Come l’incremento nel consumo di energia potrebbe aiutare a salvare il pianeta

Una mia traduzione di un articolo di Eduardo Porter, editorialista specializzato in economia del New York Times. Purtroppo ho ritagliato e conservato l’articolo in formato cartaceo (non sono riuscita a rintracciarlo negli archivi online del NYT) senza annotare la data di pubblicazione, quindi non so in che anno sia stato scritto. Però ciò che propone – un paradigma ecologico centrato sullo sfruttamento più intensivo delle aree già antropizzate in modo da non dover estendere le attività umane su nuove superfici ancora intatte e da poter, in futuro, ampliare le superfici “verdi” (tramite la riforestazione, ad esempio, dei terreni che non sarà più necessario coltivare) – è una possibilità interessante, alla luce di un mondo dove la crescita della popolazione e la scarsità di risorse sono problemi ineludibili.

“Il cittadino medio del Nepal consuma circa 100 kilowattora di elettricità all’anno. I cambogiani si arrangiano con 200, i bengalesi stanno leggermente meglio, consumandone, in media, 300. E poi c’è il frigo in una cucina americana. Un tipico frigorifero da 20 piedi cubici – compatibile con lo standard Energy Star, segno di un tempo di consapevolezza ecologica – consuma da 300 a 600 kilowattora all’anno.
I diplomatici americani sono sconvolti dal fatto che decine di Stati, fra cui Nepal, Cambogia e Bangladesh si sono precipitati a prendere parte alla nuova banca cinese di investimento nelle infrastrutture, rivale della Banca Mondiale e di altre istituzioni finanziarie sostenute dagli Stati Uniti. La ragione per la ‘ribellione’ non è difficile da trovare: le priorità ecologiche dell’Occidente stanno bloccando il loro accesso all’energia. Una tipica casa americana consuma, in media, circa 13.000 kilowattora di elettricità all’anno. I nepalesi, i cambogiani e i bengalesi potrebbero non aspirare a un tale livello di consumo, che include una grande quantità di spreco, ma vorrebbero l’assistenza della Banca Mondiale per costruire il tipo di infrastrutture in grado di fornire il comfort e l’abbondanza di cui godono gli americani e gli europei.
Troppo spesso, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno risposto di no. Gli Stati Uniti fanno affidamento sul carbone, sul gas naturale, sull’energia idroelettrica e nucleare per circa il 95% della loro elettricità, secondo Todd Moss, capo del Center for Global Development. ‘E ciononostante noi poniamo grosse restrizioni sui finanziamenti per tutte e quattro queste fonti di energia oltreoceano’. Il conflitto non si sta svolgendo semplicemente nelle manovre strategiche di Stati Uniti e Cina mentre combattono una battaglia per l’influenza nello scenario globale. Ha conseguenze molto più grandi il modo in cui l’agenda ambientale dell’Occidente mina gli obiettivi stessi che sostiene di perseguire e minaccia di far avanzare il devastante cambiamento climatico piuttosto che ritardarlo. ‘È solo una questione di pragmatismo, di trade-off“, sostiene Barry Brook, professore di sostenibilità ambientale all’Università della Tasmania, in Australia. ‘La maggior parte delle società non seguirà un cammino a basso consumo energetico e basso sviluppo, che lavorino o meno per proteggere l’ambiente’.

Se miliardi di esseri umani impoveriti non ricevono una possibilità concreta di sviluppo, l’ambiente non verrà salvato. E questo richiede di finanziare non solo fonti di energia a basse emissioni di anidride carbonica, ma una grande quantità di nuova energia, punto. Offrire un pannello solare per ogni tetto di paglia semplicemente non basterà. ‘Non dovremmo stare parlando dei 10 villaggi che hanno ottenuto energia sufficiente per una lampadina’, afferma Joyahsree Roy, professore di economia all’Università di Jadavpur, in India, uno dei leader del Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2007. ‘Quello di cui dovremmo stare parlando è il villaggio che ha ottenuto un allacciamento per una struttura di conservazione a freddo o un parco industriale’.
Cambiare la narrazione non sarà facile. Il nostro mondo di sette miliardi di persone – che, secondo le aspettative, raggiungerà gli 11 miliardi entro la fine del secolo – richiederà un paradigma ambientale completamente diverso. Mercoledì prossimo, un gruppo di accademici coinvolti nel dibattito ecologico, inclusi il professor Roy e il professor Brook, Ruth DeFries della Columbia University e Michael Shellenberger e Ted Nordhaus del Breakthrough Institute di Oakland, California, rilasceranno ciò che definiscono il “Manifesto Ecomodernista”. Gli “eco-modernisti” propongono lo sviluppo economico come premessa indispensabile per preservare l’ambiente. Raggiungerlo richiederà l’abbandono dell’obiettivo dello ‘sviluppo sostenibile’, che si suppone avvenga in interazione armoniosa con la natura, e la sua sostituzione con una strategia volta a ridurre l’impronta ecologica dell’umanità utilizzando le sue risorse in modo più intensivo. ‘I sistemi naturali non saranno, come regola generale, protetti o migliorati dall’espansione della dipendenza dell’umanità da essi per il sostentamento e il benessere’, hanno scritto. Mitigare il cambiamento climatico, risparmiare la natura, e affrontare la povertà globale richiede niente di meno, secondo la loro argomentazione, che ‘intensificare molte attività umane – in particolare l’agricoltura, l’estrazione di energia, la silvicoltura e l’insediamento – cosicché esse usino meno suolo e interferiscano di meno con il mondo naturale’.

Questo nuovo frame operativo favorisce un set di politiche molto diverso da quelle attualmente in voga. Nutrirsi dei frutti dell’agricoltura locale su piccola scala, ad esempio, può andare bene per gli abitanti di Berkeley o Brooklyn. Ma usarla per nutrire un mondo di nove milioni di persone significherebbe consumare ogni acro della superficie terrestre. La grande agricoltura intensiva, che utilizza i fertilizzanti di sintesi e le moderne tecniche produttive, può nutrire molte più persone consumando molto meno suolo e molta meno acqua. Come nota il manifesto, quasi tre quarti di tutta la deforestazione a livello globale sono accaduti prima della Rivoluzione Industriale, quando l’umanità in teoria era in sincronia con Madre Natura. Durante l’ultimo mezzo secolo, la quantità di terra richiesta per crescere coltivazioni e foraggio per la persona media si è ridotta del 50%. ‘Se vogliamo che i Paesi in via di sviluppo raggiungano anche solo la metà del nostro livello di sviluppo, non possiamo farlo senza strategie per intensificare la produzione’, sostiene David W. Keith, che si occupa di scienze ambientali all’Università di Harvard ed è uno dei firmatari del nuovo manifesto.
Il grande conservazionista australiano William Laurance, che non fa parte degli eco-modernisti, la mette in questo modo: ‘Dobbiamo intensificare l’agricoltura nei posti che abbiamo già reso adatti piuttosto che espanderla su nuove aree. Quello che sta accadendo oggi è molto più caotico [di così]’. Lo sviluppo permetterebbe alle persone nei Paesi più poveri del mondo di urbanizzarsi – come hanno fatto decine di anni fa nei Paesi ricchi – e ottenere una migliore istruzione e lavori migliori. L’urbanizzazione accelererebbe la transizione demografica, riducendo i tassi di mortalità infantile e permettendo ai tassi di fecondità di declinare, il che toglierebbe ulteriore pressione dal pianeta. ‘Comprendendo e promuovendo questi processi appena avviati, gli esseri umani hanno l’opportunità di rinselvatichire e rinverdire la Terra – perfino mentre i Paesi in via di sviluppo raggiungono standard di vita moderni e la povertà materiale giunge al termine’, sostiene il manifesto. Questo, che ci piaccia o meno, richiederà una grande quantità di energia. Le pale eoliche o i biocarburanti metterebbero grandi estensioni della superficie terrestre al servizio della produzione di energia, quindi la loro utilità è limitata. I pannelli solari e gli impianti nucleari, d’altro canto, possono fornire energia senza produrre anidride carbonica su vasta scala. La nuova strategia, naturalmente, pone grandi sfide. In particolare, richiede di migliorare la sicurezza dei reattori nucleari e ridurne il costo. L’energia solare in grande scala richiede nuove tecnologie per la conservazione dell’energia. ‘Disconnettere il benessere umano dal suo impatto ambientale richiederà un impegno sostenuto verso il progresso tecnologico e la continua evoluzione delle istituzioni sociali, economiche e politiche in parallelo a questi cambiamenti’, afferma il manifesto.
Finché non raggiungeranno lo sviluppo, i Paesi poveri continueranno ad avere bisogno di accedere ad altre forme di energia – inclusi l’idroelettrica, il gas naturale, forse perfino il carbone. ‘Ci sono domande di energia enormi’, nota la professoressa DeFries, ‘Ci vorrà tempo prima che possiamo soddisfarle con energia eolica e solare. È solo realistico notare che serviranno molto gas e molto carbone fino ad allora’.

Per tutte le obiezioni ecologiste che una persona può porre a questo cammino, l’alternativa appare indifendibile: lasciare che i poveri del mondo brucino legno e letame, consumando ulteriormente le foreste del pianeta. O mettere un pannello solare su ogni capanna affinché possano ricaricare il loro cellulare. Lo ‘sviluppo sostenibile’ è un concetto in circolazione da più di un quarto di secolo, da quando è stato proposto dalla Commissione Brundtland delle Nazioni Unite nel 1987. Anche allora, la commissione aveva messo in luce il problema dell’energia. ‘Un sentiero  di sviluppo energetico sicuro e sostenibile è cruciale per lo sviluppo sostenibile’, scriveva, ‘Non l’abbiamo ancora trovato’. Dopo un quarto di secolo, il discorso è cambiato di poco. Oggi, l’Agenzia Internazionale per l’Energia afferma che è fattibile fornire un accesso moderno all’energia per tutti. E cosa significa? Significa circa 500 kilowattora all’anno per le abitazioni urbane e 250 per quelle rurali.
Forse potranno farci funzionare un frigo.”

4 pensieri su “Come l’incremento nel consumo di energia potrebbe aiutare a salvare il pianeta

  1. Allora non sono molto d’accordo con l’articolo in questione per varie ragioni, come prima cosa direi che il problema principale delle rinnovabili non è tanto lo spazio ma bensì il costo rispetto alle fonti tradizionali per farti un esempio il fisico Carlo Rubbia aveva calcolato che con un impianto solare a concertazione(che usa dei normali specchi)grande quanto il raccordo anulare si potrebbe alimentare tutto Italia ,certo il raccordo anulare è molto grande ma parliamo di alimentare tutta la nostra nazione ,mentre se parliamo del eolico l’anno scorso ha prodotto il 22% del energia elettrica consumata in tutta Europa e questo dato è destinato a crescere e il suo prezzo a diminuire .Penso che sia dovere dei paesi ricchi cercare di abbassare il loro impatto ambientale dato che comunque sono loro a inquinare di più e non i paesi africani , poi in merito al nucleare neanche li sono d’accordo gli incidenti nucleari di Chernobyl e Fukushima dimostrato quanto sia pericoloso il nucleare oltre tutto rispetto a molti altri tipi di incidenti il problema rimane per moltissimo tempo basti pensare che dal incidente di Chernobyl sono passati oltre 30 anni e rimane un aria di 30 km dalla centrale totalmente interdetta e lo sarà ancora per tantissimo tempo, l’anno scorso è stato completato il sarcofago che dovrebbe coprire per almeno un secolo il reattore quindi stiamo parlando di un problema che rimarrà presente anche per i nostri nipoti e pronipoti stesso discorso per Fukushima con tutta l’acqua contaminata e sempre un area di interdizione di parecchie decine di kilometri (in un paese con un alto tasso di abitanti per kilometro quadrato).Anche se non succedono incidenti i problemi rimangono basti pensare alle scorie che devono essere smaltite che si dividono in tre tipi , la prima categoria è quella più comune e quella la cui radioattività se ne va prima (si parla di circa 30 anni) poi abbiamo le parti del reattore vero e proprio a cui servono tre secoli per cancellare la propria radioattività (non proprio poco) e poi abbiamo le scorie nucleari vere e proprie la loro quantità è poco basti pensare che possono essere tutte contenute in una piscina olimpionica ma sono fortemente radioattive e il loro tempo di dimezzamento radioattivo va da 1000 anni a 10.000 , pensare a un deposito che posso resistere per tutto questo tempo è pura fantasia. Sicuramente i problemi ambientali ed energetici che ci aspettano nei prossimi anni/decenni sono molto complicati ma non mi sembra che la soluzione proposta nel articolo sia la via migliore.

    • E’ una soluzione possibile, io non ho nemmeno le competenze per determinare se lo sia. Però ecco, è bene che si cerchi di ampliare il dibattito con soluzioni anche diametralmente opposte, perché significa che qualsiasi cosa ne uscirà sarà frutto di una riflessione che ha preso in considerazione un maggior numero di strade.

      • Su questo concordo , diciamo che il riscaldamento globale e un grossissimo problema ma anche se non ci fosse rimane un
        grossissimo problema energetico mondiale dovuto al aumento della popolazione e al fatto che molti paesi stanno uscendo dalla povertà e industrializzandosi aumentando quindi il consumo interno di energia elettrica.Se anche si decidesse di puntare sul carbone(cosa che potrebbe succedere) non è detto che questo basti per tutti ,diciamo che l’energia che potrebbe risolvere tutti i problemi energetici(tra mille virgolette diciamo) sarebbe quella data da un reattore a fusione nucleare , di questo tipo di energia se ne parla dagli anni 50 del secolo scorso e attualmente stanno costruendo un reattore sperimentale in Francia di nome ITER(è un acronimo) e se va tutto secondo i piani dovrebbe cominciare a funzionare nel 2025 e poi nel 2040(le date sono sempre indicative) ci dovrebbe essere il reattore DEMO che dovrebbe essere l’anello di congiunzione tra reattore sperimentale e reattore commerciale, questo tipo di energia utilizza il deuterio e il trizio entrambi sono isotopi del idrogeno,potrebbero risolvere il problema energetico per molti secoli ma ci potrebbero volere anche più di 50 anni prima che facciano i primi reattori commerciali funzionanti dobbiamo pensare a cosa fare in tutto questo periodo.Sicuramente sarebbe interessante vedere se si potesse separare l’anidride carbonica in modo da ottenere ossigeno e carbonio, se tale processo fosse fatto nelle centrali elettriche risolvere il problema del riscaldamento energetico oltre a provare a usare energia che magari adesso non sono state ancora usate se non i minima parte magari come il geotermico ecc….

      • In attesa che la tecnologia evolva – potrebbe volerci più tempo di quello che viene stimato oggi, non lo sappiamo – dobbiamo considerare la situazione in modo realistico. Io tenderei a fidarmi di più delle stime più pessimistiche che di quelle ottimistiche: come dicono gli inglesi, “hope for the best but expect the worst”, spera per il meglio, ma preparati per il peggio. Vale per tutti i problemi di cui stiamo parlando qui – sovrappopolazione, consumo energetico, spreco alimentare, ovviamente tutto è collegato.
        Quindi, bisogna che le agenzie internazionali calcolino sulla base di un consumo energetico da parte dei Paesi in via di sviluppo più vicino al nostro, non di sussistenza.

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