La socializzazione della donna prima degli anni ’70 (parte seconda)

Da “Essere e fare: un esame interculturale della socializzazione maschile e femminile“, di Nancy Chodorow, all’epoca insegnante al dipartimento di Sociologia alla Brandeis University, laureata al Radcliffe College di Harvard nel 1966, in “La donna in una società sessista“, a cura di Vivian Gornick e Barbara K. Moran (prima edizione italiana, 1975, prima edizione statunitense, 1971). Pubblico questo post come seconda parte del precedente perché penso che sia interessante confrontare due teorizzazioni sullo stesso argomento che sono più o meno coeve, ma attingono a fonti e metodi di ricerca diversi per arrivare a conclusioni convergenti, dipingendo un quadro della società occidentale negli anni ’60 su cui si possono ben misurare le conquiste del femminismo e l’ampiezza del cambiamento socio-culturale.

“La ricerca interculturale ci suggerisce che non esistono differenze assolute fra la personalità degli uomini e quella delle donne, e che molte delle caratteristiche che normalmente classifichiamo come maschili o femminili possono differenziare sia i maschi che le femmine di una cultura da quelli di un’altra, e in altre culture ancora, rivelarsi all’opposto di quanto ci aspetteremmo. […] E’ facile confondere la preponderanza statistica con la norma, e spiegare la norma come un fatto ‘semplicemente naturale’. Ciò è inesatto e inutile; una spiegazione convincente si fonda su fatti specifici, non su generalizzazioni o desideri. L’esame dei fatti specifici offre una spiegazione, logica e perfettamente rispondente all’esperienza pratica, delle differenze sessuali e culturali, senza che si renda necessario ricorrere a una verità universale e quindi, in un certo senso, incapace di spiegare alcunché.”.

Ciò che spiega la ‘natura’ femminile è il fatto che in tutte le società una certa parte del lavoro femminile richiede un tipo di comportamento femminile, anche quando un simile comportamento non piace all’interessata: donne che detestano la maternità sono costrette ad avere bambini e ad allattarli regolarmente in società prive di risorse tecnologiche in cui non esistono né contraccettivi né sistemi di allattamento artificiale. Il lavoro degli uomini, d’altra parte, varia nelle diverse culture sia nelle sue forme pratiche che nelle caratteristiche della personalità che richiede. Il ‘destino biologico’ è imperativo: le donne partoriscono i figli e in molte società devono allattarli. Tuttavia è evidente che tutte quelle caratteristiche che costituiscono la natura ‘femminile’ possono ugualmente essere caratteristiche maschili qualora altri tipi di lavoro o altre aspettative determinate dal ruolo lo richiedano“.

“Un elemento che ricorre frequentemente nei diversi studi in cui vengono descritte e spiegate le diverse difficoltà incontrate da femmine e maschi nell’acquisizione di identità legate al ruolo sessuale, è l’affermazione che le femmine ‘sono’ mentre i maschi ‘fanno’: l’identità femminile è ‘attribuita’, quella maschile è ‘conquistata’. Karen Horney fa notare che perfino le differenze biologiche riflettono questa distinzione: ‘l’uomo è praticamente tenuto a portare alla donna prove continue della propria virilità. Per la donna non vi è nessuna necessità analoga: perfino nel caso che sia frigida può avere un rapporto sessuale, concepire e partorire un figlio. La sua parte consiste nel mero essere, senza dover fare… Al contrario l’uomo deve fare, se vuole restare appagato'”.

“Parsons ritiene che le donne abbiano uno scopo raggiungibile – sposarsi e avere bambini – e che vengano giudicate dalla gente secondo le loro capacità in questo senso, e non in base alla loro intrinseca condizione di donne. Egli la contrappone alla condizione dell’uomo che dipende sempre in modo sostanziale dal successo nel lavoro, dalla carriera, dal fatto di essere quello che mantiene la famiglia. […] Simone de Beauvoir vede in questa differenza effetti più positivi che negativi per i ragazzi. […] Secondo lei, il ‘fare’ del ragazzo si trasforma nella trascendenza dell’uomo: gli uomini sono artisti, creatori, rischiano la vita, fanno progetti. Le donne, al contrario, vengono accuratamente istruite a ‘essere’. La naturale tendenza di una fanciulla la spingerebbe anche a ‘fare’, ma essa impara a farsi oggetto, a confinarsi nella sfera dell’immanenza.”.

Secondo Chodorow, il fatto che la socializzazione primaria, quella che avviene nell’infanzia, sia affidata in modo pressoché esclusivo alle donne, implica che per i maschi l’acquisizione dell’identità maschile deve passare attraverso il rifiuto delle donne, e con esso il superamento dell’identificazione dell’autorità con la madre. “Culturalmente ciò significa che in generale è importante per l’uomo acquistare potere e assicurarsi che gli attributi del potere e del prestigio siano maschili o, più precisamente, assicurarsi che, qualunque ruolo possa toccare all’uomo, questo comporti potere e prestigio […]. Diventa anche necessario riservare agli uomini la maggior parte di queste attività per mantenere in vita la convinzione che le donne sono incapaci di fare molte delle cose ‘importanti’ di cui la società ha bisogno […] e nello stesso tempo si rende necessario svalutare tutte le attività delle donne indistintamente […]. In pratica ‘le culture definiscono frequentemente le attività impegnative come qualcosa che le donne non fanno o non possono fare, invece di definirle direttamente come qualcosa che gli uomini fanno bene‘”.

Una indicazione del continuo stato di timore della ‘femminilità’ che nella nostra cultura pesa sui maschi è la forza delle pressioni esterne e interiori a cui sono sottoposti perché si uniformino al modello maschile, rifiutando l’identificazione o la partecipazione a tutto quanto possa parere ‘femminile’. […] L’estrema riluttanza dei maschi a fare scelte intersessuali [può] indicare che fin dalla primissima infanzia gli è stato insegnato che l’unico comportamento giusto è preferire soltanto ciò che è maschile, e che questo insegnamento è stato accettato più o meno completamente; ciò spiegherebbe la loro riluttanza a fare scelte femminili. Ancora più importante è il fatto che questi bambini, al contrario delle bambine, paiono convinti che simili scelte possano aiutarli a rafforzare la propria virilità e che, comunque, atteggiamenti differenti non sarebbero soltanto semplici scelte fra un certo numero di possibilità, ma potrebbero metterli in pericolo nel profondo del loro intimo”.

“Burton e Whiting dimostrano che i riti di iniziazione sono più frequenti nelle società in cui il costume che la madre dorma col bambino e la matrilocalità danno luogo nei maschi a un’identità intersessuale; lo scopo di queste cerimonie è di ‘cancellare dalla mente l’identità femminile primaria e fissare stabilmente la identità maschile secondaria’. In molte società con riti di iniziazione maschili i termini dell’identità sessuale, invece di essere l’equivalente di ‘maschio’ e ‘femmina’ nella nostra società, si differenziano in modo diverso: uno per le donne, le ragazze e i ragazzi non ancora iniziati, l’altro soltanto per gli uomini già iniziati”.

“Tutte queste prove – istituzioni culturali che esorcizzano il potere femminile o tentano di assicurarne il controllo agli uomini; istituzioni che permettono di esprimere un comportamento esasperatamente virile; il timore della bisessualità o della femminilità che pesa sui maschi di ogni età – ci indicano che non è sufficiente attribuire la denigrazione del lavoro e della personalità femminile a un ‘timore delle donne’ esterno e cosciente, alla nota paura del potere femminile. Deve piuttosto essere attribuita a quella parte del potere femminile che è rimasta nell’intimo del maschio – le componenti bisessuali della personalità di ogni uomo. Tutto ciò incute paura perché in un certo senso non vi è una definizione certa della virilità, e il bambino non ha modo di sapere se l’ha veramente acquisita finché non riesce a differenziarsi da ciò che nebulosamente gli pare femminile. ‘Poiché in America […] la virilità non è definita con certezza, bisogna mantenerla e nuovamente apprenderla ogni giorno, e un elemento essenziale della sua definizioni è la necessità di battere le donne in ogni gioco e in ogni attività a cui prendano parte entrambi i sessi‘”.

“Contrariamente a quanto accade nelle società non occidentali, la socializzazione delle donne occidentali non è altrettanto chiara o priva di ambiguità […]. L’universale […] ‘superiorità’ degli uomini e della virilità nei settori ‘importanti’ della cultura significa che le donne vengono preparate soltanto parzialmente ai ruoli femminili tradizionali (allevare i bambini, occuparsi della casa) e alla formazione della loro personalità (passività, condiscendenza, ‘bontà’); nello stesso tempo a scuola si insegna loro a essere intraprendenti e a mirare al successo, e diventa evidente ai loro occhi che l’altro ruolo (quello femminile) e i suoi valori sono meno desiderabili e sono considerati di secondaria importanza nel progresso dell’umanità e del mondo. […] Le bambine inizialmente vengono allevate in un mondo femminile, in cui le madri sono depositarie di tutto il potere e di tutto il prestigio, e nel quale acquisire un’identità femminile appare desiderabile. In seguito entrano in un mondo in cui il potere maschile è chiaramente importante (anche se, come nella scuola, i suoi valori sono trasmessi dalle donne), in cui i maschi dominano la società e le sue importanti risorse”.

“I suoi [della bambina, ndt] conflitti […] riguardano l’accettazione o il rifiuto di questa identità che postula la capacità di inibirsi e di saper soddisfare le esigenze altrui, e che può condurla verso un destino di adulta in cui il suo ruolo e la sua dipendenza da esso la costringeranno ad allevare figli che a loro volta proveranno risentimento verso di lei e verso la ‘femminilità’ che rappresenta. Appare evidente all’intera società, e specialmente alla bambina, che questa identità e il futuro che promette lasciano molto a desiderare. […] In parte a causa di questa subordinazione sociale delle donne e della denigrazione delle qualità femminili operata dalla cultura, alle femmine è consentito preferire ciò che è maschile – ed esse si sentono libere di farlo – e godere di libertà molto superiore a quella dei maschi […]. Perciò si sentono incoraggiate a riuscire bene a scuola, e il fatto che esse stesse lo vogliano viene considerato ‘semplicemente naturale’. In nessun caso né la bambina né i suoi educatori dubitano della stabilità della sua identità femminile, né del fatto che saprà rassegnarsi al suo ruolo da adulta e che, a quel punto, questo ruolo le sembrerà naturale. Man mano che cresce, tuttavia, le sue compagne e gli adulti con cui vive cessano di tollerare […] i suoi tentativi di impegnarsi in attività maschili o di perseguire scopi maschili […]. Si ritiene che essa debba cominciare a mostrarsi passiva e docile, che si interessi al proprio aspetto, che coltivi l’arte della seduzione, che si modelli secondo i desideri maschili. […] Nella società americana la scuola continua a istillare valori tipicamente ‘americani’ (e maschili) – il culto del successo, dell’intraprendenza, della competitività. Se mancherà questi obiettivi fallirà come cittadina e come individuo, ma se avrà successo fallirà come donna. […] Sappiamo che, crescendo, in generale le femmine ottengono minor successo negli studi e rimangono escluse dalla possibilità di una partecipazione egalitaria che precedentemente avevano”.

Chodorow conclude: “La tragedia della socializzazione della donna non consiste nel fatto che non le sia chiara la sua identità sessuale fondamentale, come accade per gli uomini. Questa identità le viene attribuita ed essa non ha bisogno di provare a se stessa o alla società di averla appresa o di continuare a possederla. Il suo problema è che questa identità è palesemente considerata di scarso valore nella società in cui vive. […] E finché le donne saranno costrette a vivere attraverso i loro figli, e gli uomini non contribuiranno realmente alla loro socializzazione e non gli offriranno modelli di ruolo facilmente comprensibili, le donne continueranno a educare figli la cui identità sessuale è subordinata alla possibilità di negare il valore della femminilità nel loro intimo e fuori di esso, e figlie che dovranno accettare questa condizione umiliante e rassegnarsi a produrre altri uomini che perpetueranno il sistema che le denigra”.

 

 

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10 pensieri su “La socializzazione della donna prima degli anni ’70 (parte seconda)

  1. oggi le cose sono un po’ migliorate per uomini e donne in occidente anche se tanti problemi restano, permangono visioni antiquate (l’arte della seduzione è maschile come femminile ed è una cosa positiva). E oggi a differenza di quarant’anni fa è opinione comune che siano le donne a riuscire meglio negli studi

    • In effetti è vero, dal punto di vista del successo scolastico e intellettuale il pregiudizio si è completamente ribaltato. E’ uno dei motivi per cui sto apprezzando così tanto questa raccolta di saggi, vedere i cambiamenti.
      Un altro aspetto positivo che ho notato è che non si dà più per scontato, oggigiorno, che l’esistenza della donna ruoti a prescindere attorno a matrimonio e figli in modo così forte e schiacciante.

  2. Articolo molto interessante, da quanto è stata fatta questa analisi ovvero quasi 50 anni moltissime cose sono cambiate(per fortuna).Intanto dobbiamo capire che quando parliamo di occidente in genere ci riferiamo hai paesi NATO e del UE quindi parliamo dei paesi europei insieme al Canada e agli USA, stiamo parlando di 800 miliardi di persone e circa 40 stati molto diversi fra loro in moltissime cose quindi anche dal punto di vista culturale,sociale,economico e cosi via.Diciamo che rispetto agli anni 60 oggi ci sono moltissime donne che lavorano di cui alcune anche in posizioni molto importanti ci sono astronaute donne,ingeneri donne,soldatesse,dottoresse,politiche ecc… in alcuni paesi europei il tasso di occupazione femminile supera il 70% ,quindi tutto questo va considerato , sul discorso del essere madre ricordiamo che le donne i figli non le fanno da sole ci sono anche i mariti ,perchè alla fine le persone(uomini e donne che siano) decidono di farsi una famiglia se non lo fanno e solo perchè non sono in condizioni economiche per farlo sono rare le persone che non lo fanno per scelta anche avendo le condizioni.Poi penso che il discorso che si fa nel articolo nei figli maschi contro le madri non abbia più senso oggi ,dato che spesso i figli maschi riescono a dialogare meglio con la madre piuttosto con il padre poi il ribellarsi hai genitori nel periodo adolescenziale è una cosa normale che c’è sempre stata e sempre ci sarà,sul discorso delle bisessualità su quel fronte le cose sono decisamente migliorate ma ancora sussistito problemi e stereotipi,il tema della sessualità dovrebbe rispettare pochi principi ovvero le persone coinvolte devono essere adulte,consenzienti e non avere legami di sangue più altre cose dettate dal buonsenso e i genitori non si dovrebbero intromettere in questo aspetto della vita dei figli specialmente se maggiorenni ,al massimo dovrebbero solo dirgli di fare sesso protetto preoccuparsi se il ragazzo/ragazza non sia una persone a posto(nel senso di pericoloso sospetto e cosi via) e basta (ovviamente vale anche il contrario cioè che i figli non dovrebbero intromettersi nella vita sessuale dei genitori (ma questa è un eventualità più rara).Sul discorso della femminilità/virilità è difficile fare questi discorsi potremmo dire che un uomo virile è un uomo che ha successo con le donne e nella carriera per esempio, ma se parliamo di atteggiamenti e stile virile questo cambia nel tempo per esempio al epoca il concetto di bellezza maschile non erano uomini muscolosi (ma non troppo) depilati dovunque e senza barba , probabilmente per l’epoca i modelli maschili di adesso sarebbero troppo femminili.In ultima analisi il problema in occidente è quello di aumentare l’occupazione femminile magari con incentivi alle imprese,e fare in modo che guadagnano quanto gli uomini a parità di posizione punire i datori di lavoro che non fanno questo ,fare in modo che nelle imprese pubbliche i CDA abbiamo una ripartizione di 50/50 dei sessi e poi qui viene una delle cose più difficili e questa è culturale ,fare in modo che il metro di paragone per uomini e donne sia uguale quando questo avverrà diciamo che il femminismo non avrà più senso di esistere(o se preferiamo avrà raggiunto il suo obbiettivo)

    • Be’, per quanto i doppi standard sia economici che sociali siano profondamente legati al sessismo e alla mentalità patriarcale, non esauriscono il lavoro di un femminismo che punti alla reale parità. Un problema molto serio è quello della violenza sulle donne, e credo che le cause più profonde, nel cuore degli uomini violenti e nella cultura, siano ancora ben lontane dall’essere affrontate con l’apertura e il coraggio che il problema merita.
      E’ vero, abbiamo fatto molta strada. Rispettiamo molto di più le persone al di là del loro ruolo nella famiglia, e il ventaglio di scelte anche nell’ambito di una socializzazione che continua a considerare diversi uomini e donne per attitudini e capacità si è ampliato. Dobbiamo guardare al passato con lo sguardo fiero dei progressi fatti, e non dimenticare quanto rapidi siano stati.

      • Concordo con te infatti la mia era un esagerazione, invece c’è una cosa che mi sono sempre chiesto dato che spesso le donne vengono insultate per la loro vita sessuale o simili sia da uomini che da altre donne(purtroppo) anche per cose molto “soft” diciamo, allora io mi chiedo se queste persone che insultato scoprissero che la loro madre o una loro sorella in passato o nel presente abbia lo stesso comportamento o ancora più in la sarebbero ipocriti con una doppia morale oppure le rinnegherebbero? vi viene in mente una frase a questa proposito molto sessista e machilista ma che rappresenta questa ipocrisia “Le donne sono tutte puttane tranne mia madre e mia sorella, ma non vado mai in un bordello per paura di incontrarle.”

      • Le persone sono culturalmente educate a sviluppare una sorta di “paraocchi” verso la sessualità dei propri parenti. La consapevolezza razionale del fatto che ovviamente i nostri genitori hanno fatto sesso non basta a infrangere questa barriera mentale.
        Immagino, quindi, che questo meccanismo si associ al maschilismo che molte persone hanno interiorizzato. Poi ci sono altri meccanismi: le stesse donne maschiliste ovviamente fanno sesso e probabilmente non stanno “sdraiate a pensare all’Inghilterra” come raccomandava la morale vittoriana, ma spostano la linea che separa le brave ragazze dalle troie un po’ più in là di dove stanno loro (mi vengono in mente esempi leggermente volgari, ma immagino che non ce ne sia bisogno).

  3. Il blog è tuo se vuoi fare degli esempi fai pure non mi scandalizzo di certo , posso capire che la sessualità dei genitori sia una cosa privata e che quindi i figli non vogliono(e non devono) intromettersi ma dovrebbe essere scontato che ne abbiano una e non è detto che i figli condividano determinate pratiche e parliamo solo delle pratiche che mettono in atto non magari a quelle fantasie erotiche che poi non vengono messe in atto ,ma come detto spesso finché parliamo di pratiche fatte da adulti e consenzienti non vedo il problema del resto come i figli non vogliono essere giudicati dai genitori vale il contrario ,poi l’apertura mentale dipende anche in parte da come si viene educati certo fino a una certo punto in genere i figli tendono a essere più aperti dei genitori ,poi per esempio in una famiglia naturalista se i figli vengono iniziati a questa pratica fin da piccoli per esempio poi magari la trovano come una cosa normale.

    • In relazione all’esempio un po’ volgare, mi è capitato di sentire ragazze che tracciavano la linea di demarcazione fra “brave ragazze” e “troie” all’ingoiare lo sperma durante una fellatio, oppure al rifiutarsi di avere rapporti sessuali in certe posizioni.
      Naturalmente si tratta di criteri stupidi, vuoti: una persona dovrebbe scegliere cosa fare e non fare in base alla propria sensibilità, non a una linea inesistente!

      • Che poi tutti gli esseri umani nascono dal unione degli spermatozoi(sperma) con le cellule uovo, immagino che come posizione si parlava del sesso anale alla fine come dici tu sono criteri stupidi ,anche perchè lo stati facendo col tuo ragazzo/fidanzato/compagno/marito magari il padre dei tuoi figli , ma anche se fosse la prima volta che vai con quella persone non ci sarebbe nulla di male.

      • Questo tipo di confini è stupido per natura, perché è arbitraria e stupida la divisione che i confini stessi dovrebbero segnare, quella fra “brave ragazze” e “troie”.
        Non ci si può aspettare un risultato sensato, e infatti praticamente ogni persona che crede nell’esistenza del confine lo pone in modo diverso e lo giustifica in modo diverso.

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