Per una normalità inclusiva

In ogni società esiste uno standard, culturalmente costruito, in merito a quale sia il comportamento normale degli individui, quello di cui la società ha bisogno per continuare ad esistere, quello su cui si regolano le aspettative reciproche delle persone. Tutto questo ci aiuta a “navigare” l’esperienza quotidiana senza dover continuamente aspettarci l’inaspettato, ma potendoci aspettare invece una certa prevedibilità.
Esistono, ovviamente, simili modelli di comportamento per ogni sfera dell’agire e per ogni ruolo sociale, inclusi i ruoli di genere. Le donne, nel corso dei secoli, hanno individuato come in queste aspettative normative legate al genere si costruisse l’oppressione, attraverso la limitazione delle opportunità, dei diritti, conseguenti a percepite differenze di capacità, di forza, di intelligenza. Ma non si è mai trattato solo di questo, quanto anche della vitale possibilità di definirsi, di avere la possibilità di trovare la propria identità al di fuori delle ristrette gabbie create dalle rigide strutture di classe e genere.
Se consideriamo la vita di una donna borghese nell’Ottocento e la vita di una donna di classe media contemporanea, c’è un abisso in termini della gamma di opportunità, ma anche nella gamma di comportamenti ritenuti ormai normali e pienamente accettati dalla società. Parlo anche di cose semplici come andare in bicicletta, portare i pantaloni, possedere un conto corrente.
In questi ultimi decenni, diciamo dagli anni ’70 in poi, dopo aver combattuto e vinto almeno sulla carta la battaglia per la parità giuridica, le femministe stanno combattendo sia per la parità sostanziale, di cui il fulcro è il diritto a una vita libera dalla violenza di genere per tutte le donne, sia per ampliare la sfera delle opportunità attraverso la restrizione della sfera dove l’idea di normalità ha valore e potere. Sul tempo libero, l’espressione individuale attraverso l’abbigliamento e il corpo, gli aspetti “privati” dell’esistenza, non dovrebbe nemmeno esistere un’idea di normalità che diventi esclusione e stigmatizzazione per chi non vi si conforma. Purtroppo non siamo ancora a questo punto.
Molti comportamenti che semplicemente sono meno frequenti, ma non sono neppure considerabili “devianti”, come non depilarsi, il sesso occasionale, perfino cose che non sono comportamenti ma sono tratti dell’identità di una persona, come l’orientamento sessuale, ancora oggi sono motivi di bullismo, rifiuto di una persona, discriminazione.

Aprendo un inciso, le preferenze personali non possono considerarsi discriminazioni in sé (mi riallaccio alla discussione sotto il post “Il soffitto di cotone” del Ricciocorno Schiattoso, per non ripetermi) anche se indubbiamente sono collegate all’idea di normalità prevalente in una data società. E’ più facile, più comune, essere attratti da tratti diffusi e considerati positivi nella nostra cultura, come ad esempio la magrezza, piuttosto che da tratti “diversi” su cui esiste un alone di negatività, di diffidenza, che è appunto lo stigma. E’ vero che l’amore supera e prescinde il giudizio sociale, ma è anche vero che innamorarsi richiede di conoscere l’altra persona, e spesso le persone “diverse” vengono evitate e non si dà loro nemmeno una chance. Ma appunto, non possiamo forzare nessuno a dare questa chance.

Quello che possiamo – e secondo me dovremmo – fare è sforzarci di riflettere criticamente sull’origine dell’idea di normalità invece di accettarla a priori. Capiremmo che molte norme sociali non hanno alcun valore intrinseco e servono solo a limitare l’individualità delle persone. L’esempio che mi viene in mente è una discussione avuta ieri su una preside che ha deciso di punire con un abbassamento del voto in condotta gli studenti che si fossero presentati a scuola con i jeans con gli strappi. C’è un motivo sensato per imporre questa regola, per imporre un dress code a degli adolescenti che, nella maggior parte dei casi, stanno ancora cercando il proprio stile come mezzo per esprimere sé stessi e dimostrare ai coetanei che non è più la madre a scegliergli i vestiti?
Non conosco i dettagli della vicenda, né ho interesse a conoscerli. La cito solo per esporre un punto. Peraltro, moltissime regole sul dress code si basano sull’idea che le ragazzine debbano coprire i loro corpi perché potenzialmente sessualmente attraenti, come se l’attrazione sessuale fosse un male di per sé. E se preoccupa la sessualizzazione precoce, il rimedio non è certo vietare, ma mettere le ragazzine e i ragazzini in condizione di comprendere che cosa significa esprimersi come “sexual beings“, esseri sessuati e sessuali, invece di farli sentire sbagliati per come si vestono.

Peraltro, sostenere che esiste un’idea di normalità che plasma il modo in cui ci comportiamo, il modo in cui elaboriamo i materiali che galleggiano nel “pulviscolo culturale” (la metafora è dell’antropologo Arjun Appadurai) per costruire la nostra identità a partire da ciò che abbiamo assorbito durante il processo di socializzazione, perfino il nostro modo di pensare a noi stessi (l’idea di cosa è una persona varia da cultura a cultura e da epoca a epoca) e ovviamente idee e valori, che circolano nella cultura e vengono insegnati dalle varie agenzie di socializzazione, non significa affatto sostenere che gli individui vengono “programmati” dalla società, in modo occulto come vorrebbero i complottisti o in modo diretto e quasi “naturale” come postulavano i funzionalisti statunitensi degli anni ’50 – che infatti non intuirono l’avvicinarsi della controcultura degli anni ’60 e delle grandi battaglie per i diritti civili, che già da sole smentivano l’idea di una socializzazione volta a farci accettare e incorporare dentro di noi l’ordine sociale esistente.

La struttura sociale ci plasma, e noi con il nostro agire plasmiamo la struttura sociale, in un processo dialettico che non ha esiti predeterminati. Questa è una delle prime cose che s’imparano studiando sociologia. Gli esseri umani sono sempre in equilibrio in questo circolo, e in questo sta la nostra libertà. Non ha alcun senso né credere che la struttura sociale sia infinitamente deformabile, sappiamo che il cambiamento richiede tempo, sforzo, incontra resistenze, perché è un nuovo ordine che s’incunea nel preesistente per trasformarlo dall’interno; né credere che non esista la possibilità del cambiamento e che ogni riforma e rinnovamento sia solo di facciata.
Non siamo prigionieri di un ordine che ci controlla stile Matrix, ma non siamo nemmeno monadi che si autodeterminano nella libertà più assoluta da ogni influenza esterna. La cultura è una rete di significati (come la definì a suo tempo Max Weber) che si avviluppa attorno a noi, dando forma al nostro agire. Pensate alla sua manifestazione più evidente: il linguaggio. Il linguaggio non ci determina, né è predeterminato esso stesso: cambia insieme alla società, ma al contempo resta valido quando scrisse Wittemberg: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, nel senso che non possiamo pensare qualcosa che non abbiamo le parole per pensare. Così, è difficile che si possano pensare possibilità che non sono nel nostro orizzonte culturale, anche se sono sempre esistite persone capaci di pensare oltre i limiti dell’esistente.
Ma, se cercheremo di trasformare lo standard esistente nella nostra società, in questo momento storico dove peraltro è già molto meno vincolante rispetto al passato perché viviamo nel pluralismo delle culture, degli stili di vita, delle identità, delle idee, in qualcosa di ancora più aperto, di rendere più permeabili i confini, ci sarà maggiore spazio per coloro che vorranno reinventare il futuro, o semplicemente vivere in pace senza sentirsi costrette ad aderire a regole troppo strette per loro.

Per come la vedo io, si tratta di passare da una situazione in cui tutto ciò che non è normale è oggetto di riprovazione, a una in cui tutto ciò che non è oggetto di riprovazione è normale, spostando la condanna sociale quindi da ciò che è “diverso” a ciò che reprime la libertà altrui, estendendo l’idea di normalità per renderla il più inclusiva della diversità possibile. Uno slogan che ho sentito in università, motto di uno psichiatra di cui purtroppo non ho colto il nome, è: “Da vicino nessuno è normale“, che fa il paio con il più noto: “Ricorda sempre che sei unico, proprio come tutti gli altri“. Insieme, questi motti ci dicono che nell’accettazione della diversità si può costruire uno standard diverso.