Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 8)

Il sesto capitolo di Medioevo Maschio si intitola Per una storia delle donne in Francia e in Spagna, ed è la rielaborazione di un intervento tenuto a un convegno dall’autore. La premessa attorno a cui Duby argomenta è la seguente: “separare la storia della donna dalla storia dell’uomo sarebbe improduttivo. Bisogna studiare insieme l’evoluzione della condizione di ognuno dei due sessi. Questo è, in particolare, il solo modo di porre debitamente il problema della promozione della donna nel corso del […] Medioevo: […] la condizione femminile migliorò, ma, nel medesimo tempo, migliorò la condizione maschile; bisogna quindi chiedersi se lo scarto si è veramente modificato. Del pari, nel campo della vita religiosa, sembra che non si possa, per esempio, separare la storia delle monache da quella dei monaci, né l’evoluzione della mariologia da quella della cristologia. Questa rispondenza tra condizione maschile e condizione femminile dipende dal fatto che il fondamento dell’organizzazione sociale nel periodo […] è la famiglia, più esattamente la casa, la domus […]. Alla base della società feudale e postfeudale si trova la coppia coniugale, un uomo e una donna […] in posizione dominante, circondati da altri uomini, da altre donne, ed evidentemente lo sguardo deve rivolgersi in primo luogo verso l’interno di questa società domestica”.
Duby sostiene che questa impostazione metodologica centrata sul considerare i rapporti fra i generi in relazione alla struttura familiare e, per estensione, sociale permette di rispondere a interrogativi come quello relativo “a che età i maschietti erano sottratti all’universo femminile per essere, in modo talvolta brutale, integrati al mondo degli uomini e praticamente non uscirne più”. Per farlo, occorre ripartire dalla divisione sessuale del lavoro e quindi della vita. “Agli uomini spettava l’attività esterna e pubblica; le donne si trovavano normalmente isolate all’interno, in quella camera che era, nel cuore della casa, una sorta di matrice. Riconosciamo in questa interiorità quella che era l’essenziale funzione femminile: la procreazione, ma anche il governo dei segreti […] relativi alla nascita e alla morte (lavare i corpi dei neonati, lavare i corpi dei defunti). Quindi l’interno della casa si trovava naturalmente in corrispondenza metaforica col corpo femminile”.

Da storico, Duby ci mette in guardia sul fatto che quasi tutte le fonti che abbiamo sono “di provenienza maschile. Prima degli ultimi secoli del Medioevo non sentiamo mai la voce delle donne”. In un contesto culturale patriarcale, la voce degli uomini quando si parla di donne non è neutra: il potere diseguale occulta la realtà di rapporti di genere in cui le donne hanno un ruolo subordinato, se non a livello della singola coppia, quantomeno a livello dell’intera società.
Comunque, anche nel contesto più opprimente le voci delle donne non possono essere cancellate dalla Storia: “In Francia, le prime espressioni di un discorso femminile che non si possa revocare in dubbio […] sono le deposizioni davanti all’inquisitore delle paesane di Montaillou. Più tardi c’è il processo di Giovanna d’Arco. Fra i due, l’opera di Christine de Pisan”. Duby ci avverte però anche di non presupporre che trovarsi in un contesto di oppressione significhi essere schiacciate nella completa impotenza: “Fidandoci troppo di ciò che dicono gli uomini correremmo il rischio di […] credere che la donna fosse priva di potere”. Spiega lo storico: “il mondo delle donne [è] molto fortemente strutturato, come una piccola monarchia […] retta dalla moglie del signore, la «dama» che domina le altre donne della casa”. “C’è bene un potere femminile rivale del potere degli uomini e lo spazio domestico può essere considerato il campo di un conflitto permanente, di una lotta dei sessi. Questo conflitto interno determina l’atteggiamento timoroso che […] è una delle componenti principali della psicologia maschile. Timore […] in particolare davanti alla propria donna, timore di non essere capace di appagare quest’essere che si suppone divoratore, ma anche portatore di morte, un essere che, come i deboli, fa uso di armi perverse, del veleno, del sortilegio. Inquietudine soverchiata dal disprezzo della donna ma indisgiungibile da un altro sentimento, la nostalgia del seno materno”, simbolo di un mondo femminile, dolce e accogliente da cui venivano separati appunto verso i sette anni, e verso cui non era socialmente permesso avere nostalgia. L’analisi di certe biografie [dimostra] che gli uomini si riprendevano con difficoltà da questo trauma le cui tracce decidevano, per tutta la loro vita, di certi loro atteggiamenti fondamentali nei confronti delle donne”.

L’ideologia su cui si basavano i rapporti di genere nel Medioevo era contraddittoria, come in effetti lo sono tutte le ideologie del patriarcato, che negano e proibiscono pezzi dell’esperienza umana in base al sesso per poter mantenere il dominio maschile sulle donne. Duby riassume: “Essa considera necessaria, provvidenziale, la subordinazione della donna all’uomo. La donna dev’essere dominata. Una tale certezza trova appoggio nei testi delle Sacre Scritture e propone l’immagine esemplare della relazione uomo-donna. Questa relazione deve essere gerarchica, collocandosi nell’ordine gerarchico universale: l’uomo deve tenere a freno le donne che gli sono affidate, ma anche amarle, e le donne devono all’uomo che ha autorità su di loro la riverenza. Un tale scambio di dilectio e di reverentia stabilisce l’ordine all’interno del gruppo domestico”.

Abbiamo parlato nelle parti precedenti di questa serie di come l’amore che ci si aspettava caratterizzasse una coppia sposata fosse più una sorta di rispetto reciproco, di armonia domestica, mentre l’amore ardente era confinato nei giochi dell’amor cortese. Qui, preferisco riprendere la parte in cui Duby parla del matrimonio come dispositivo non solo economico e sociale (come mezzo per far avanzare le famiglie nella scala del potere e della ricchezza), ma anche giuridico: “Tutta l’organizzazione della società civile è fondata sul matrimonio e sull’immagine […] di una casa dove c’è una sola coppia che si riproduce e all’interno della quale il potere ed i compiti si suddividono gerarchicamente fra il padrone e la moglie. La moglie accede all’esistenza giuridica […] solo dopo sposata, e sale un altro gradino quando, nel matrimonio, compie la funzione per cui un uomo l’ha presa: quando partorisce. Allora acquista un potere molto sicuro, quello della madre […] sui suoi figli, potere che si dispiega quando resta vedova. Quindi, fuori dalla cellula domestica, la donna si trova in una posizione considerata rischiosa. Nella società non dovrebbero esserci donne sole, «povere», donne private di quel potere che, di fatto, è il riflesso del potere esercitato dall’uomo su di loro”. Per “nella società” Duby intende lo spazio pubblico: per questo le donne che non godevano della protezione di un uomo erano comunque rinchiuse in spazi a loro riservati, lontane dalle strade e dalle piazze: i conventi e i bordelli. “Quanto alle donne che restano veramente sole, spetta ai pubblici potere di assicurarne la protezione. [Essa] consiste nel proteggere la vedova e l’orfana e, per quanto è possibile, reintrodurle nel quadro della coniugalità fornendo loro il modo di essere prese in mogli, con una dote che le rende appetitose, o, semplicemente, […] distribuendole come doni, apprezzatissimi dai buoni vassalli, quando la donna che viene così aggiudicata loro è una ricca ereditiera”.
Spostandoci invece all’ambito religioso, Duby osserva: “Le donne nel cristianesimo medievale restano escluse dal ministero e, in particolare, dal ministero della parola. Le prediche escono tutte da bocche maschili. […] D’altra parte, il cristianesimo medievale ammette un po’ alla volta, non senza disagio, che le donne possano partecipare davvero alla vita religiosa, e questa evoluzione medievale costituisce, a mio parere, la grande differenza tra questa religione e l’islam [sic] o il giudaismo, che confinarono le donne in una posizione molto più marginale”.
D’altronde, questo avvenne perché furono le donne a reclamare l’accesso a una vita spirituale piena e autonoma. “Sembra che le prime a dare una risposta a quest’aspettativa femminile siano state le sette eretiche. Tuttavia, la contestazione eretica ha costretto la Chiesa ufficiale a dare […] una risposta aprendo interamente le chiese alle donne, istituendo per le donne degli asili monastici prima di allora scarsi di numero”. Il monachesimo femminile poneva dei problemi nell’ideologia patriarcale descritta sopra: “dove collocare, dentro un sistema di valori cristiani, queste donne che non erano in potere di un uomo, che non erano delle uxores, delle donne maritate, e a cui si proponevano due situazioni esemplari, consolanti ma opposte, quella della virgo o quella della virago, della donna forte della Scrittura?”.

L’organizzazione sociale imperniata sulla divisione sessuale del lavoro influenza il cristianesimo anche nelle sue rappresentazioni: “Non è forse sotto la pressione del modello domestico, coniugale, che si è presentata la necessità di collocare a fianco del signore una signora, a fianco di Nostro Signore, Nostra Signora? […] nel secolo XII esplode il culto mariano, poiché la figura di Maria incarna i due valori complementari di verginità e di maternità. Con la Vergine, altre donne un po’ alla volta invadono il territorio della devozione; delle sante; sante madri non troppo spesso; sante vergini che hanno vissuto nella rinuncia molto più spesso; sante peccatrici convertite; e anche sante che difesero ferocemente la loro verginità contro il potere familiare che voleva darle in mogli a uomini”.

Duby giunge alle riflessioni che concludono il suo capitolo, tornando alla questione delle fonti: “quasi tutte le fonti che possiamo sfruttare ci informano meno sulla realtà che sull’ideologia dominante, ponendo una sorta di schermo tra i nostri occhi e ciò che i nostri occhi vorrebbero vedere, ossia i comportamenti reali. […] tutte le nostre fonti trascendono la realtà sociale. Non solo le opere artistiche o letterarie, ma tutti i regolamenti normativi, tutti i documenti giuridici che mostrano una scorza formale e non ciò che la scorza ricopre, e anche le storie, le cronache, persino le autobiografie perché chi dice io resta prigioniero del sistema ideologico che lo domina. Le nostre fonti d’informazione riflettono in una certa misura la realtà, ma tutte, o quasi, si pongono necessariamente a distanza da questa realtà. Il problema di noi altri storici è di misurare questa distanza, di scoprire le deformazioni di cui la pressione dell’ideologia può essere stata responsabile.[…] Tuttavia ogni ideologia ha la sua storia; le ideologie si combattono e si trasformano, trasportate da un movimento indisgiungibile da quello che trascina l’evoluzione della cultura materiale. Il peggior errore di metodo sarebbe dunque d’isolare lo studio di questi schermi ideologici separandoli da ciò che accompagna la loro modificazione a livello di materialità”.

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