella scuola, i suoi valori sono trasmessi dalle donne), in cui i maschi dominano la società e le sue importanti risorse”.

“I suoi [della bambina, ndt] conflitti […] riguardano l’accettazione o il rifiuto di questa identità che postula la capacità di inibirsi e di saper soddisfare le esigenze altrui, e che può condurla verso un destino di adulta in cui il suo ruolo e la sua dipendenza da esso la costringeranno ad allevare figli che a loro volta proveranno risentimento verso di lei e verso la ‘femminilità’ che rappresenta. Appare evidente all’intera società, e specialmente alla bambina, che questa identità e il futuro che promette lasciano molto a desiderare. […] In parte a causa di questa subordinazione sociale delle donne e della denigrazione delle qualità femminili operata dalla cultura, alle femmine è consentito preferire ciò che è maschile – ed esse si sentono libere di farlo – e godere di libertà molto superiore a quella dei maschi […]. Perciò si sentono incoraggiate a riuscire bene a scuola, e il fatto che esse stesse lo vogliano viene considerato ‘semplicemente naturale’. In nessun caso né la bambina né i suoi educatori dubitano della stabilità della sua identità femminile, né del fatto che saprà rassegnarsi al suo ruolo da adulta e che, a quel punto, questo ruolo le sembrerà naturale. Man mano che cresce, tuttavia, le sue compagne e gli adulti con cui vive cessano di tollerare […] i suoi tentativi di impegnarsi in attività maschili o di perseguire scopi maschili […]. Si ritiene che essa debba cominciare a mostrarsi passiva e docile, che si interessi al proprio aspetto, che coltivi l’arte della seduzione, che si modelli secondo i desideri maschili. […] Nella società americana la scuola continua a istillare valori tipicamente ‘americani’ (e maschili) – il culto del successo, dell’intraprendenza, della competitività. Se mancherà questi obiettivi fallirà come cittadina e come individuo, ma se avrà successo fallirà come donna. […] Sappiamo che, crescendo, in generale le femmine ottengono minor successo negli studi e rimangono escluse dalla possibilità di una partecipazione egalitaria che precedentemente avevano”.

Chodorow conclude: “La tragedia della socializzazione della donna non consiste nel fatto che non le sia chiara la sua identità sessuale fondamentale, come accade per gli uomini. Questa identità le viene attribuita ed essa non ha bisogno di provare a se stessa o alla società di averla appresa o di continuare a possederla. Il suo problema è che questa identità è palesemente considerata di scarso valore nella società in cui vive. […] E finché le donne saranno costrette a vivere attraverso i loro figli, e gli uomini non contribuiranno realmente alla loro socializzazione e non gli offriranno modelli di ruolo facilmente comprensibili, le donne continueranno a educare figli la cui identità sessuale è subordinata alla possibilità di negare il valore della femminilità nel loro intimo e fuori di esso, e figlie che dovranno accettare questa condizione umiliante e rassegnarsi a produrre altri uomini che perpetueranno il sistema che le denigra”.