Rabbia

Quando le persone dicono che la rabbia acceca e trasforma, intendono letteralmente. La rabbia deforma il nostro modo di percepire le cose, di ricordarle: una deformazione strumentale a costruire una narrazione in cui la colpa è del nemico, del bersaglio, il cui scopo è trasformare le emozioni che ci fanno sentire vulnerabili e feriti (frustrazione, umiliazione, dolore) in carburante. È come se si attivasse in noi un motore che brucia dolore e lo trasforma in rabbia, pronta per essere gettata su qualcun altro. Ci sono persone che sanno come impedire a questo motore di attivarsi, altre che sanno come riassorbire la rabbia risucchiandola all’interno di oggetti, gesti, facendola dissolvere nel respiro. Altre che la tengono dentro di sé finché non svanisce da sola, perché la rabbia è un fuoco che muore presto una volta che si smette di alimentarlo, e spesso basta solo un po’ di tempo per rendersi conto che non è successo davvero nulla.

E poi ci sono le persone come me, in cui la rabbia divampa. La mia rabbia richiama e assorbe ogni stilla di dolore che mi porto dentro, cresce e cresce in pochi istanti finché tutto quello che voglio è riversare il dolore sul bersaglio che mi ha ferita. Non c’è nessuna persona, nessun altro: solo la mia rabbia e un bersaglio. Se potessi incanalarla in una vera scarica di forza come i supereroi, spesso finirei per fare del male a qualcuno.

Quando la rabbia si spegne resta solo un grande senso di vuoto, di mancanza di scopo, di solitudine. Le lacrime scorrono lungo le mie guance e sono calde come se davvero un fuoco si fosse appena spento. La rabbia si è ritrasformata in dolore, dolore inespresso e inascoltato. Non voglio ascoltare! Non voglio che mi si dica che la mia rabbia è inutile! Perché quando c’è la rabbia non sento il dolore. Non voglio che mi si dica di calmarmi! Cosa ne faccio ora di questa rabbia latente, di questo grumo di dolore?

Poi arriva il momento in cui passi il punto di non ritorno, e dai fondo alla rabbia. Spegni l’ultimo barlume di razionalità, non pensi alle conseguenze, pervasa dal desiderio di ferire, di restituire il dolore, l’umiliazione che porti dentro ogni giorno, come un peso di cui non riesci a liberarti, un grumo denso e nero che riaffiora anche nei momenti sereni, che ti risucchia nei momenti tristi.

Poi vedi la terra bruciata. E le persone tutt’attorno ti guardano, e nelle loro parole aspre, che non hanno voglia di vedere attraverso il tuo sguardo distorto, nei loro giudizi implacabili, vedi quello che non vorresti vedere. In mezzo alle rovine fumanti, alla polvere nera, non c’è un bersaglio, c’è una persona. Una persona ferita. Per rimediare a un’ingiustizia, ne hai creata un’altra, più grande e più nera, e tutti la vedono. Nessuno vuole ascoltare, nessuno è disposto a capire perché l’hai fatto, a essere solidale con te. Le loro parole sono come schiaffi, sono gelide e brucianti, e ti strappano di dosso le giustificazioni della rabbia, ti riportano in una dimensione dove anche tu riesci a vedere quello che hai causato. Vorresti fuggire. Vorresti solo non sentire quello che hanno detto e che ora ti pulsa in testa, scardinando la visione delle cose che avevi costruito durante i momenti di rabbia e che si era impressa con forza nella tua mente, diventando vera.

Ti hanno detto che pretendi che gli altri ti capiscano e ti rispettino, ma che tu ti rifiuti di fare altrettanto se non sono d’accordo con te. E dove tu vedevi un nemico, ora vedi una persona offesa dalla tua arroganza, bloccata da un muro di scherno. Come puoi pretendere che capisca? Ti hanno detto che non puoi esigere dalle persone di dimenticare il modo in cui le hai deliberatamente ferite, sminuite, insultate, e aspettarti che siano imparziali nei tuoi confronti. Dietro quel muro di scherno, stavano nutrendo la loro rabbia per non essere calpestate. Ti hanno fatto capire che la tua visione delle cose era alterata, e ora tu riesci a capire che avresti potuto fare in modo che le cose andassero diversamente se non avessi voluto restare dentro lo scudo fiammeggiante della rabbia, ostinatamente.

E così siedi in silenzio. Non cerchi più scuse. Non cerchi più conforto. Sei solo con il peso delle tue azioni, bloccato in un punto in cui devi affrontare ciò che è successo veramente. La rabbia è morta, spenta, tace, e tu, libero dalla sua azione ottundente, guardi i tuoi errori, vedi i tuoi difetti, la tua arroganza, il tuo desiderio di distruggere. Ti sentivi un guerriero in lotta conto un’ingiustizia soverchiante, ma eri un tiranno che si accaniva su una persona per una misera colpa. Piangi, ma non è più il pianto rabbioso di prima: è un pianto purificante, il pianto che dissolve la rabbia e che vorresti lavasse via la colpa, ma sai che non può farlo.

Le ore passano, la calma ritorna e con essa la consapevolezza. Ora sai cosa implica veramente la rabbia, come ti spinga a volere il dolore altrui, a calpestare gli altri come un tornado finché non resta altro che il vuoto e il silenzio della solitudine. E nemmeno allora la rabbia si placa. La rabbia non ha uno scopo, solo un nemico. Finché c’è un nemico contro cui lottare, tutto il resto passa in secondo piano, finché c’è qualcosa da distruggere, tutte le questioni irrisolte possono non venire affrontate.

Forse questo shock è ciò di cui avevo bisogno per comprendere pienamente con cosa ho a che fare. Ciò che credevo fosse forza, che non ho mai imparato a controllare e gestire, ora mi mostra in tutta la sua devastante chiarezza il punto a cui può condurmi: distruggere ciò che ho costruito con tanto impegno, un obiettivo importante per il mio futuro e in cui ho riposto le mie energie. Distruggere legami, innalzare barriere di incomprensione, lasciare un’ombra di non detto fra due persone, perché in fondo come si fa a parlarne, a spiegare?

La mia rabbia divampa come un incendio, ma almeno non coagula in odio. L’odio è rabbia bloccata e inespressa, rimasta dentro di sé. Non sono mai riuscita a odiare nessuno. Credevo di sì, ma ho sempre perdonato: non l’ho scelto, è successo spontaneamente, perché non riesco a portare dentro di me il peso della rabbia troppo a lungo, una volta superato il dolore. La mia rabbia si misura in ore, non in mesi o anni. Mi domando perfino come sia possibile portarsi dentro la rabbia solidificata, densa e pesante, per mesi o anni.

La rabbia è un peso, in qualunque forma si esprima. Fa parte di noi e ci dice cose su noi stessi che preferiremmo non sentire, ci mostra lati di noi stessi che preferiremmo non avere (non semplicemente non vedere). Immagino che sia un male necessario, inestirpabile, ma non posso impedirmi di sognare di lasciarmela alle spalle per sempre. Sarà possibile?

Ready Player One: problemi narrativi e opportunità mancate

Sembra difficile credere che Ready Player One mi sia piaciuto, dato che questo è il secondo post di critica che scrivo. Ma è così: è per questo che avrei voluto che il film fosse più curato, che gli errori non fossero così evidenti. In questo post voglio parlare di scelte che sono state fatte a livello di regia e che secondo me avrebbero dovuto essere evitate e di opportunità mancate nella costruzione dei protagonisti, in particolare di Art3mis.
Anche questo post contiene spoiler, ovviamente.

Partiamo dal principio. Nel post precedente avevo accennato che James Halliday, il creatore di Oasis, ha nascosto nel gioco tre sfide la cui posta in palio è il controllo del mondo virtuale. La prima sfida, al momento in cui inizia la narrazione del film, è già stata trovata da parecchi anni, ma nessuno è ancora riuscito a superarla. Apprendiamo che si tratta di una corsa in auto su un percorso caratterizzato da trappole e ostacoli, che si svolge a intervalli regolari, in cui ogni giocatore è libero di scegliere il proprio veicolo personalizzato. È qui che vediamo che Parzival ha scelto una DeLorean come quella di Ritorno al Futuro (il primo: non è ancora la DeLorean volante alimentata a rifiuti di Ritorno al Futuro II), e vederla è stato esaltante per me, che ho adorato la trilogia di Robert Zemeckis (e che, ancora oggi, è il mio riferimento per come dovrebbero funzionare i viaggi nel tempo).
Nel corso della gara, Parzival riconosce Art3mis – ci viene detto che la ragazza dai capelli fucsia è una giocatrice famosa in Oasis, e infatti Parzival la conosce per i suoi streaming su Twitch – che è l’unica partecipante alla gara che sceglie di utilizzare una moto, nonostante appaia chiaro fin da subito che la moto ha un netto vantaggio sulle auto in termini di velocità e agilità. Comunque, questa gara rappresenta l’evento che dà la possibilità a Parzival e Art3mis di conoscersi, complice l’amico di Parzival, Aech, che gestisce un’officina virtuale di mod e riparazioni.

Dopo il tentativo fallito di superare la prima prova, Parzival, Art3mis, Aech, Sho e Daito (due altri amici di Parzival) si recano, per un’intuizione di Parzival in seguito a un suggerimento di Art3mis, al museo all’interno di Oasis che ospita, in forma di diorami virtuali, le ricostruzioni di tutti gli episodi della vita di James Halliday (nonché tutti i film e i prodotti culturali che Halliday aveva visto, letto o giocato nel corso della sua vita, ricostruiti in modo da dare la possibilità di accedervi e visitarli come se fossero ulteriori mondi). Qui Parzival decide di riprodurre il suo momento preferito della vita di Halliday, che – ci viene detto dal custode del museo, un androide maggiordomo – ha già visto decine di volte. E già sappiamo che questa sarà quella buona, e che in quel ricordo è contenuta la chiave per la prima sfida. Nel ricordo, James Halliday si lamenta con il suo unico amico e socio, Ogden Morrow, del fatto di essere stufo di imporre regole nelle sue creazioni, e di sentire il bisogno di “tornare indietro”. Questo concetto viene ripetuto un paio di volte, dopodiché – per essere sicuri che tutti abbiano capito – Parzival fa scorrere indietro la ricostruzione, la scena viene ripetuta, e per buona misura Parzival stesso ripete la cosa un altro paio di volte.

Così, subito dopo averci detto (o meglio, sbattuto in faccia nella maniera più palese possibile) come dovrà fare il nostro eroe per superare la sfida, ci viene mostrato. La scena della corsa è spettacolare, ma tutto il pathos è portato via dal fatto che sappiamo già che il protagonista ce la farà e sappiamo anche come. A questo proposito, vorrei spendere due parole in più su cosa è un’ovvietà “normale” e cosa invece avrebbe potuto essere costruito in modo da non essere ovvio. Nel momento stesso in cui la narrazione di Wade ci racconta dell’esistenza delle tre sfide, come spettatori sappiamo che sarà lui – con l’aiuto della sua squadra – a vincere il gioco, perché questo è il ruolo del protagonista. E questo è pienamente giustificato: quello che non sappiamo, e il motivo per cui vogliamo vedere il film, ciò da cui ci aspettiamo di essere sorpresi e tenuti con il fiato sospeso, è il modo in cui il protagonista vincerà, è il percorso, non la meta. In questo senso, non ho nessun problema con il fatto che sappiamo già che Wade troverà il modo di vincere la sfida: tuttavia, il fatto di venire invece a sapere quale sia questo modo prima che mi sia mostrato toglie tutta l’emozione – e si sarebbe potuto evitare semplicemente tagliando la scena dopo la prima volta che Halliday esprime il bisogno di “tornare indietro”, ad esempio mostrando Parzival che corre via, esaltato, lasciando i suoi amici confusi, per andare a prepararsi per la prossima corsa.

Art3mis/Samantha

Comunque, dopo la prima vittoria, Art3mis entra nel gruppo, che inizia ad essere chiamato High Five (un gioco di parole fra il “cinque” inteso come gesto di amicizia e il fatto che i nomi dei cinque protagonisti sono i cinque più in alto nella classifica di Oasis). Con l’indizio vinto nella prima prova, Parzival e Art3mis si recano in una discoteca su Oasis, dove Parzival confessa alla ragazza di essere innamorato di lei, e le rivela il suo vero nome (questo, insieme ad un altro indizio, permetterà alla IOI di localizzarlo, dando inizio agli eventi della seconda metà del film e all’innalzarsi della posta in gioco per i protagonisti). Art3mis lo respinge, ricordandogli con rabbia che lui si è innamorato di un avatar senza avere nessuna idea di chi lei sia nella vita reale, e che quindi per lei quelle parole non hanno alcun significato.
Poco dopo, quando Wade sarà rapito dalla resistenza per essere condotto nel rifugio, conoscerà di persona Art3mis, il cui vero nome è Samantha, che si rivela essere una ragazza più o meno coetanea di Wade, molto carina, che ha però il “difetto” di avere il lato destro del viso segnato da una voglia che le circonda l’occhio. Per questo motivo Samantha, che dovrebbe avere ben altre preoccupazioni dato che apprendiamo che suo padre è morto ai lavori forzati sotto la IOI e che è un membro di una resistenza clandestina, è convinta di essere brutta e che nessuno potrebbe amarla se conoscesse il suo vero aspetto. E qui mi sono cadute le braccia. Non solo perché la ragazza carina che è convinta di non esserlo è un cliché terribile, non solo perché questo tipo di complessi è totalmente fuori contesto in un mondo come quello di Ready Player One, ma anche perché Art3mis/Samantha ci viene presentata come un personaggio forte, disinvolto, estroverso. Non una guerriera dura e fredda, ma una ragazza tosta nel senso di essere competente e preparata a qualsiasi situazione senza rinunciare a divertirsi. Darle come difetto l’insicurezza sul proprio aspetto fisico è semplicemente non impegnarsi abbastanza per trovarne uno meno ovvio.

Inoltre, trovo che la stessa idea di fare del love interest del protagonista una ragazza della sua età sia molto ovvia: so che Ready Player One non è un film scritto per sfidare stereotipi e luoghi comuni, ma avrei trovato molto più interessante se Samantha fosse stata un ragazzo, o una donna parecchio più grande di Wade (diciamo sui 30-35 anni, per non essere estremi), dandoci almeno un elemento che mette in crisi le nostre aspettative. Certo, poco più avanti nel film apprendiamo che Aech è una ragazza, dietro il suo avatar di un cyborg muscoloso dalla voce possente, ma la rivelazione non è altrettanto potente perché Aech è un’amica del protagonista, non la ragazza: nel momento stesso in cui vediamo Art3mis entrare in scena a bordo della sua moto rossa e vediamo l’ammirazione negli occhi di Parzival, sappiamo che sarà lei la Ragazza del film. Oh, be’, almeno grazie al fatto che Aech è una ragazza, il film passa di striscio il Bechdel Test.
In un film centrato sul fatto che le persone vivono la parte più importante delle loro vite in un mondo online, è triste che le possibilità identitarie che questo fatto apre non vengano esplorate. Se Art3mis fosse stato un ragazzo, Wade si sarebbe innamorato lo stesso? Sarebbero diventati ottimi amici, risparmiandoci così la storia d’amore obbligatoria? E se Art3mis fosse stata una donna di 10 anni più grande del ragazzo, questo non avrebbe potuto mostrare un modo meno convenzionale di rappresentare l’amore, di mostrare che esso va oltre l’apparenza perché è un legame fra due persone che prescinde dalle contingenze?

Comunque, la seconda sfida procede in modo meno telefonato, come si dice, della prima, e Art3mis ha la sua occasione di brillare come protagonista. Segue tutta una serie di altri eventi, in Oasis e nel mondo reale, che sono effettivamente avvincenti, anche se con qualche forzatura per far proseguire la trama. Arriviamo quindi alla terza sfida: i cattivi della IOI trovano il luogo della sfida per primi e lo sigillano con un potente artefatto magico, spingendo Parzival a chiamare a raccolta in un’insurrezione generale l’intera popolazione di Oasis. La sfida è una vecchia consolle Atari con tutti i suoi giochi, e mentre i buoni cercano di sfondare la barriera nella battaglia finale, gli impiegati della IOI cercano di individuare il gioco giusto e di batterlo, supportati da un’intera squadra di studiosi della cultura pop e di Halliday. Procedendo per tentativi, scoprono che il gioco giusto è Adventure, e ci viene detto  da una di questi scienziati della IOI che esso contiene il primo easter egg della storia, ovvero la firma del creatore nascosta all’interno del gioco.
L’ultimo dei sixers è solo di fronte al gioco mentre la battaglia imperversa e Parzival giunge alla resa dei conti con Norman Sorrento, e nonostante sia in collegamento con gli scienziati, nessuno di loro pensa di fornirgli la soluzione giusta: il povero sixer, invece di seguire i passi per arrivare all’easter egg, cerca di battere il gioco, lo vince e ovviamente fallisce la sfida. Alla fine, al termine della battaglia, quando Sorrento sarà stato sconfitto, resterà solo Parzival di fronte all’Atari, e ovviamente risolverà la sfida – non senza averci raccontato di nuovo del primo easter egg della storia, di nuovo subito prima di mostrarci come effettivamente lo si raggiunge.

Proprio come nella prima sfida, qui abbiamo delle ridondanze che si sarebbero potute tranquillamente tagliare: o si tagliava la scena in cui la scienziata della IOI raccontava questo fatto riguardo ad Adventure, o si tagliava il punto in cui Parzival ripeteva la stessa esatta cosa. Io personalmente avrei scelto la seconda opzione: noi spettatori sappiamo cosa Parzival sta facendo perché ci è già stato detto, e sappiamo che Parzival lo sa perché lo sta facendo! Tagliando invece la scena della scienziata, si creerebbe l’incongruenza per cui Parzival sa più cose su Halliday e sulla cultura pop nell’epoca in cui Halliday è cresciuto (e che Wade non ha mai vissuto) rispetto a persone che hanno studiato e sono pagate per studiare queste cose. Suggerire che i cattivi siano incompetenti è sempre un rischio, perché sminuisce la portata della battaglia che i buoni stanno combattendo, e non si spiega perché non l’abbiano già vinta se i loro nemici sono dei perfetti idioti. Questo vale per qualsiasi storia.

Per il resto, una volta superate le tre sfide, Parzival si trova di fronte a una rivelazione e a una scelta che non vi spoilero. Come finisce la sua battaglia nel mondo reale, invece, lo sapete già dal post precedente. Credo di aver detto tutto quello che volevo dire sul film, ma se volete aggiungere qualcosa o aprire una discussione su questi punti, la sezione commenti è a vostra disposizione. Questo era il mio commento su Ready Player One.

Gli errori nel worldbuilding di Ready Player One

Ieri sera sono andata al cinema a vedere Ready Player One, il film di Steven Spielberg che celebra la cultura pop, con particolare riferimento al mondo dei videogiochi e agli anni ’80. Mi sono divertita, ma ho così tante critiche da sentire il bisogno di scriverle. Questa non è una recensione, e non credo che sarà l’inizio di una serie di post sul cinema, non mi sento abbastanza competente per parlarne. Però, per colpa di Gamberetta di Gamberi Fantasy e del Duca di Baionette Librarie, due mie divinità personali nell’Internet italiano, ho acquisito quelle nozioni base di tecnica narrativa che sono state sufficienti per notare tutta una serie di dettagli stridenti in Ready Player One.
A questo proposito, premetto di non aver letto il libro.
Questo post, logicamente, contiene spoiler.

Per me un errore di worldbuilding è una sola cosa: quando, nella costruzione del mondo in cui la storia è ambientata, si pongono delle premesse che poi saranno contraddette o ignorate nel corso della storia, da quello che vediamo, dalle azioni dei personaggi e dalle loro motivazioni. Questo è importante: l’etica, l’atteggiamento e la visione del mondo dei personaggi sono inevitabilmente collegati al tipo di società e di contesto in cui vivono. Un ottimo esempio di questo fatto è in Mad Max: Fury Road (film che peraltro ho adorato): in quel film vediamo rappresentato un mondo post-apocalittico in cui la sopravvivenza dipende da tre cose, cibo, veicoli (e carburante) e armi. In questo mondo, la vita è una spietata lotta per la sopravvivenza, e questa premessa è rispettata nel momento in cui si incontrano i due protagonisti, Max e Furiosa. Entrambi sono combattenti, temprati dall’aver lottato ed essere sopravvissuti per ogni singolo giorno delle loro vite, perciò trascorre più di metà film prima che alla diffidenza si sostituisca il rispetto per le capacità l’uno dell’altra, rispetto che poi diventerà gradualmente lealtà e fiducia. Il film fa un lavoro eccellente nel mostrarci e rendere credibili questi passaggi, e nel farlo rende splendidamente umani i suoi personaggi.

Ready Player One, invece, ci presenta nella narrazione iniziale del protagonista, Wade Watts, un mondo in cui ci sono state carestie e rivolte perché le disuguaglianze sociali ed economiche si sono fatte sempre più insostenibili, finché le persone hanno smesso di tentare di risolvere i problemi della società e si sono ritirate a vivere dentro un mondo virtuale straordinariamente vasto e ricco di possibilità infinite, Oasis.
Lo squarcio di mondo che ci viene mostrato (a proposito, l’anno è il 2045), quello dove Wade vive, è una sorta di slum o favela composta da prefabbricati, container e veicoli incastrati in strutture di ferro a formare un’enorme estensione di cubicoli dove la gente svolge le uniche funzioni necessarie alla sopravvivenza nel mondo reale: mangiare, dormire e andare in bagno. Nella scena iniziale vediamo il protagonista uscire dal prefabbricato dove vive la sua famiglia – sua zia e il fidanzato di lei – e scendere lungo vari passaggi di fortuna fino al livello stradale, dove si trova il suo rifugio, un container incastrato fra rottami di auto e altre rovine.

La periferia di Columbus, Ohio, all’inizio di Ready Player One.

Ci viene quindi descritto un mondo dove la realtà è desolante, senza speranza, possiamo vedere e sentire la povertà degli abitanti: in una scena, apprendiamo che il fidanzato della zia di Wade ha bruciato tutti i risparmi della famiglia per comprare armi e potenziamenti su Oasis, precludendo loro ogni possibilità di fuggire da questa favela alienante. Da questa scena non capiamo solo che Oasis è più importante della vita reale per gli abitanti di questo mondo, ma anche che da questo fatto discende un ripiegamento su sé stessi, che si traduce in egoismo, competitività e individualismo sfrenato. D’altronde, ci è già stato detto che è un mondo in cui alle persone ha smesso di stare a cuore ciò che esiste oltre i confini della loro esistenza, e questa esistenza si svolge nel mondo virtuale.

Ma nel corso del film questa premessa verrà ampiamente contraddetta, nei piccoli dettagli e in elementi molto più grandi. Andiamo con ordine. Oasis è la creazione del defunto James Halliday, un sognatore che ha lasciato tre sfide nascoste nel gioco, promettendo che chi le supererà otterrà le quote di maggioranza della sua società, diventando proprietario di Oasis e in pratica ottenendo il controllo della vita di milioni di persone. Determinato a conquistare questo potere è Norman Sorrento, capo della seconda azienda del mondo, la IOI, che schiera migliaia di dipendenti deputati solo a superare le sfide – i sixers, ovvero l’esercito di soldati anonimi e intercambiabili che ogni malvagio deve avere per cliché. La IOI, per come viene mostrata, sembra esercitare un potere pressoché senza limiti nel mondo reale, i suoi droni sfrecciano ovunque e l’azienda ha il potere di arrestare e condannare ai lavori forzati su Oasis coloro che contraggono debiti per acquistare attrezzature di gioco da loro. Si tratta di vera schiavitù: vediamo questi prigionieri schedati, costretti a indossare tute da lavoro con il loro numero di serie e rinchiusi in cubicoli di lavoro dove sono letteralmente incatenati – per le caviglie e per i polsi – alle loro postazioni e costretti dentro un visore per la realtà virtuale che non si può sfilare.
Apprendiamo poi che esiste anche una resistenza clandestina alla IOI, formata da persone che hanno visto i propri cari morire prigionieri perché il sistema dell’azienda impedisce che i debiti possano essere ripianati lealmente (un po’ come nello sfruttamento della prostituzione).
Abbiamo l’Impero e abbiamo i ribelli, quindi. Ma alla fine del film, dopo che Sorrento ha tentato e fallito di uccidere Wade Watts nel mondo reale (dopo, ovviamente, essere stato sconfitto su Oasis)… viene arrestato dalla polizia. Dopo due ore di film, apprendiamo che esistono delle forze dell’ordine.
Ora, l’esistenza della polizia pone domande critiche per il worldbuilding del film, dal momento che implica l’esistenza di un’autorità statale dotata di legittimità riconosciuta dai cittadini (dato che tutti si fanno da parte quando Sorrento viene arrestato, con grande naturalezza) e ovviamente di leggi che giustifichino l’arresto di chi le contravviene. Se esiste uno Stato in grado di far valere la propria autorità, perché diamine la IOI è autorizzata a tenere prigionieri dei cittadini fino alla morte? Perché per due ore non vediamo alcun segno dell’esistenza di questo Stato, fino all’arrivo della polizia come un deus ex machina alla fine?

Oltre a questo, la resistenza non svolge alcun ruolo nella storia, se non fornire un rifugio a Wade nel momento in cui è costretto ad abbandonare la favela dopo il primo tentativo della IOI di ucciderlo. Un compito, nell’economia della storia, che poteva essere svolto da un semplice gruppo di amici di Wade/Parzival (questo il suo nickname in Oasis) o di Art3mis (la ragazza del film: carina, grintosa, il protagonista si innamorerà di lei, questo è tutto ciò che c’è da sapere). Introdurre un gruppo di ribelli che non ha alcuna funzione che non avrebbe potuto essere svolta da persone che non fossero un gruppo di ribelli è, be’, senza senso. In compenso uno dei ribelli ci regala il momento più WTF?! del film: quello in cui, dopo aver rapito Wade (ed essere stato identificato da uno dei droni della IOI) per portarlo nel rifugio, esce per comprare del cibo (e permettere alla IOI di trovarlo – mandare un’altra persona a fare la spesa era difficile?). Lo vediamo quindi scegliere da una bancarella una mezza dozzina di carote fresche. Carote fresche!
In un mondo in cui nessuno si preoccupa più di costruire vere infrastrutture, dove ci viene detto che praticamente la gente non esce mai di casa, dove perfino chi è condannato ai lavori forzati li svolge dentro al mondo virtuale, apparentemente esiste ancora un sistema di produzione agricola e di trasporto delle merci fino alle città. Decisamente conveniente! Certo, si potrebbe obiettare che tutta l’umanità sarebbe già morta di fame se tutti passassero realmente la propria intera esistenza su Oasis senza più svolgere nessun lavoro produttivo: sappiamo che i grandi agglomerati urbani non sono sistemi autosufficienti, ma necessitano per sopravvivere di un continuo rifornimento di prodotti alimentari dall’esterno.
E sarebbe un’obiezione valida, ma non ho posto io le premesse narrative che poi il film deve rispettare: se non è in grado di farlo, significa che c’è qualcosa di sbagliato nelle premesse e/o nello svolgimento. Sarebbe bastato, per esempio, mostrare che gli schiavi che lavorano per la IOI sono costretti a lavorare nella vita reale per svolgere i compiti necessari alla sopravvivenza di tutti. Questo avrebbe aiutato a far scivolare via anche altre incongruenze: ad esempio, se la IOI fosse l’unico produttore di cibo e altre risorse vitali, questo giustificherebbe il suo immenso potere sociale, economico e politico.
Volete invece sostenere che le persone hanno un lavoro, è solo nella vita privata che dimenticano l’esistenza degli altri e del mondo intorno a sé, e attendono febbrilmente il momento di staccare dal lavoro per potersi collegare a Oasis? Mostratelo. Nell’introduzione iniziale c’è un breve frammento in cui, mentre Wade spiega che perdere tutto su Oasis equivale alla rovina perché si è perso il frutto di anni di sacrifici, viene mostrato un uomo in giacca e cravatta in un ufficio affollato di persone e computer che si toglie un visore per la realtà virtuale, si mette a urlare e corre verso la vetrata tentando di togliersi la vita (ma viene placcato da una guardia della sicurezza). Dovremmo dedurne che effettivamente le persone lavorano nel mondo di Ready Player One, ma se anche fosse, questo esile accenno non è compatibile con il fatto che non vediamo nessun’altra forma di lavoro, a parte i dipendenti della IOI e il negoziante da cui il nostro astuto ribelle compra le carote.
Volete invece sostenere che tutto il lavoro è svolto da robot e droni? Benissimo, ha senso. Ma non dovrei arrivarci io riflettendo sulle incongruenze del worldbuilding, dovrebbe essere lo sceneggiatore a dirmelo risolvendo le incongruenze stesse. Bastava un accenno nella narrazione iniziale, una cosa tipo “viviamo su Oasis, perché non abbiamo motivo di stare nel mondo reale. I robot producono tutto ciò di cui abbiamo bisogno”: in questa narrazione iniziale c’è spazio abbastanza per accennarmi a una “carestia dello sciroppo di mais” e a una “rivolta per l’accesso alla banda larga” avvenute prima che il protagonista nascesse e funzionali solo a dirci che erano tempi duri in cui ha perso i genitori (peraltro, non hai bisogno di dirmelo se poi mi mostri che Wade vive con la zia e il fidanzato di lei – ci posso arrivare!).
Questo problema del sostentamento degli abitanti ci porta dritti alla questione più grande: il mondo di Ready Player One non può essere al contempo un futuro post-apocalittico e un’utopia/distopia tecnologica! L’esistenza di Oasis presuppone una tecnologia straordinariamente efficiente per mantenere online un mondo spettacolare, in grado di garantire un’esperienza così immersiva da essere meglio della realtà. Non sono un’esperta, ma quegli intrecci di cavi su costruzioni pericolanti non sembrano in grado di reggere il livello tecnologico di Oasis. Il mondo di Ready Player One avrebbe funzionato meglio se ci avesse voluto mostrare l’alienazione e il degrado delle esistenze di persone che si sono dimenticate della realtà non attraverso la favela verticale, ma tramite qualcosa di simile agli hotel a capsule giapponesi, magari grandi quanto una piccola stanza visto che le persone devono potersi muovere per giocare su Oasis. Una distopia suburbana, dove le persone sono rifornite di cibo dai droni e tutto è lindo all’esterno.

Non è poi così diverso dai cubicoli dei lavori forzati della IOI.

Ci sono molte altre cose che non vanno in Ready Player One, ma sono più che altro relative alla trama e ai personaggi. Forse scriverò qualcos’altro al riguardo, ma sinceramente non trovo la questione interessante tanto quanto i problemi di worldbuilding. Potrei anche dire qualcosa sulle possibilità identitarie inesplorate e sulla protagonista femminile, Art3mis. Sicuramente, 2000 parole sono più che sufficienti per questo post – ma dite pure la vostra nei commenti.
Vi lascio con la locandina del film con il volto di Parzival, l’alter ego di Wade Watts in Oasis, che è un bel ragazzo, tutto sommato.

Islam, integrazione, terrorismo: un articolo di Giovanna Zincone

Questo articolo di Giovanna Zincone, che qui riporto integralmente, è uscito su La Stampa del 22 gennaio 2015: è disponibile sul sito del quotidiano con il titolo “Non basta solo l’intelligence. Serve la politica – La Stampa”, ma il link porta a un paywall. E io detesto i paywall. Sono una studentessa, non ho ancora un reddito: se dovessi pagare per tutta l’informazione che consumo, non mi resterebbero soldi per altro. Se avessi dovuto pagare per accedere a tutti i documenti che ho consultato per la sola stesura della mia tesi di laurea, avrei speso oltre un centinaio di euro. Due articoli che avrei avuto interesse a consultare, uno italiano e uno statunitense, li ho dovuti lasciar perdere: avrei speso circa 30€, senza neppure avere la certezza che mi sarebbero stati utili come fonti.
In futuro mi riprometto di scrivere un articolo su quali progetti ho supportato e ho intenzione di supportare con i miei soldi, non solo relativi alle questioni femministe ma anche ad altri ambiti. Quello che voglio dire è che credo fermamente nella necessità di supportare autori e progetti, non pretendo che la cultura sia gratis, e sono sicura che quando avrò un reddito stabile amplierò la sfera del mio supporto economico e anche della beneficenza, mentre ora posso farlo solo in modo sporadico e per piccole cifre.
Tutta questa premessa per dire che intendo riportare sul mio blog un articolo che tecnicamente è ancora disponibile online, proprio perché questa disponibilità è solo fittizia, limitata a coloro che possono e vogliono permettersi un abbonamento premium a La Stampa. L’articolo è vecchio di tre anni, e sicuramente non sarà il mio piccolo gesto ad avere un impatto sulla capacità del quotidiano torinese di sostenersi economicamente. Perciò, eccovelo.

“«Dovremmo chiedere a Dio di liberarci di Dio»: così ha iniziato la sua omelia domenica scorsa un sacerdote sano di mente. Si riferiva al fatto che gli umani hanno sempre utilizzato motivazioni religiose per compiere nefandezze, in nome di Dio. A chi imputa all’Islam la esclusiva responsabilità di generare violenza sono stati già ricordati i massacri compiuti da induisti non solo contro musulmani, ma anche contro Sikh, ad esempio, dopo l’assassinio di Indira Gandhi, e la stessa uccisione del Mahatma per mano di un correligionario. Persino i seguaci del Buddismo, religione pacifica per eccellenza, hanno formato gruppi violenti, compiuto atti di terrorismo contro cristiani e musulmani in vari Paesi dell’Asia. Il leader di una loro fazione, Ashin Wiratu, si è meritato la copertina di Time proclamandosi il “Bin Laden dell’Asia”. La mitezza che permea il messaggio evangelico non ha impedito devastanti conflitti non solo contro pagani e infedeli, ma anche – come è noto – tra gli stessi cristiani, dalle origini fino a tempi recenti, vedi Irlanda del Nord.
Atti di terrorismo da parte di musulmani sono molto spesso rivolti contro altre comunità dello stesso universo religioso. Proprio questo duro scontro interno all’Islam potrebbe orientare la strategia antiterroristica europea verso più ampie alleanze, anche solo tattiche, sulla base del solito principio: il nemico del mio peggior nemico è un possibile amico. Ma un allargamento della rete di azioni militari e di intelligence di questo tipo incontra resistenze, che si spiegano anche rispolverando il concetto di «atavismo» elaborato da Schumpeter a proposito dell’imperialismo fin de siècle, sfociato nella Prima guerra mondiale: pulsioni primarie mai sopite, ostilità storicamente radicate che oscurano la ragionevolezza politica ed economica.
Fattori di questo tipo non agiscono solo sulla scala internazionale, plasmando negativamente le agende strategiche di molti paesi, anche nelle motivazioni dei terroristi europei possiamo ipotizzare la presenza di una sorta di atavismo. Infatti, la spiegazione classica individuata a suo tempo dai sociologi è utile ma insufficiente. La responsabilità delle rivolte secondo quella tesi classica andrebbe ricercata nella sovrapposizione tra fratture culturali e fratture economiche: le periferie degradate ospitano ragazzi di origine immigrata che sono insieme economicamente svantaggiati e, almeno per tradizione familiare, musulmani. In Francia, in coerenza con il principio di laicità, i censimenti non rilevano appartenenze religiose, questo non impedisce di fare credibili valutazioni, secondo le quali le comunità musulmane sono molto più giovani, più presenti tra i disoccupati e nei lavori mal pagati.
Quindi la tesi classica avrebbe qualche base empirica, ma per capire perché giovani si re-islamizzano o si convertono credo sia utile rispolverare ancora il richiamo dell’atavismo. Quell’atavismo di marca musulmana, rinforzato e diffuso anche in Europa da un robusto sistema di indottrinamento foraggiato dagli Stati del Golfo. È un kit ideologico che offre l’opportunità di riabilitare modi di credere che non ammettono dubbi, di ristabilire gerarchie e rapporti turbati da una modernizzazione di marca occidentale, in primis quello tra uomini e donne, di poter così contare su un’idea forte di ordine esterno e interiore. Sarebbe interessante capire quanto l’atavismo del maschio dominante conti pure nel reclutamento femminile.
La spiegazione del disagio economico come motore unico del terrorismo non basta, anche perché non spiega altri terrorismi a noi noti. Brigatisti rossi e bombaroli neri non venivano solo da famiglie povere o da quartieri sgangherati: li accomunava invece la ricerca di una «nobile causa» sulla quale riversare la loro voglia di vivere pericolosamente, di fare del male in nome del Bene. Tuttavia, forzare troppo la tesi dell’atavismo è politicamente rischioso, un po’ come lo è la nuova dottrina oncologica che attribuisce l’origine dei tumori soprattutto a cause genetiche. Nei corpi umani come in quelli sociali, la prevenzione è utile, l’ambiente conta e, soprattutto, è solo lì che possiamo intervenire. Occorre quindi contrastare sia l’esclusione di un gruppo dal benessere, sia – come suggeriscono da tempo filosofi comunitari come Taylor – l’esclusione di quel gruppo dal riconoscimento e dal rispetto collettivo. Godono di questo riconoscimento le comunità musulmane? In Europa ampie percentuali di autoctoni rifiutano l’idea che i musulmani siano parte della loro stessa comunità, continuano a percepirli come un corpo estraneo, e il terrorismo di matrice musulmana non ha giovato a migliorare questa percezione.
Secondo una recente indagine della Fondazione Bertelsmann, in Germania, il 61% degli autoctoni giudica impossibile un adattamento dell’Islam all’Occidente e il 40% accusa gli immigrati musulmani di non farli più sentire «padroni a casa loro». Per contro, la stessa ricerca ha rivelato che il 90 per cento dei musulmani praticanti giudica la democrazia un ottimo sistema di governo e condivide i valori del pluralismo. Gli intervistati, però, si dicono spaventati dalle ostilità crescenti di cui sono oggetto. C’è il rischio che quella paura agisca da detonatore di una reazione a catena. Se gli atti di terrorismo riusciranno ad ampliare la frattura tra autoctoni e immigrati, tra musulmani e non, se incrineranno amicizie e relazioni, se mineranno i ponti del dialogo culturale e religioso, allora i terroristi avranno raggiunto il loro scopo: uno scontro a tutto campo. Per combattere il terrorismo l’intelligence è necessaria, ma non basta, serve anche una certa dose di intelligenza politica. Chi oggi presidia posizioni caute, come ha fatto il Papa con l’esempio del pugno come reazione spontanea a chi offende valori profondi, richiama quello che è e dovrebbe essere il carattere principe dell’agire politico: preoccuparsi delle conseguenze delle proprie affermazioni e delle proprie azioni. Il Papa con i suoi richiami ad abbassare i toni, a mostrare rispetto verso altre religioni, vuole evitare che un’escalation negli scontri verbali generi un’escalation delle tragedie fisiche, altri massacri di innocenti.
Almeno lui non pare affetto da atavismo. Grazie a Dio”.

Riflessioni sul trovare il proprio scopo

Riflessioni critiche sulla concezione dell’uomo secondo Blaise Pascal: “L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo si armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo, ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero“.

Pascal percepisce nitidamente il posto infinitesimale che l’essere umano ricopre nell’immensa complessità dell’universo, all’interno del quale l’esistenza è una continua lotta contro forze superiori alle possibilità umane, contro le quali l’individuo può solo tentare una strenua, ma precaria, resistenza, consapevole di poter venire sopraffatto da un momento all’altro.
La concezione pessimistica che il filosofo francese ha del rapporto fra l’uomo e la natura appare obsoleta di fronte alle conoscenze scientifiche e tecnologiche raggiunte dall’umanità ai giorni nostri, eppure ogni giorno la malattia, la morte e le catastrofi naturali ci ricordano che la conoscenza della natura non implica il controllo totale su di essa.

La fragilità dell’essere umano e la precarietà della sua esistenza spingono Pascal a ritenere che l’esistenza non abbia uno scopo in cui trovare la propria realizzazione e la propria felicità, ma si riduca solo alla lotta contro le forze della natura; sorretto solo dalla consapevolezza, l’uomo trova in essa l’unico conforto, l’unica dignità.

Non condivido questa visione: per me la vita è molto più di un conflitto che non possiamo vincere, e la ragione può essere utilizzata per rendere migliore la vita degli individui nella società, attraverso un impegno individuale in cui ognuno può trovare il proprio scopo. Nella riflessione di Pascal l’uomo è solo, mentre io credo, con John Donne, che “Nessun uomo è un’isola” e che nella collettività si possa trovare un ruolo in grado di dare senso all’esistenza, ad esempio aiutare chi è in difficoltà, progredire nella conoscenza dell’universo, creare una testimonianza – un’opera d’arte, una poesia, un’idea – che sopravviva nel tempo.

Ho letto da qualche parte che secondo Buddha lo scopo dell’esistenza è trovare il proprio scopo. Nella mia visione atea, non può che essere così: non c’è un’aldilà in cui le nostre azioni troveranno una ricompensa, per cui per dare significato al fatto di essere vivi abbiamo solo questa vita. Questa è la nostra unica chance. Perciò dobbiamo essere noi, come individui, a decidere qual è il nostro scopo: che cosa renda la nostra unica, irripetibile, effimera esistenza degna di essere vissuta, che cosa – quando saremo alla fine – ci renderà fieri di avere vissuto, ciò che potremo dire di aver costruito.

Trovare il proprio scopo richiede un certo lavoro su di sé: il primo passo è capire in cosa si è bravi, qual è il proprio talento, e poi come metterlo a frutto per creare qualcosa. Nella mia personale etica, “creare qualcosa” significa fare qualcosa di utile per la società, cioè impegnarsi per rendere il mondo un posto leggermente migliore per chi verrà dopo di noi. Sono stata cresciuta con un’altissima coscienza civile, nutrita dall’aver constatato fin troppo spesso che se non faccio io qualcosa, non lo farà nessun altro. Vale per le piccole cose, come il raccogliere i rifiuti sui margini delle strade o lungo i sentieri nei boschi, ma vale anche per l’impegno sociale in generale. Quando ho aperto questo blog, a 16 anni, volevo un posto dove raccogliere le mie riflessioni, ma anche dove tenere traccia del mio impegno femminista, impegno che negli anni ha trovato altre direzioni: la causa della scienza, della lotta perché il metodo scientifico e i suoi risultati siano la guida delle decisioni politiche laddove è possibile (parliamo quindi di vaccini, ricerca scientifica basata sulla sperimentazione animale, ma anche politiche sociali che tengano conto delle analisi fatte da sociologi ed economisti) e la causa della difesa e valorizzazione dei beni culturali in Italia. Penso che si possa dire che tutto quello che faccio, lo faccio perché lo ritengo giusto e utile.

La scelta di studiare Sociologia come laurea triennale è stata dettata da un bruciante bisogno di conoscenza sulle questioni sociali, che avendo fatto il liceo scientifico sono state completamente trascurate negli anni della mia adolescenza dalla mia formazione “ufficiale”, ma a cui mi ero avvicinata nel tempo libero. La scelta di fare invece Scienze del Turismo e dello Sviluppo Locale come magistrale è stata orientata da un altro obiettivo: avere le competenze per costruirmi una professione che mi consenta di essere utile alla società. Come avrete immaginato se leggete il mio blog, credo che questa strada sia quella del lavorare al patrimonio culturale italiano, impegnandomi perché attraverso la cura e la valorizzazione diventi un veicolo di sviluppo per il territorio. Al contempo, non voglio smettere di perseguire le altre cause che mi stanno a cuore. Sono certa di possedere le competenze che mi consentiranno di coniugare le due cose, attivismo e professione.

Sono partita da Pascal perché il commento a quell’aforisma del filosofo francese era un vecchio compito di filosofia al liceo. Non ho mai capito perché la constatazione del fatto che siamo vulnerabili e sperduti in universo immenso e sconosciuto debba condurre alla disperazione o al senso di impotenza. Basta guardare il mondo a una scala più piccola e si vede quanto davvero possiamo fare per cambiare le cose. Naturalmente, mi rendo conto che tutto questo presuppone un’etica orientata all’altruismo, nonché la convinzione che cambiare le cose sia possibile e giusto. Ma l’egoismo indifferente è inconcepibile, per me. Così, ho trovato le mie risposte e una visione che reputo ormai chiara e consolidata, almeno a me stessa, di quello che è il senso della vita, fra altruismo, conoscenza, impegno civile.
Non sarà un granché, ma sono fiera delle mie risposte.