Infrastrutture incompiute e opportunità sprecate (parte 2)

Questo post rappresenta la continuazione di un post scritto a partire dal dossier “L’Italia a metà” curato da Enrico Mannucci per “Corriere della Sera Magazine” nel 2009. Mannucci presentava una serie di opere incompiute in tutta Italia, illustrandone la storia e le motivazioni per cui non erano state portate a termine; io invece ho integrato le informazioni con dati più recenti reperiti in Internet, in alcuni casi scoprendo che le opere erano state portate a termine con esito positivo, in altri che erano state abbattute, in altri ancora che i lavori stavano proseguendo ma non erano giunti a compimento. La prima parte del post conteneva i primi sette casi trovati da Mannucci, qui ripartiamo dall’ottavo.

L’ottavo caso, appunto, è quello dell’Acquedotto Ancipa di Enna, su cui l’autore scrive: “I lavori sono iniziati nel 1949 – partendo da un bacino artificiale creato sui monti Nebrodi, il “lago” più alto della Sicilia – ma l’opera è inutilizzabile e alla realizzazione della diga sono legati episodi di tangenti e corruzione. Il bacino potrebbe contenere dai 24 ai 28 milioni di metri cubi d’acqua, però è pieno di crepe; quando il livello raggiunge di 10 milioni di metri cubi le paratie vengono aperte e l’acqua convogliata verso il mare. Si è parlato anche recentemente della necessità di fare un bando per assegnare lavori di risanamento. Dovrebbe servire gran parte dei comuni della provincia di Enna e altri nel Catanese e nel Nisseno”. Secondo Wikipedia (Lago di Ancipa) i lavori per sistemare il problema descritto dall’articolo sono stati fatti, ma l’acquedotto di Ancipa, come si nota dagli avvisi dell’azienda che lo gestisce e dalla cronaca locale, continua ad avere bisogno di riparazioni costanti e ad essere causa di disservizi frequenti.

Il nono caso presentato da Mannucci è quello degli impianti sciistici di Valcanale (Bergamo): “Nei siti alpinistici è lo ‘scempio’ per antonomasia. Vennero chiusi nel 1997 per mancati accordi sul potenziamento tra la proprietà (la società Valcanale dell’imprenditore Giancarlo Zambaiti) e il comune di Ardesio. Ancor oggi è in stato di totale abbandono. Si tratta di un paio di skilift, una seggiovia monoposto e un edificio che funzionava da scuola sci, bar e albergo (dal nome beneaugurante: Sempreverde). L’immobile è stato devastato. Non è l’unico caso del genere in Lombardia: situazioni critiche anche a Plassa Area, Valcava e Colli di San Fermo. Alcune ricerche hanno contato 180 impianti abbandonati nel Nord Italia: ovvero quattromila tralicci e 600 chilometri di funi d’acciaio per 5 milioni di metri quadrati di sbancamenti”. Secondo MyValley.it, «sulle vecchie piste la natura si sta rifacendo da sé», dopo che gli impianti di risalita sono stati rimossi dalla società proprietaria, come riporta l’Eco di Bergamo: Valcanale, «nessun pericolo sulle vecchie pista da sci». Una situazione in via di risoluzione, sembra, dato che entrambi gli articoli citati risalgono al 2016.

Il decimo caso illustrato da Mannucci è quello della stazione Ostiense di Roma: “Venne realizzata per i Mondiali di calcio del 1990 assieme alle stazioni di Pigneto e Vigna Clara (rimaste in funzione solo 15 giorni) e doveva servire da terminal per Fiumicino. Costato 50 miliardi, è inutilizzato. La Rete ferroviaria italiana che ne ha conservato la proprietà ha deciso di metterla in vendita con un’asta pubblica che parte da 10,820 milioni di euro”. Premesso che l’articolo si riferisce all’Air Terminal della stazione Ostiense, come riporta Repubblica qui nel 2012 è stata collocata la sede romana di Eataly e di NTV (l’azienda dei treni Italo): Air Terminal Ostiense, ecco Eataly il tempio dell’agroalimentare. Una grande vittoria per un luogo che non meritava di restare inutilizzato.

L’undicesimo caso presentato da Mannucci è quello delle Officine Grandi Riparazioni di Saline Ioniche (Reggio Calabria), su cui l’autore scrive: “Aprono nella seconda metà degli anni ’80 con un investimento di circa 300 miliardi di lire. Nel 2000 chiudono per mancanza di commesse di lavoro da parte delle Ferrovie dello Stato. L’area oggi potrebbe essere utilizzata per la realizzazione di un centro commerciale. A Saline c’è un’altra storia di spreco di denaro pubblico: la Liquichimica. L’industria, che faceva parte del ‘pacchetto Colombo’ (ex ministro dell’Industria), costò 300 miliardi di lire per la produzione di bioproteine con sostanze derivate dal petrolio. Fu ultimata nel ’74 e subito chiusa: il ministero della Sanità considerò le bioproteine cancerogene. Nel ’77 Raffaele Ursini dichiarò fallimento. Per 30 anni ai lavoratori è stata pagata la cassa integrazione. Senza aver lavorato un solo giorno”. Non entro nel merito della vicenda Liquichimica, ma resto sulle Officine, che, come riporta StrettoWeb in data 28 settembre 2017, sono ancora in vendita: Reggio Calabria, ecco l’annuncio delle Ferrovie per la vendita delle Officine Grandi Riparazioni di Saline Joniche. Il futuro della vastissima area è ancora in sospeso.

Il dodicesimo caso descritto da Mannucci è quello della Superstrada Brescia-Edolo, in Valcamonica: “Una ventina di anni fa era stata prevista una spesa di 39,5 miliardi per i 90 chilometri del percorso, ma i lavori non sono mai stati completati (sono fermi a Capo di Ponte) anche se, in tempi recenti, Umberto Bossi ha preso l’opera a cuore (anche perché abbrevierebbe di un’ora il tragitto che lo porta a Ponte di Legno). I lavori sono stati interrotti nel 2005 dopo il ritrovamento di reperti archeologici a Nadro e dopo che erano stati funestati da un grave incidente sul lavoro per il cedimento di un viadotto. Tre mesi fa è stato dato l’annuncio di una ripresa dei lavori, ma i cantieri devono ancora essere riaperti. In più l’impianto è giudicato già obsoleto, visto che il tracciato prevede una sola corsia sul tipo delle vecchie statali”. In primo luogo, la nota su Umberto Bossi dà da sola l’idea di quanto il 2009 – nove anni fa, gente – sia distante da noi. Secondo montagna.tv, i lavori hanno fatto progressi nel 2013: Valcamonica, inaugurati 8 km di nuova superstrada.

Il tredicesimo caso illustrato da Mannucci è quello degli svincoli della strada statale 115 presso Porto Empedocle (Agrigento): “Uno dei casi più clamorosi e meno noti di opere avviate e lasciate a metà. Chilometri e chilometri di spezzoni di strade e gallerie (per un importo di spesa non inferiore al miliardo di euro). Che partono dal vuoto e nel vuoto arrivano. Progettati per collegare l’area di sviluppo industriale di Porto Empedocle alle arterie principali siciliane attraverso una delle strade più frequentate dell’isola, la statale sud occidentale. A intervalli regolari vengono annunciati lavori di completamento: la tratta figura in tutti i piani dei trasporti regionali e dell’Anas”. Nel 2012, stando al sito dell’Anas, è stato aggiudicato il bando per il completamento di svincoli presso la contrada Ciuccafa di Porto Empedocle, ma dalla sezione “Lavori in Corso” del sito dell’Anas stesso non è possibile capire se la situazione sia risolta oppure no.

Il quattordicesimo caso presentato da Mannucci è quello degli impianti sportivi di Giarre, di cui ha parlato Sergio Rizzo nell’articolo segnalato nella prima parte di questo post e, in modo più approfondito, nel libro “Se Muore il Sud”, come avevo scritto in La mancata valorizzazione dei beni culturali in Italia: qualche esempio. Siccome i dati citati in questo post sono più recenti, evito di ripetermi.

Il quindicesimo caso di Mannucci è quello dell’ospedale di Agnone (Isernia): “I lavori nel cosiddetto Ospedale Nuovo di Agnone sono iniziati alla fine degli anni ’80 e sono fermi dal 1992 (dopo essere già costati circa 10 miliardi). L’ex Asl di Agnone ha ora preparato un progetto di massima per il completamento con un’ulteriore spesa di 20 milioni di euro. È difficile, però, che arrivi l’approvazione, anche perché l’organizzazione sanitaria della zona è in corso di riordinamento con la previsione della chiusura dei piccoli ospedali”. In questo caso, non è cambiato niente dal 2009: il progetto di completamento non è stato approvato e lo scheletro dell’ospedale resta a ergersi solitario. Fonte:  Sperpero di denaro pubblico, il nuovo ospedale di Agnone torna sotto i riflettori dei media (video) su Ecoaltomolise.net (novembre 2017).

Il sedicesimo caso è quello dell’Idrovia Padova-Venezia, su cui Mannucci scrive: “Il progetto risale agli anni ’60: un canale navigabile per sostituire il preesistente collegamento acque che si svolgeva attraverso il Naviglio di Brenta. È stato completato per meno di due terzi. 150 milioni di euro la stima dei costi sostenuti finora, si calcola che occorrano altri 70 milioni per il completamento, probabilmente come semplice scolmatore. Il porto (cioè il punto di partenza delle merci da Padova) non esiste, la via acquatica si ferma infatti a pochi metri di distanza dalla zona industriale patavina. In più è ancora ostruito da una decina di ponti stradali e un ponte ferroviario”. Anche in questo caso, nulla sembra cambiato dal 2009 al 2017: : Idrovia Padova-Venezia, le dighe abbandonate e quei ponti sul nulla – CorrieredelVeneto.it.

L’analisi prosegue nella terza parte, con la conclusione del dossier di Enrico Mannucci e un commento di Sergio Rizzo.

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