Infrastrutture incompiute e opportunità sprecate (parte 2)

Questo post rappresenta la continuazione di un post scritto a partire dal dossier “L’Italia a metà” curato da Enrico Mannucci per “Corriere della Sera Magazine” nel 2009. Mannucci presentava una serie di opere incompiute in tutta Italia, illustrandone la storia e le motivazioni per cui non erano state portate a termine; io invece ho integrato le informazioni con dati più recenti reperiti in Internet, in alcuni casi scoprendo che le opere erano state portate a termine con esito positivo, in altri che erano state abbattute, in altri ancora che i lavori stavano proseguendo ma non erano giunti a compimento. La prima parte del post conteneva i primi sette casi trovati da Mannucci, qui ripartiamo dall’ottavo.

L’ottavo caso, appunto, è quello dell’Acquedotto Ancipa di Enna, su cui l’autore scrive: “I lavori sono iniziati nel 1949 – partendo da un bacino artificiale creato sui monti Nebrodi, il “lago” più alto della Sicilia – ma l’opera è inutilizzabile e alla realizzazione della diga sono legati episodi di tangenti e corruzione. Il bacino potrebbe contenere dai 24 ai 28 milioni di metri cubi d’acqua, però è pieno di crepe; quando il livello raggiunge di 10 milioni di metri cubi le paratie vengono aperte e l’acqua convogliata verso il mare. Si è parlato anche recentemente della necessità di fare un bando per assegnare lavori di risanamento. Dovrebbe servire gran parte dei comuni della provincia di Enna e altri nel Catanese e nel Nisseno”. Secondo Wikipedia (Lago di Ancipa) i lavori per sistemare il problema descritto dall’articolo sono stati fatti, ma l’acquedotto di Ancipa, come si nota dagli avvisi dell’azienda che lo gestisce e dalla cronaca locale, continua ad avere bisogno di riparazioni costanti e ad essere causa di disservizi frequenti.

Il nono caso presentato da Mannucci è quello degli impianti sciistici di Valcanale (Bergamo): “Nei siti alpinistici è lo ‘scempio’ per antonomasia. Vennero chiusi nel 1997 per mancati accordi sul potenziamento tra la proprietà (la società Valcanale dell’imprenditore Giancarlo Zambaiti) e il comune di Ardesio. Ancor oggi è in stato di totale abbandono. Si tratta di un paio di skilift, una seggiovia monoposto e un edificio che funzionava da scuola sci, bar e albergo (dal nome beneaugurante: Sempreverde). L’immobile è stato devastato. Non è l’unico caso del genere in Lombardia: situazioni critiche anche a Plassa Area, Valcava e Colli di San Fermo. Alcune ricerche hanno contato 180 impianti abbandonati nel Nord Italia: ovvero quattromila tralicci e 600 chilometri di funi d’acciaio per 5 milioni di metri quadrati di sbancamenti”. Secondo MyValley.it, «sulle vecchie piste la natura si sta rifacendo da sé», dopo che gli impianti di risalita sono stati rimossi dalla società proprietaria, come riporta l’Eco di Bergamo: Valcanale, «nessun pericolo sulle vecchie pista da sci». Una situazione in via di risoluzione, sembra, dato che entrambi gli articoli citati risalgono al 2016.

Il decimo caso illustrato da Mannucci è quello della stazione Ostiense di Roma: “Venne realizzata per i Mondiali di calcio del 1990 assieme alle stazioni di Pigneto e Vigna Clara (rimaste in funzione solo 15 giorni) e doveva servire da terminal per Fiumicino. Costato 50 miliardi, è inutilizzato. La Rete ferroviaria italiana che ne ha conservato la proprietà ha deciso di metterla in vendita con un’asta pubblica che parte da 10,820 milioni di euro”. Premesso che l’articolo si riferisce all’Air Terminal della stazione Ostiense, come riporta Repubblica qui nel 2012 è stata collocata la sede romana di Eataly e di NTV (l’azienda dei treni Italo): Air Terminal Ostiense, ecco Eataly il tempio dell’agroalimentare. Una grande vittoria per un luogo che non meritava di restare inutilizzato.

L’undicesimo caso presentato da Mannucci è quello delle Officine Grandi Riparazioni di Saline Ioniche (Reggio Calabria), su cui l’autore scrive: “Aprono nella seconda metà degli anni ’80 con un investimento di circa 300 miliardi di lire. Nel 2000 chiudono per mancanza di commesse di lavoro da parte delle Ferrovie dello Stato. L’area oggi potrebbe essere utilizzata per la realizzazione di un centro commerciale. A Saline c’è un’altra storia di spreco di denaro pubblico: la Liquichimica. L’industria, che faceva parte del ‘pacchetto Colombo’ (ex ministro dell’Industria), costò 300 miliardi di lire per la produzione di bioproteine con sostanze derivate dal petrolio. Fu ultimata nel ’74 e subito chiusa: il ministero della Sanità considerò le bioproteine cancerogene. Nel ’77 Raffaele Ursini dichiarò fallimento. Per 30 anni ai lavoratori è stata pagata la cassa integrazione. Senza aver lavorato un solo giorno”. Non entro nel merito della vicenda Liquichimica, ma resto sulle Officine, che, come riporta StrettoWeb in data 28 settembre 2017, sono ancora in vendita: Reggio Calabria, ecco l’annuncio delle Ferrovie per la vendita delle Officine Grandi Riparazioni di Saline Joniche. Il futuro della vastissima area è ancora in sospeso.

Il dodicesimo caso descritto da Mannucci è quello della Superstrada Brescia-Edolo, in Valcamonica: “Una ventina di anni fa era stata prevista una spesa di 39,5 miliardi per i 90 chilometri del percorso, ma i lavori non sono mai stati completati (sono fermi a Capo di Ponte) anche se, in tempi recenti, Umberto Bossi ha preso l’opera a cuore (anche perché abbrevierebbe di un’ora il tragitto che lo porta a Ponte di Legno). I lavori sono stati interrotti nel 2005 dopo il ritrovamento di reperti archeologici a Nadro e dopo che erano stati funestati da un grave incidente sul lavoro per il cedimento di un viadotto. Tre mesi fa è stato dato l’annuncio di una ripresa dei lavori, ma i cantieri devono ancora essere riaperti. In più l’impianto è giudicato già obsoleto, visto che il tracciato prevede una sola corsia sul tipo delle vecchie statali”. In primo luogo, la nota su Umberto Bossi dà da sola l’idea di quanto il 2009 – nove anni fa, gente – sia distante da noi. Secondo montagna.tv, i lavori hanno fatto progressi nel 2013: Valcamonica, inaugurati 8 km di nuova superstrada.

Il tredicesimo caso illustrato da Mannucci è quello degli svincoli della strada statale 115 presso Porto Empedocle (Agrigento): “Uno dei casi più clamorosi e meno noti di opere avviate e lasciate a metà. Chilometri e chilometri di spezzoni di strade e gallerie (per un importo di spesa non inferiore al miliardo di euro). Che partono dal vuoto e nel vuoto arrivano. Progettati per collegare l’area di sviluppo industriale di Porto Empedocle alle arterie principali siciliane attraverso una delle strade più frequentate dell’isola, la statale sud occidentale. A intervalli regolari vengono annunciati lavori di completamento: la tratta figura in tutti i piani dei trasporti regionali e dell’Anas”. Nel 2012, stando al sito dell’Anas, è stato aggiudicato il bando per il completamento di svincoli presso la contrada Ciuccafa di Porto Empedocle, ma dalla sezione “Lavori in Corso” del sito dell’Anas stesso non è possibile capire se la situazione sia risolta oppure no.

Il quattordicesimo caso presentato da Mannucci è quello degli impianti sportivi di Giarre, di cui ha parlato Sergio Rizzo nell’articolo segnalato nella prima parte di questo post e, in modo più approfondito, nel libro “Se Muore il Sud”, come avevo scritto in La mancata valorizzazione dei beni culturali in Italia: qualche esempio. Siccome i dati citati in questo post sono più recenti, evito di ripetermi.

Il quindicesimo caso di Mannucci è quello dell’ospedale di Agnone (Isernia): “I lavori nel cosiddetto Ospedale Nuovo di Agnone sono iniziati alla fine degli anni ’80 e sono fermi dal 1992 (dopo essere già costati circa 10 miliardi). L’ex Asl di Agnone ha ora preparato un progetto di massima per il completamento con un’ulteriore spesa di 20 milioni di euro. È difficile, però, che arrivi l’approvazione, anche perché l’organizzazione sanitaria della zona è in corso di riordinamento con la previsione della chiusura dei piccoli ospedali”. In questo caso, non è cambiato niente dal 2009: il progetto di completamento non è stato approvato e lo scheletro dell’ospedale resta a ergersi solitario. Fonte:  Sperpero di denaro pubblico, il nuovo ospedale di Agnone torna sotto i riflettori dei media (video) su Ecoaltomolise.net (novembre 2017).

Il sedicesimo caso è quello dell’Idrovia Padova-Venezia, su cui Mannucci scrive: “Il progetto risale agli anni ’60: un canale navigabile per sostituire il preesistente collegamento acque che si svolgeva attraverso il Naviglio di Brenta. È stato completato per meno di due terzi. 150 milioni di euro la stima dei costi sostenuti finora, si calcola che occorrano altri 70 milioni per il completamento, probabilmente come semplice scolmatore. Il porto (cioè il punto di partenza delle merci da Padova) non esiste, la via acquatica si ferma infatti a pochi metri di distanza dalla zona industriale patavina. In più è ancora ostruito da una decina di ponti stradali e un ponte ferroviario”. Anche in questo caso, nulla sembra cambiato dal 2009 al 2017: : Idrovia Padova-Venezia, le dighe abbandonate e quei ponti sul nulla – CorrieredelVeneto.it.

L’analisi prosegue nella terza parte, con la conclusione del dossier di Enrico Mannucci e un commento di Sergio Rizzo.

Infrastrutture incompiute e opportunità sprecate (parte 1)

Un argomento che mi interessa e sul quale conservo articoli e leggo “volentieri” è quello delle grandi opere incompiute in Italia, su cui hanno scritto spesso Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, solerti cronisti delle storture italiane e delle opportunità sprecate che queste comportano. Un’infrastruttura incompiuta, infatti, non è solo un gigantesco spreco di soldi, ma anche di opportunità per il territorio su cui essa sorge, di possibilità di sviluppo nel momento in cui non viene realizzata e anche dopo, perché un enorme rudere sul territorio, che non può essere né abbattuto né completato dalle amministrazioni locali, è un peso sull’estetica, sulla qualità della vita, sull’attrattività del territorio stesso.
Credo che ogni comune in Italia abbia la sua dose di capannoni abbandonati, scheletri di abitazioni la cui realizzazione non è mai stata ultimata, fabbriche diroccate, case ormai chiuse e fatiscenti nel centro storico per le quali non si può fare nulla perché di proprietà privata. Ma alcuni luoghi hanno questi problemi a scala molto più grande, come quelli censiti da Sergio Rizzo in un articolo uscito su “Io Donna” il 25 ottobre 2014 con il titolo “Cantieri (infiniti) d’Italia” e corredato da fotografie di Angelo Antolino, disponibile qui: Le opere pubbliche incompiute e lo spreco (di soldi pubblici).

L’argomento era già stato trattato da Enrico Mannucci (in un servizio corredato da fotografie di Pablo Balbontin e Luca Marinelli) sull’allora “Corriere della Sera Magazine” nel giugno 2009, con un ampio dossier intitolato “L’Italia a metà” (parte del testo è disponibile qui: L’Italia a metà – Corriere della Sera). Purtroppo la documentazione fotografica con le didascalie di commento “tecnico” non è reperibile online, perciò ho deciso di cercare di ricostruire con materiali provenienti dal web questa parte: in questo modo, le informazioni dovrebbero anche essere più aggiornate.

Il primo caso citato da Mannucci è quello dello svincolo autostradale sulla Palermo-Messina, riguardo a cui l’autore scrive: “Nel 1987 vengono stanziati 300 miliardi di lire per la costruzione dei due svincoli, Giostra e Annunziata, che servirebbero a collegare il nord della città con l’autostrada. La prima pietra viene posata nel 1997 ma i lavori sono fermi da anni e per finire l’opera è stata calcolata una spesa di 5 milioni di euro e servirebbero almeno due anni di lavoro. […] Fra le difficoltà che avevano paralizzato l’opera, un’impresa aveva anche segnalato l’impossibilità di realizzare i conci ai piedi del viadotto per l’assenza di spazio e l’impossibilità di trasportarli per assenza di strade di collegamento. La proposta, allora, era di realizzare i conci in acciaio e quindi assemblarli sul posto ma si trattava di una soluzione costosa e mancavano i fondi necessari”. Secondo “La Sicilia”, nell’estate 2017 è stato finalmente aperto lo svincolo autostradale di Giostra, ma non quello di Viale Annunziata (che tuttavia è già completato dal punto di vista della realizzazione), per il quale, secondo “TempoStretto”, manca il collaudo, che è di competenza del Comune di Messina. Speriamo che sia solo questione di mesi, a questo punto.

Il secondo caso citato da Mannucci è quello della ferrovia per Ferrandina (Matera): “Nonostante ripetute promesse, Matera continua a essere l’unico capoluogo italiano che non è raggiunto da rotaie. La tratta fino a Ferrandina e quindi al collegamento con la rete nazionale (una trentina di chilometri) è ancora incompiuta sebbene i primi cantieri siano stati aperti nel 1986 e l’impresa abbia assorbito già quasi 200 milioni di euro. Si calcola ne occorrano altrettanti per arrivare a buon fine: completando il tunnel fra le valli del Bradano e del Basento e armando la linea che oggi, in molti punti, è appena un terrapieno o una colata di cemento.”
Secondo “La Gazzetta del Mezzogiorno” i lavori continuano e si stima che saranno finiti entro il 2022: : Ferrandina-Matera, riparte il treno:«Ogni 3 mesi verifiche». Purtroppo, non in tempo per gli appuntamenti culturali che la città ospiterà in quanto Capitale Europea della Cultura 2019, a quanto sembra, ma almeno sarà possibile andare a Matera in treno.

Il terzo caso citato da Mannucci è quello della strada fondovalle Sangro, a Bomba (Chieti): “Il viadotto è interrotto a metà per la lunghezza di due campate. E’ successo dopo la scoperta che era stato costruito su una vena d’acqua: ci furono degli iniziali smottamenti che consigliarono la sospensione dei lavori, poi, per evitare che crollasse col movimento del terreno venne fatto brillare nel 1979 con cariche d’esplosivo. Da allora è rimasto monco. Intanto le vie alternative sono soffocate dai volumi di traffico, come lamenta un documento regionale che attribuisce all’Anas la responsabilità della soluzione”. Secondo “AbruzzoWeb”, in un articolo molto dettagliato, il viadotto è tutt’ora da abbattere e resta da completare il tracciato della strada: e: FONDOVALLE SANGRO: MANCANO 64 MILIONI, IL NUOVO TRACCIATO E’ ANCORA SULLE FRANE.

Il quarto caso citato da Mannucci è quello dell’orfanotrofio di Vercelli: “Venne costruito tra il 1973 e il 1975, costò 30 miliardi di lire e apparteneva all’Istituto provinciale assistenza infanzia. Quando venne completato, però, era esploso il fenomeno delle adozioni e non c’erano più bambini da ospitare. La rigidità della struttura in cemento armato rende problematica una riconversione e da 30 anni non è stata trovata una nuova destinazione d’uso. Nei giorni scorsi il rudere è stato occupato da alcuni nomadi”. Tuttavia, in questo caso la storia ha avuto una conclusione positiva: “La Stampa” riporta che nel 2013 la struttura è stata trasformata a uso residenziale, in grado di ospitare 60 famiglie e con sei alloggi predisposti per i disabili: L’ex Ipai diventa “condominio modello”.

Il quinto caso descritto da Mannucci è quello della diga di Beauregard, in Valgrisenche (Aosta): “Crea un bacino artificiale (che ha sommerso le due frazioni di Beauregard e Fornet) e dovrebbe ospitare uno dei maggiori laghi della Val d’Aosta. Venne costruita fra il 1951 e il 1959. In realtà, il bacino è riempito solo a 1/10 della sua capacità per problemi di sicurezza causati dall’instabilità del terreno lungo le sponde dell’incavo. In pratica si è preferito rinunciare al pieno sfruttamento delle sue potenzialità per non esporsi al rischio di un nuovo Vajont”. Sembra tuttavia che fra il 2011 e il 2015 siano stati compiuti gli interventi necessari per sistemare la diga, documentati dal sito ufficiale del progetto: Beauregard.

Il sesto caso presentato da Mannucci è quello dell’ospedale di Sant’Egidio alla Vibrata (Teramo): “Nel 1968 la Val Vibrata carezzava il sogno di un boom economico legato all’industria calzaturiera e del pellame. Si pensò così a un ospedale che servisse l’intera zona e vennero alzati i muri maestri a Sant’Egidio. Poi, però, l’ubicazione venne rivista e il nuovo ospedale venne costruito a Sant’Omero, a otto chilometri di distanza. Oggi si pensa di mettere in vendita lo scheletro della struttura, magari a un privato che la utilizzi per creare dei condomini”. Il lato positivo di questa storia è che l’ospedale è stato realizzato lo stesso, anche se altrove e con uno spreco di 626 milioni di lire (fonte: Ospedale di Sant’Egidio alla Vibrata (Teramo) – WikiSpesa). La stessa WikiSpesa documenta che il rudere è stato abbattuto nel 2013, con un’ulteriore spesa di 120 mila euro.

Il settimo caso illustrato da Mannucci è quello del Palafuksas di Torino. Nel 2009 la situazione era questa: “Della “Lampada d’Aladino”, come viene anche chiamato, si comincia a parlare nel 1997, nell’ipotesi di alloggiare i 50 negozi del mercato coperto a Porta Palazzo. Via alle ruspe nel 2001, nel 2005 l’opera è pronta. Ma resta l’incertezza sull’utilizzazione. Il costo è stato di 8 milioni di euro ma ce ne vogliono altri 3-4 per il completamento in funzione di ospitare il vicino e storico mercato. L’area destinata agli spazi commerciali è di 3.720 mq ma la struttura viene giudicata troppo uniforme e priva di articolazioni. Il progetto di nuova destinazione è ancora vivo (vi sono state ospitate alcune mostre e una parte della Triennale) ma l’edificio soffre di un notevole degrado. Tempo fa è stato fissato al 2010 il trasferimento dei negozi”. Le parti più recenti della storia, che non è esattamente di un’opera incompiuta quanto di un’opera che soffre per la mancanza di una contestuale valorizzazione dell’ambiente circostante, sono raccontate dapprima qui: Perle di architettura: il triste destino del PalaFuksas di Torino (2013) e poi qui: Disastro Palafuksas. Ora ci piove dentro e i negozi scappano – La Stampa (2014).

L’analisi prosegue nella seconda parte, visto che il servizio originale è troppo lungo per un solo post.

Come l’incremento nel consumo di energia potrebbe aiutare a salvare il pianeta

Una mia traduzione di un articolo di Eduardo Porter, editorialista specializzato in economia del New York Times. Purtroppo ho ritagliato e conservato l’articolo in formato cartaceo (non sono riuscita a rintracciarlo negli archivi online del NYT) senza annotare la data di pubblicazione, quindi non so in che anno sia stato scritto. Però ciò che propone – un paradigma ecologico centrato sullo sfruttamento più intensivo delle aree già antropizzate in modo da non dover estendere le attività umane su nuove superfici ancora intatte e da poter, in futuro, ampliare le superfici “verdi” (tramite la riforestazione, ad esempio, dei terreni che non sarà più necessario coltivare) – è una possibilità interessante, alla luce di un mondo dove la crescita della popolazione e la scarsità di risorse sono problemi ineludibili.

“Il cittadino medio del Nepal consuma circa 100 kilowattora di elettricità all’anno. I cambogiani si arrangiano con 200, i bengalesi stanno leggermente meglio, consumandone, in media, 300. E poi c’è il frigo in una cucina americana. Un tipico frigorifero da 20 piedi cubici – compatibile con lo standard Energy Star, segno di un tempo di consapevolezza ecologica – consuma da 300 a 600 kilowattora all’anno.
I diplomatici americani sono sconvolti dal fatto che decine di Stati, fra cui Nepal, Cambogia e Bangladesh si sono precipitati a prendere parte alla nuova banca cinese di investimento nelle infrastrutture, rivale della Banca Mondiale e di altre istituzioni finanziarie sostenute dagli Stati Uniti. La ragione per la ‘ribellione’ non è difficile da trovare: le priorità ecologiche dell’Occidente stanno bloccando il loro accesso all’energia. Una tipica casa americana consuma, in media, circa 13.000 kilowattora di elettricità all’anno. I nepalesi, i cambogiani e i bengalesi potrebbero non aspirare a un tale livello di consumo, che include una grande quantità di spreco, ma vorrebbero l’assistenza della Banca Mondiale per costruire il tipo di infrastrutture in grado di fornire il comfort e l’abbondanza di cui godono gli americani e gli europei.
Troppo spesso, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno risposto di no. Gli Stati Uniti fanno affidamento sul carbone, sul gas naturale, sull’energia idroelettrica e nucleare per circa il 95% della loro elettricità, secondo Todd Moss, capo del Center for Global Development. ‘E ciononostante noi poniamo grosse restrizioni sui finanziamenti per tutte e quattro queste fonti di energia oltreoceano’. Il conflitto non si sta svolgendo semplicemente nelle manovre strategiche di Stati Uniti e Cina mentre combattono una battaglia per l’influenza nello scenario globale. Ha conseguenze molto più grandi il modo in cui l’agenda ambientale dell’Occidente mina gli obiettivi stessi che sostiene di perseguire e minaccia di far avanzare il devastante cambiamento climatico piuttosto che ritardarlo. ‘È solo una questione di pragmatismo, di trade-off“, sostiene Barry Brook, professore di sostenibilità ambientale all’Università della Tasmania, in Australia. ‘La maggior parte delle società non seguirà un cammino a basso consumo energetico e basso sviluppo, che lavorino o meno per proteggere l’ambiente’.

Se miliardi di esseri umani impoveriti non ricevono una possibilità concreta di sviluppo, l’ambiente non verrà salvato. E questo richiede di finanziare non solo fonti di energia a basse emissioni di anidride carbonica, ma una grande quantità di nuova energia, punto. Offrire un pannello solare per ogni tetto di paglia semplicemente non basterà. ‘Non dovremmo stare parlando dei 10 villaggi che hanno ottenuto energia sufficiente per una lampadina’, afferma Joyahsree Roy, professore di economia all’Università di Jadavpur, in India, uno dei leader del Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2007. ‘Quello di cui dovremmo stare parlando è il villaggio che ha ottenuto un allacciamento per una struttura di conservazione a freddo o un parco industriale’.
Cambiare la narrazione non sarà facile. Il nostro mondo di sette miliardi di persone – che, secondo le aspettative, raggiungerà gli 11 miliardi entro la fine del secolo – richiederà un paradigma ambientale completamente diverso. Mercoledì prossimo, un gruppo di accademici coinvolti nel dibattito ecologico, inclusi il professor Roy e il professor Brook, Ruth DeFries della Columbia University e Michael Shellenberger e Ted Nordhaus del Breakthrough Institute di Oakland, California, rilasceranno ciò che definiscono il “Manifesto Ecomodernista”. Gli “eco-modernisti” propongono lo sviluppo economico come premessa indispensabile per preservare l’ambiente. Raggiungerlo richiederà l’abbandono dell’obiettivo dello ‘sviluppo sostenibile’, che si suppone avvenga in interazione armoniosa con la natura, e la sua sostituzione con una strategia volta a ridurre l’impronta ecologica dell’umanità utilizzando le sue risorse in modo più intensivo. ‘I sistemi naturali non saranno, come regola generale, protetti o migliorati dall’espansione della dipendenza dell’umanità da essi per il sostentamento e il benessere’, hanno scritto. Mitigare il cambiamento climatico, risparmiare la natura, e affrontare la povertà globale richiede niente di meno, secondo la loro argomentazione, che ‘intensificare molte attività umane – in particolare l’agricoltura, l’estrazione di energia, la silvicoltura e l’insediamento – cosicché esse usino meno suolo e interferiscano di meno con il mondo naturale’.

Questo nuovo frame operativo favorisce un set di politiche molto diverso da quelle attualmente in voga. Nutrirsi dei frutti dell’agricoltura locale su piccola scala, ad esempio, può andare bene per gli abitanti di Berkeley o Brooklyn. Ma usarla per nutrire un mondo di nove milioni di persone significherebbe consumare ogni acro della superficie terrestre. La grande agricoltura intensiva, che utilizza i fertilizzanti di sintesi e le moderne tecniche produttive, può nutrire molte più persone consumando molto meno suolo e molta meno acqua. Come nota il manifesto, quasi tre quarti di tutta la deforestazione a livello globale sono accaduti prima della Rivoluzione Industriale, quando l’umanità in teoria era in sincronia con Madre Natura. Durante l’ultimo mezzo secolo, la quantità di terra richiesta per crescere coltivazioni e foraggio per la persona media si è ridotta del 50%. ‘Se vogliamo che i Paesi in via di sviluppo raggiungano anche solo la metà del nostro livello di sviluppo, non possiamo farlo senza strategie per intensificare la produzione’, sostiene David W. Keith, che si occupa di scienze ambientali all’Università di Harvard ed è uno dei firmatari del nuovo manifesto.
Il grande conservazionista australiano William Laurance, che non fa parte degli eco-modernisti, la mette in questo modo: ‘Dobbiamo intensificare l’agricoltura nei posti che abbiamo già reso adatti piuttosto che espanderla su nuove aree. Quello che sta accadendo oggi è molto più caotico [di così]’. Lo sviluppo permetterebbe alle persone nei Paesi più poveri del mondo di urbanizzarsi – come hanno fatto decine di anni fa nei Paesi ricchi – e ottenere una migliore istruzione e lavori migliori. L’urbanizzazione accelererebbe la transizione demografica, riducendo i tassi di mortalità infantile e permettendo ai tassi di fecondità di declinare, il che toglierebbe ulteriore pressione dal pianeta. ‘Comprendendo e promuovendo questi processi appena avviati, gli esseri umani hanno l’opportunità di rinselvatichire e rinverdire la Terra – perfino mentre i Paesi in via di sviluppo raggiungono standard di vita moderni e la povertà materiale giunge al termine’, sostiene il manifesto. Questo, che ci piaccia o meno, richiederà una grande quantità di energia. Le pale eoliche o i biocarburanti metterebbero grandi estensioni della superficie terrestre al servizio della produzione di energia, quindi la loro utilità è limitata. I pannelli solari e gli impianti nucleari, d’altro canto, possono fornire energia senza produrre anidride carbonica su vasta scala. La nuova strategia, naturalmente, pone grandi sfide. In particolare, richiede di migliorare la sicurezza dei reattori nucleari e ridurne il costo. L’energia solare in grande scala richiede nuove tecnologie per la conservazione dell’energia. ‘Disconnettere il benessere umano dal suo impatto ambientale richiederà un impegno sostenuto verso il progresso tecnologico e la continua evoluzione delle istituzioni sociali, economiche e politiche in parallelo a questi cambiamenti’, afferma il manifesto.
Finché non raggiungeranno lo sviluppo, i Paesi poveri continueranno ad avere bisogno di accedere ad altre forme di energia – inclusi l’idroelettrica, il gas naturale, forse perfino il carbone. ‘Ci sono domande di energia enormi’, nota la professoressa DeFries, ‘Ci vorrà tempo prima che possiamo soddisfarle con energia eolica e solare. È solo realistico notare che serviranno molto gas e molto carbone fino ad allora’.

Per tutte le obiezioni ecologiste che una persona può porre a questo cammino, l’alternativa appare indifendibile: lasciare che i poveri del mondo brucino legno e letame, consumando ulteriormente le foreste del pianeta. O mettere un pannello solare su ogni capanna affinché possano ricaricare il loro cellulare. Lo ‘sviluppo sostenibile’ è un concetto in circolazione da più di un quarto di secolo, da quando è stato proposto dalla Commissione Brundtland delle Nazioni Unite nel 1987. Anche allora, la commissione aveva messo in luce il problema dell’energia. ‘Un sentiero  di sviluppo energetico sicuro e sostenibile è cruciale per lo sviluppo sostenibile’, scriveva, ‘Non l’abbiamo ancora trovato’. Dopo un quarto di secolo, il discorso è cambiato di poco. Oggi, l’Agenzia Internazionale per l’Energia afferma che è fattibile fornire un accesso moderno all’energia per tutti. E cosa significa? Significa circa 500 kilowattora all’anno per le abitazioni urbane e 250 per quelle rurali.
Forse potranno farci funzionare un frigo.”