Lo spreco alimentare: dati globali

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Sette del Corriere della Sera, come parte di uno speciale dedicato ad Expo 2015, il 20 marzo di quell’anno. I dati sono stati raccolti e rielaborati da Federico Bini, e forniscono un’interessante panoramica del problema dello spreco di cibo nel mondo. Sono servizi come questo che mi fanno rimpiangere la vecchia Sette, con il suo taglio di approfondimento e il coraggio di dedicare quattro intere pagine a sfilze di numeri su un tema così complesso. Per questo ho deciso di riportare qui i dati, rimaneggiando un po’ il testo. La prima pagina dell’articolo è disponibile su PressReader.com, ma le altre tre no, e inoltre il formato testuale della versione rintracciata online è scomodo da leggere. Però, aprendola, vedrete che anche nell’originale di Bini i dati sono riportati con frasi nominali brevi, a elenco puntato, come li riporterò io.
Questo formato, mi rendo conto, non aiuta ad assimilare effettivamente le quantità di cui si sta parlando, anche perché non tutti i dati sono confrontabili fra loro (questo dipende, ovviamente, dalle diverse fonti). Nonostante questo grosso difetto, credo che valga la pena leggerli con attenzione. Ho messo in grassetto le cifre secondo me più significative.

Cibo sprecato ogni anno da un europeo: 280 chili.
Cibo sprecato ogni giorno negli USA: 151.000 tonnellate.
Percentuale del suolo agricolo mondiale che produce cibo poi buttato: 31%.
Ettari coltivati a OGM nel mondo: 175 milioni.
Carne mangiata ogni giorno sulla Terra: 700.000 tonnellate.

Abitanti sulla Terra: 7.290.000.
Cibo prodotto ogni anno per il consumo umano: 4 miliardi di tonnellate. Per abitante: 550 chili.
Ettari di terreno coltivati sulla Terra: 1,6 miliardi.
In percentuale sulla superficie delle terre emerse: 12%.
Calorie disponibili per persona al giorno: 2881.
Vent’anni fa: 2595.
Calorie in più al giorno, acquisite nell’ultimo ventennio: 286.
Calorie disponibili per persona al giorno in Africa: 2556.

Abitanti sulla Terra, che sono sottonutriti: 805 milioni.
In percentuale su tutti gli abitanti della Terra: 11,1%.
Percentuale degli abitanti sottonutriti in Africa: 20,5%. Vent’anni fa: 27,7%.
In Asia: 12,7%. In Asia vent’anni fa: 23,7%.
Persone che soffrono di mancanza di micronutrienti (vitamine, sali minerali): 2 miliardi.
Percentuale dei bambini (6 mesi – 5 anni) che hanno carenza di iodio in Lesotho: 100%. In Ghana: 100%. In Ciad: 99%.
Percentuale dei bambini (6 mesi – 5 anni) che hanno carenza di vitamina A in Mali: 92%. A Haiti: 92%. In Etiopia: 88%.

Maggior quantità di calorie disponibili rispetto al necessario oggi, in percentuale: + 22%. Nei Paesi sviluppati: +35%. Nei Paesi in via di sviluppo: + 19%.
Individui sovrappeso sulla Terra: 1,4 miliardi. Di cui obesi: 500 milioni.
Percentuale della popolazione che mangia più del necessario, nei Paesi sviluppati: 44,6%.

Il costo di una merendina (espresso in dollari, $1,25) è il parametro usato dalle statistiche internazionali per lo stato di povertà.
Persone che vivono con meno di 1,25$ al giorno: 1.370.000.000.
Con meno di 2$ al giorno: 2.560.000.000.
Con meno di 10$ al giorno: 5.050.000.000.
Percentuale dei poveri che vivono in aree rurali: 80%.
Percentuale di reddito speso per il cibo negli Stati Uniti: 7%. In Messico: 25%.

Percentuale di casi di nutrizione insufficiente dovuti a carestie, guerre o emergenze ambientali: 8%. Dovuti a situazioni “endemiche” del luogo: 92%.

Costo annuo stimato della sottonutrizione (lavoro perso, costi sanitari e sociali): 3500 miliardi di dollari. Per persona: 480 dollari.
Cifra spesa ogni anno dall’Africa per importare cibo: 51 miliardi di dollari.
Cifra incassata ogni anno dall’Africa con la vendita di cibo all’estero: 23 miliardi di dollari.
Cifra spesa ogni anno dall’Asia per importare cibo: 203 miliardi di dollari.
Cifra incassata ogni anno dall’Asia con la vendita di cibo all’estero: 142 miliardi di dollari.

Quantità di cibo che viene buttato via ogni anno nel mondo: 1,3 miliardi di tonnellate. Di queste, dai Paesi ricchi: 670 milioni di tonnellate. Dai Paesi poveri: 630 milioni di tonnellate. In valore: 990 miliardi di dollari.
Percentuale della frutta e verdura prodotta nel mondo, che viene buttata: 50%. Dei cereali: 30%. Del pesce: 30%. Della carne e dei latticini: 20%.
Cibo buttato via in Europa, per abitante, all’anno: 280 chili. Di questi, direttamente dal consumatore finale: 110 chili. Dal sistema di distribuzione e vendita: 170 chili.

Persone che potrebbero essere sfamate, all’anno, dal cibo perso o sprecato nell’America Latina: 300 milioni. In Africa: 300 milioni. In Europa: 200 milioni.
Quota del cibo sprecato che, se recuperato, sarebbe sufficiente per sfamare tutta la popolazione sottonutrita del mondo: 1/4 (25%).

Derrate alimentari che rimangono ogni anno sui campi: 1,2 milioni di tonnellate.
Scartate dall’industria alimentare e che potrebbero essere recuperate: 2 milioni di tonnellate.
Scartate dalla distribuzione e che potrebbero essere recuperate: 300 mila.
Valore del cibo buttato via ogni anno in Italia: 13 miliardi.
Cibo che viene recuperato, in valore: 1 miliardo.
Avanzi per consumatore: 42 chili.
Alimenti prodotti in eccesso nel nostro Paese ogni anno: 6 milioni di tonnellate. Percentuale sui consumi: 17,4%.
Quota dell’eccedenza alimentare donata a food banks ed enti caritativi: 6%.

Stima della popolazione da sfamare sulla Terra nel 2050: 9,6 miliardi. Di cui, in Asia: 5,1 miliardi. Nell’Africa sub-sahariana: 2,1 miliardi.
Stima del’aumento delle calorie richieste nel 2050, in percentuale: +60%.
Stima dell’aumento dei consumi di carne (in calorie): + 23%.
Aumento della domanda mondiale di proteine nei Paesi in via di sviluppo nel 2050: + 103%. Nei Paesi sviluppati: +15,3%.
Aumento della domanda mondiale di acqua nel 2050: +55%.

Area coltivata, per individuo sulla Terra: 0,25 ettari.
Aumento della produzione agricola mondiale negli ultimi 50 anni: +3% all’anno.
Aumento della superficie coltivata: +1% all’anno.
Cibo prodotto per il consumo umano nei Paesi ricchi, per abitante all’anno: 900 chili. Cibo prodotto nei Paesi poveri: 450 chili.
Frumento prodotto ogni anno nel mondo: 715 milioni di tonnellate. Mais: 987 milioni di tonnellate. Riso: 476 milioni di tonnellate. Soia: 283 milioni di tonnellate. Altri cereali (orzo, sorgo, avena, ecc.): 1274 milioni di tonnellate.
Uova deposte ogni anno nel mondo, dalle galline: 750 miliardi.
Latte prodotto all’anno nel mondo, dalle mucche: 754 miliardi di litri.

Quantità minima di acqua al giorno per i bisogni vitali, secondo l’OMS: 40 litri.
Litri d’acqua consumati ogni giorno da un americano: 425 litri. Da un abitante del Madagascar: 10 litri. Da un italiano: 215 litri.
Persone nel mondo che non hanno accesso costante all’acqua potabile: 1 miliardo.
Bambini che muoiono ogni anno per malattie causate da acqua contaminata o mancante: 1,4 milioni.
Stima della quota di popolazione mondiale che potrebbe trovarsi in condizioni di stress idrico già nel 2025: 2/3.
Litri d’acqua necessari per una tazzina di caffè: 140. Per un bicchiere di vino: 120. Per un chilo di patate: 900. Per un chilo di carne bovina: 16.000.

Tonnellate di carne prodotte nel mondo all’anno (ma non tutta consumata): 300 milioni.
Aumento percentuale dal 2001: +20%.
Carne disponibile per persona sulla Terra ogni anno in chili: 42,8.
Aumento della disponibilità di carne pro capite dal 1995: +15%.
Aumento nei Paesi in via di sviluppo, nello stesso periodo: +25%.
Consumi annui di carne negli Stati Uniti, per persona: 122 chili. In Rwanda: 5,6 chili.
Consumo di carne, in calorie al giorno in Cina nel 1960: 29. Oggi: 490.

Percentuale dei gas serra prodotti dagli animali di allevamento: 18%.
Prodotti da tutti i trasporti internazionali: 15%.
Percentuale del territorio amazzonico disboscato, che viene poi destinato a pascolo: 88%.
Percentuale della produzione mondiale di soia destinata a mangime per animali: 90%.
Chili di proteine vegetali necessari per produrre un chilo di carne bovina: 16.
Chili di pomodori che si possono produrre a parità di tempo e di estensione di terreno necessari per produrre un chilo di carne: 20.

Pesce pescato ogni anno nel mondo: 177 milioni di tonnellate. Di cui, in acque libere: 60%. In allevamenti: 40%.
Paesi nel mondo che pescano ogni anno oltre un milione di tonnellate di pesce: 19.
Percentuale del pescato destinato all’alimentazione umana: 86%. Di questo, che viene consumato fresco: 46%.
Persone nel mondo che ricevono almeno il 20% del fabbisogno di proteine dal pesce: 2,9 miliardi.
Percentuale delle riserve ittiche che al momento sono sfruttate al massimo consentito: 54%. Moderatamente sfruttate: 21%. Supersfruttate: 17%. Praticamente compromesse: 7%. Che si stanno riprendendo dal rischio di sparizione: 1%.

Aumento della produzione mondiale di riso dall’introduzione della varietà IR8 negli anni ’60: +300%.
Ettari coltivati a OGM nel mondo: 175 milioni. Ettari coltivati a OGM nel mondo vent’anni fa: 1,6 milioni.
Valore del mercato degli OGM all’anno: 15,6 miliardi di dollari.
Percentuale dei prodotti OGM che vengono da cinque Paesi (USA, Brasile, Argentina, India, Canada): 90%.
Agricoltori nel mondo che producono OGM: 18 milioni.

Specie di insetti commestibili: 2000.
Percentuale edibile di un grillo: 80%. Di un pollo: 55%. Di un salmone: 50%. Di una mucca: 40%.
Abitanti sulla Terra che già oggi mangiano comunemente insetti: 2 miliardi.
Maggior costo di un chilo di cavallette rispetto a un chilo di carne in Uganda: +40%.

Percentuale del carburante usato per trasporto, che è biocarburante, in Brasile: 23%. Nell’Unione Europea: 4%.
Esportazioni di ali di pollo dagli Stati Uniti all’anno: 118.980 tonnellate (perlopiù verso la Cina). Di penne: 210.822 tonnellate (perlopiù verso l’Indonesia). Di cosce: 2.005.892 tonnellate (perlopiù verso la Russia). Di interiora: 48.477 tonnellate (perlopiù verso il Sudafrica). Di zampe: 330.509 tonnellate (perlopiù verso la Cina).

Monuments Men (and a Woman)

Questo articolo è uscito originariamente su Vanity Fair del 24 giugno 2015, opera di Gabriele Romagnoli, con lo stesso titolo di questo post, perché non se ne può trovare uno migliore e quindi l’ho “rubato”. Purtroppo, non è disponibile nell’archivio online della rivista, che non tiene traccia di articoli usciti così tanto tempo fa. Ma è una storia interessante, e merita di essere conservata. Questa storia, per me, è un’ispirazione. Quando parliamo di “valori occidentali”, secondo me sono storie come questa a rappresentarli: storie di persone che hanno il coraggio di stare in una zona di guerra per preservare reperti archeologici, che rappresentano conoscenza, ma anche radici storiche che la guerra rischia di cancellare, ma anche il valore del far sopravvivere qualcosa di apparentemente superfluo anche laddove si combatte, letteralmente, per il diritto di esistere come individui e come popolo.

“A volte inciampi in una storia mentre ne insegui un’altra. All’Università di Sheffield, in Inghilterra, cercavo due professori (Colin Hay e Anthony Payne) autori di un libro dal titolo Capitalismo civico per chiedere loro se davvero «il libero mercato può fare qualcosa per me», e qualcuno mi ha parlato di Giulia Gallio, una giovane ricercatrice del dipartimento di Archeologia, esperta in una branca definita «archeologia funeraria». Non si trovava a Sheffield in quel momento, ma a Sulaymaniyya, o forse a Lalish, di certo in Kurdistan, dissotterrando resti, di bare e di corpi, decifrando iscrizioni, ricostruendo biografie perdute.
Fa parte di un gruppo di nove che comprende anche cinque portoghesi, un belga e due curdi. Sette di loro hanno lasciato l’Europa, fatto scalo a Istanbul, proseguito per l’Iraq. Hanno raggiunto Erbil, ma da lì hanno continuato per stabilirsi in un villaggio equidistante da Mosul, capitale del cosiddetto Stato islamico e assoggettata alle leggi del califfato. Vivono tra i peshmerga (tradotto: guerriglieri pronti a morire) che li proteggono come fossero altrettanto preziosi che i loro cecchini. Eppure non salvano vite, salvano morti.

Si svegliano all’alba, che si accende alle 4 e 30. Fanno colazione con i combattenti. Abbracciano quelli che partono per il confine invisibile o per la Siria. Salgono sulla collina di Kani Shaie a cercare reperti. Stanno ore sotto un sole giaguaro, con una temperatura che supera e non di poco i 40 gradi. Quando trovano qualcosa lo maneggiano con cura, perché solo a toccarle certe ossa secolari si sfarinano e diventano sabbia ai tuoi piedi.
Il supplemento del quotidiano portoghese Público ha dedicato pagine a un servizio fotografico su di loro. In una immagine si vede Giulia Gallio che ripulisce un teschio con uno spazzolino da denti che non userà mai più. Apparteneva, intuisce dalla forma della mandibola, a una donna, e piuttosto giovane perché la dentatura è ancora sana. Scavano, recuperano, ripuliscono, classificano. Lavorano fino al tramonto, come se non ci fosse domani: in effetti potrebbe non esserci. Lo Stato islamico è all’orizzonte e ha ancora armi puntate in questa direzione e tra gli obiettivi del califfo c’è riprendersi la terra dei curdi, cancellare quest’altra fede e la libertà di leggere perfino Nietzsche, perfino Zizek, perfino Dante, che nella Divina Commedia piazza all’Inferno il profeta Maometto.

Questi nove giovani non hanno armi, ma combattono ugualmente una guerra di resistenza. Qualcuno ricorderà il film di e con George Clooney, Monuments Men. Narra, seppur con numerosi adattamenti, la storia vera di una squadra più folta di quella che opera in Kurdistan. Allora furono 350 uomini provenienti da 13 Paesi: restauratori, archivisti, direttori di musei e, appunto, archeologi. Entrarono in azione nel 1943. La loro missione era recuperare le opere d’arte trafugate dai nazisti nelle città europee che avevano occupato prima che, in caso di sconfitta, Hitler desse il via alla Operazione Nerone: distruggete tutto.
Il califfo e i suoi seguaci quell’operazione l’hanno già avviata. Se i nazisti ammiravano le opere d’arte del passato e volevano appropriarsi delle une e dell’altro, ai fondamentalisti islamici interessa soltanto cancellare: sia l’arte sia il passato. Vogliono eliminare tutto quello che non è riferibile alla loro cultura, che è una cultura del vuoto: le moschee non contengono altro che luce, dio e il profeta non sono altro che idee non visualizzabili. I Monuments Men della seconda guerra mondiale avanzavano in un territorio martoriato e notavano le assenze, le opere mancavano, i nazisti se le erano portate via. In Iraq e in Siria troverebbero le macerie anche delle opere: i fondamentalisti le fanno a pezzi. La loro scelta non è una extrema ratio, è la prima opzione. Non è «se non mie, di nessuno», ma «niente», semplicemente. Non è egoismo, come nel primo caso, ma l’estremizzazione dell’egualitarismo, l’appiattimento su un fondo che nega ogni bellezza, condivisa o meno, perché l’estetica è incenerita dalla fiamma dell’etica.
Mentre i militanti dell’Isis distruggevano i millenari manufatti di Palmira, i nove Monuments Men del Kurdistan continuavano la loro corsa contro il tempo: oggetti che avevano aspettato di essere ritrovati per secoli, ora hanno una gran fretta di essere messi in salvo.

Normalmente non sono appassionato di storia, archeologia, ruderi. Vivo a Roma e non mi fanno effetto. Guardo sempre al presente, mai al passato. Ma credo nel relativismo e se qualcuno impone la dittatura del vuoto e dell’eterno, mi schiero con chi si batte per la libertà di riempire l’esistente di qualunque cosa, fossero anche vecchi teschi. La maledizione di Tutankhamon è resa possibile dal fatto che le ossa conservano le malattie per millenni. Conservano allora anche gli antidoti che furono impiegati. Ora come tanto tempo fa, il califfato può essere respinto. Perfino usando come arma uno spazzolino da denti”.

Se volete approfondire l’argomento, potete visitare il sito ufficiale della campagna di scavi: Kani Shaie Archaeological Project.

Infrastrutture incompiute e opportunità sprecate (parte 3)

Questo post rappresenta la conclusione di una serie dedicata alle grandi opere rimaste incompiute che affliggono il territorio italiano, basata sul dossier curato da Enrico Mannucci per “Corriere della Sera Magazine” nel 2009. Nelle due parti precedenti della serie ho documentato gli eventuali avanzamenti nelle situazioni presentate da Mannucci, arrivando ai primi sedici casi contenuti nel dossier. Qui concluderò con gli ultimi cinque e con l’articolo di commento di Sergio Rizzo.

Dunque, il diciassettesimo caso trattato da Mannucci è quello dell’ospedale psichiatrico di Teramo: “La prima pietra dell’impianto (veniva a sostituire un ospedale storico per la psichiatria nazionale: nel 1925, qui, venne fondata la prima Società Psicanalitica Italiana) venne posata trenta anni fa in zona Contrada Casolena. Ma la serie di palazzine e padiglioni non è mai stata completata: la legge Basaglia non prevedeva strutture del genere. Da allora sono state avanzate varie ipotesi di uso alternativo a partire da quella di sede per la neonata università. Che però è stata costruita altrove. Una parte delle palazzine, oggi, è utilizzata per i servizi sanitari di base. Già una decina di anni fa, in Parlamento, questo veniva citato come caso spinoso per la sanità abruzzese, poi passata ai disonori delle cronache giudiziarie”. Qui la questione è complicata: i risultati di Google (Wikipedia inclusa) si riferiscono a un ospedale storico, nel centro della città, anch’esso in stato di abbandono: Teramo, ospedale psichiatrico in abbandono da 14 anni. Dalle foto si riconosce un luogo diroccato, di grande fascino, in piena città, non l’insieme di scheletri di palazzine, senza vetri alle finestre, situati in un prato incolto apparentemente in mezzo al nulla, raffigurato nella documentazione fotografica del servizio di Mannucci. Questo non-luogo sembra essere stato dimenticato.

Il diciottesimo caso illustrato da Mannucci è quello della maxi-cantina sociale di Radda in Chianti (Siena): “Venne costruita nei primi anni ’70 dal ministero dell’Agricoltura ma non è stata mai portata a termine pur essendo costata 2,5 miliardi dell’epoca. Oggi è un’enorme struttura in cemento armato che ingombra il paesaggio chiantigiano sotto le antiche mura di Volpaia. Già nel 1988 un’interrogazione parlamentare (prima firmataria, Adelaide Aglietta) chiedeva l’abbattimento dell’opera. Da allora, innumerevoli sono state le proteste nel Chiantishire. Ora la maxicantina è proprietà della Regione Toscana. Il Comune di Radda preme per l’abbattimento, con qualche timore per eventuali revisioni negative della Corte dei Conti”. Nel 2010 l’ex cantina, soprannominata “Vinosauro” è stata ceduta dalla Regione Toscana al Comune di Radda in Chianti (fonte: ‘Vinosauro’: il Comune di Radda acquisisce l’impianto di invecchiamento vini), che nel 2014 stava completando le procedure per la demolizione delle strutture (fonte: PR05_Schede_indirizzo_progettuale_approvazione_DEF).
In aggiunta, lascio il link a un progetto fotografico sui luoghi abbandonati in Toscana, trovato durante le ricerche su questa cantina:  I luoghi abbandonati – CorriereFiorentino (2013).

Il diciannovesimo caso descritto da Mannucci è quello dei lavori relativi al raddoppio della tratta ferroviaria a Imperia: “È una tratta ferroviaria vitale (nata nell’800) e il raddoppio dei binari viene ritenuto fondamentale. I lavori (iniziati cinque anni fa) non sono ancora arrivati a fine, afflitti da un continuo ‘stop and go’ che dipende in parte dalla carenza di finanziamenti, in parte dal problema dell’individuazione di un sito smaltimento per le enormi quantità di smerino, ossia la terra di risulta dello scavo. Se è in fase di completamento il tratto che riguarda Imperia, mancano ancora i finanziamenti per il raddoppio del proseguimento, da Finale fino ad Andora. È semiparalizzato anche lo spostamento a monte del tracciato ferroviario”. Lo scorso agosto, un articolo di Riviera24 segnalava che “Il raddoppio ferroviario Finale-Andora c’è, non per il 2017”, ma che i fondi erano stati stanziati fino al 2021, il che sperabilmente porterà al completamento dell’opera per quella data.

Il ventesimo caso che Mannucci presenta è quello della diga di San Pietro al Campo, in Val d’Orcia (Siena): “Alla metà degli anni ’70, il Consorzio per la bonifica della Val d’Orcia dette il via alla creazione di questo bacino artificiale, un lago lungo quasi sei chilometri. L’obiettivo era favorire l’agricoltura della zona. Nel 1979 – quando risultavano già stanziati dalla Regione Toscana una decina di miliardi – un’interrogazione parlamentare sottolineava la fondamentale importanza dell’opera per lo sviluppo della Val d’Orcia. Progettazione e appalto si trascinarono fino alla metà degli anni ottanta, quando partirono i lavori. Con 19 miliardi furono realizzati torre, galleria sotterranea e scolmatore. Servivano altri fondi ma non arrivarono. Intanto il modello di sviluppo si era spostato su un filone turistico-ambientale e si registravano record minimi di precipitazioni sull’Amiata”. In primo luogo, risulta che la diga si chiami di San Piero e non Pietro. Nel 2015, l’articolo più recente che ho trovato, la diga faceva notizia così: RAVE PARTY ALL’ECOMOSTRO: 3.000 GIOVANI ALLA DIGA DI SAN PIERO IN VALDORCIA. Un anno prima, QuotidianoNet faceva il punto delle proposte e valutazioni degli amministratori locali in merito a cosa fare della diga: Valle sfregiata dal “dinosauro”. La diga è solo un buco nell’acqua, ma la carenza di risorse sembra aver bloccato la situazione.

Il ventunesimo (e ultimo) caso raccontato da Mannucci è quello della sopraelevata di Capodichino (Napoli): “La sopraelevata di Capodichino è stata progettata per fornire un collegamento veloce fra l’aeroporto cittadino e il centro di Napoli, in particolare la zona della stazione centrale. La strada parte da piazza di Vittorio e si ferma a Calata Capodichino. I lavori sono fermi dal 1999, avrebbero dovuto riprendere nel 2006 ma così non è stato. Quest’anno sono stati aperti cantieri al di sotto della sopraelevata, ma lo stato di avanzamento della strada è comunque fermo. C’è un’abitazione da abbattere per completare l’opera, ma gli occupanti si rifiutano di abbandonare l’edificio”. Dalla vaga ricostruzione che si ottiene da Wikipedia, sembra che il problema sia stato risolto e l’opera completata.

Il dossier curato da Enrico Mannucci è corredato da un articolo di commento scritto da Sergio Rizzo, intitolato “Ecco perché l’Italia ha il record delle opere interrotte”, che riporto per completezza.
“Quando hanno cominciato a costruire il teatro di Giarre, la rivoluzione a Cuba era appena cominciata, il Brasile vinceva i mondiali di calcio in Svezia, lo Scià di Persia Reza Palhavi divorziava da Soraya e in Vaticano regnava ancora Pio XII. Correva infatti l’anno 1958. Trascorso ormai mezzo secolo, quel teatro è ancora lì da finire. Con il cemento ormai divorato dal tempo e dall’incuria, i ferri arrugginiti, la sua aria desolata. Qualche anno dopo che avevano cominciato a tirare su le gradinata, già servivano i primi interventi di manutenzione. E nel 1968, quando ormai da quattro anni nel ‘Continente’ era stata aperta l’autostrada del Sole, la cui costruzione era iniziata un annetto prima del teatro, iniziarono le varianti. Un Calvario, durato fino al 1987. Poi più niente. A parte una quantità imprecisata, ma certamente notevolissima, di denari buttati dalla finestra. Roba da far impallidire perfino la ‘fabbrica di San Pietro’, diventata nei secoli sinonimo di un cantiere aperto per l’eternità. Ma i lavori per la basilica più grande della cristianità a un certo punto finirono. Ci vollero 120 anni e 20 papi, è vero. Mentre per il più modesto e incompiuto teatro di Giarre ne sono passati già 51, con 49 governi e 22 differenti presidenti del Consiglio.
Senza che mai venisse data una risposta alla domanda chiave: ma perché un teatro proprio a Giarre, per giunta costruito ‘fuori asse’? E perché, sempre a Giarre, una piscina olimpionica di 49 metri, anziché dei 50 regolamentari, naturalmente incompiuta anch’essa? O un campo di polo (di polo!) con tribune per 22 mila spettatori, in un paese di 26 mila abitanti? O un velodromo, anch’esso, manco a dirlo, mai completato? Oppure un megaparcheggio multipiano, mai finito, privo di uscita? E chissà se per dare risposta a questi interrogativi sarà sufficiente l’idea lanciata un paio d’anni fa dal sindaco Concetta Sodano, detta Maria Teresa: trasformare quell’immenso cimitero di assurdità edilizie in un ‘Parco archeologico dell’incompiuto siciliano’. Sperando magari di convincere i turisti a preferire una visita a quegli orrori anziché alle bellezze di Taormina. Magari. Sempre che un giorno si riesca a finire almeno il parco.

Il fatto è che di parchi simili, in Italia, se ne potrebbero fare decine. Il Paese dove tutti si lamentano perché non si riescono a realizzare le opere pubbliche necessarie e dove da quarant’anni (esattamente dal 1969) si vagheggia di un ponte gigantesco che unisca Scilla e Cariddi, è anche il Paese con il record assoluto delle opere non finite. Un anno e mezzo fa il procuratore antimafia Piero Grasso [sì, l’attuale presidente del Senato e leader di Liberi e Uguali, ndr] rivelò anche il loro numero: 357. Di queste, disse, ‘più della metà in Sicilia. Abbiamo viadotti sospesi, dighe senz’acqua, stadi senza gradinate. Su un ponte, tra due piloni, hanno costruito una casa abusiva. Così abbiamo anche il primo ponte abitato’.
Com’è stato possibile arrivare a questo punto? L’elenco delle cause sarebbe troppo lungo. Basti pensare che ci sono ancora da completare opere della vecchia Cassa del Mezzogiorno, chiusa per ben due volte: la prima nel 1984, la seconda nel 1993, quando aveva cambiato nome in Agenzia per il Mezzogiorno. Appena prima dell’entrata in vigore dell’euro si fecero i conti, arrivando alla conclusione che per chiudere la partita della vecchia Casmez ci sarebbero voluti ancora almeno dieci anni e 7.500 miliardi di lire. Qualche volta la colpa è del progetto. Una volta, costruendo un lungo viadotto, ci si è accorti solo al momento di piazzare le ultime travi che fra due piloni c’era un dislivello di un metro. E il viadotto è lì da anni. Spesso le imprese litigano con le amministrazioni. Nel suo ultimo rapporto l’autorità per la vigilanza sui lavori pubblici presieduta da Luigi Giampaolino ha rilevato come in Sicilia ci siano ‘otto dighe in costruzione da più di vent’anni con problematiche legate, in genere, all’adeguamento dei progetti e ai contenziosi con le imprese’. Per non dire delle perizie di variante, che fanno lievitare i costi come la panna montata, con il risultato che poi i soldi finiscono e l’opera resta incompiuta. Ma intanto chi doveva mangiare ci ha mangiato. A sazietà. Nel novembre del 2008 Roberto Galullo ha raccontato sul Sole 24 Ore la storia della diga di Gimigliano sul fiume Melito, in Calabria: cominciata nel 1982, sarà pronta (forse) nel 2015, a causa di una interminabile sequenza di contenziosi, arbitrati e varianti.

Costati un mucchio di milioni. Ma non di rado la responsabilità è di amministrazioni incapaci perfino a spendere i soldi. L’amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti Massimo Varazzani ha scoperto nelle pieghe del bilancio più di un miliardo di euro di mutui concessi agli enti locali per realizzare infrastrutture piccole o grandi, e che non sono mai stati utilizzati da anni. Se si considerano poi i prestiti che sono stati soltanto ‘parzialmente utilizzati’, si arriva alla cifra di 6 miliardi e mezzo. Mica male, no?
C’è chi obietterà: ma non succede soltanto da noi. Ha ragione. Il 3 aprile 1882 a Saint Joseph, nel Missouri, Jesse James veniva assassinato da un sicario dell’agenzia Pinkerton. Due mesi più tardi, il 2 giugno, moriva a Caprera Giuseppe Garibaldi. Intanto a Barcellona cominciavano a costruire la Sagrada Familia, forse la più famosa al mondo fra le grandi opere incompiute. Non passò che un anno e il progettista, l’architetto Del Villar, gettò la spugna. Al suo posto venne ingaggiato nientemeno che l’architetto Antoni Gaudí. Il genio del modernismo catalano elaborò il progetto per quarant’anni, definendo i minimi particolari dell’opera mentre la costruzione procedeva. Alla sua morte, nel 1926, i lavori furono praticamente interrotti. Ci fu poi la guerra civile, la conquista del potere da parte di Francisco Franco e la costruzione finalmente venne ripresa negli anni Quaranta. A 127 anni dall’apertura del cantiere, lo stato di avanzamento della Sagrada Familia è al 60-65 per cento. I lavori potrebbero andare avanti altri cent’anni. O non finire mai: ma il cantiere eterno di Barcellona resterebbe comunque un monumento dell’architettura mondiale. E i turisti continuerebbero a fare la fila per visitarlo. Qualcuno ha forse il coraggio di paragonare il capolavoro incompiuto di Gaudí al velodromo di Giarre?”.

Qui si conclude questa serie, ma per chi desiderasse un ulteriore approfondimento sul tema, ho trovato una tesi magistrale in Architettura del 2012 di una studentessa del Politecnico di Milano che affronta l’argomento: potete leggerla e scaricarla qui.