Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 2)

Il secondo capitolo del libro di Duby è intitolato “Che si sa dell’amore in Francia nel secolo XII?”, ed è un interrogativo interessante perché poco si riflette sul fatto che i sentimenti vengono elaborati ed espressi in modi culturalmente definiti, e in quanto tali soggetti a cambiamenti nel corso del tempo e fra una cultura e l’altra. La concezione che abbiamo dell’amore oggi non è universale né naturale, e questo già si intravedeva nel post precedente parlando della sessualità, di come l’idea che la condivisione del piacere sessuale e la scoperta reciproca non fossero parte di una relazione: non erano nemmeno idee presenti nel contesto culturale del Medioevo europeo.
Duby apre il suo capitolo con questa riflessione: “se nella evoluzione della cultura europea c’è […] una svolta decisiva circa l’idea che gli uomini si sono fatti del sentimento che chiamiamo amore, noi storici possiamo scorgerla in primo luogo negli scritti dei pensatori della Chiesa […] che in effetti si allontanarono rapidamente da una concezione egocentrica dell’amore […] per rappresentarselo […] come uno slancio volontario fuori di sé, dimentico di sé, uno slancio disinteressato che porta progressivamente, attraverso una graduale purificazione, fino alla fusione nell’altro”.  Il problema di ricerca dell’autore, però, è quello “della condizione femminile nella società che chiamano feudale”, perciò, egli scrive, “l’amore di cui parlerò è quello di cui la donna è l’oggetto, che lei stessa prova, e nel suo luogo legittimo, nella cellula base dell’organizzazione sociale, cioè nel quadro coniugale. Mi chiederò precisamente: cosa sappiamo dell’amore tra coniugi in Francia, nel XII secolo?”.

Duby osserva che le fonti laiche dell’epoca sono principalmente “letteratura genealogica, dinastica”, e quindi “si attengono tutte a ciò che la convenienza imponeva allora di esprimere, restano in superficie, mostrano solo la facciata, gli atteggiamenti ostentati”. Tuttavia, “Quando il discorso si fa aggressivo, diretto contro i poteri in competizione, il marito che bisogna screditare è chiamato in primo luogo tradito, e qui grandi risate; d’altra parte, nel latino di questi testi […] è detto uxorius, cioè asservito alla moglie, privo di virilità, scaduto dal suo necessario predominio; un tale scadimento è denunciato come effetto della puerilitas, dell’immaturità. In effetti, l’uomo che prende moglie deve comportarsi da senior qualunque sia la sua età, e tenere a freno la moglie, sotto il suo stretto controllo”. Quando invece si tratta di elogiare qualcuno, la letteratura “insiste sulla perfetta dilectio, quel sentimento di condiscendenza che i padroni devono nutrire verso coloro che proteggono e che il marito prova per la moglie, sempre bella, sempre nobile, sverginata da lui; se resta vedovo, lo si mostra […] malato di dolore, inconsolabile. […] Forma una cortina, in questo genere di scritti, l’ideologia di cui è espressione e che […] su certi punti decisivi assume posizioni che coincidono con l’ideologia dei chierici”.
Duby prosegue notando che questo “accordo” “verte in primo luogo su questo postulato, affermato con ostinazione, che la donna è un essere debole: naturalmente perversa, deve di necessità essere sottoposta; è votata a servire l’uomo nel matrimonio e l’uomo ha il legittimo potere di servirsene. In secondo luogo, viene l’idea correlativa che il matrimonio costituisce la base dell’ordine sociale, che quest’ordine si fonda su un rapporto di disuguaglianza, su quello scambio di amore e di riverenza […] che il latino degli scolastici chiama caritas“.

Duby continua prendendo in considerazione gli ostacoli che si frappongono fra l’ideale e la realtà: “I peggiori riguardano le condizioni che presiedevano alla formazione delle coppie. In questo ambiente sociale, è evidente, tutti i matrimoni erano combinati” e le negoziazioni avvenivano fra gli uomini, anche se “dalla metà del secolo XII in poi, la Chiesa ha fatto ammettere nell’alta aristocrazia che il legame coniugale si stringe per mutuo consenso, e tutti i testi […] affermano nettamente un tale principio: colei che vien data in moglie da un uomo a un altro uomo ha da dir la sua”. Tuttavia, questo principio resta al più teorico, perché quando una ragazza dice “no”, “tali rivendicazioni di libertà o sono denunciate come colpevoli quando la ragazza rifiuta di sposare colui che si è scelto per lei affermando che ama un altro, quando parla proprio d’amore – e il cielo non tarda a punirla; oppure sono oggetto di lode quando […] le nozze sono rifiutate per conservare la castità”.

Parlando invece del matrimonio vero e proprio, lo storico francese lo descrive in questo modo: “Estrema precocità degli sponsalia, cerimonia con cui era concluso il patto tra le due famiglie, e quando la bimba era ancora troppo piccola per parlare, un semplice sorriso da parte sua sembrava segno sufficiente di accettazione. Ma ugualmente precoci anche le nozze. La morale ed il costume permettevano, dal dodicesimo anno in poi, di tirar fuori la bambina da quell’universo chiuso riservato nella casa alle donne […] per metterla nelle braccia di un vecchio barbogio che non aveva mai visto o di un adolescente appena maggiore di lei che, da quando era uscito, verso il settimo anno, dalle mani femminili, aveva vissuto solo per prepararsi alla lotta con l’esercizio del corpo e nella esaltazione della violenza virile”. La prima notte di nozze non era un evento privato, perché doveva servire a rivelare la verginità della sposa. Ma la sessualità, in un’epoca in cui marito e moglie erano due estranei che avevano vissuto esistenze omosociali fino al matrimonio, non era una questione semplice. Duby scrive: “dobbiamo considerare la camera degli sposi, quell’officina nel cuore della dimora aristocratica dove si forgiava il nuovo anello della catena dinastica […] come un campo di battaglia, come il terreno di un duello la cui asprezza era ben poco propizia al nascere di una relazione sentimentale fra gli sposi fondata sull’oblio di sé, sulla preoccupazione per l’altro, su quell’apertura di cuore su cui si fonda la caritas“.
Rispondendo ad una nobildonna che “si chiedeva quali sono i doveri di una donna maritata, fino a che punto deve piegarsi alle esigenze del marito, qual è esattamente l’ammontare […] del debitum, termine di una desolante aridità giuridica con cui il discorso moraleggiante definiva il fondamento dell’affectus coniugale”, l’abate Adamo di Perseigne afferma che Dio, per la legge del matrimonio “concede al marito (a quel modo in cui era concesso un possesso feudale, abbandonandone l’uso, ma conservando sul bene un potere superiore) il diritto che ha sul corpo della donna (il marito entra così in possesso di questo corpo, ne diventa il gestore, autorizzato a servirsene, a sfruttarlo, a farlo fruttificare)”, mentre l’anima resta possesso esclusivo di Dio. Tuttavia, “l’ingiustizia, la violazione del diritto, si verificherebbe se […], incapace di vincere le sue ripugnanze, la sposa si sottraesse al marito, gli rifiutasse il suo corpo, non assolvesse al suo debito”. E ovviamente, nota Duby, l’abate non “prende in considerazione la possibilità che la donna abbia delle esigenze, che anche lei – ed è tuttavia ciò che dice il diritto canonico – sia in possesso del corpo del marito, in diritto di reclamare ciò che le è dovuto”. “Ma ingiustizia sarebbe pure che essa abbandonasse al marito, insieme al corpo, l’anima”, perciò l’abate consigliava alla nobildonna di subire quello che a tutti gli effetti per noi sarebbe uno stupro coniugale “restando avvinta, spiritualmente” a Dio.

L’amore spirituale verso Dio da parte delle donne, secondo la Chiesa, era “autorizzato” ad essere ardente. Il desiderio poteva e doveva essere indirizzato in questa direzione, distolto dall’amore terreno, dalla sessualità, e sublimato nella fede. Il dovere delle donne non “non è di dividere il loro amore, ma di dividere se stesse. Dissociazione, sdoppiamento della persona: da un lato (dal lato terrestre, della carne, dell’elemento inferiore) obbedienza passiva; dall’altro, lo slancio verso l’alto, l’ardore, in breve, l’amore. Sdoppiamento nel matrimonio, ma solo della persona della donna. Vietato immaginare che l’uomo abbia, nell’ambito dei cieli, un’altra compagna, a cui resta […] spiritualmente fedele. L’uomo, lui, non ha che una sposa. Deve prenderla com’è, fredda nel pagare il debitum, e gli è vietato accenderne la passione”. Duby prosegue, più oltre: “anche la persona maschile si sdoppia, ma di un diverso sdoppiamento; il desiderio, lo slancio, l’amore che può esservi nell’uomo non si spande, come deve avvenire per l’amore femminile, nella sublimazione, nell’ambito spirituale. Anche lui si sottrae alla costrizione matrimoniale, ma senza abbandonare il mondo, la terra, la carne. Si volge al giuoco, ai liberi spazi della gratuità, della libertà ludica”. È nell’adulterio che si può ricercare il piacere, che si può esprimere il desiderio: “il matrimonio non è la sede di quello che allora si definiva amore. Perché è vietato al marito e alla moglie di slanciarsi l’uno verso l’altra con violento ardore”, perché per entrambi non c’è spazio per il desiderio in un legame che, sia per ragioni di morale e ideologia che per ragioni legate al fatto che i matrimoni erano combinati, escludeva ogni sentimento personale: “il sentimento che lega l’uomo e la donna all’interno e al di fuori della cellula coniugale non può essere lo stesso. Poiché sul matrimonio riposa interamente l’ordine sociale, poiché il matrimonio è un’istituzione, un sistema giuridico che lega, aliena, obbliga perché sia assicurata la riproduzione della società nelle sue strutture, e particolarmente nella stabilità dei poteri e delle fortune, non gli si addice la frivolezza, la passione, la fantasia, il piacere; quando comincia ad accogliere queste cose l’istituzione ha già perso in parte la sua funzione e tende a disgregarsi”.

Così, l’amore veniva “respinto” al di fuori della coppia coniugale, nel gioco dell’amor cortese, il quale tuttavia “aveva un’importanza fondamentale, parallela a quella del matrimonio, nella distribuzione dei poteri in seno alle grandi case principesche”. Scrive Duby: “In questo giuoco la donna è un’esca. Adempie a due funzioni. Da un lato, offerta fino a un certo punto da colui che la tiene in suo potere […], costituisce il premio di una gara […] fra i giovani della corte, stimolando fra di loro l’emulazione, incanalando il loro impeto aggressivo, disciplinandoli, «addomesticandoli». D’altro lato la donna ha la missione di educare questi giovani. La fine amour civilizza, costituisce un ingranaggio essenziale nel sistema pedagogico di cui la corte principesca è il luogo” ed ella “tanto meglio insegna quanto più stimola il desiderio. Bisogna dunque che si rifiuti e soprattutto che sia vietata. Deve essere una sposa, e meglio ancora la sposa del signore della casa, la sua signora. Per questo stesso fatto ella si trova in una posizione dominante; aspetta di essere servita, dispensa parsimoniosamente i suoi favori”. In questo gioco, “La gerarchia è necessaria. Il rapporto pedagogico, la confusione tra l’immagine della signora e quella del signore, la logica del sistema infine impongono all’amante una situazione di sottomissione. Ma mettono anche in luce che quest’amante è necessariamente uno juvenis. […] L’amore, la fine amour, questo gioco educativo, è riservato ai maschi celibi”.
L’aspettativa sociale era che, dopo il matrimonio, l’uomo rinunciasse al corteggiamento, al desiderio, ma naturalmente non era quello che avveniva.

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10 pensieri su “Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 2)

  1. Sono contento che nonostante gli impegni continui a pubblicare articoli questo ti fa onore 🙂 , in merito a questa interessante discussione io penso che la Chiesa ha sempre visto il sesso come qualcosa di necessario ma peccaminoso e scandaloso quindi ha sempre dovuto fare i conti con questa contraddizione basti pensare a Maria e Giuseppe , anche se si parla nei testi sacri di fratelli di Gesu del resto parliamo di una uomo e una donna spostati anche se per i protestanti questi erano figli di Maria e Giuseppe. Sicuramente oltre alla chiesa dobbiamo pensare che era un epoca dove il sessismo era fortissimo anche in ambienti non religiosi e che libertà sessuale non è sempre uguale a parità tra uomini e donne basti vedere altre culture.

    • Parto dall’ultimo punto: se la libertà sessuale portasse automaticamente alla parità di genere, il movimento femminista avrebbe potuto tranquillamente chiudere bottega da diversi decenni. Invece, abbiamo visto come la libertà sessuale diventa un modo per rafforzare la discriminazione, per giustificarla (sono tutte troie, come possono meritare rispetto, riconoscimento, potere?). Sono però convinta che non può esserci parità senza libertà sessuale, perché la libertà sessuale riguarda il disporre del proprio corpo, sottraendolo al controllo di istituzioni e norme sociali e riportandolo nella sfera della scelta della persona.
      La Chiesa ha dovuto accettare una realtà da cui non poteva sfuggire: la riproduzione passa necessariamente attraverso il sesso, e il sesso è piacevole. Hanno cercato di nascondere questo fatto e obbligare le persone a vivere il sesso come un dovere, ma non ha mai funzionato pienamente, perché per funzionare avrebbe dovuto cancellare istinti naturali degli esseri umani. Quindi il sesso è diventato un ambito dove un discorso dominante, quello della Chiesa, ha trovato spazi di resistenza, come notò Foucault in relazione all’omosessualità.

      • Oltretutto faccio notare che se la per la chiesa l’ importante in una coppia è quella di riprodursi quindi avere dei figli penso allora che una famiglia con figli , che si amano e crescano i figli con amore e che magari fanno beneficenza e vanno in chiesa possano essere definiti dei bravi cristiani e le pratiche sessuali se sono tra adulti consenzienti dove non ci sia legami di sangue nulla hanno a che fare con ciò , oltretutto dato che al epoca si voleva la moglie sottomessa al marito mi viene da pensare a talune pratiche sessuali che se anche sono “moderne” in realtà ci sono sempre stata solo più nascoste( o almeno presumo) e mi viene in parte da sorridere, cioè se un uomo voleva essere sottomesso sessualmente alla moglie essa cosa doveva fare assecondarlo o no?

      • Nel Medioevo il problema non si poneva neanche, non era nemmeno pensabile culturalmente, né esprimibile. All’epoca la sessualità non era un terreno su cui era possibile dialogare, in effetti si faceva finta che non esistesse se non al momento di “pagare il debitum” e compiere il proprio dovere riproduttivo. Perfino i figli si facevano “per la stirpe”, non erano vissuti come voluti dai genitori per amarli e prendersene cura, ma come un dovere che i parenti pretendevano dalla coppia.
        Era il Medioevo: un’epoca che ci piace immaginare più come nei romanzi sword&sorcery, ma di cui secondo me dimentichiamo il fatto che l’individualità non era contemplata e la religione pervadeva tutto in modo tale che non esistevano alternative a quell’ordine di pensiero, ordine giuridico, ordine sociale.

  2. Sarebbe interessante pensare se nel medioevo avessero vissuto la sessualità come noi oggi come sarebbe la nostra società.
    Si su questo concordo pienamente con te la finzione a una versione del medioevo troppo irrealistica forse la cosa più realistica sono i draghi il che è tutto dire.

    • Esattamente! Abbiamo visioni del Medioevo dove le principesse sono guerriere venticinquenni che passano agevolmente dagli abiti lunghi al tirare di spada, quando nella realtà la cosa più pericolosa che una donna poteva impugnare era il coltello a tavola (a proposito…la forchetta risale al ‘400, quindi è un anacronismo anche lei). Abbiamo cavalieri che combattono agilmente con le armature, quando nella realtà ci volevano tre persone solo per farli salire a cavallo, e non avrebbero mai potuto correre con quella roba addosso. Gli scrittori fantasy dovrebbero passare più tempo nei musei di armeria a leggere le spiegazioni sul funzionamento delle tecnologie militari medioevali.

  3. Essendo opere di fantasia spesso esagerano molto , alla fine basti pensare che spesso anche film storici o che narrano di fatti avvenuti nella realtà sono pieni di errori anche abbastanza importanti.

      • Aggiungo che se fossero fedeli alla realtà per esempio sulla questione femminile forse perderebbero spettatrici e forse vogliono evitare questo a mio avviso.

      • Anche. Ma ammetto che non amo la donna forte messa a caso in una storia, solo per mostrare che gli sceneggiatori sanno che nell’epoca in cui la storia è ambientata le donne erano subordinate e vogliono prevenire le accuse di essere misogini. Se un personaggio femminile è ben scritto, non ha bisogno di essere per forza “una dei ragazzi”, un’eccezione, per poter coinvolgere e far riflettere.

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