Discorsi alternativi: la Storia che non fu

Uno dei miei problemi con il giornalismo, e con la cultura che si può apprendere tramite i giornali, è la combinazione di frammentarietà e precarietà. Sulla prima, non c’è molto da dire: gli articoli di giornale, per loro natura, non possono offrire una trattazione al contempo vasta e ricca di un argomento, perciò o si tratta di ricognizioni molto superficiali di un argomento vasto, oppure di approfondimento su un aspetto che richiede conoscenze pregresse dell’argomento e che ha un’utilità limitata come testo a sé stante.
La seconda, invece, è qualcosa contro cui mi sforzo di lottare. Se qualcosa mi interessa, cerco di conservarlo, di dargli una collocazione: magari non lo ricercherò mai più, ma per lo meno so che l’informazione è in un posto dove posso rintracciarla, in una forma relativamente stabile. E’ uno dei motivi che mi ha spinta ad aprire un blog, l’esigenza di avere un posto dove le mie riflessioni restino, dove potrei rileggerle a distanza di anni. Probabilmente non lo saprò, ma è rassicurante sapere che esiste. Internet, tutto sommato, anche se in maniera imperfetta offre questa possibilità, in modo tanto semplice quanto un clic per aggiungere ai preferiti una pagina. Le pagine possono essere rimosse e tutto quello che resta può essere solo un link spezzato, un errore 404, un avviso che informa che il dominio che ospitava la pagina è ora in vendita. Sono rischi, ma non sono frequenti.
La cultura ospitata dai giornali in forma cartacea è molto, molto più fragile ed effimera. Questa estate, dovendo traslocare in un appartamento molto più piccolo, ho dovuto buttare la mia collezione di sei annate (2010-2016) di “Sette” del Corriere della Sera, la rivista di approfondimento giornalistico dalla quale avevo tratto anche parecchi dati riportati in post di questo blog. La mia collezione occupava due interi scaffali della mia libreria, un vano dell’armadio, e svariate pile di riviste giacevano alla base dell’armadio, sotto i vestiti, nella porzione principale del suddetto. Quando li ho tolti tutti, formavano una pila di circa mezzo metro d’altezza che ricopriva interamente il mio letto.
I miei familiari, conoscendomi, mi hanno imposto di non sfogliare le riviste prime di gettarle negli scatoloni per la raccolta differenziata della carta: ho potuto solo staccare i segnalibri che avevo apposto a vari articoli negli anni, scegliendo rapidamente se gli articoli corrispondenti meritavano di essere conservati o meno. “Sette” non ha un archivio online, quindi almeno per me il contenuto di circa 312 numeri di “Sette” è andato irrimediabilmente perduto. Si potrebbe obiettare – come hanno del resto fatto i miei familiari – che non avrei mai avuto il tempo di rileggere 312 numeri di “Sette”, di circa 150 pagine ciascuno, anche solo per selezionare accuratamente gli articoli che avrei voluto conservare. E che non avrebbe fatto molta differenza conservare un plico di fogli sparsi, destinati ad essere buttati per esasperazione dopo qualche anno.
Dopo un mese dopo aver buttato tutte le riviste, ho dovuto concludere che avevano ragione i miei: buttarle è stato liberatorio, e non ne sento la mancanza. Vivo serenamente anche senza conservare o leggere “Sette”, e in conclusione non so dire se ho effettivamente imparato qualcosa da quei 312 numeri letti integralmente.

Eppure, non è così semplice. L’idea che un patrimonio di informazioni vada perduto, o peggio ancora che quelle informazioni siano scritte per andare perdute, di settimana in settimana, è deprimente. Negli anni, non ho mai conservato articoli del Corriere della Sera inteso come quotidiano, ma solo delle sue riviste (“Sette” e “Io Donna”) perché mi dava un certo senso di rassicurazione sapere che il Corriere aveva un archivio accessibile in qualsiasi momento, una risorsa che ho usato talvolta per cercare fonti per il mio lavoro su Wikiquote. Avevo salvato giusto un paio di articoli, che pensavo mi sarebbe piaciuto conservare e magari portare a scuola – quando facevo ancora il liceo – perché diventassero spunti di discussione. Ora, riordinando, sono riemersi. E sono sollevata di averli conservati, dato che l’archivio del Corriere è diventato accessibile solo a pagamento, il che, diciamocelo, vuol dire praticamente inaccessibile, perché la stragrande maggioranza delle persone non vuole o non può pagare per accedere a un archivio che si rivelerà utile forse una sola volta, massimo due.

Uno degli articoli che ho effettivamente conservato riguarda i discorsi preparati per i politici in caso eventi nodali della storia contemporanea non fossero andati come effettivamente sono andati, uno sguardo affascinante su possibilità che non sono avvenute. L’articolo è uscito il 17 agosto 2014 nell’inserto “La lettura” del Corriere della Sera, scritto da Ennio Caretto, con il titolo “«Compatrioti, il D-Day è fallito»”.
I frammenti di discorsi riportati sono i seguenti, il testo di commento è stato rielaborato da me per adattarlo al blog.

I nostri sbarchi nell’area di Cherbourg-Havre non hanno portato a una testa di ponte soddisfacente e ho ordinato il ritiro delle truppe. La mia decisione di attaccare in questo momento in questo punto era basata sulle migliori informazioni disponibili. Le truppe di terra, del cielo e del mare hanno fatto tutto ciò che il coraggio e la dedizione al dovere consentono di fare. Se qualche biasimo o errore è legato a questo tentativo, è solo mio. (Dwight D. Eisenhower, presidente degli Stati Uniti dal 20 gennaio 1953 al 20 gennaio 1961, preparò questo comunicato il giorno prima del D-Day – 5 giugno 1944 – nel timore che lo sbarco in Normandia fallisse e lo tenne nascosto nel portafoglio).

Concittadini americani, con cuore pesante, nella necessaria osservanza del giuramento da me prestato nella mia carica, ho ordinato – e l’aviazione militare degli Stati Uniti ha già eseguito – operazioni militari con sole armi convenzionali per la rimozione dal territorio cubano di un importante arsenale nucleare. (John Kennedy, presidente degli Stati Uniti dal 20 gennaio 1961 al 22 novembre 1963, nei giorni della crisi missilistica di Cuba – ottobre 1962 – ricevette dallo staff della Casa Bianca il testo di una dichiarazione di guerra che, se pronunciata, avrebbe scatenato il Terzo conflitto mondiale, forse il primo atomico).

Il fato ha voluto che gli uomini che sono andati sulla Luna per una pacifica esplorazione vi rimarranno a riposare in pace. Questi uomini coraggiosi, Neil Armstrong ed Edwin Aldrin, sanno che non c’è più speranza di un loro ritorno. Ma sanno anche che vi è speranza per il genere umano grazie al loro sacrificio. Questi due uomini sacrificano la vita allo scopo più nobile dell’umanità, la ricerca della verità e della conoscenza. Saranno pianti dai loro famigliari e amici, dalla loro nazione, dalla madre terra che ha osato mandare due suoi figli nell’ignoto. (Richard Nixon, presidente dal 20 gennaio 1969 al 9 agosto 1974, ricevette questo testo, scritto dal suo speechwriter William Safire, il 5 giugno 1969, da pronunciare nel caso il modulo dell’Apollo 11 fosse rimasto bloccato sulla Luna).

Sappiamo tutti che i pericoli che oggi affrontiamo sono molto più gravi che in qualsiasi altro momento della nostra lunga storia. Il nemico non è un soldato con il fucile né l’aereo che vola sul cielo delle nostre città, ma la potenza mortale di una tecnologia della quale è stato fatto un uso improprio. Qualunque sia il terrore che ci attende, le qualità che ci hanno già permesso di mantenere intatta la nostra libertà due volte in questo triste secolo saranno di nuovo la nostra forza. (Elisabetta II, regina del Regno Unito dal 6 febbraio 1952, avrebbe rivolto ai suoi sudditi questo discorso il 4 marzo 1983 se fosse scoppiata la guerra atomica, come si temeva allora, a causa delle tensioni fra Washington e Mosca).

Qui di seguito, invece, è riportato il testo integrale dell’articolo di Ennio Caretto.

“Somiglia molto a una storia alternativa del XX secolo, questa scritta in numerosi discorsi preparati (ma mai pronunciati) dai leader mondiali, soprattutto americani. Discorsi alternativi, opposti a quelli che il mondo ascoltò, discorsi preparati nel caso che eventi cruciali in corso non si concludessero come previsto (e come auspicato). Discorsi in prevalenza su possibili tragedie poi evitate, a volte di un soffio, e rimasti segreti a lungo, ma che da qualche tempo si stanno imponendo come una «storiografia alternativa». Si dice che la storia non sia fatta di «se». Ma leggendo questi discorsi su ciò che poteva essere e non fu, ci chiediamo in che mondo ci saremmo trovati se i leader che li prepararono fossero stati costretti a pronunciarli. E ci chiediamo che cosa provarono quando, in procinto di prendere decisioni epocali, non poterono escludere che avessero conseguenze spaventose.
Il più celebre dei discorsi alternativi e uno dei primi a essere reso pubblico dalla rivista «Atlantic» nel 1999 fu quello del presidente Richard Nixon sul possibile fallimento dell’approdo sulla Luna da parte dell’Apollo 11. Era il 20 luglio 1969, 45 anni fa (e perciò il discorso è riemerso all’attenzione nei giorni scorsi), e l’allunaggio degli astronauti Neil Armstrong e «Buzz» Aldrin veniva dato per certo. Ma non veniva dato per certo che il loro modulo lunare ripartisse. Lo speechwriter – l’autore dei discorsi del presidente, William Safire, poi editorialista del «New York Times» – preparò due discorsi. Nel secondo, Nixon annunciava che Armstrong e Aldrin, appiedati e privi di ossigeno, sarebbero morti lassù. Safire suggerì al presidente di rassicurare l’America, ribadendo che la conquista dello spazio sarebbe continuata. E di telefonare di persona «alle future vedove» e ordinare per gli astronauti «la stessa sepoltura di chi muore in mare». Ecco alcuni passaggi di ciò che scrisse Safire e che Nixon non lesse mai: «Nei tempi antichi, gli uomini guardavano le stelle e vi vedevano i loro eroi. Oggi facciamo lo stesso, ma i nostri eroi sono uomini epici in carne e ossa. Altri li seguiranno e ritroveranno la strada di casa.»

I discorsi alternativi più terribili del secolo scorso riguardano l’eventualità di un conflitto atomico fra Usa e Urss. Il primo è di John Kennedy, all’apice della crisi missilistica di Cuba, nell’ottobre 1962. Nel discorso, desecretato nel 2012, nel cinquantenario della crisi, risolta pacificamente all’ultimo istante con il leader sovietico Nikita Krusciov, Kennedy giustifica così l’attacco: «Questa operazione è condotta in base all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite sulla legittima difesa e per la sicurezza nazionale». Il presidente non adombra, ma non esclude il ricorso ad armi atomiche. È il capitolo più orribile della guerra fredda, in cui il mondo rischia la Terza guerra mondiale. Questo stesso spettro si ripresenta il 4 marzo 1983, dopo che l’Urss ha abbattuto per errore un aereo di linea sudcoreano e Washington e Mosca hanno decretato l’allarme nucleare. Il Foreign Office prepara per la regina Elisabetta un discorso che non verrà mai letto. Ecco un brano: «Ancora una volta, la pazzia della guerra si diffonde nel mondo… Mio marito e io avvertiamo la vostra stessa paura per i nostri figli e le nostre figlie che ci hanno lasciato per salvare la nazione. La nostra volontà di sopravvivere non verrà spezzata».

Il generale Ike Eisenhower, il liberatore dell’Europa, è forse il presidente americano che tenne nel cassetto più discorsi alternativi di ogni altro. Scrisse di persona il primo, in realtà un laconico comunicato, il giorno prima del D-Day, il 5 giugno 1944, in previsione che lo sbarco alleato in Normandia potesse fallire. Alla Casa Bianca dal gennaio 1953 al gennaio 1961, Eisenhower fece preparare discorsi alternativi e video da trasmettere dal colossale rifugio antiatomico delle Blue Ridge Mountains in Virginia nel caso di una guerra nucleare con l’Urss. Il presidente avrebbe parlato alla radio assieme alle maggiori personalità pubbliche del tempo.

È difficile stabilire chi abbia introdotto in America la prassi dei discorsi alternativi. Alcuni storici ritengono che fu Abraham Lincoln, il presidente della Guerra civile. Temendo di essere sconfitto alle elezioni del 1864 dal suo avversario, il generale George McClellan, da lui destituito perché favorevole alla pace con i sudisti, Lincoln preparò un intervento apocalittico. Esistono versioni alternative persino del più grande discorso americano del XX secolo, quello di Martin Luther King, l’apostolo dell’integrazione razziale, del 1963. I have a dream, il grido che animò le minoranze, appare soltanto nelle ultime, e fu suggerito a King dalla cantante nera Mahalia Jackson, che dalla folla gli gridò: «parlagli del sogno».
Due dei più grandi presidenti americani, Franklin Roosevelt, che sconfisse il nazismo, e John Kennedy, hanno lasciato due discorsi che non poterono pronunciare perché stroncati dal destino poche ore prima. Roosevelt, 12 aprile 1945: «Mentre muoviamo contro la terribile piaga della guerra, mentre diamo il massimo contributo che una generazione possa dare al mondo, vi chiedo di mantenere la vostra fede. L’unico limite al nostro domani sarebbe il nostro dubbio». Kennedy, 23 novembre 1963: «La nostra forza sarà sempre usata per conseguire la pace. Noi siamo i custodi della libertà… Chiediamo di essere degni della nostra forza e della nostra responsabilità, e di esercitarla con saggezza»”.

Strade di sviluppo per il Sud Italia

Riporto qui un articolo di Silvia Pasqualotto, uscito su Donna Moderna del 25 agosto 2015 con il titolo “Il Sud può ripartire da qui”. L’articolo non è disponibile online, almeno stando a una ricerca su Google, ma si ricollega a temi di cui avevo già scritto qui nel blog, ad esempio in riferimento alla mancata valorizzazione dei beni culturali. Questo articolo, invece, affronta nello specifico il problema del divario di sviluppo fra Nord e Sud, e in particolare di cosa dovrebbe fare il Mezzogiorno per colmarlo, intervistando esperti su aree specifiche e riportando dati interessanti.

“Sei milioni di disoccupati, investimenti crollati del 38%, consumi scesi del doppio rispetto al resto del Paese. È il ritratto allarmante che emerge dal Rapporto 2015 sull’economia del Meridione. L’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez) lo ha pubblicato mettendo in guardia sulla situazione di ‘sottosviluppo permanente’ del nostro Sud. Per affrontare l’emergenza, il governo ha annunciato un piano da 100 miliardi di euro da destinare alle opere pubbliche e al rilancio del turismo, della scuola, dell’ambiente. Ma tutto questo basterà a far partire la ripresa o servono altre idee? Abbiamo chiesto agli esperti quali sono i settori su cui investire.

Industrie. Secondo i dati Svimez, negli ultimi 7 anni il Sud ha perso il 15% degli impianti produttivi. ‘A far sparire le industrie sono stati i tagli alla spesa pubblica per gli investimenti, causati dalla recessione’, spiega Adriano Giannola, presidente di Svimez. ‘Molti stabilimenti che lavoravano con lo Stato non hanno più ricevuto commesse e hanno dovuto chiudere’. Ma i problemi delle fabbriche meridionali iniziano da lontano. ‘Il Sud è anestetizzato da decenni di politiche assistenziali, come quelle della Cassa per il Mezzogiorno, l’ente statale creato nel 1950 per “foraggiare” le aree di sviluppo industriale. Un sistema che ha convinto gli imprenditori che il modo giusto di fare affari fosse utilizzare i fondi pubblici, anziché mettersi sul mercato’, denuncia Nicola Rossi, docente di Economia politica all’università Tor Vergata di Roma. Aggiunge Adriano Giannola: ‘Per cambiare le cose, bisognerebbe aiutare chi crea una nuova impresa riducendo le tasse e rendendo più snella la burocrazia. Esperimenti simili hanno già avuto successo in Paesi come la Cina, l’Irlanda e la Polonia. Non vedo perché non dovrebbero funzionare da noi’.

Lavoro. ‘La disoccupazione reale ha superato il 30%. Mentre quella giovanile è ormai al 56%’, nota il presidente di Svimez Adriano Giannola. ‘La colpa è anche della cattiva gestione dei fondi europei per lo sviluppo, che spesso sono stati usati solo per piccoli progetti locali, come la risistemazione dei marciapiedi. Perché l’economia del Sud possa davvero ripartire, occorre impiegare questi soldi in grandi opere come i ponti, le strade, la linea ferroviaria dell’alta velocità fino a Reggio Calabria e la connessione Internet a banda larga. In questo modo si creerà subito occupazione, perché ci sarà bisogno di molta manodopera nei cantieri. Ma si vedranno gli effetti positivi anche sul lungo periodo. La banda larga consentirà a tante aziende del Sud, così come ai musei e ai parchi naturali, di pubblicizzare la propria attività in Rete. E farsi, così, conoscere all’estero, attraendo turismo e investimenti che si traducono in nuovi posti di lavoro’.

Figli. Il Sud storicamente era la zona d’Italia con il tasso di natalità più alto, nonostante l’emigrazione. Oggi non è così. L’anno scorso si sono registrate soltanto 174.000 nascite: il picco minimo dall’Unità d’Italia. Che cosa è cambiato? ‘È peggiorata la condizione sociale ed economica delle persone. Adesso un abitante su 3 è a rischio povertà e difficilmente avrà la possibilità di metter su famiglia’, dice l’economista Nicola Rossi. ‘Così, mentre molti giovani continuano a trasferirsi all’estero per cercare condizioni di vita migliori, i pochi che rimangono non fanno più figli perché pensano di non poter garantire loro un futuro. Per riuscire a invertire questa tendenza, più che sussidi per chi va in maternità o bonus bebè, servono politiche concrete per incentivare l’occupazione femminile: solo una donna su 5 al Sud ha un impiego. E, naturalmente, contano le strutture pubbliche che rispondono alle esigenze delle mamme: asili nido, ludoteche, centri sportivi per i figli.’

Legalità. ‘La criminalità è uno dei problemi più profondi del Meridione e condiziona lo sviluppo’, sottolinea Emanuele Felice, docente di Storia economica all’università autonoma di Barcellona, in Spagna, e autore del saggio Perché il Sud è rimasto indietro (Il Mulino). ‘Per combatterla è importante eliminare le fonti di guadagno per le mafie dagli appalti pubblici. L’Autorità nazionale anticorruzione ha indicato la strada da seguire: rispettare regole precise sull’affidamento dei lavori, per impedire che la malavita riesca a infiltrarsi. È chiaro, servono anche controlli più severi da parte delle forze di polizia per tutelare la sicurezza dei cittadini sul territorio, ma è la cultura il mezzo più forte per svegliare le coscienze. Ho in mente corsi e laboratori di legalità nelle scuole: è fondamentale insegnare ai più giovani come coltivare un pensiero critico, che permetta loro di allontanarsi da queste realtà, denunciando crimini e abusi’.

Welfare. Al Sud è in crisi lo Stato sociale: ovvero, quel complesso di politiche pubbliche che dovrebbero garantire l’assistenza e il benessere dei cittadini, contrastando le disuguaglianze. ‘La spesa per sanità, anziani e istruzione è gestita dalle Regioni, che fanno cassa attraverso le tasse locali’, spiega l’economista Nicola Rossi. ‘Ma questi tributi sono proporzionati alla ricchezza degli abitanti. Di conseguenza al Sud, dove il reddito medio è più basso del 40% rispetto al Nord, arrivano meno soldi da investire in welfare.’ Il risultato sono scuole e ospedali inefficienti. Secondo il presidente di Svimez, Adriano Giannola, ‘lo Stato dovrebbe finanziare con parte delle risorse del Nord i servizi essenziali nel Sud del Paese. Ciò non significa penalizzare le Regioni settentrionali, ma eliminare le disparità. Può sembrare un provvedimento impopolare, eppure in una situazione così grave è l’unica soluzione per garantire a tutti i cittadini i diritti minimi previsti dalla Costituzione’.”

Sono d’accordo con tutto quanto è scritto nell’articolo? No, anzi. Il punto sul lavoro è molto demagogico e un po’ fallace (per dirne una, musei e parchi possono riuscire ad allestire siti web e farsi pubblicità anche se la connessione internet non è velocissima, la vera condizione necessaria è che siano affidati a persone realmente competenti, in grado di fare un lavoro che sia all’altezza degli standard tecnici e qualitativi contemporanei, ad esempio in termini di qualità delle fotografie e dei testi sia in italiano che in inglese, fondamentale, e anche francese e spagnolo non sarebbero male). Come argomentavo anche in I beni culturali come motore di sviluppo: alcuni suggerimenti, è fondamentale la qualità della comunicazione anche in loco.
Inoltre, reduce da una pessima esperienza con gli autobus in Sicilia quest’estate, sottolineerei la necessità di sviluppare i trasporti non solo dal punto di vista delle infrastrutture, ma potenziando la rete di collegamento pubblica, il che a sua volta creerebbe dei posti di lavoro. Sospetto che il problema non sia limitato solo alla Sicilia. Tuttavia, la Sicilia stessa mi fornisce un esempio di un luogo che funziona in modo efficace con poco: la Riserva dello Zingaro, fra Scopello e San Vito lo Capo. All’ingresso si viene avvisati che all’interno della Riserva non esistono fonti di acqua potabile né possibilità di acquistare cibo o bevande, ma il paesaggio straordinario, le mulattiere impervie ma curate, l’atmosfera spartana di immersione nella natura valgono il sacrificio. E poi, all’interno ci sono il centro visitatori e quattro piccoli musei (quello naturalistico, quello della manna, quello dell’intreccio e quello della vita contadina) costruiti in edifici contadini d’epoca restaurati e riutilizzati, che offrono una pausa al fresco e un inaspettato momento culturale. Questo per dire che non serve che ogni esperienza turistica sia “levigata” da tecnologia e servizi, ma sono fondamentali la cura e l’organizzazione.

Un altro suggerimento che mi viene da dare a partire dalla mia vacanza in Sicilia è che si potrebbe puntare sull’industria conserviera. Sappiamo tutti che arance, pomodori, meloni vengono distrutti o lasciati marcire nei campi per tenere alti i prezzi, allora perché non trasformarli in marmellate, confetture, mostarde? I prezzi di vendita di questi prodotti sono molto più elevati rispetto alla frutta fresca, si ridurrebbe lo spreco alimentare e si creerebbero posti di lavoro. E con l’interesse che in questo momento come cultura occidentale abbiamo per i prodotti gastronomici di nicchia, non credo che aprirsi un cuneo nel mercato con questo genere di prodotti possa risultare difficile. Un’operazione simile sta venendo portata avanti, ad esempio, presso le saline di Trapani con i vari sali aromatizzati, che grazie all’aggiunta di ingredienti come aglio, arancia o peperoncino possono essere venduti a prezzi molto più elevati rispetto al comune sale da cucina.

Voi cosa ne pensate? Conoscete esperienze d’eccellenza nel Sud Italia che volete segnalare? Avete una proposta per lo sviluppo del Sud, oppure una critica agli argomenti degli esperti citati dall’articolo?