Gli errori nel worldbuilding di Ready Player One

Ieri sera sono andata al cinema a vedere Ready Player One, il film di Steven Spielberg che celebra la cultura pop, con particolare riferimento al mondo dei videogiochi e agli anni ’80. Mi sono divertita, ma ho così tante critiche da sentire il bisogno di scriverle. Questa non è una recensione, e non credo che sarà l’inizio di una serie di post sul cinema, non mi sento abbastanza competente per parlarne. Però, per colpa di Gamberetta di Gamberi Fantasy e del Duca di Baionette Librarie, due mie divinità personali nell’Internet italiano, ho acquisito quelle nozioni base di tecnica narrativa che sono state sufficienti per notare tutta una serie di dettagli stridenti in Ready Player One.
A questo proposito, premetto di non aver letto il libro.
Questo post, logicamente, contiene spoiler.

Per me un errore di worldbuilding è una sola cosa: quando, nella costruzione del mondo in cui la storia è ambientata, si pongono delle premesse che poi saranno contraddette o ignorate nel corso della storia, da quello che vediamo, dalle azioni dei personaggi e dalle loro motivazioni. Questo è importante: l’etica, l’atteggiamento e la visione del mondo dei personaggi sono inevitabilmente collegati al tipo di società e di contesto in cui vivono. Un ottimo esempio di questo fatto è in Mad Max: Fury Road (film che peraltro ho adorato): in quel film vediamo rappresentato un mondo post-apocalittico in cui la sopravvivenza dipende da tre cose, cibo, veicoli (e carburante) e armi. In questo mondo, la vita è una spietata lotta per la sopravvivenza, e questa premessa è rispettata nel momento in cui si incontrano i due protagonisti, Max e Furiosa. Entrambi sono combattenti, temprati dall’aver lottato ed essere sopravvissuti per ogni singolo giorno delle loro vite, perciò trascorre più di metà film prima che alla diffidenza si sostituisca il rispetto per le capacità l’uno dell’altra, rispetto che poi diventerà gradualmente lealtà e fiducia. Il film fa un lavoro eccellente nel mostrarci e rendere credibili questi passaggi, e nel farlo rende splendidamente umani i suoi personaggi.

Ready Player One, invece, ci presenta nella narrazione iniziale del protagonista, Wade Watts, un mondo in cui ci sono state carestie e rivolte perché le disuguaglianze sociali ed economiche si sono fatte sempre più insostenibili, finché le persone hanno smesso di tentare di risolvere i problemi della società e si sono ritirate a vivere dentro un mondo virtuale straordinariamente vasto e ricco di possibilità infinite, Oasis.
Lo squarcio di mondo che ci viene mostrato (a proposito, l’anno è il 2045), quello dove Wade vive, è una sorta di slum o favela composta da prefabbricati, container e veicoli incastrati in strutture di ferro a formare un’enorme estensione di cubicoli dove la gente svolge le uniche funzioni necessarie alla sopravvivenza nel mondo reale: mangiare, dormire e andare in bagno. Nella scena iniziale vediamo il protagonista uscire dal prefabbricato dove vive la sua famiglia – sua zia e il fidanzato di lei – e scendere lungo vari passaggi di fortuna fino al livello stradale, dove si trova il suo rifugio, un container incastrato fra rottami di auto e altre rovine.

La periferia di Columbus, Ohio, all’inizio di Ready Player One.

Ci viene quindi descritto un mondo dove la realtà è desolante, senza speranza, possiamo vedere e sentire la povertà degli abitanti: in una scena, apprendiamo che il fidanzato della zia di Wade ha bruciato tutti i risparmi della famiglia per comprare armi e potenziamenti su Oasis, precludendo loro ogni possibilità di fuggire da questa favela alienante. Da questa scena non capiamo solo che Oasis è più importante della vita reale per gli abitanti di questo mondo, ma anche che da questo fatto discende un ripiegamento su sé stessi, che si traduce in egoismo, competitività e individualismo sfrenato. D’altronde, ci è già stato detto che è un mondo in cui alle persone ha smesso di stare a cuore ciò che esiste oltre i confini della loro esistenza, e questa esistenza si svolge nel mondo virtuale.

Ma nel corso del film questa premessa verrà ampiamente contraddetta, nei piccoli dettagli e in elementi molto più grandi. Andiamo con ordine. Oasis è la creazione del defunto James Halliday, un sognatore che ha lasciato tre sfide nascoste nel gioco, promettendo che chi le supererà otterrà le quote di maggioranza della sua società, diventando proprietario di Oasis e in pratica ottenendo il controllo della vita di milioni di persone. Determinato a conquistare questo potere è Norman Sorrento, capo della seconda azienda del mondo, la IOI, che schiera migliaia di dipendenti deputati solo a superare le sfide – i sixers, ovvero l’esercito di soldati anonimi e intercambiabili che ogni malvagio deve avere per cliché. La IOI, per come viene mostrata, sembra esercitare un potere pressoché senza limiti nel mondo reale, i suoi droni sfrecciano ovunque e l’azienda ha il potere di arrestare e condannare ai lavori forzati su Oasis coloro che contraggono debiti per acquistare attrezzature di gioco da loro. Si tratta di vera schiavitù: vediamo questi prigionieri schedati, costretti a indossare tute da lavoro con il loro numero di serie e rinchiusi in cubicoli di lavoro dove sono letteralmente incatenati – per le caviglie e per i polsi – alle loro postazioni e costretti dentro un visore per la realtà virtuale che non si può sfilare.
Apprendiamo poi che esiste anche una resistenza clandestina alla IOI, formata da persone che hanno visto i propri cari morire prigionieri perché il sistema dell’azienda impedisce che i debiti possano essere ripianati lealmente (un po’ come nello sfruttamento della prostituzione).
Abbiamo l’Impero e abbiamo i ribelli, quindi. Ma alla fine del film, dopo che Sorrento ha tentato e fallito di uccidere Wade Watts nel mondo reale (dopo, ovviamente, essere stato sconfitto su Oasis)… viene arrestato dalla polizia. Dopo due ore di film, apprendiamo che esistono delle forze dell’ordine.
Ora, l’esistenza della polizia pone domande critiche per il worldbuilding del film, dal momento che implica l’esistenza di un’autorità statale dotata di legittimità riconosciuta dai cittadini (dato che tutti si fanno da parte quando Sorrento viene arrestato, con grande naturalezza) e ovviamente di leggi che giustifichino l’arresto di chi le contravviene. Se esiste uno Stato in grado di far valere la propria autorità, perché diamine la IOI è autorizzata a tenere prigionieri dei cittadini fino alla morte? Perché per due ore non vediamo alcun segno dell’esistenza di questo Stato, fino all’arrivo della polizia come un deus ex machina alla fine?

Oltre a questo, la resistenza non svolge alcun ruolo nella storia, se non fornire un rifugio a Wade nel momento in cui è costretto ad abbandonare la favela dopo il primo tentativo della IOI di ucciderlo. Un compito, nell’economia della storia, che poteva essere svolto da un semplice gruppo di amici di Wade/Parzival (questo il suo nickname in Oasis) o di Art3mis (la ragazza del film: carina, grintosa, il protagonista si innamorerà di lei, questo è tutto ciò che c’è da sapere). Introdurre un gruppo di ribelli che non ha alcuna funzione che non avrebbe potuto essere svolta da persone che non fossero un gruppo di ribelli è, be’, senza senso. In compenso uno dei ribelli ci regala il momento più WTF?! del film: quello in cui, dopo aver rapito Wade (ed essere stato identificato da uno dei droni della IOI) per portarlo nel rifugio, esce per comprare del cibo (e permettere alla IOI di trovarlo – mandare un’altra persona a fare la spesa era difficile?). Lo vediamo quindi scegliere da una bancarella una mezza dozzina di carote fresche. Carote fresche!
In un mondo in cui nessuno si preoccupa più di costruire vere infrastrutture, dove ci viene detto che praticamente la gente non esce mai di casa, dove perfino chi è condannato ai lavori forzati li svolge dentro al mondo virtuale, apparentemente esiste ancora un sistema di produzione agricola e di trasporto delle merci fino alle città. Decisamente conveniente! Certo, si potrebbe obiettare che tutta l’umanità sarebbe già morta di fame se tutti passassero realmente la propria intera esistenza su Oasis senza più svolgere nessun lavoro produttivo: sappiamo che i grandi agglomerati urbani non sono sistemi autosufficienti, ma necessitano per sopravvivere di un continuo rifornimento di prodotti alimentari dall’esterno.
E sarebbe un’obiezione valida, ma non ho posto io le premesse narrative che poi il film deve rispettare: se non è in grado di farlo, significa che c’è qualcosa di sbagliato nelle premesse e/o nello svolgimento. Sarebbe bastato, per esempio, mostrare che gli schiavi che lavorano per la IOI sono costretti a lavorare nella vita reale per svolgere i compiti necessari alla sopravvivenza di tutti. Questo avrebbe aiutato a far scivolare via anche altre incongruenze: ad esempio, se la IOI fosse l’unico produttore di cibo e altre risorse vitali, questo giustificherebbe il suo immenso potere sociale, economico e politico.
Volete invece sostenere che le persone hanno un lavoro, è solo nella vita privata che dimenticano l’esistenza degli altri e del mondo intorno a sé, e attendono febbrilmente il momento di staccare dal lavoro per potersi collegare a Oasis? Mostratelo. Nell’introduzione iniziale c’è un breve frammento in cui, mentre Wade spiega che perdere tutto su Oasis equivale alla rovina perché si è perso il frutto di anni di sacrifici, viene mostrato un uomo in giacca e cravatta in un ufficio affollato di persone e computer che si toglie un visore per la realtà virtuale, si mette a urlare e corre verso la vetrata tentando di togliersi la vita (ma viene placcato da una guardia della sicurezza). Dovremmo dedurne che effettivamente le persone lavorano nel mondo di Ready Player One, ma se anche fosse, questo esile accenno non è compatibile con il fatto che non vediamo nessun’altra forma di lavoro, a parte i dipendenti della IOI e il negoziante da cui il nostro astuto ribelle compra le carote.
Volete invece sostenere che tutto il lavoro è svolto da robot e droni? Benissimo, ha senso. Ma non dovrei arrivarci io riflettendo sulle incongruenze del worldbuilding, dovrebbe essere lo sceneggiatore a dirmelo risolvendo le incongruenze stesse. Bastava un accenno nella narrazione iniziale, una cosa tipo “viviamo su Oasis, perché non abbiamo motivo di stare nel mondo reale. I robot producono tutto ciò di cui abbiamo bisogno”: in questa narrazione iniziale c’è spazio abbastanza per accennarmi a una “carestia dello sciroppo di mais” e a una “rivolta per l’accesso alla banda larga” avvenute prima che il protagonista nascesse e funzionali solo a dirci che erano tempi duri in cui ha perso i genitori (peraltro, non hai bisogno di dirmelo se poi mi mostri che Wade vive con la zia e il fidanzato di lei – ci posso arrivare!).
Questo problema del sostentamento degli abitanti ci porta dritti alla questione più grande: il mondo di Ready Player One non può essere al contempo un futuro post-apocalittico e un’utopia/distopia tecnologica! L’esistenza di Oasis presuppone una tecnologia straordinariamente efficiente per mantenere online un mondo spettacolare, in grado di garantire un’esperienza così immersiva da essere meglio della realtà. Non sono un’esperta, ma quegli intrecci di cavi su costruzioni pericolanti non sembrano in grado di reggere il livello tecnologico di Oasis. Il mondo di Ready Player One avrebbe funzionato meglio se ci avesse voluto mostrare l’alienazione e il degrado delle esistenze di persone che si sono dimenticate della realtà non attraverso la favela verticale, ma tramite qualcosa di simile agli hotel a capsule giapponesi, magari grandi quanto una piccola stanza visto che le persone devono potersi muovere per giocare su Oasis. Una distopia suburbana, dove le persone sono rifornite di cibo dai droni e tutto è lindo all’esterno.

Non è poi così diverso dai cubicoli dei lavori forzati della IOI.

Ci sono molte altre cose che non vanno in Ready Player One, ma sono più che altro relative alla trama e ai personaggi. Forse scriverò qualcos’altro al riguardo, ma sinceramente non trovo la questione interessante tanto quanto i problemi di worldbuilding. Potrei anche dire qualcosa sulle possibilità identitarie inesplorate e sulla protagonista femminile, Art3mis. Sicuramente, 2000 parole sono più che sufficienti per questo post – ma dite pure la vostra nei commenti.
Vi lascio con la locandina del film con il volto di Parzival, l’alter ego di Wade Watts in Oasis, che è un bel ragazzo, tutto sommato.

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2 pensieri su “Gli errori nel worldbuilding di Ready Player One

  1. Ho visto il film , premetto che prima ho letto la tua “recensione” quindi non so dire se ero prevenuto dato che effettivamente pure io mi sono soffermato su alcuni dettagli.Allora penso che tu faccia due tipi di critica al film uno di tipo di coerenza(tipo la polizia) un altro di tipo più scientifico(come i container con un ottima connessione), allora un punto alla volta.Sulla questione dei genitori il protagonista lo dice al primo minuto quindi mi è sembrato giusto che l’abbia detto , sulla questione del fatto che il protagonista vive in quei container in effetti non ha molto senso penso che questo sia stato fatto dal registra/sceneggiatore per mostrare il problema futuro della sovrappopolazione, ma dato che siamo negli Stati Uniti de 2045 e non in Cina o in sud-america non sarebbe stato più credibile fare dei mega-palazzoni magari in stile “case-popolari” o casermoni-sovietici? e poi vogliamo parlare del sistema per scendere? anche sua zia e il suo compagno scendono in quel modo? oltre al fatto che come tu dici non si capisce come delle case del genere possano avere un ottima connessione.Poi anche se ci dicono che nessuno lavora si vedono le persone lavorare senno non si capisce come vivono, esiste il reddito di cittadinanza? e poi un conto e se mi dici che i robot e le I.A. hanno sostituito la gran parte dei lavori , ma che nessuno voglia lavorare non è credibile.Poi abbiamo la parte della polizia, in effetti viene citata durante il litigio tra il compagno di lei e il nipote e infatti lei dice “nessuno chiama gli sbirri”, quindi effettivamente esistono e si sa della loro esistenza ora passiamo alla multinazionale “malvagia” secondo me qui c’è uno dei più gravi problemi in quanto o fai una multinazionale malvagia da film per ragazzi quindi che non uccide e cosi via oppure la fai veramente pericolosa ma senza un imbecille come cattivo principale che la guida.Poi aggiungo una cosa per chiudere ,il sistema che se muori perdi tutto non esiste in quasi nessun gioco e non esiste in nessun gioco online in quanto è normale in una partita morire almeno una volta sopratutto se parliamo di uno sparatutto , per questo esiste il respawn sorprende che lo abbiano fatto in questo modo avrei potuto capire alcune sfide pvp cioè giocatore contro giocatore o qualcosa del genere ma cosi non ha senso, oltretutto nei ricordi del creatore fanno vedere Sorrento come un cretino stagista che voleva i soldi per il fatto di aver voluto creato degli account con diversi livelli , ma dato che nel gioco poi si possono comprare i potenziamenti il concetto che i ricchi sono avvantaggiati rimane quindi non capisco il senso , oltre al fatto che la parte della schermata tutta piena di pubblicità non è realistica ,avrebbero potuto più realisticamente riempire quel mondo di cartelli pubblicitari e dare degli sconti o oggetti nel gioco a utenti che avrebbero messo al loro personaggi delle pubblicità addosso per esempio.In conclusione essendo comunque un fan del mondo rappresentato in questo film(molti giochi e personaggi li conosco) dico questo come giudizio, se parliamo della parte del mondo virtuale essa è bellissima ma il vero problema di questo film è la parte del mondo reale con troppe inconseguenze che sicuramente fanno storcere il naso, dato che mettono troppa carne al fuoco come: le multinazionali cattive,il sovrappopolamento,l’inquinamento,la dipendenza da videogiochi,la solitudine e cosi via , voto dire un 7/7,5 perchè sono generoso ma dico che si poteva fare molto di più considerando il regista che c’era.

    • Come ho scritto nel post di oggi, se mostri che i cattivi sono incompetenti, sminuisci la battaglia che i buoni devono combattere: vincere contro un idiota non è una grande vittoria.
      La contraddizione è fra l’esistenza della polizia e il potere di vita e di morte che ha la IOI: anche se non ricordavo l’accenno che zia Alice ne fa durante la lite (grazie), questo non cambia il punto.
      Io sulle contraddizioni interne a Oasis non mi ero addentrata, ma hai ragione tu: se la IOI può intervenire fisicamente sul mondo di Oasis (tipo piazzando delle bombe, lo vediamo fare ai prigionieri ai lavori forzati), allora può anche intervenire piazzando cartelloni pubblicitari ovunque. Se non può farlo perché il mondo di Oasis non appartiene a loro ma all’azienda di Halliday e Morrow, allora loro in Oasis sono giocatori come tutti gli altri ma più organizzati?
      Sono d’accordo sul fatto che potrebbero pagare la gente per indossare i banner pubblicitari, come sulle divise delle squadre di calcio o sulle tute dei piloti.
      E sono d’accordo sul giudizio finale: la parte di Oasis è uno spettacolo per gli occhi e per l’animo da fan, ma la parte nel mondo reale solleva troppi problemi e li lascia in sospeso.
      L’economia è il problema più grosso del worldbuilding di Ready Player One, ma non ci vengono date abbastanza informazioni per capire se esistono due valute, reale e virtuale, oppure se la valuta virtuale è l’unica forma di denaro esistente in quel mondo. Sicuramente ci viene mostrato come si ottengono i soldi in Oasis, e ci viene detto che i soldi nel mondo reale possono venire spesi su Oasis, ma non sappiamo se sia la stessa valuta, e quindi qualsiasi ipotesi su come possa funzionare il sistema (ricollegandosi poi ai dubbi se la gente lavori o meno) è destinata a restare troppo vaga per un’analisi.

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