Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 1)

Medioevo Maschio è il titolo di una raccolta di saggi del medievalista Georges Duby, scritti fra il 1967 e il 1986. L’edizione italiana è uscita nel 1988 per Laterza. Ho intenzione di riassumere qui i contenuti del libro, riportando le citazioni più salienti, perché la copia che sto leggendo non è mia, ma l’ho presa in prestito da una biblioteca. Credo che sarà una lettura interessante e attinente sia al mio percorso di studi, che al mio attivismo. Senza contare che il Medioevo è un periodo storico su cui non so nulla di più che quello che si impara alle scuole superiori, e il libro mi darà la possibilità di ampliare le mie conoscenze al riguardo.
Duby, nella prefazione, descrive il suo progetto di ricerca in questo modo: “Questo Medio Evo, decisamente, è maschio. Infatti tutti i discorsi che vengono ad informarmi sono discorsi tenuti da uomini, convinti della superiorità del loro sesso. Sento solo la loro voce. Tuttavia, li ascolto qui in atto di parlare prima di tutto del loro desiderio, e quindi delle donne. Hanno paura di loro e, per farsi coraggio, le disprezzano. Ma devo ben contentarmi di questa testimonianza, deformata dalla passione, dai pregiudizi, dalle regole del giuoco d’amore cortese. Mi preparo a valermene. Vorrei, in effetti, scoprire la parte nascosta: ciò che riguarda la donna. Che cos’era la donna in quell’epoca lontana: ecco ciò che ora mi sforzo di stabilire”.

Il primo saggio del libro è dedicato al tema “L’amore e il matrimonio”. L’autore esordisce notando che il matrimonio è una costruzione sociale il cui compito è regolamentare le unioni, definendo la legittimità delle stesse e producendo quindi la filiazione (paterna) legittima, nonché sancendo l’unione di due stirpi, quindi un’alleanza tra famiglie di cui la filiazione legittima è il simbolo. Duby scrive: “Regolamentazione, conferimento di carattere ufficiale, controllo, codificazione: l’istituto matrimoniale, per la sua stessa posizione e per la funzione che assume si trova rinchiuso in una stretta armatura di riti e di interdetti – di riti perché si tratta di rendere pubblico e quindi di socializzare, di legalizzare, un atto privato – d’interdetti, perché si tratta di tracciare una frontiera tra la norma e i suoi confini, tra il lecito e l’illecito, tra il puro e l’impuro. Per una parte questi interdetti e questi riti rientrano nell’ambito del profano. Per un’altra parte rientrano nell’ambito religioso, poiché, attraverso la copulatio la porta si schiude sul dominio, tenebroso, misterioso, terrificante, della sessualità e della procreazione, ossia sul campo del sacro. Il matrimonio, quindi, […] nella società dell’alto Medio Evo, è governato da due poteri distinti, per metà congiunti, per metà concorrenti, da due sistemi di regolamentazione che […] pretendono di imprigionare strettamente il matrimonio nel diritto e nel cerimoniale”.
L’autore nota anche che, nell’approcciarsi alle fonti storiche del periodo, occorre ricordare “che ogni prescrizione della legge o della morale costituisce un elemento fra altri di una costruzione ideologica edificata per giustificare certe azioni e, in qualche misura, per mascherarle; che, sotto questa copertura fatta per mettere in pace la nostra coscienza, ogni regola, più o meno, è trasgredita e che, tra la teoria e la pratica, sussiste un margine di cui lo storico […] deve sforzarsi di stabilire l’estensione”. Dato che la maggioranza degli scritti risalenti al Medio Evo è di origine ecclesiastica, Duby rammenta la necessità di andare oltre “lo spesso rivestimento di opacità moralistica che si stende su tutta la nostra informazione” e di “esaminare, in quell’inscindibile complesso che costituiscono, un sistema di valori e un modo di produzione, le rappresentazioni ideologiche e le basi materiali su cui poggiano”.
Per prima cosa, occorre contestualizzare: siamo in un periodo storico in cui “il potere religioso tende a sovrapporsi al potere civile. È l’epoca di una progressiva cristianizzazione dell’istituto matrimoniale. Le resistenze a questa acculturazione cedono impercettibilmente, o piuttosto sono costrette a trincerarsi su posizioni nuove”.

Per Duby, il potere civile “ha il compito di preservare, nel corso delle generazioni, il permanere di un sistema di produzione” legato al patrimonio, all’eredità. “Il suo compito è di assicurare senza rischi la trasmissione di un capitale di beni, di prestigio, d’onore, e di garantire alla discendenza una condizione, un «rango», per lo meno uguale a quello di cui beneficiavano gli avi”. Questo avviene attraverso i matrimoni combinati dal capofamiglia in modo da “cedere le ragazze, negoziando nel più vantaggioso dei modi il loro potere di procreazione e i benefici che si ritiene leghino alla loro progenitura” e al contempo “aiutare i maschi a prender moglie […] a introdurla in questa casa […], dove sarà sottoposta al marito, ma tuttavia condannata a restar sempre un’estranea […], dove adempirà alla sua funzione primordiale: dare dei figli al gruppo di uomini che l’accoglie, la domina e la sorveglia”. Da questa introduzione al tema vediamo già che la famiglia è definita da coloro che hanno potere in essa, gli uomini. Le donne sono un gruppo subordinato, definito in rapporto agli uomini stessi, una funzione simboleggiata dal fatto che sono loro a entrare nella famiglia del marito, a spostarsi fisicamente lasciando la propria casa.
Occorre notare inoltre che la famiglia del marito ha “il potere di rompere l’unione a suo piacere, di mandar via la donna per cercarne un’altra” pur pagando alla moglie ripudiata e alla famiglia di lei un pegno in questo caso.
Un altro aspetto da cui si evince lo squilibrio di potere fra marito e moglie è nel doppio standard relativo alla morale sessuale: “Il campo della sessualità maschile, parlo della sessualità lecita, non è in nessun modo rinchiuso nella cornice coniugale. La morale ammessa, quella che ciascuno ostenta di rispettare, obbliga, certo, il marito a contentarsi della moglie, ma non lo impegna affatto a negarsi i rapporti con altre donne prima del matrimonio […] né dopo, durante la vedovanza. Numerosi indizi attestano l’ampio […] dispiegarsi del concubinaggio, degli amori ancillari e della prostituzione, come pure l’esaltazione, nel sistema dei valori, delle prodezze della virilità. In compenso, in una ragazza si esalta la verginità […], in una moglie si esalta la fedeltà. Infatti la sregolatezza connaturata a quegli esseri perversi che sono le donne, se non si vegliasse su di esse, rischierebbe d’introdurre in seno alla parentela, fra gli eredi della fortuna avita, degl’intrusi, nati da un altro sangue”.

Invece, il potere religioso si è dotato del “compito extratemporale” di “tenere a freno gl’istinti […] contenendo entro stretti limiti gli straripamenti della sessualità”. Il matrimonio è considerato “macchia, turbamento dell’anima, ostacolo alla contemplazione”, ma al contempo è il “minore dei mali […] a condizione che serva a disciplinare la sessualità, a lottare efficacemente contro la fornicazione”, dato che “fra le insidie del demonio la peggiore è l’uso smodato degli organi sessuali”. Nella morale della buona vita coniugale proposta dalla Chiesa, “quando si uniscono, i coniugi non dovrebbero avere altro pensiero che la procreazione. Se si abbandonano a trarre un qualche piacere dalla loro unione, sono subito «macchiati», «violano, dice Gregorio Magno, la legge del matrimonio»”. Così, la Chiesa si sforza di modificare i costumi laici partendo da questo presupposto, e nel farlo “sposta sensibilmente i limiti tra lecito e illecito, estendendo da un lato la libertà, riducendola dall’altro. Gli ecclesiastici si dedicano così a snellire le procedure conclusive dell’unione matrimoniale quando il loro orrore dell’elemento carnale li spinge a trasportare l’accento sull’impegno delle anime, sul consensus, su quello scambio spirituale nel cui nome […] il matrimonio può diventare la metafora dell’unione fra Cristo e la sua Chiesa. E questo li spinge […] a liberare la persona dalle costrizioni familiari, a fare degli accordi una questione di scelta individuale; e li spinge anche […] a legittimare il matrimonio dei non liberi emancipandolo da qualunque controllo del signore. Inversamente, la Chiesa viene ad aumentare gli intralci quando, lottando per una concezione assoluta della monogamia, condanna il ripudio, le seconde nozze […]; quando si sforza di fare accettare una nozione ampliata a dismisura dell’incesto moltiplicando gl’impedimenti relativi alla consanguineità e a qualunque forma di parentela, anche acquisita”.

La legislazione laica, dei sovrani, sull’incesto si adegua alle prescrizioni religiose, e questo comporta che tutte le nozze fossero pubbliche e precedute da un’indagine sul grado di parentela degli sposi, la quale di solito era affidata al parroco o, nel caso dei nobili, al vescovo. In questa modifica degli orientamenti culturali si situa il passaggio dal matrimonio come contratto privato fra famiglie al matrimonio come atto pubblico, stipulato fra individui (con pressioni più o meno esplicite da parte delle famiglie, che però non sono più ufficialmente accettate). Nei secoli X, XI e XII, nota Duby, si assiste anche a modificazioni nella strategia matrimoniale, legate a cambiamenti nelle strutture di parentela che mutano “per il lento volgarizzarsi di un modello reale, ossia di lignaggio, che privilegia nella successione il maschio e il primogenito”, il cui contraltare è “la tendenza a escludere le figlie sposate dalla divisione successoria dando loro una dote. E questo porta il lignaggio, se possibile, a maritare tutte le figlie. La cosa, d’altra parte, accresce l’importanza della dote, costituita preferibilmente da beni mobili e, appena è possibile, da una somma in danaro. […] Il timore di spezzettare l’eredità, una prolungata esitazione nell’affermare il diritto di primogenitura, rafforzano invece gli ostacoli al matrimonio dei maschi. […] Maritare tutte le figlie, mantenere celibi tutti i maschi eccetto il primo: ne risulta un’offerta di donne che tende a oltrepassare largamente la domanda […]; quindi crescono le possibilità favorevoli del lignaggio di trovare, per il maschio che fanno sposare, un partito migliore. Così si rafforza quella struttura delle società nobiliari in cui, in genere, la sposa esce da una famiglia più ricca e prestigiosa di quella del marito”.

Al contempo, la Chiesa “negli ultimi anni del secolo XI e durante tutto il XII si sforza di perfezionare l’inserimento del matrimonio cristiano negli ordinamenti globali della città terrestre […] proponendo la cellula coniugale come il quadro normale di ogni vita laica”. Inoltre, essa elabora “la costruzione di un’ideologia del matrimonio cristiano che riposa in parte, contro il catarismo, sulla giustificazione del rapporto carnale. […] Ma soprattutto si dedica a una notevole impresa di spiritualizzazione dell’unione coniugale”, la quale include lo sviluppo del culto di Maria “che giunge a fare della Vergine madre il simbolo della Chiesa, cioè la Sposa”.

L’operazione ideologica della Chiesa trova una confluenza con lo “spirito antimatrimoniale” che inizia ad affiorare nella letteratura di svago, quella che celebra l’amor cortese e afferma “la superiorità dell’amore libero, in definitiva meno lussurioso, meno «adultero» dell’ardore dei mariti troppo appassionati nei confronti delle mogli”. Scrive Duby: “In effetti, esaltare un amore più indipendente dalle contingenze materiali; […] reclamare contro ogni pressione sociale il diritto di scelta, non significa far proprie le rivendicazioni delle autorità ecclesiastiche della superiorità di un consensus su tutti i maneggi e le astuzie delle strategie familiari? Anche l’amore per libera scelta della lirica cortese pretende, certo, di unire prima di tutto due esseri e non due parentadi, due eredità, due reti di interessi”.
Ma “dopo il 1160, nell’ideologia profana come si esprime nella letteratura di corte, prevale decisamente l’affermato valore dell’amore coniugale”, in cui però si scorge il lato oscuro di una “vena antifemminista, ma ora trasferita all’interno della coppia, animata dalla paura della sposa, del triplice elemento di insicurezza di cui la si sente, la si sa portatrice: incostante, lussuriosa, strega. Tuttavia si continua a mettere l’accento sul rispetto dell’unione matrimoniale, sulla ricchezza affettiva che essa comporta”.

Questo era, in sintesi, il primo capitolo del libro di Duby: una panoramica dell’evoluzione ideologica e culturale della concezione del matrimonio, che riflette cambiamenti nelle strutture della parentela e nelle implicazioni economiche di questi, ma anche una battaglia interna alla Chiesa e fra la Chiesa e il potere laico per il controllo sociale di un atto, il matrimonio, che ha profonde ramificazioni sociali perché governa e legittima la sessualità e la procreazione.

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7 pensieri su “Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 1)

  1. Discutere di come si viveva parecchi secoli fa non è una cosa semplice, soprattutto perchè dobbiamo capire che quelle persone avevano una mentalità molto diversa dalla nostra oltre che c’erano problemi che oggi non abbiamo più.Sicuramente il medioevo non è stato un epoca molto bella per le donne(ma in passato non c’è ne sono molto di favorevoli per le donne), e i motivi sono molti e uno di questo è la chiesa ma non solo anche se dobbiamo comprendere almeno a mio avviso che le persone del passato erano persone semplici rispetto a noi in un certo senso.Per una donna del epoca le cose migliori che potevano capirgli era sposare un brav’uomo benestante che la tratti bene e che non la tradisca non desidera molto altro, ovviamente dobbiamo capire che erano altri tempi , tempi in cui i diritti umani non si sapeva che cosa fossero senza citare inquisizione e guerre sante.

    • Sono d’accordo con te: e credo che Duby faccia un buon lavoro nell’analizzare le strutture culturali (e il loro legame con le strutture sociali ed economiche) senza imporre le categorie moderne.
      Comunque, devo avvertirti che mi prenderò una pausa dal blog causa impegni, e questo è il motivo per cui la moderazione dei commenti è così in ritardo.

  2. Pingback: Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 2) | Il Ragno

  3. Comunque penso che in questo sistema c’erano dei lati negativi anche per gli uomini oltre al fatto che moltissime responsabilità erano nelle loro spalle , essendo che per via della chiesa la sessualità era fortemente repressa e condizionata un uomo avrebbe dovuto comunque celare certe proprie fantasie o pulsioni se non ritenute conformi alla normalità.

    • Indubbiamente un sistema del genere era costrittivo per la sessualità di tutti, soprattutto le persone “non conformi alle norme”, soprattutto nelle classi elevate dove appunto la sessualità e la riproduzione erano strumenti di potere politico, e come tali costantemente sotto scrutinio.
      Le donne pagavano il prezzo più alto, ma né io né Duby né chiunque legga il libro potrebbe mai affermare che per gli uomini non fosse opprimente vivere in un mondo del genere. Basta solo pensare al fatto che era considerato immorale voler avere un rapporto appassionato con la propria moglie: se un uomo fosse stato realmente innamorato di lei, per “rispettarla” secondo la morale del tempo avrebbe dovuto trattenersi da qualsiasi approccio sessuale o romantico. Inconcepibile, per noi, oggi, in un’epoca in cui la componente di gioco e scherzo nella coppia è fondamentale.

      • Se pensiamo a pratiche come il Candaulesimo dove l’uomo prova piacere a far vedere la propria compagna nuda davanti ad altri uomini o a vederla avere rapporti sessuali con altri uomini pensando che nel passato non era una cosa nemmeno concepibile da dire(escludendo l’episodio semi leggendario da cui prende il nome) , e pensare che oggi e tra le prime 100 ricerche nei siti a luci rosse con siti specializzati in questo….. ma comunque finché sono pratiche tra adulti consenzienti senza legami di sangue non vedo il problema alla fine la sessualità è una caratteristica degli esseri umani e se c’è un Dio che ci ha fatti cosi è stato lui a metterci la sessualità se cosi possiamo dire.

      • Come dicevo, nel Medioevo una simile visione della sessualità non era né pensabile né esprimibile. Se accadeva, era una sorta di segreto inconfessabile, del quale non era possibile parlare nemmeno fra coloro che vi prendevano parte.

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